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6. GIOVANNINO E LA CASA STREGATA - con audiolettura automatica

Consuelo Maria Brach

Created on June 24, 2026

Le storie di Nonno Giovanni

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Transcript

(con audiolettura in modalità manuale)

Le storie di Nonno Giovanni

Giovannino e la casa stregata

Gianni Carù

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Indice

1. Giovannino e la casa stregata3. Giochi 4. Puzzle 5. Memory 6. Crucipuzzle 7. Metti in ordine ...

Giovannino e la casa stregata

Giovannino aveva conosciuto da poco un bambino che era venuto ad abitare in una casa vicino alla sua. Questo bambino, che si chiamava Michele, aveva la stessa età di Giovannino. I due bambini frequentavano anche la stessa scuola ed erano diventati perciò molto uniti. Lele (così si faceva chiamare Michele dagli amici) aspettava tutte le mattine Giovannino davanti al cancello di casa per andare insieme a scuola e, ogni mattina gli offriva qualche cosa:

a volte una caramella alla menta, a volte un biscotto al cioccolato, a volte un frutto, una noce, una mela, un mandarino. Giovannino accettava volentieri i regali del suo amichetto e contraccambiava aiutandolo a fare i compiti. Infatti Lele, che a dir la verità era un po’ discolo, in classe spesso era distratto e non seguiva le lezioni del maestro, dimodochè poi, a casa, non riusciva a fare i compiti da solo.

Qualche pomeriggio, dopo la scuola, Lele andava a casa di Giovannino e lo chiamava dalla strada. “Giovannino, Giovannino, vieni a giocare!” Giovannino chiedeva ai nonni il permesso di uscire, perchè i suoi genitori erano al lavoro, e andava a giocare con Lele. Di solito giocavano con la palla, nel cortile della casa di Giovannino, ma qualche volta andavano in un boschetto lì vicino a cercare i nidi degli uccelli e si divertivano ad imitare il cinguettio dei pettirossi e delle allodole.

Altre volte stavano seduti sul ciglio della strada a guardare le macchine che passavano e giocavano a chi indovinava per primo la marca e il modello delle macchine che arrivavano.

Alla periferia del paese dove abitavano i due bambini, c’era una vecchia casa, disabitata da tanto tempo, ormai in rovina, con i muri scrostati, le persiane sbilenche e il tetto sfondato in alcuni punti.

La casa era completamente isolata, circondata da un giardino incolto e pieno di rovi e di erbacce e recintata con una rete arrugginita e con tanti buchi.

I proprietari della casa erano emigrati tanti anni prima, avevano trovato lavoro all’estero e non erano più ritornati al paese.

Poichè non avevano parenti che si potessero occupare della loro proprietà, la casa era rimasta abbandonata e, a poco a poco, era caduta in rovina. Nel paese circolavano voci fantasiose su quella casa. Si diceva che di notte si udivano strani rumori. Si diceva che fosse abitata dai fantasmi. Si diceva che, a volte, sempre di notte, si intravedevano lumi di candela passare da una finestra all’altra. Insomma, si diceva di tutto intorno a quella casa e tutti facevano in modo di evitare di passarci vicino.

Giovannino aveva raccontato a Lele tutte queste dicerìe e un giorno Lele, che era molto curioso, convinse Giovannino a portarlo a vedere la casa. I due bambini, arrivati nei pressi del villino, si nascosero dietro ad un cespuglio per poter spiare la casa senza essere visti da qualcuno.

Osservarono con attenzione ed un po’ di timore la rete malandata e ruggine che circondava la proprietà, il cancello

sfondato, il giardino incolto e pieno d’erba e di rovi, i muri scrostati e le persiane sbilenche. Non videro nulla che potesse incutere loro spavento o terrore, ma, per precauzione, non osarono avvicinarsi più di tanto al villino. Poi fecero ritorno a casa, ripromettendosi di tornare ancora ad ispezionare la proprietà abbandonata.

Trascorse così qualche settimana. Un giorno, mentre giocavano con i soldatini sotto il portico di casa, Lele disse a Giovannino: “Lo sai che mi è venuta una gran voglia di tornare a vedere la casa stregata?”(così infatti avevano deciso di chiamare il villino abbandonato.)

Giovannino gli rispose con voce esitante: “Mi piacerebbe davvero, però ho un po’ paura!”

“Non temere” - ribattè Lele - “Ho portato con me un potente amuleto, una zampa di lepre con un fiocco rosso per scacciare streghe, fantasmi e folletti maligni.”

I due bambini raccolsero i soldatini, li misero in una scatola e poi, quatti quatti, uscirono dal giardino e si incamminarono verso la periferia del paese per raggiungere la casa stregata. Giunti davanti al villino, si nascosero per qualche minuto dietro ad un cespuglio. Uscirono quindi allo scoperto e fecero con circospezione il giro della proprietà circondata dalla rete malandata e arrugginita. Poi entrarono nel giardino attraverso il cancello sfondato.

Avanzarono guardinghi nell’erba incolta che arrivava fino alle loro ginocchia e raggiunsero il portoncino d’ingresso. In quel momento udirono un rumore sordo provenire dall’interno della casa, come se qualcuno stesse battendo con forza un pugno su di un tavolo di legno.

I due bambini se la diedero a gambe e si rifugiarono dietro al cespuglio. Il primo a riprendere coraggio fu Lele. “Non sento più alcun rumore.” disse. “Io ho paura” - rispose piagnucolando Giovannino - “Torniamo a casa!” “Neanche per idea!” - ribattè Lele - “Voglio entrare per vedere chi o che cosa ha provocato quel rumore.” Ciò detto, uscì dal nascondiglio e rientrò cautamente nel giardino, seguito da Giovannino che batteva i denti per la paura.

Intanto si era fatto tardo pomeriggio e il crepuscolo stendeva le prime ombre della sera sul paese, rendendo indistinti i contorni delle case. Giunti davanti al portoncino d’ingresso, i due bambini si accorsero che era leggermente socchiuso, come se qualcuno lo avesse aperto per invogliarli ad entrare. Lo spalancarono, provocando un leggero cigolìo, ed entrarono in casa. All’interno c’era buio pesto e non riuscivano a vedere ad un palmo dal naso.

Improvvisamente udirono un gran botto alle loro spalle: si girarono di colpo e si accorsero che il portoncino d’ingresso si era chiuso, provocando il rumore che li aveva spaventati. Nell’oscurità della casa videro qualche cosa di indefinibile, che emanava una debole luce, attraversare velocemente la stanza e sparire dietro una porta.

“C’è qualcuno in casa?” gridò Giovannino. Lele stava dietro al suo amico stringendo in mano la zampa di lepre con il fiocco rosso. “Ci sono iooo....” - rispose una voce imitando l’eco delle parole di Giovannino - “Ci sono iooo...” Giovannino e Lele si rifugiarono in un angolo dell’ingresso tremando di paura, con le gambe molli come un pezzo di formaggio.

La cosa luminescente che li aveva spaventati fece capolino dalla porta e salì velocemente la scala che portava al piano superiore, fermandosi un attimo sul ballatoio come se volesse farsi ammirare dai due bambini.

“Presto Lele, scappiamo!” balbettò Giovannino. “Non ce la faccio a muovere le gambe!” gli rispose Lele.

Stretti l’uno all’altro i due bambini cercavano di farsi coraggio, scrutando nel buio con gli occhi sbarrati. Finalmente Giovannino si azzardò a chiedere con voce tremante: ”Chi ha parlato?” “Sono io che ho parlatooo ...” - ripetè la voce di prima - “Sono io che ho parlatooo...!” La voce sembrava provenire dal piano superiore.

Giovannino e Lele alzarono gli occhi e videro la cosa luminescente saltellare su e giù per i gradini della scala, ondeggiando come un sacco di farina vuoto, mosso dal vento.

La voce proveniva da quella specie di sacco di farina vuoto che ondeggiava davanti a loro.

Quando giunse al piano terreno la cosa si avvicinò ai due bambini che udirono nuovamente la voce. “Sono io che ho parlatooo...!”

“Chi sei?” chiesero contemporaneamente Giovannino e Lele, tenendosi strettamente abbracciati.

“Sono Minooo....il fantasma piccolinooo.....” - disse la cosa luminescente facendo una capriola davanti ai due bambini - “E voi chi sieteee..? Che cosa fate in casa miaaa...?” Giovannino e Lele non avevano mai visto un fantasma, anzi, non credevano nemmeno che esistessero, anche se ne avevano sentito parlare. Figurarsi poi un fantasma piccolino! “Ma se è un fantasma piccolino” - riflettè Giovannino - “allora è un bambino come noi e non può farci del male!”

Rincuorato da questo pensiero Giovannino allungò una mano come se volesse toccare il piccolo fantasma e poi disse: “Io mi chiamo Giovannino e il mio amico si chiama Lele. Piacere di fare la tua conoscenza.”

E Lele a sua volta, incoraggiato dall’iniziativa di Giovannino, si rivolse a Mino dicendogli: “Scusaci, Mino, se siamo entrati di soppiatto in casa, ma pensavamo che fosse disabitata!"

“Infatti non ci abita nessuno” - disse Mino, il fantasma piccolino, facendo un’altra capriola, saltando e rimbalzando come una palla di gomma fino a raggiungere quasi il soffitto. Ci siamo soltanto noi, io e i miei genitori, che però oggi non ci sono perchè sono andati a scuola per parlare col mio maestro, il quale dice che sono troppo vivace e studio poco.”

A sentire queste parole i due bambini si rinfrancarono e ripresero un po’ di coraggio, tanto che Lele, pur tenendo sempre stretta nella mano la zampa di lepre con il fiocco rosso, riuscì a dire:

“Ma allora tu sei un bambino come noi, anche se sei un fantasma e, se ho capito bene, non ti piace tanto andare a scuola” “Beh, sapete “ - disse Mino - “preferisco giocare che perdere tempo a fare i compiti.”

Giovannino, allora, gli chiese: ”Ma non ti annoi a stare sempre da solo?” “Certamente” - rispose Mino -”Mi annoio tanto perchè ho voglia di giocare e non c’è nessuno che mi fa compagnia.” Giovannino e Lele si sedettero sui gradini della scala mentre ascoltavano Mino.

“Quando vi ho visto avvicinarvi alla casa” - proseguì il fantasma - “ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto fare amicizia con voi. E’ per questo che vi ho aperto il portoncino d’ingresso.” “Ma se tu sei un fantasma e noi siamo dei bambini “ - chiese Giovannino - “ come possiamo fare per giocare con te?”

“Possiamo giocare a nascondino “ gli spiegò Mino - “oppure fare il girotondo, oppure fare una gara di salto. Però c’è una cosa che dovete sapere: voi mi potete vedere soltanto se siamo al buio. Se io esco di casa, alla luce del giorno, voi non mi potete più vedere anche se io sono lì vicino a voi e voi potete parlare con me.” Lele, intanto, aveva dato un’occhiata all’orologio che portava al polso e si era accorto che era diventato molto tardi. Allora disse a Mino: “Senti, Mino, adesso è ora che torniamo a casa, altrimenti i nostri genitori ci sgridano.

Ma domani ti prometto che torneremo a trovarti . Sei d’accordo anche tu Giovannino?” “Certamente “ - rispose Giovannino - “ Verremo a trovarti tutti i giorni, se ti fa piacere.” E così i due bambini e Mino, il fantasma piccolino, si salutarono con la promessa di rivedersi il giorno dopo.

L’amicizia tra i tre piccolini, i due bambini e il fantasmino si rinsaldava ogni giorno di più. Mino era molto divertente quando saltava da una parete all’altra della stanza o rimbalzava su e giù tra il soffitto e il pavimento, lasciando dietro di sè una scia luminosa come una stella cometa.

Quando giocavano a nascondino, Mino si nascondeva nei posti più impensati: dentro un cassetto, oppure in una scatola di scarpe o addirittura nello scarico della doccia e Giovannino e Lele non riuscivano mai a trovarlo. Poi, balzava di colpo alle loro spalle lanciando gridolini di gioia.

Uno dei giochi preferiti da Mino era quello di infilarsi in una bottiglia vuota e di trattenere il fiato in modo da emettere sempre più luce. La bottiglia diventava così luminosa che sembrava una lampadina e illuminava tutta la stanza, con gran divertimento di Giovannino e di Lele. Un giorno Mino propose ai due bambini di uscire a fare una passeggiata. “Ma come facciamo?” - disse Giovannino - “Alla luce del giorno tu diventi invisibile!”

“E’ questo il bello.” - gli rispose Mino - “Voi sapete che ci sono ma gli altri non mi potranno vedere! Ci divertiremo un sacco!”

Giovannino e Lele uscirono dalla casa ed attraversarono il giardino accompagnati da Mino, che saltellava intorno a loro. Non lo vedevano, ma sentivano i suoi strilli e i suoi gridolini di gioia, ora davanti a loro ora di dietro. Raggiunsero così il centro del paese e si fermarono nella piazzetta. Era una bella giornata, calda e soleggiata.

Giovannino disse: “Mi è venuta sete.” “Anche a me.” replicò Lele. “Adesso ci penso io”- intervenne Mino - “Aspettatemi qui.” I due bambini si fermarono in un angolo della piazzetta. Dall’altro lato della piazza c’era una gelateria. Il commesso stava appoggiato al banco in attesa dei clienti.

Davanti a lui erano esposti nel frigo tanti bei coni gelato. Ad un tratto il commesso sbarrò gli occhi per lo stupore. Lo sportello del banco frigo si era aperto da solo e due coni gelato erano usciti fluttuando nell’aria. Poi, come trotterellando, si erano avviati verso il fondo della piazza, scomparendo alla sua vista.

Poco dopo, su una panchina del parco, Giovannino e Lele stavano leccando con gusto i due coni gelato, sbellicandosi dalle risa insieme a Mino. Terminato il gelato, il terzetto riprese la passeggiata. Arrivati ad un incrocio, videro una vecchietta con due pesanti borse, una per mano, ferma sul marciapiede in attesa di attraversare la strada. Giovannino e Lele si avvicinarono alla vecchietta e le offrirono il loro aiuto: “Vuoi che ti aiutiamo noi ad attraversare la strada?” le chiesero gentilmente.

La vecchietta acconsentì e i due bambini, uno per parte, la accompagnarono, mentre il fantasmino si occupava delle due pesanti borse. La vecchietta, quando vide le sue due borse ondeggiare davanti a lei e attraversare da sole la strada, si mise a gridare per lo spavento, mentre Giovannino e Lele trattenevano a stento le risate.

Più tardi arrivarono vicino ad un campetto dove alcuni ragazzini giocavano al pallone. Giovannino e Lele, con l’invisibile Mino, si fermarono un po’ a guardare. Uno dei ragazzini, vedendoli fermi ai bordi del campetto chiese loro: “Volete giocare con noi?” Giovannino e Lele accettarono volentieri e cominciarono a giocare.

La palla, a quel punto, sembrava viaggiare da sola. Faceva tutto il giro del campo e poi tornava verso Lele. Oppure attraversava il campo a zig zag sotto lo sguardo attonito ed esterefatto dei ragazzini, mentre Giovannino e Lele ridevano a crepapelle.

Mino entrò in campo con loro e ne combinò di tutti i colori: rubava la palla agli altri ragazzi e la passava a Giovannino il quale, a sua volta la lanciava verso Lele che la ripassava a Mino.

E così, ogni volta che Giovannino e Lele avevano terminato i compiti e andavano alla villa, il fantasmino Mino si univa a loro e insieme si divertivano un sacco. Ma un giorno i due bambini ebbero una brutta sorpresa. Arrivati al villino, scoprirono che una squadra di operai, con ruspe e cingolati lo stavano abbattendo.

Era accaduto che i proprietari della casa, emigrati all’estero tanti anni prima, avevano ricevuto una offerta di acquisto da parte di una società immobiliare, la quale aveva intenzione di realizzare sull’area della casa un centro commerciale.

Le ruspe, in mezzo ad un gran polverone, stavano abbattendo gli ultimi muri, mentre i cingolati spianavano il terreno e caricavano le macerie su grossi camion che sostavano, in attesa, ai bordi della strada.

Giovannino e Lele si guardarono in faccia ed esclamarono contemporaneamente: “ E il nostro amico fantasmino Mino che fine ha fatto?”

Girarono più e più volte intorno all’area dove stavano lavorando le ruspe, chiamandolo sottovoce di tanto in tanto, ma di Mino nessuna traccia. I due bambini tornarono a casa sconsolati e con le lacrime agli occhi per la perdita del loro caro amico. Passarono così i giorni, le settimane e i mesi.

Di tanto in tanto Giovannino e Lele tornavano nei pressi del cantiere dove stava sorgendo il centro commerciale e rimanevano lì a guardare e a ricordare i giochi fatti con il loro amico fantasmino.

Un giorno, mentre stavano seduti sul marciapiede, osservando gli operai che lavoravano nel cantiere, udirono una risata argentina alle spalle e poi videro le foglie ammucchiate sul ciglio della strada sollevarsi nell'aria come fossero sospinte dal vento e scendere intorno a loro turbinando, accompagnate da acuti strilli.

“Mino! Mino!” esclamarono contemporaneamente i due bambini balzando in piedi.

Si guardarono intorno agitando le mani e cercando di afferrare le foglie che cadevano intorno a loro. Piano piano le foglie caddero al suolo mentre cessarono le risatine e gli strilli. Intanto gli operai, terminato il lavoro, avevano lasciato il cantiere.

Giovannino e Lele rimasero lì in silenzio, mano nella mano e poi, lentamente, passo dopo passo, fecero ritorno a casa mentre scendevano le prime ombre della sera. Nessuno si accorse di una luce evanescente che ondeggiava qua e là tra i ponteggi del cantiere.

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Giochi

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Memory

Crucipuzzle

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