(con audiolettura in modalità manuale)
Le storie di Nonno Giovanni
Le campane di Martino
Gianni Carù
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Indice
1. Le campane di Martino2. "quando ebbe l'età giusta per fare il chierichetto .." 3. Giochi 4. Puzzle 5. Memory
Le campane di Martino
Questa storia inizia in un paesino sperduto tra le montagne, adagiato in una valle verde, dove scorreva un torrentello alimentato dai ghiacciai che si trovavano sulla vetta delle montagne. In questo piccolo paese c’erano poche case e di conseguenza anche pochi abitanti.
Però c’era una bellissima chiesa, molto vecchia ma ben conservata, dove gli abitanti andavano alla
domenica per ascoltare la messa celebrata da un vecchio sacerdote.
Accanto alla chiesa c’era un campanile, costruito con blocchi di pietra grigia provenienti da una cava che si trovava vicino al paese.
All’interno, una scala a chiocciola saliva fino in cima
al campanile dove si trovavano cinque campane di bronzo decorate con scene tratte dalla Sacra Bibbia.
Le campane erano sostenute da cinque ruote di ferro alle quali erano assicurate delle grosse funi che scendevano fino a terra e che permettevano così di suonare le campane.
Il parroco del paesino non poteva permettersi un campanaro che suonasse le campane e così provvedeva lui stesso all’incombenza.
Un giorno, in quel paese, nacque un bambino al quale i suoi genitori avevano messo il nome di Martino.
Poichè era tanto tempo che non nascevano bambini, il vecchio parroco cominciò a suonare a distesa le campane per
festeggiare l’avvenimento. E le suonò così a lungo e così bene che gli abitanti degli altri paesi accorsero numerosi per ascoltare il concerto.
Martino dormiva tranquillo nella sua culla,
ma, ai primi festosi rintocchi delle campane, aprì gli occhi e fece un sorriso: sembrava che il suono delle campane avesse un effetto benefico su di lui. Passò qualche anno.
Martino era diventato ormai un bel bambino, ubbidiente e rispettoso.
Ogni mattina, quando sentiva i primi rintocchi delle campane,
balzava dal letto e si affacciava alla finestra della sua cameretta dalla quale poteva vedere il campanile della chiesa.
E rimaneva lì,
estasiato, a guardare le campane che oscillavano e ad ascoltare i loro rintocchi. Quando ebbe l’età giusta per fare il chierichetto, il parroco del paese lo convocò in sacrestia e gli disse: “Caro Martino, è ora che ti insegni a servire messa ed a suonare le campane.
Ormai sei abbastanza grande e mi puoi dare una mano.”
Martino non credeva alle proprie orecchie.
Voleva mettersi a saltare e a cantare per la gioia, ma cercò di contenere le sue emozioni.
“Sono pronto” rispose al parroco e abbassò la testa per non far vedere che stava sorridendo. “Va bene” proseguì il parroco. “Allora presentati da me domani mattina all’alba e ti insegnerò a suonare le campane”.
Martino salutò il parroco con un inchino e se ne andò. Ma, non appena fu uscito dalla sacrestia,
cominciò a correre da una parte all’altra della strada saltando, ballando e facendo piroette.
E a tutte le persone che incontrava e che si meravigliavano per il suo strano comportamento,
diceva:
"Domani incomincio a fare il chierichetto e, finalmente, potrò imparare a suonare le campane!” Arrivato a casa, chiamò a gran voce la mamma, che stava preparando il pranzo in cucina, e il papà, che si trovava in giardino a tagliare l’erba. Al richiamo di Martino i suoi genitori accorsero spaventati, pensando che fosse successa qualche disgrazia o che Martino ne avesse combinata qualcuna delle sue.
Invece lo trovarono seduto sul divano con gli occhi che gli brillavano per la gioia e l’emozione. “Che cosa è
successo?” gli chiese la mamma, sedendosi accanto a lui e accarezzandogli il
ciuffo di capelli che gli scendeva sulla fronte.
Il papà, invece, si appoggiò con una mano al tavolo e, guardando Martino negli occhi gli disse: ”Non tenerci in ansia, raccontaci che cosa ti ha reso così felice.” E Martino, con la voce rotta dall’emozione, raccontò che il parroco gli aveva proposto di cominciare a fare il chierichetto e di imparare a suonare le campane. “Domani mattina mi devo presentare all’alba in sacrestia.” terminò Martino e diede un bacio sulla guancia alla mamma ed al papà che a loro volta lo abbracciarono stretto stretto.
Quella sera Martino non riuscì a prendere sonno e continuava a girarsi e a rigirarsi nel letto.
Quando finalmente riuscì ad assopirsi
sentì la mano della mamma che gli toccava delicatamente la spalla.
“E’ ora di alzarsi, Martino, altrimenti non arriverai in tempo per suonare le campane.” Martino balzò dal letto, indossò camicia e pantaloni in un baleno e uscì di corsa da casa senza nemmeno lavarsi la faccia e senza fare colazione.
Arrivò trafelato davanti alla chiesa, varcò il
portone d’ingresso, fece velocemente il segno della croce e corse in sacrestia dove lo aspettava il parroco.
“Eccomi arrivato.” disse Martino, e il parroco, sorridendo, gli rispose:
“Benvenuto, Martino, seguimi.”
e si avviò verso la porticina che dava accesso al campanile, tenendo per mano Martino. All’interno della torre campanaria era ancora buio. Si
distinguevano appena le corde che penzolavano dall’alto e che permettevano di far oscillare le campane.
Il vecchio prete fece sedere Martino su di uno sgabello e gli disse:
“Queste sono le corde che dobbiamo tirare per far suonare le campane.
In cima al campanile ci sono cinque campane di diverse grandezze e sono tutte collegate a queste corde.
Anche le corde sono di diverse
grandezze: la più grande ha un suono grave mentre la più piccola ha un suono squillante.” Martino scese dallo sgabello e chiese al vecchio
prete: “Posso provare a tirare una corda?” “Aspetta, Martino” rispose il parroco. “Le campane vanno suonate in un certo ordine per poter fare un concerto gradevole, altrimenti si rischia di fare soltanto un gran baccano ...
... e i tuoi compaesani, certamente, non saranno contenti.” E così Martino, seguendo gli insegnamenti del suo parroco, incominciò a suonare le campane.
Le suonava così bene che, alla domenica, numerose persone accorrevano dai paesi delle valli vicine, per ascoltare i suoi concerti.
Arrivavano di buonora sulla piazza della chiesa, si sedevano sui gradini del sagrato oppure ai tavolini del bar che si trovava in fondo alla piazza e aspettavano in silenzio che Martino cominciasse il suo concerto.
Al termine, tutti si alzavano in piedi e applaudivano Martino.
Passò così del tempo.
Martino ormai era diventato un uomo.
Il vecchio parroco se n’era andato e anche parecchi compaesani di Martino erano scesi a valle in cerca di lavoro, abbandonando le loro case.
Erano rimasti in pochi, nel paese, tuttavia Martino, anche per i pochi rimasti, continuava a suonare le sue campane.
Si alzava presto al mattino, saliva in cima al campanile e le accarezzava, chiamandole per nome ad una ad una.
Eh sì, perchè ad ognuna, Martino aveva dato un nome.
La più piccola si chiamava Gelsomina, perchè con il suo suono acuto e brillante ricordava il profumo del gelsomino. Poi c’era Geraldina, la seconda, che era un po’ birichina e voleva suonare sempre prima delle altre, senza aspettare il proprio turno.
La terza si chiamava Serafina, perchè, trovandosi in mezzo alle altre, era la più tranquilla.
Infine, le ultime due, la quarta e la quinta, che avevano il suono più grave e profondo.
Martino le aveva chiamate rispettivamente Ombretta e Ramona. Alla sera, prima del tramonto del sole, ritornava sul campanile con uno straccio in mano e puliva le campane ad una ad una rendendole lucide e brillanti. A volte, nelle calde sere d’estate, Martino saliva in cima al campanile con un lenzuolo ed un cuscino e dormiva sotto le stelle con le sue campane.
Martino suonava le campane in ogni occasione: per festeggiare una nascita, un matrimonio un compleanno, un onomastico. L’undici di novembre ricorreva il suo onomastico e, ogni anno, in quel giorno, Martino si esibiva in un gran concerto.
Din don, din don, din dan: i rintocchi delle campane a festa risuonavano tutto il giorno per tutta la valle e l’eco li trasmetteva anche alle valli vicine.
Intanto gli anni passavano, uno dopo l’altro.
I capelli di Martino erano diventati bianchi come la neve che si trovava in cima alle montagne che facevano da corona alla valle dove si trovava il suo paesino.
Con il passare degli anni diminuivano le occasioni per festeggiare gli avvenimenti gioiosi in paese, perchè gli abitanti diminuivano e, soprattutto i giovani, abbandonavano la valle per andare a cercare lavoro nelle città di pianura.
Con il passare degli anni anche le forze di Martino diminuivano, cosicchè non riusciva più a salire in
cima al campanile per accarezzare le sue campane e doveva limitarsi a guardarle dal sagrato della chiesa. Una notte Martino dormiva nel suo letto, quando fu svegliato da una luce abbagliante. Balzò a sedere sul letto e vide accanto a sè due angeli, con le ali ripiegate e i lunghi capelli biondi che lo guardavano.
Martino rimase a guardarli, ammutolito. Poi, uno dei due angeli cominciò a parlare.
“Martino” gli disse con voce melodiosa “siamo venuti
a trovarti perchè in Paradiso abbiamo bisogno di un campanaro.” E l’altro angelo, a sua volta, disse: “Sappiamo che tu sei un ottimo campanaro e certamente ti farà
piacere venire con noi in Paradiso a suonare le nostre campane.”
Martino era sbalordito e non riusciva a dire una parola. “Presto” proseguì il primo angelo
“mettiti le pantofole e vieni con noi.” Martino scese dal letto, indossò le pantofole e si avviò verso la porta.
I due angeli lo presero sotto braccio:
Martino si sentì sollevare da terra e scomparve con loro in mezzo ad un lampo di luce accecante. Poi la stanza ripiombò nel buio. Nessuno ebbe più notizie di Martino. Passarono ancora degli anni.
Il paese ormai era diventato deserto
perchè tutti gli abitanti se n’erano andati in pianura a lavorare. Un giorno, dalla pianura arrivarono alcuni fuoristrada con degli operai e due ingegneri.
Si fermarono per qualche giorno nella valle a fare rilievi e misure per verificare la possibilità di costruire una diga per la produzione di energia elettrica, sfruttando l’acqua del torrente che scendeva dai ghiacciai.
Passò ancora qualche anno.
La diga finalmente venne completata e il paese, con tutte le sue case, la chiesa e il campanile venne sommerso dall’acqua. Nessuno vide più il campanaro Martino.
Tuttavia, tra gli
abitanti più anziani delle vicine valli circola una leggenda. Qualcuno afferma che, la notte di S. Martino, si sentono ancora risuonare per la valle i rintocchi delle campane del campanaro Martino.
"quando ebbe l'età giusta per fare il chierichetto .."
Bambini, Vi è piaciuta la storia di Martino? Che fantastici concerti che suonava con Gelsomina, Geraldina, Serafina Ombretta e Ramona, le sue amiche campane!! Ascolta ... Magari, quando sarai più grande, anche Tu potrai essere invitato a servir messa e .. a suonare le campane!!!
Play
Ed allora, potrai scegliere se fare come Martino o se ... lasciare che ci pensi qulacun altro!!!
Volete conoscere un'altra storia di Nonno Giovanni? Cliccate qui sotto
Oppure, preferite giocare con Martino? Cliccate qui
Giochi
per divertirsi un po' ...
I PUZZLE
Per giocare, cliccate su uno dei bottoni
10
Il Memory
4. LE CAMPANE DI MARTINO - con audiolettura automatica
Consuelo Maria Brach
Created on June 23, 2026
Le storie di Nonno Gianni
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Le campane di Martino
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1. Le campane di Martino2. "quando ebbe l'età giusta per fare il chierichetto .." 3. Giochi 4. Puzzle 5. Memory
Le campane di Martino
Questa storia inizia in un paesino sperduto tra le montagne, adagiato in una valle verde, dove scorreva un torrentello alimentato dai ghiacciai che si trovavano sulla vetta delle montagne. In questo piccolo paese c’erano poche case e di conseguenza anche pochi abitanti. Però c’era una bellissima chiesa, molto vecchia ma ben conservata, dove gli abitanti andavano alla domenica per ascoltare la messa celebrata da un vecchio sacerdote.
Accanto alla chiesa c’era un campanile, costruito con blocchi di pietra grigia provenienti da una cava che si trovava vicino al paese. All’interno, una scala a chiocciola saliva fino in cima al campanile dove si trovavano cinque campane di bronzo decorate con scene tratte dalla Sacra Bibbia.
Le campane erano sostenute da cinque ruote di ferro alle quali erano assicurate delle grosse funi che scendevano fino a terra e che permettevano così di suonare le campane. Il parroco del paesino non poteva permettersi un campanaro che suonasse le campane e così provvedeva lui stesso all’incombenza. Un giorno, in quel paese, nacque un bambino al quale i suoi genitori avevano messo il nome di Martino.
Poichè era tanto tempo che non nascevano bambini, il vecchio parroco cominciò a suonare a distesa le campane per festeggiare l’avvenimento. E le suonò così a lungo e così bene che gli abitanti degli altri paesi accorsero numerosi per ascoltare il concerto.
Martino dormiva tranquillo nella sua culla, ma, ai primi festosi rintocchi delle campane, aprì gli occhi e fece un sorriso: sembrava che il suono delle campane avesse un effetto benefico su di lui. Passò qualche anno. Martino era diventato ormai un bel bambino, ubbidiente e rispettoso. Ogni mattina, quando sentiva i primi rintocchi delle campane,
balzava dal letto e si affacciava alla finestra della sua cameretta dalla quale poteva vedere il campanile della chiesa. E rimaneva lì, estasiato, a guardare le campane che oscillavano e ad ascoltare i loro rintocchi. Quando ebbe l’età giusta per fare il chierichetto, il parroco del paese lo convocò in sacrestia e gli disse: “Caro Martino, è ora che ti insegni a servire messa ed a suonare le campane. Ormai sei abbastanza grande e mi puoi dare una mano.” Martino non credeva alle proprie orecchie. Voleva mettersi a saltare e a cantare per la gioia, ma cercò di contenere le sue emozioni.
“Sono pronto” rispose al parroco e abbassò la testa per non far vedere che stava sorridendo. “Va bene” proseguì il parroco. “Allora presentati da me domani mattina all’alba e ti insegnerò a suonare le campane”. Martino salutò il parroco con un inchino e se ne andò. Ma, non appena fu uscito dalla sacrestia, cominciò a correre da una parte all’altra della strada saltando, ballando e facendo piroette. E a tutte le persone che incontrava e che si meravigliavano per il suo strano comportamento, diceva:
"Domani incomincio a fare il chierichetto e, finalmente, potrò imparare a suonare le campane!” Arrivato a casa, chiamò a gran voce la mamma, che stava preparando il pranzo in cucina, e il papà, che si trovava in giardino a tagliare l’erba. Al richiamo di Martino i suoi genitori accorsero spaventati, pensando che fosse successa qualche disgrazia o che Martino ne avesse combinata qualcuna delle sue.
Invece lo trovarono seduto sul divano con gli occhi che gli brillavano per la gioia e l’emozione. “Che cosa è successo?” gli chiese la mamma, sedendosi accanto a lui e accarezzandogli il ciuffo di capelli che gli scendeva sulla fronte.
Il papà, invece, si appoggiò con una mano al tavolo e, guardando Martino negli occhi gli disse: ”Non tenerci in ansia, raccontaci che cosa ti ha reso così felice.” E Martino, con la voce rotta dall’emozione, raccontò che il parroco gli aveva proposto di cominciare a fare il chierichetto e di imparare a suonare le campane. “Domani mattina mi devo presentare all’alba in sacrestia.” terminò Martino e diede un bacio sulla guancia alla mamma ed al papà che a loro volta lo abbracciarono stretto stretto.
Quella sera Martino non riuscì a prendere sonno e continuava a girarsi e a rigirarsi nel letto. Quando finalmente riuscì ad assopirsi sentì la mano della mamma che gli toccava delicatamente la spalla. “E’ ora di alzarsi, Martino, altrimenti non arriverai in tempo per suonare le campane.” Martino balzò dal letto, indossò camicia e pantaloni in un baleno e uscì di corsa da casa senza nemmeno lavarsi la faccia e senza fare colazione. Arrivò trafelato davanti alla chiesa, varcò il portone d’ingresso, fece velocemente il segno della croce e corse in sacrestia dove lo aspettava il parroco.
“Eccomi arrivato.” disse Martino, e il parroco, sorridendo, gli rispose: “Benvenuto, Martino, seguimi.” e si avviò verso la porticina che dava accesso al campanile, tenendo per mano Martino. All’interno della torre campanaria era ancora buio. Si distinguevano appena le corde che penzolavano dall’alto e che permettevano di far oscillare le campane.
Il vecchio prete fece sedere Martino su di uno sgabello e gli disse: “Queste sono le corde che dobbiamo tirare per far suonare le campane. In cima al campanile ci sono cinque campane di diverse grandezze e sono tutte collegate a queste corde. Anche le corde sono di diverse grandezze: la più grande ha un suono grave mentre la più piccola ha un suono squillante.” Martino scese dallo sgabello e chiese al vecchio prete: “Posso provare a tirare una corda?” “Aspetta, Martino” rispose il parroco. “Le campane vanno suonate in un certo ordine per poter fare un concerto gradevole, altrimenti si rischia di fare soltanto un gran baccano ...
... e i tuoi compaesani, certamente, non saranno contenti.” E così Martino, seguendo gli insegnamenti del suo parroco, incominciò a suonare le campane. Le suonava così bene che, alla domenica, numerose persone accorrevano dai paesi delle valli vicine, per ascoltare i suoi concerti. Arrivavano di buonora sulla piazza della chiesa, si sedevano sui gradini del sagrato oppure ai tavolini del bar che si trovava in fondo alla piazza e aspettavano in silenzio che Martino cominciasse il suo concerto.
Al termine, tutti si alzavano in piedi e applaudivano Martino. Passò così del tempo. Martino ormai era diventato un uomo. Il vecchio parroco se n’era andato e anche parecchi compaesani di Martino erano scesi a valle in cerca di lavoro, abbandonando le loro case. Erano rimasti in pochi, nel paese, tuttavia Martino, anche per i pochi rimasti, continuava a suonare le sue campane. Si alzava presto al mattino, saliva in cima al campanile e le accarezzava, chiamandole per nome ad una ad una. Eh sì, perchè ad ognuna, Martino aveva dato un nome.
La più piccola si chiamava Gelsomina, perchè con il suo suono acuto e brillante ricordava il profumo del gelsomino. Poi c’era Geraldina, la seconda, che era un po’ birichina e voleva suonare sempre prima delle altre, senza aspettare il proprio turno. La terza si chiamava Serafina, perchè, trovandosi in mezzo alle altre, era la più tranquilla.
Infine, le ultime due, la quarta e la quinta, che avevano il suono più grave e profondo. Martino le aveva chiamate rispettivamente Ombretta e Ramona. Alla sera, prima del tramonto del sole, ritornava sul campanile con uno straccio in mano e puliva le campane ad una ad una rendendole lucide e brillanti. A volte, nelle calde sere d’estate, Martino saliva in cima al campanile con un lenzuolo ed un cuscino e dormiva sotto le stelle con le sue campane.
Martino suonava le campane in ogni occasione: per festeggiare una nascita, un matrimonio un compleanno, un onomastico. L’undici di novembre ricorreva il suo onomastico e, ogni anno, in quel giorno, Martino si esibiva in un gran concerto.
Din don, din don, din dan: i rintocchi delle campane a festa risuonavano tutto il giorno per tutta la valle e l’eco li trasmetteva anche alle valli vicine. Intanto gli anni passavano, uno dopo l’altro. I capelli di Martino erano diventati bianchi come la neve che si trovava in cima alle montagne che facevano da corona alla valle dove si trovava il suo paesino. Con il passare degli anni diminuivano le occasioni per festeggiare gli avvenimenti gioiosi in paese, perchè gli abitanti diminuivano e, soprattutto i giovani, abbandonavano la valle per andare a cercare lavoro nelle città di pianura.
Con il passare degli anni anche le forze di Martino diminuivano, cosicchè non riusciva più a salire in cima al campanile per accarezzare le sue campane e doveva limitarsi a guardarle dal sagrato della chiesa. Una notte Martino dormiva nel suo letto, quando fu svegliato da una luce abbagliante. Balzò a sedere sul letto e vide accanto a sè due angeli, con le ali ripiegate e i lunghi capelli biondi che lo guardavano. Martino rimase a guardarli, ammutolito. Poi, uno dei due angeli cominciò a parlare.
“Martino” gli disse con voce melodiosa “siamo venuti a trovarti perchè in Paradiso abbiamo bisogno di un campanaro.” E l’altro angelo, a sua volta, disse: “Sappiamo che tu sei un ottimo campanaro e certamente ti farà piacere venire con noi in Paradiso a suonare le nostre campane.”
Martino era sbalordito e non riusciva a dire una parola. “Presto” proseguì il primo angelo “mettiti le pantofole e vieni con noi.” Martino scese dal letto, indossò le pantofole e si avviò verso la porta. I due angeli lo presero sotto braccio: Martino si sentì sollevare da terra e scomparve con loro in mezzo ad un lampo di luce accecante. Poi la stanza ripiombò nel buio. Nessuno ebbe più notizie di Martino. Passarono ancora degli anni.
Il paese ormai era diventato deserto perchè tutti gli abitanti se n’erano andati in pianura a lavorare. Un giorno, dalla pianura arrivarono alcuni fuoristrada con degli operai e due ingegneri. Si fermarono per qualche giorno nella valle a fare rilievi e misure per verificare la possibilità di costruire una diga per la produzione di energia elettrica, sfruttando l’acqua del torrente che scendeva dai ghiacciai.
Passò ancora qualche anno. La diga finalmente venne completata e il paese, con tutte le sue case, la chiesa e il campanile venne sommerso dall’acqua. Nessuno vide più il campanaro Martino.
Tuttavia, tra gli abitanti più anziani delle vicine valli circola una leggenda. Qualcuno afferma che, la notte di S. Martino, si sentono ancora risuonare per la valle i rintocchi delle campane del campanaro Martino.
"quando ebbe l'età giusta per fare il chierichetto .."
Bambini, Vi è piaciuta la storia di Martino? Che fantastici concerti che suonava con Gelsomina, Geraldina, Serafina Ombretta e Ramona, le sue amiche campane!! Ascolta ... Magari, quando sarai più grande, anche Tu potrai essere invitato a servir messa e .. a suonare le campane!!!
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