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Il vittoriale degli italiani

Perché si chiama cosi?

Luoghi del vittoriale

La nave puglia e il mausoleo

Curiosità

Il nome Vittoriale fa riferimento alla vittoria dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, infatti l’obiettivo di d’Annunzio era proprio quello di dare vita a un luogo che potesse rappresentare la memoria della "vita inimitabile" sia del poeta che aveva combattuto durante il conflitto, sia di tutti i soldati italiani.

Il Vittoriale comprende l’ultima dimora di Gabriele d’Annunzio, all'interno sono conservati circa 10mila oggetti e 33mila libri, circondati da arredi, tendaggi e vetrate dipinte. È presente la stanza della Musica, la stanza del Lebbroso ideata come luogo di meditazione e caratterizzata dalla presenza del simbolico letto delle due età (molto simile alla bara e ad una culla). Ci sono anche la Sala delle reliquie dove d'Annunzio raccoglieva simboli di diverse fedi e il macabro Scrittoio del monco, sul cui ingresso pende una mano tagliata collocata sull’architrave della porta. All’interno del complesso è anche presente il Museo d’Annunzio Segreto, una collezione di oggetti, abiti e arredi sconosciuti al pubblico fino all’inaugurazione di questo spazio nel 2010.

La Nave Puglia, donata a Gabriele d’Annunzio dalla Marina Militare nel 1923, è collocata sotto il colle mastio all’interno del parco e racchiude anche il Museo di Bordo con modelli d’epoca di navi da guerra della collezione di Amedeo di Savoia duca d’Aosta. Il Vittoriale ospita anche il Mausoleo dove è sepolto Gabriele d’Annunzio, un monumento funebre ispirato ai tumuli etruschi.

La dimora dannunziana è ricca di curiosità e non mancano le leggende che riguardano soprattutto le originali abitudini del poeta. Sembra che d’Annunzio abbia voluto far realizzare la porta dello studio dove riceveva gli ospiti molto più bassa del dovuto, obbligando le persone che entravano a chinare il capo all’ingresso. Gabriele d’Annunzio è morto la sera del 1° marzo 1938 colpito da emorragia celebrale mentre era seduto nella stanza della Zambracca, usata come anticamera alla stanza da letto e come vano guardaroba. Sembra che il poeta avesse predetto la sua morte già in precedenza, descrivendola in modo accurato: “La sensazione della corda nel cervello che è per spezzarsi, che può spezzarsi".

Ho gli occhi bendati. Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso un poco più basso dei piedi. Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v’è posata. Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta. Sento con l’ultima falange del mignolo destro l’orlo di sotto e me ne servo come d’una guida per conservare la dirittura. I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l’articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato. Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte La stanza è muta d’ogni luce. Scrivo nell'oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l’una e l’altra coscia come un’asse inchiodata.