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Transcript

DIDONE

Presentazione di Rosa Menduto

La storia

Primogenita di Belo, re di Tiro, la sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito Sicheo e prese il potere. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta. Approdata infine sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirsi lì, prendendo tanto terreno «quanto ne poteva contenere una pelle di bue» detto con irrisione. L'antico soprannome di Cartagine, era Birsa, che in fenicio significa "rocca" e in greco "pelle di bue". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì a occupare un terreno di circa ventidue stadi quadrati (uno stadio equivale a circa 185,27 m). Secondo una leggenda, Didone sposò in seconde nozze Barca, un fedele seguace di Tiro, il cui nome potrebbe essere correlato al termine fenicio Barak, che significa "fulmine". Secondo questa versione quindi, i Barcidi, la famiglia di Annibale Barca, il più famoso e abile condottiero cartaginese e protagonista della seconda guerra punica, sarebbero discendenti di Didone.

Durante la propria vedovanza, Didone venne insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi dei Numidi, popolazione locale. Secondo le narrazioni più antiche (ne parla a esempio Giustino nel III secolo d.C.), dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada, invocando il nome di Sicheo.

Didone e Enea

a Cartagine Enea, fuggito con i suoi dalla distruzione di Troia.

confidente Anna

battuta di caccia, sorpresi da un temporale, si rifugiano in una grotta dove consumeranno il loro amore

di questo nuovo legame tra Enea e Dinone viene a conoscenza Iarba, re della Numidia, pretendente respinto da Didone.Chiede un intervento da parte di Giove

Giove invierà Mercurio, che ricorda infatti all’eroe troiano che la città da fondare non è in Africa, bensì in Italia, e lo invita quindi ad organizzare la sua partenza.

Enea, indeciso tra la fedeltà per l'amata e la fedeltà dovuta agli dei, deve obbedire al suo destino.

La maledizione e la fine di Didone

Quando la mattina Didone si accorge della partenza di Enea - fra un momento di pazzia e il suicidio - trova la lucidità per pronunciare la maledizione contro i Troiani e la loro discendenza. Invoca Giunone, Ecate, le Furie (o Arpie) affinché i Troiani soffrano in guerra, e da questa ne ricavino un patto svantaggioso per loro (e così sarà: in effetti i patti che pongono fine alla guerra tra Troiani e Latini saranno iniqui perché, nella fusione dei popoli, il nome e la lingua de Troiani non si conserveranno). Didone inoltre prega che Enea non abbia ne’ un regno ne’ una sepoltura e anche questo si avvererà: secondo la leggenda, infatti, Enea muore dopo soli tre anni di regno e il suo corpo non viene ritrovato.

La maledizione di Didone contro i troiani è un efficace espediente narrativo che Virgilio usa per raccontare e spiegare - seppure attraverso una leggenda - la feroce rivalità che divise Roma da Cartagine, e che fu sul punto di annientare Roma e portò alla completa distruzione della città di Cartagine.

Didone ordina ad Anna e Iarba di preparare una pira in cui distruggere i cimeli di Enea. Ma quando la pira arde, Didone maledice la progenie di Enea e si getta tra le fiamme. Sconvolto, Iarba si suicida ed Anna, innamorata di lui, lo segue nella morte.

Didone in Dante

Didone verrà anche citata da Dante nel canto V, II cerchio che descrive altri due amanti infelici, Paolo e Francesca. Si trova infatti nella schiera in cui si muovono, sospinte da un vento senza sosta, proprio come in vita erano trascinate da una forte passione, le anime dei lussuriosi.

L’ultimo fugace incontro di Enea con Didone avviene negli inferi, là dove sono le anime di coloro che sono morti precocemente a causa delle loro passioni. L’incontro si svolge come un’inversione, un contrappasso della situazione che si era verificata a Cartagine prima della partenza di Enea. In quel caso era Didone a chiedere all’amato dove fuggiva; adesso Enea è costretto a chiederle se lo fugge. Il personaggio di Didone, sconfitto e antagonista dei Romani nella vicenda terrena, appare quale sdegnoso vincitore nell’Ade.

Il profilo psicologico

Fedro di Platone: <<quanto alla divina follia ne abbiamo distinto quattro forme […]. La quarta, la più eccelsa, è sotto l’influsso di Afrodite e di Amore>>.

Anche se non viene considerata nei manuali diagnostici come una vera e propria dipendenza patologica, essa può raggiungere una forma così estrema da presentare caratteristiche simili alla dipendenza da uso di sostanze. Chi soffre dei sintomi della dipendenza affettiva ha un forte bisogno di legame nei confronti di una persona dalla quale dipende totalmente e sulla quale investe tutte le proprie energie. Vive costantemente nell’ansia di poterla perdere e ha bisogno di continue rassicurazioni. Di solito ha difficoltà nell’identificare in modo consapevole i propri bisogni ed obiettivi se non in presenza di una figura di supporto o di un contesto che svolga questa funzione. Nella coppia tende a porre al partner richieste affettive esagerate ed incongruenti e a non sentirsi amato in maniera sufficiente ed adeguata. Talvolta aumenta tali richieste fino a determinare una rottura definitiva del rapporto.

Le caratteristiche della persona con dipendenza affettiva corrispondono in parte a quelle di chi soffre di Disturbo Dipendente di Personalità. Per queste persone lo stato di efficacia personale è infatti tipicamente legato alla presenza di una relazione significativa salda e stabile. La possiamo però ritrovare anche nel disturbo borderline di personalità, quando il timore dell’abbandono porta la persona a fare di tutto per mantenere la relazione con l’altro. Oppure nel disturbo narcisistico di personalità, quando mantenere un’immagine positiva di sé dipende dall’ammirazione dell’altro, che deve perciò essere disponibile e vicino ogni volta che vi è la necessità di ristabilizzare la propria autostima.

Didone e Cleopatra

Didone e Cleopatra

DUE REGINEDidone Regina di Cartagine regna da sola contando sulla fiducia della sua gente. II suo regno è nelle mire di molti, tra cui il fratello Pigmalione e il re dei Getuli, larba,e sicuramente verra espugnato in seguito all'abbandono di Enea.Cleopatra Regina d'Egitto, tenta di conquistare anche Roma, a capo di un "grege turpiumvirorum", ma viene sconfitta da Ottaviano.

INDIPENDENZA Comandano da sole potenti regni, non rinunciando mai al loro potere, alla loro libertà, alla loro dignità. In questo sono in forte contrasto con i valori del mos maiorum, in cui la donna doveva essere sottomessa al pater familias. Le loro virtù sono dunqe tipiche degli uomini e non delle donne ("nec muliebriter"), e questo è sicuramente un motivo per cui vengono presentate in maniera negativa

FUROR Didone Arrabbiata e impazzita a causa dell'abbandono di Enea, che ha strappato il suo pudor, lasciandola in balia dei suoi nemici. Cleopatra Perde i senno per la sua brama di potere che si concluderà con una schiacciante sconfitta.

MorteDidone: Sarebbe stata sottomessa dal fratello o dai popoli vicini. Cleopatra: Sarebbe stata catturata e portata in trionfo sulle navi romane. Entrambe decidono di suicidarsi con dignità, pur di non perdere la loro libertà e indipendenza. Questo elemento le riscatta nostri occhi.

AMORE Cleopatra: Innamorata di Antonio Didone: Innamorata di Enea.La causa prima del furor di entrambe è l’amore, che nel primo caso porta la donna ad abbandonarsi all'amato, perdendo il suo pudor e la fiducia del suo popolo, mentre nel secondo scatena la bramosia di potere della regina, che osa così sfidare la potentissima Roma. Entrambe si oppongono al Fato ed escono dal proprio angulus, non accontentandosi di ciò che hanno, e ne pagano così le conseguenze.

GRazie dell'attenzioneRosa menduto