Libertà in movimento
Verrillo Maria
L'estate era arrivata e il caldo si faceva sentire attraversando la finestra della scuola di danza dove andava Kitry. Kitry era una ragazzina di 13 anni la cui vita era scandita dal ritmo della musica e dalle sue scarpette che battevano sul linoleum. Amava la danza come i suoi grand battement. Per lei la danza era come uno strumento che l'aiutava a rialzarsi dopo ogni ostacolo e quando ballava si sentiva coraggiosa nel provare il passo che non le riusciva bene ovvero le pirouette. Era robusta nel fisico e testarda nel cuore.
Tutto sembrava procedere verso il suo obbiettivo: superare uno stage con un maestro importante che avrebbe messo in palio una borsa di studio con destinazione Parigi. Ben presto però la sua felicità iniziò a vacillare. Sempre più spesso una sua compagna di danza, con tono giudicante e cattivo, iniziò a insultarla colpendo quello che per lei era già il suo punto debole: l'aspetto fisico. Parole pesanti come macigni. Parole che venivano ripetute ogni giorno, fino a quando iniziò a vedere il cibo come un nemico. Kitry man mano che i giorni passavano diminuiva le porzioni di cibo fino a non mangiare più e questo portava anche a una perdita di energia.
Un giorno la sua maestra di danza andò a farle visita a casa. Dopo varie resistenze da parte di Kitry, riuscii a parlare con lei. Parlarono a lungo e quando stavano per salutarsi le disse una frase che per Kitry sarebbe stata decisiva: "la danza non è una sottrazione, è un'espressione". Una vera ballerina non è quella che si distrugge per piacere agli altri. È quella che impara ad ascoltare il proprio corpo, a rispettarlo e ad amarlo. La danza non chiede perfezione". Quelle parole fecero crollare il muro che Kitry aveva costruito dentro di sé. Pianse a lungo, forse per la prima volta senza vergognarsi.
Non riusciva più a lanciare la gamba nel suo passo preferito e non provava più le pirouette perché diventavano impossibili. Dentro di se pensava di dover smettere di ballare, non aveva più fiducia in se stessa e aveva perso perfino quella forza che l'aveva sempre contraddistinta: il coraggio di non arrendersi. La cosa che più la tormentava era quella di aver perso un'opportunità: la borsa di studio che l'avrebbe portata a Parigi. Ma nemmeno questo pensiero era in grado di darle una spinta a non mollare. Si sentiva triste e molto arrabbiata con se stessa. I giorni passavano, mancava sempre meno all'evento. Kitry era ormai spenta: il suo disturbo alimentare era diventato evidente.
Da quel giorno non fu più sola: la maestra parlò con la sua famiglia e, passo dopo passo, Kitry iniziò un percorso di aiuto. Non fu facile, non fu veloce, ma ogni piccolo progresso era una conquista. Ricominciò a mangiare senza paura, a respirare senza sentirsi in colpa, a danzare senza punirsi. Quando arrivò il giorno dello stage, si fermò qualche istante davanti alla porta della sala grande. Il cuore le batteva forte, ma quella volta non era la paura di sbagliare un passo. Era qualcosa di diverso: era la consapevolezza di essere arrivata fin lì dopo una battaglia silenziosa, difficile, che l'aveva fatta sentire fragile e sola. Solo pochi mesi prima, infatti, aveva smesso di guardarsi allo specchio con gli occhi di una ballerina innamorata della danza.
Vedeva solo difetti, limiti, numeri, rinunce. Ogni giorno si allontanava un po' di più da sé stessa, convinta che per essere perfetta dovesse diventare sempre più leggera, sempre più invisibile. E la danza, che un tempo le riempiva il cuore, era diventata fatica, dolore, vuoto. Quella mattina dello stage, invece, quando la musica iniziò, Kitry entrò in sala con una luce nuova negli occhi. Non era la ragazza perfetta che aveva cercato disperatamente di diventare. Era una ragazza vera, coraggiosa, finalmente in pace con sé stessa.
Da allora Kitry continuò a danzare, ma con un sogno diverso: non diventare perfetta, bensì libera. E ogni volta che vedeva una ragazza dubitare di sé, cercava di regalarle le parole che avevano salvato lei: “ Il tuo corpo non è un nemico da combattere, ma la casa in cui impari a vivere i tuoi sogni. ” Perché a volte il passo più difficile non è quello che si esegue sul palco, ma quello che porta a chiedere aiuto. E Kitry aveva capito che proprio lì, in quel gesto di coraggio, comincia la danza più bella di tutte: quella verso la felicità.
Ballò con eleganza, ma soprattutto con anima. Ogni movimento raccontava la sua caduta, il suo dolore, e poi la sua rinascita. Quando finì, nella sala calò un silenzio intenso, seguito da un applauso lungo e sincero. La maestra, in fondo, aveva gli occhi lucidi. Kitry la guarda e sorrise: in quel sorriso c'era tutta la gratitudine del mondo. Ad aggiudicarsi la borsa di studio fu proprio lei. Ma quello stadio non fu il momento più importante della sua vita perché ottenne un riconoscimento o perché danzò meglio delle altre. Lo fu perché, per la prima volta, capì che il suo valore non dipendeva da un corpo perfetto, da un voto o da uno specchio. Valeva già così, semplicemente perché era sé stessa.
Libertà in movimento
Maria Verrillo
Created on June 2, 2026
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Libertà in movimento
Verrillo Maria
L'estate era arrivata e il caldo si faceva sentire attraversando la finestra della scuola di danza dove andava Kitry. Kitry era una ragazzina di 13 anni la cui vita era scandita dal ritmo della musica e dalle sue scarpette che battevano sul linoleum. Amava la danza come i suoi grand battement. Per lei la danza era come uno strumento che l'aiutava a rialzarsi dopo ogni ostacolo e quando ballava si sentiva coraggiosa nel provare il passo che non le riusciva bene ovvero le pirouette. Era robusta nel fisico e testarda nel cuore.
Tutto sembrava procedere verso il suo obbiettivo: superare uno stage con un maestro importante che avrebbe messo in palio una borsa di studio con destinazione Parigi. Ben presto però la sua felicità iniziò a vacillare. Sempre più spesso una sua compagna di danza, con tono giudicante e cattivo, iniziò a insultarla colpendo quello che per lei era già il suo punto debole: l'aspetto fisico. Parole pesanti come macigni. Parole che venivano ripetute ogni giorno, fino a quando iniziò a vedere il cibo come un nemico. Kitry man mano che i giorni passavano diminuiva le porzioni di cibo fino a non mangiare più e questo portava anche a una perdita di energia.
Un giorno la sua maestra di danza andò a farle visita a casa. Dopo varie resistenze da parte di Kitry, riuscii a parlare con lei. Parlarono a lungo e quando stavano per salutarsi le disse una frase che per Kitry sarebbe stata decisiva: "la danza non è una sottrazione, è un'espressione". Una vera ballerina non è quella che si distrugge per piacere agli altri. È quella che impara ad ascoltare il proprio corpo, a rispettarlo e ad amarlo. La danza non chiede perfezione". Quelle parole fecero crollare il muro che Kitry aveva costruito dentro di sé. Pianse a lungo, forse per la prima volta senza vergognarsi.
Non riusciva più a lanciare la gamba nel suo passo preferito e non provava più le pirouette perché diventavano impossibili. Dentro di se pensava di dover smettere di ballare, non aveva più fiducia in se stessa e aveva perso perfino quella forza che l'aveva sempre contraddistinta: il coraggio di non arrendersi. La cosa che più la tormentava era quella di aver perso un'opportunità: la borsa di studio che l'avrebbe portata a Parigi. Ma nemmeno questo pensiero era in grado di darle una spinta a non mollare. Si sentiva triste e molto arrabbiata con se stessa. I giorni passavano, mancava sempre meno all'evento. Kitry era ormai spenta: il suo disturbo alimentare era diventato evidente.
Da quel giorno non fu più sola: la maestra parlò con la sua famiglia e, passo dopo passo, Kitry iniziò un percorso di aiuto. Non fu facile, non fu veloce, ma ogni piccolo progresso era una conquista. Ricominciò a mangiare senza paura, a respirare senza sentirsi in colpa, a danzare senza punirsi. Quando arrivò il giorno dello stage, si fermò qualche istante davanti alla porta della sala grande. Il cuore le batteva forte, ma quella volta non era la paura di sbagliare un passo. Era qualcosa di diverso: era la consapevolezza di essere arrivata fin lì dopo una battaglia silenziosa, difficile, che l'aveva fatta sentire fragile e sola. Solo pochi mesi prima, infatti, aveva smesso di guardarsi allo specchio con gli occhi di una ballerina innamorata della danza.
Vedeva solo difetti, limiti, numeri, rinunce. Ogni giorno si allontanava un po' di più da sé stessa, convinta che per essere perfetta dovesse diventare sempre più leggera, sempre più invisibile. E la danza, che un tempo le riempiva il cuore, era diventata fatica, dolore, vuoto. Quella mattina dello stage, invece, quando la musica iniziò, Kitry entrò in sala con una luce nuova negli occhi. Non era la ragazza perfetta che aveva cercato disperatamente di diventare. Era una ragazza vera, coraggiosa, finalmente in pace con sé stessa.
Da allora Kitry continuò a danzare, ma con un sogno diverso: non diventare perfetta, bensì libera. E ogni volta che vedeva una ragazza dubitare di sé, cercava di regalarle le parole che avevano salvato lei: “ Il tuo corpo non è un nemico da combattere, ma la casa in cui impari a vivere i tuoi sogni. ” Perché a volte il passo più difficile non è quello che si esegue sul palco, ma quello che porta a chiedere aiuto. E Kitry aveva capito che proprio lì, in quel gesto di coraggio, comincia la danza più bella di tutte: quella verso la felicità.
Ballò con eleganza, ma soprattutto con anima. Ogni movimento raccontava la sua caduta, il suo dolore, e poi la sua rinascita. Quando finì, nella sala calò un silenzio intenso, seguito da un applauso lungo e sincero. La maestra, in fondo, aveva gli occhi lucidi. Kitry la guarda e sorrise: in quel sorriso c'era tutta la gratitudine del mondo. Ad aggiudicarsi la borsa di studio fu proprio lei. Ma quello stadio non fu il momento più importante della sua vita perché ottenne un riconoscimento o perché danzò meglio delle altre. Lo fu perché, per la prima volta, capì che il suo valore non dipendeva da un corpo perfetto, da un voto o da uno specchio. Valeva già così, semplicemente perché era sé stessa.