Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione
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PARTE SECONDA: IL MONDO PERCEPITO
I. Il sentire
II. Lo spazio
III. La cosa e il mondo naturale
IV. L’altro e il mondo umano
Riflettete su uno spazio ospitale e uno spazio ostile che avete incontrato nella vostra vita. Descriveteli brevemente: quali sensazioni fisiche e stati d'animo vi hanno trasmesso? Cosa rendeva quegli spazi qualcosa di più di semplici 'stanze' o 'luoghi'?
SECONDA PARTE: IL MONDO PERCEPITO II. Lo spazio, pp. 369-387 (Estratti)
“Abbiamo reimparato a sentire il nostro corpo, abbiamo ritrovato sotto il sapere oggettivo e distante del corpo quest'altro sapere che ne abbiamo perché esso è sempre con noi e perché noi siamo corpo. Ugualmente si dovrà risvegliare l'esperienza del mondo cosí come ci appare in quanto noi siamo al mondo in virtú del nostro corpo, in quanto percepiamo il mondo con il nostro corpo. ” (FP, 281)
Lo spazio
Spazio Geometrico (Posizione): È lo spazio degli oggetti. Una sedia è "accanto" al tavolo. È uno spazio misurabile, indifferente, dove ogni punto è uguale all'altro.Spazio Corporeo (Situazione): Il mio corpo non è "nello" spazio come un oggetto. Il mio corpo abita lo spazio. Il mio corpo si dirige verso l'oggetto perché lo spazio è "disegnato" dalle mie possibilità di azione.
Il Corpo come "Punto Zero" dell'orientamento: Perché esiste un "alto", un "basso", una "destra" o una "sinistra"?Per la fisica, queste direzioni non esistono. Esistono solo per un soggetto incarnato. Il corpo è l'ancora. Lo Spazio Antropologico lo spazio è impregnato di valori esistenziali. Non è neutro.
Concetti chiavi
- La natura della percezione spaziale
- Lo spazio antropologico vs geometrico
- Spazio vissuto
- Spazio naturale
- Modalità di fissazione
- La lezione della patologia (Lo spazio schizofrenico)
- Verità, Illusione e il "Credere al mondo"
Concetti chiavi
- La natura della percezione spaziale
- Lo spazio antropologico vs geometrico
- Spazio vissuto
- Spazio naturale
- Modalità di fissazione
- La lezione della patologia (Lo spazio schizofrenico)
- Verità, Illusione e il "Credere al mondo"
“Finora abbiamo considerato, come fanno la filosofia e la psicologia classiche, solo la percezione dello spazio, e cioè la conoscenza che un soggetto disinteressato potrebbe acquisire delle relazioni spaziali fra gli oggetti e dei loro caratteri geometrici. E tuttavia, anche analizzando questa funzione astratta, che è ben lungi dall'esaurire tutta la nostra esperienza dello spazio, siamo stati indotti a far apparire come condizione della spazialità la fissazione del soggetto in un ambiente e infine la sua inerenza al mondo: altrimenti detto, abbiamo dovuto riconoscere che la percezione spaziale è un fenomeno di struttura ed è comprensibile solo all'interno di un campo percettivo che contribuisce per intero a motivarla proponendo al soggetto concreto un ancoraggio possibile. ” (FP, 369)
“Nell'atteggiamento naturale io non ho delle percezioni, non pongo questo oggetto accanto a quest'altro e le loro relazioni oggettive, ho un flusso di esperienze che si implicano e si esplicano vicendevolmente tanto nella simultaneità quanto nella successione. Parigi non è per me un oggetto dalle mille sfaccettature, una somma di percezioni, né del resto la legge di tutte queste percezioni. Come un essere manifesta la medesima essenza affettiva nei gesti della sua mano, nel suo portamento e nel suono della sua voce, cosí nel mio viaggio attraverso Parigi ogni percezione espressa – i caffè, i volti delle persone, i pioppi del lungofiume, le sinuosità della Senna – è ritagliata nell'essere totale di Parigi, non fa altro che confermare un certo stile o un certo senso di Parigi. […] Una prima percezione senza sfondo è inconcepibile. Ogni percezione presuppone un certo passato del soggetto che percepisce; la funzione astratta di percezione, come incontro degli oggetti, implica un atto piú segreto in virtú del quale elaboriamo il nostro ambiente. […] La percezione dello spazio non è una classe particolare di «stati di coscienza» o di atti, e le sue modalità esprimono sempre la vita totale del soggetto, l'energia con la quale esso si protende verso un avvenire attraverso il suo corpo e il suo mondo.” (FP, 369).
La natura della percezione spaziale
Non consiste nella conoscenza astratta di relazioni geometriche da parte di un "soggetto disinteressato", ma è un fenomeno di struttura radicato nell'esistenza stessa del soggetto.
- Inerenza al mondo e ancoraggio (dimensione vissuta)
- Il primato dello sfondo
- Cogliamo un senso latente o uno "stile" diffuso nel paesaggio o nella città
- Esprime la vita totale del soggetto e l'energia con cui esso si protende verso il futuro (l'esistenza stessa è spaziale e sbocca necessariamente in un "fuori", proiettando mondi di significati attorno a sé)
Concetti chiavi
- La natura della percezione spaziale
- Lo spazio antropologico vs geometrico
- Spazio vissuto
- Spazio naturale
- Modalità di fissazione
- La lezione della patologia (Lo spazio schizofrenico)
- Verità, Illusione e il "Credere al mondo"
“Ma se un amico viene a trovarmi e mi porta delle notizie da Parigi, o se la radio e i giornali mi fanno sapere che ci sono minacce di guerre, allora in questo paese mi sento esiliato, escluso dalla vita autentica, confinato lontano da tutto. Il nostro corpo e la nostra percezione ci sollecitano sempre ad assumere come centro del mondo il paesaggio che ci offrono. Ma questo paesaggio non è necessariamente quello della nostra vita. Io posso “essere altrove” pur rimanendo qui, e se mi si tiene lontano da ciò che amo, mi sento eccentrico alla vera vita. […] Oltre alla distanza fisica o geometrica che esiste tra me e tutte le cose, una distanza vissuta mi collega alle cose che contano ed esistono per me e le collega tra di esse. Questa distanza misura in ogni momento l'“ampiezza” della mia vita. […] Come lo spazio, la causalità è fondata sulla mia relazione alle cose ancor prima di essere una relazione fra gli oggetti. Tanto i “cortocircuiti” della causalità delirante, quanto le lunghe catene causali del pensiero metodico esprimono dei modi di esistere. “l'esperienza dello spazio è intrecciata... con tutti gli altri modi di esperienza e tutti gli altri dati psichici.” Lo spazio chiaro, questo bravo spazio in cui tutti gli oggetti hanno la medesima importanza e il medesimo diritto di esistere, è non solo circondato, ma anche compenetrato di un'altra spazialità che le variazioni morbose rivelano.” (FP, 374-375)
“Io non vivo mai interamente negli spazi antropologici, sono sempre radicato in uno spazio naturale e inumano. Mentre attraverso Place de la Concorde e mi credo preso per intero da Parigi, posso fissare gli occhi su una pietra del muro delle Tuileries: allora la Concorde scompare, e non c'è piú che questa pietra senza storia; posso ancora perdere il mio sguardo in questa superficie granosa e giallastra, e la pietra stessa scompare, resta solo un gioco di luce su una materia indefinita. La mia percezione totale non è fatta di queste percezioni analitiche, ma può sempre dissolversi in esse, e il corpo, che attraverso i miei habitus assicura il mio inserimento nel mondo umano, non lo fa appunto se non proiettandomi anzitutto in un mondo naturale che traspare sempre sotto l'altro, come la tela sotto il quadro, e gli dà un aspetto di fragilità. Anche se c'è una percezione di ciò che è desiderato dal desiderio, amato dall'amore, odiato dall'odio, questa percezione si forma sempre attorno a un nucleo sensibile, per esiguo che sia, e trova la sua verifica e la sua pienezza nel sensibile. Abbiamo detto che lo spazio è esistenziale; avremmo potuto dire altrettanto propriamente che l'esistenza è spaziale, e cioè che, per una necessità interna, essa sbocca in un «fuori», a tal punto che si può parlare di uno spazio mentale e di un «mondo dei significati e degli oggetti di pensiero che si costituiscono in essi». Gli spazi antropologici si offrono essi stessi come costruiti sullo spazio naturale, gli «atti non oggettivanti», per esprimerci come Husserl, sugli «atti oggettivanti» ”(FP, 383)
Atti non oggettivanti: sono atti che non creano un nuovo oggetto, ma si "poggiano" su un oggetto già dato da un atto oggettivante. Sono atti emozionali, volitivi o di desiderio. Il desiderio, l'odio o l'amore non "fanno" l'oggetto, ma lo colorano di valore. Husserl dice che ogni atto non oggettivante deve avere alla base un atto oggettivante. Non puoi "odiare" il nulla; devi prima percepire o rappresentarti l'oggetto che odi.
Atti oggettivanti: sono quelli che "pongono" un oggetto davanti alla coscienza. Sono le fondamenta di ogni nostra esperienza. Rappresentano o giudicano qualcosa come un "oggetto". (p. es. l'atto di percepire quel tavolo come un'entità solida e definita nello spazio).
Spazio geometrico e spazio antropologico
Questa distinzione segna il confine tra una concezione astratta del mondo e l'esperienza vissuta radicata nel corpo e nell'esistenza.Lo spazio antropologico rappresenta il modo in cui l'esistenza si proietta nel mondo attraverso i propri significati, desideri e habitus.
- L’essenza affettiva
- Distanza vissuta vs. fisica
- Sogno, Mito (il "dove" di un fenomeno non è dato da coordinate, ma dall'orientamento affettivo)
Il rapporto con lo spazio naturale.
Concetti chiavi
- La natura della percezione spaziale
- Lo spazio antropologico vs geometrico
- Spazio vissuto
- Spazio naturale
- Modalità di fissazione
- La lezione della patologia (Lo spazio schizofrenico)
- Verità, Illusione e il "Credere al mondo"
Modalità di fissazione
- Fissazione naturale e primordiale (l soggetto è radicato in uno spazio naturale e inumano)
- Fissazione antropologica ed esistenziale (determinata dagli interessi e dagli affetti)
- Fissazione nel sogno e nel mito ( è determinata da ciò che il cuore teme, da ciò che il desiderio brama o da ciò da cui dipende la vita del soggetto)
- Fissazione morbosa (Schizofrenia): rottura della fissazione comune. Il "progetto perpetuo" di proiettare un mondo si dissocia dalla realtà oggettiva e "si ritira in se stesso."
“In montagna, uno schizofrenico si ferma di fronte a un paesaggio. Un istante dopo si sente come minacciato. Nasce in lui un interesse speciale per tutto ciò che lo circonda, come se dall'esterno gli fosse posta una domanda alla quale egli non può dar risposta. Tutto a un tratto il paesaggio è rapito da forza estranea. E come se un secondo cielo buio, sconfinato, penetrasse il cielo azzurro della sera. Questo nuovo cielo è vuoto, “fine, invisibile, spaventevole”. Talvolta egli si muove nel paesaggio d'autunno, talvolta anche il paesaggio si muove. Mentre accade ciò, dice il malato, “un interrogativo permanente mi si impone; è come un ordine di riposarmi o di morire, o di andare piú lontano”. Questo secondo spazio che si estende attraverso lo spazio visibile è quello che il nostro modo proprio di proiettare il mondo compone in ogni momento, e il disturbo dello schizofrenico consiste semplicemente nel fatto che questo progetto perpetuo si dissocia dal mondo oggettivo quale è ancora offerto dalla percezione, e si ritira, per cosí dire, in se stesso. Lo schizofrenico non vive piú nel mondo comune, ma in un mondo privato, non va piú fino allo spazio geografico: rimane nello “spazio di paesaggio”, e questo stesso paesaggio, una volta separato dal mondo comune, è considerevolmente impoverito. Di qui l'interrogazione schizofrenica: tutto è sorprendente, assurdo o irreale, poiché il movimento dell'esistenza verso le cose non ha piú la sua energia e si manifesta nella sua contingenza, poiché il mondo non è piú ovvio. Se lo spazio naturale di cui parla la psicologia clasica è invece rassicurante ed evidente, lo è proprio perché l'esistenza precipita in esso e vi si ignora.” (FP, 376)
Se lo spazio fosse solo un insieme di misure (metri, chilometri), lo schizofrenico proverebbe angoscia? Cosa ci insegna la sua sofferenza sulla natura dello spazio in cui viviamo?
Concetti chiavi
- La natura della percezione spaziale
- Lo spazio antropologico vs geometrico
- Spazio vissuto
- Spazio naturale
- Modalità di fissazione
- La lezione della patologia (Lo spazio schizofrenico)
- Verità, Illusione e il "Credere a un mondo"
“La differenza fra l'illusione e la percezione è intrinseca, e la verità della percezione può essere letta solo nella percezione stessa. Se in una strada incassata credo di vedere per terra, in lontananza, un sasso largo e piatto, che in realtà è una macchia di sole, non posso dire di vedere il sasso piatto nel senso in cui vedrò la macchia di sole avvicinandomi. Come tutte le cose lontane, il sasso piatto appare solo in un campo dalla struttura confusa, [386] nel quale le connessioni non sono ancora nettamente articolate. In questo senso, l'illusione, come l'immagine, non è osservabile, vale a dire che il mio corpo non è in presa su di essa e che non posso dispiegarla con movimenti d'esplorazione. Eppure, io sono capace di omettere questa distinzione, sono capace di illusione. Non è vero che, se mi attengo a ciò che vedo veramente, io non mi inganno mai e che almeno la sensazione è indubitabile. Ogni sensazione è già impregnata di un senso, inserita in una configurazione confusa o chiara, e non c'è nessun dato sensibile che rimanga immutato quando io passo dal sasso illusorio alla macchia di sole vera ” (FP 387)
“L'evidenza della sensazione comporterebbe quella della percezione e renderebbe impossibile l'illusione. Io vedo il sasso illusorio nel senso che tutto il mio campo percettivo e motorio dà alla macchia chiara il significato di «sasso sulla strada». E mi appresto già a sentire sotto al mio piede questa superficie liscia e solida. Infatti, la visione corretta e la visione illusoria non si distinguono come il pensiero adeguato e il pensiero inadeguato; cioè come un pensiero assolutamente pieno e un pensiero lacunoso. Dico che percepisco correttamente quando il mio corpo ha una presa netta sullo spettacolo, ma ciò non significa che la mia presa sia mai totale; lo sarebbe solo se avessi potuto ridurre allo stato di percezione articolata tutti gli orizzonti interni ed esterni dell'oggetto, ciò che per principio è impossibile. Nell'esperienza di una verità percettiva, presumo che la concordanza sinora esperita resisterebbe a una osservazione piú dettagliata; ho fiducia nel mondo. Percepire significa impegnare d'un sol tratto un avvenire di esperienze in un presente che a rigore non lo garantisce mai, significa credere a un mondo. Questa apertura a un mondo rende possibile la verità percettiva, la realizzazione effettiva di una WahrNehmung, e ci permette di «cancellare» l'illusione precedente, di considerarla nulla e non avvenuta. ” (FP, 387)
Differenza strutturale e "presa" del corpo
La distinzione tra percezione vera e illusione risiede in una differenza di struttura all'interno del campo percettivo
. Percezione vera: l'oggetto è inserito in un campo dove le connessioni sono chiaramente articolate e il soggetto può "dispiegarlo" attraverso movimenti di esplorazione. Illusione: Si manifesta in un campo dalla struttura confusa.
Il rapporto tra verità e illusione non è una semplice distinzione logica, ma riguarda la struttura intrinseca dell'esperienza e il modo in cui il soggetto abita il mondo.
“Credere a un mondo”
la verità nello spazio fenomenologico non è un'adeguatezza intellettuale, ma la realizzazione di una presa efficace del corpo sul mondo, che trasforma l'ambiguità del vissuto in un senso coerente attraverso un atto di fede esistenziale.
La percezione come "fede nel mondo"La verità percettiva non è mai una conoscenza totale o assoluta, poiché è impossibile esaurire tutti gli orizzonti di un oggetto.
- Atto di fiducia: Percepire correttamente significa "credere a un mondo" e impegnare un avvenire di esperienze basandosi su un presente che non può garantirle interamente.
- Apertura all'avvenire: La percezione esprime l'energia con cui il soggetto si protende verso il futuro, presumendo che la concordanza delle esperienze attuali resisterebbe a un'osservazione più dettagliata
.
Perché fenomeni come il sogno o l'illusione siano possibili, è necessario che l'apparente e il reale rimangano ambigui sia nel soggetto che nell'oggetto.
Summary
- Spazialità non come una proprietà geometrica astratta, ma come un’esperienza vissuta e radicata nel corpo del soggetto.
- La nostra percezione non è una somma di dati tecnici, bensì un flusso di significati che dipendono dal modo in cui siamo ancorati nel mondo.
- Attraverso il confronto tra la coscienza normale, il sogno e la patologia, emerge che lo spazio è esistenziale, riflettendo le distanze emotive e i desideri dell'individuo rispetto a ciò che lo circonda.
Summary
La fenomenologia qui proposta definisce la verità come una presa del corpo sulla realtà, un impegno verso il futuro che accetta l'ambiguità intrinseca tra illusione e certezza.
Ogni atto percettivo presuppone un mondo naturale sottostante che funge da sfondo essenziale per le nostre interazioni umane e culturali.
Alcune domande per la riflessione
Qual è il punto che mi ha colpito o sorpreso?
Qual è il punto principale della lettura?
Qual è il punto prodigioso (sorprendente,singolare, o nuovo)?
Qual è il punto provocatorio su cui mi sono soffermato e che devo/voglio approfondire?
Qual è il punto pratico o utile che posso applicare o che mi dà luce?
Thanks!
Il mondo percepito: Lo spazio - 2026. Lettura guidata Merleau-Ponty
Ana Montoya
Created on April 13, 2026
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Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione
Start
PARTE SECONDA: IL MONDO PERCEPITO
I. Il sentire II. Lo spazio III. La cosa e il mondo naturale IV. L’altro e il mondo umano
Riflettete su uno spazio ospitale e uno spazio ostile che avete incontrato nella vostra vita. Descriveteli brevemente: quali sensazioni fisiche e stati d'animo vi hanno trasmesso? Cosa rendeva quegli spazi qualcosa di più di semplici 'stanze' o 'luoghi'?
SECONDA PARTE: IL MONDO PERCEPITO II. Lo spazio, pp. 369-387 (Estratti)
“Abbiamo reimparato a sentire il nostro corpo, abbiamo ritrovato sotto il sapere oggettivo e distante del corpo quest'altro sapere che ne abbiamo perché esso è sempre con noi e perché noi siamo corpo. Ugualmente si dovrà risvegliare l'esperienza del mondo cosí come ci appare in quanto noi siamo al mondo in virtú del nostro corpo, in quanto percepiamo il mondo con il nostro corpo. ” (FP, 281)
Lo spazio
Spazio Geometrico (Posizione): È lo spazio degli oggetti. Una sedia è "accanto" al tavolo. È uno spazio misurabile, indifferente, dove ogni punto è uguale all'altro.Spazio Corporeo (Situazione): Il mio corpo non è "nello" spazio come un oggetto. Il mio corpo abita lo spazio. Il mio corpo si dirige verso l'oggetto perché lo spazio è "disegnato" dalle mie possibilità di azione.
Il Corpo come "Punto Zero" dell'orientamento: Perché esiste un "alto", un "basso", una "destra" o una "sinistra"?Per la fisica, queste direzioni non esistono. Esistono solo per un soggetto incarnato. Il corpo è l'ancora. Lo Spazio Antropologico lo spazio è impregnato di valori esistenziali. Non è neutro.
Concetti chiavi
Concetti chiavi
“Finora abbiamo considerato, come fanno la filosofia e la psicologia classiche, solo la percezione dello spazio, e cioè la conoscenza che un soggetto disinteressato potrebbe acquisire delle relazioni spaziali fra gli oggetti e dei loro caratteri geometrici. E tuttavia, anche analizzando questa funzione astratta, che è ben lungi dall'esaurire tutta la nostra esperienza dello spazio, siamo stati indotti a far apparire come condizione della spazialità la fissazione del soggetto in un ambiente e infine la sua inerenza al mondo: altrimenti detto, abbiamo dovuto riconoscere che la percezione spaziale è un fenomeno di struttura ed è comprensibile solo all'interno di un campo percettivo che contribuisce per intero a motivarla proponendo al soggetto concreto un ancoraggio possibile. ” (FP, 369)
“Nell'atteggiamento naturale io non ho delle percezioni, non pongo questo oggetto accanto a quest'altro e le loro relazioni oggettive, ho un flusso di esperienze che si implicano e si esplicano vicendevolmente tanto nella simultaneità quanto nella successione. Parigi non è per me un oggetto dalle mille sfaccettature, una somma di percezioni, né del resto la legge di tutte queste percezioni. Come un essere manifesta la medesima essenza affettiva nei gesti della sua mano, nel suo portamento e nel suono della sua voce, cosí nel mio viaggio attraverso Parigi ogni percezione espressa – i caffè, i volti delle persone, i pioppi del lungofiume, le sinuosità della Senna – è ritagliata nell'essere totale di Parigi, non fa altro che confermare un certo stile o un certo senso di Parigi. […] Una prima percezione senza sfondo è inconcepibile. Ogni percezione presuppone un certo passato del soggetto che percepisce; la funzione astratta di percezione, come incontro degli oggetti, implica un atto piú segreto in virtú del quale elaboriamo il nostro ambiente. […] La percezione dello spazio non è una classe particolare di «stati di coscienza» o di atti, e le sue modalità esprimono sempre la vita totale del soggetto, l'energia con la quale esso si protende verso un avvenire attraverso il suo corpo e il suo mondo.” (FP, 369).
La natura della percezione spaziale
Non consiste nella conoscenza astratta di relazioni geometriche da parte di un "soggetto disinteressato", ma è un fenomeno di struttura radicato nell'esistenza stessa del soggetto.
Concetti chiavi
“Ma se un amico viene a trovarmi e mi porta delle notizie da Parigi, o se la radio e i giornali mi fanno sapere che ci sono minacce di guerre, allora in questo paese mi sento esiliato, escluso dalla vita autentica, confinato lontano da tutto. Il nostro corpo e la nostra percezione ci sollecitano sempre ad assumere come centro del mondo il paesaggio che ci offrono. Ma questo paesaggio non è necessariamente quello della nostra vita. Io posso “essere altrove” pur rimanendo qui, e se mi si tiene lontano da ciò che amo, mi sento eccentrico alla vera vita. […] Oltre alla distanza fisica o geometrica che esiste tra me e tutte le cose, una distanza vissuta mi collega alle cose che contano ed esistono per me e le collega tra di esse. Questa distanza misura in ogni momento l'“ampiezza” della mia vita. […] Come lo spazio, la causalità è fondata sulla mia relazione alle cose ancor prima di essere una relazione fra gli oggetti. Tanto i “cortocircuiti” della causalità delirante, quanto le lunghe catene causali del pensiero metodico esprimono dei modi di esistere. “l'esperienza dello spazio è intrecciata... con tutti gli altri modi di esperienza e tutti gli altri dati psichici.” Lo spazio chiaro, questo bravo spazio in cui tutti gli oggetti hanno la medesima importanza e il medesimo diritto di esistere, è non solo circondato, ma anche compenetrato di un'altra spazialità che le variazioni morbose rivelano.” (FP, 374-375)
“Io non vivo mai interamente negli spazi antropologici, sono sempre radicato in uno spazio naturale e inumano. Mentre attraverso Place de la Concorde e mi credo preso per intero da Parigi, posso fissare gli occhi su una pietra del muro delle Tuileries: allora la Concorde scompare, e non c'è piú che questa pietra senza storia; posso ancora perdere il mio sguardo in questa superficie granosa e giallastra, e la pietra stessa scompare, resta solo un gioco di luce su una materia indefinita. La mia percezione totale non è fatta di queste percezioni analitiche, ma può sempre dissolversi in esse, e il corpo, che attraverso i miei habitus assicura il mio inserimento nel mondo umano, non lo fa appunto se non proiettandomi anzitutto in un mondo naturale che traspare sempre sotto l'altro, come la tela sotto il quadro, e gli dà un aspetto di fragilità. Anche se c'è una percezione di ciò che è desiderato dal desiderio, amato dall'amore, odiato dall'odio, questa percezione si forma sempre attorno a un nucleo sensibile, per esiguo che sia, e trova la sua verifica e la sua pienezza nel sensibile. Abbiamo detto che lo spazio è esistenziale; avremmo potuto dire altrettanto propriamente che l'esistenza è spaziale, e cioè che, per una necessità interna, essa sbocca in un «fuori», a tal punto che si può parlare di uno spazio mentale e di un «mondo dei significati e degli oggetti di pensiero che si costituiscono in essi». Gli spazi antropologici si offrono essi stessi come costruiti sullo spazio naturale, gli «atti non oggettivanti», per esprimerci come Husserl, sugli «atti oggettivanti» ”(FP, 383)
Atti non oggettivanti: sono atti che non creano un nuovo oggetto, ma si "poggiano" su un oggetto già dato da un atto oggettivante. Sono atti emozionali, volitivi o di desiderio. Il desiderio, l'odio o l'amore non "fanno" l'oggetto, ma lo colorano di valore. Husserl dice che ogni atto non oggettivante deve avere alla base un atto oggettivante. Non puoi "odiare" il nulla; devi prima percepire o rappresentarti l'oggetto che odi.
Atti oggettivanti: sono quelli che "pongono" un oggetto davanti alla coscienza. Sono le fondamenta di ogni nostra esperienza. Rappresentano o giudicano qualcosa come un "oggetto". (p. es. l'atto di percepire quel tavolo come un'entità solida e definita nello spazio).
Spazio geometrico e spazio antropologico
Questa distinzione segna il confine tra una concezione astratta del mondo e l'esperienza vissuta radicata nel corpo e nell'esistenza.Lo spazio antropologico rappresenta il modo in cui l'esistenza si proietta nel mondo attraverso i propri significati, desideri e habitus.
- L’essenza affettiva
- Distanza vissuta vs. fisica
- Sogno, Mito (il "dove" di un fenomeno non è dato da coordinate, ma dall'orientamento affettivo)
Il rapporto con lo spazio naturale.Concetti chiavi
Modalità di fissazione
“In montagna, uno schizofrenico si ferma di fronte a un paesaggio. Un istante dopo si sente come minacciato. Nasce in lui un interesse speciale per tutto ciò che lo circonda, come se dall'esterno gli fosse posta una domanda alla quale egli non può dar risposta. Tutto a un tratto il paesaggio è rapito da forza estranea. E come se un secondo cielo buio, sconfinato, penetrasse il cielo azzurro della sera. Questo nuovo cielo è vuoto, “fine, invisibile, spaventevole”. Talvolta egli si muove nel paesaggio d'autunno, talvolta anche il paesaggio si muove. Mentre accade ciò, dice il malato, “un interrogativo permanente mi si impone; è come un ordine di riposarmi o di morire, o di andare piú lontano”. Questo secondo spazio che si estende attraverso lo spazio visibile è quello che il nostro modo proprio di proiettare il mondo compone in ogni momento, e il disturbo dello schizofrenico consiste semplicemente nel fatto che questo progetto perpetuo si dissocia dal mondo oggettivo quale è ancora offerto dalla percezione, e si ritira, per cosí dire, in se stesso. Lo schizofrenico non vive piú nel mondo comune, ma in un mondo privato, non va piú fino allo spazio geografico: rimane nello “spazio di paesaggio”, e questo stesso paesaggio, una volta separato dal mondo comune, è considerevolmente impoverito. Di qui l'interrogazione schizofrenica: tutto è sorprendente, assurdo o irreale, poiché il movimento dell'esistenza verso le cose non ha piú la sua energia e si manifesta nella sua contingenza, poiché il mondo non è piú ovvio. Se lo spazio naturale di cui parla la psicologia clasica è invece rassicurante ed evidente, lo è proprio perché l'esistenza precipita in esso e vi si ignora.” (FP, 376)
Se lo spazio fosse solo un insieme di misure (metri, chilometri), lo schizofrenico proverebbe angoscia? Cosa ci insegna la sua sofferenza sulla natura dello spazio in cui viviamo?
Concetti chiavi
“La differenza fra l'illusione e la percezione è intrinseca, e la verità della percezione può essere letta solo nella percezione stessa. Se in una strada incassata credo di vedere per terra, in lontananza, un sasso largo e piatto, che in realtà è una macchia di sole, non posso dire di vedere il sasso piatto nel senso in cui vedrò la macchia di sole avvicinandomi. Come tutte le cose lontane, il sasso piatto appare solo in un campo dalla struttura confusa, [386] nel quale le connessioni non sono ancora nettamente articolate. In questo senso, l'illusione, come l'immagine, non è osservabile, vale a dire che il mio corpo non è in presa su di essa e che non posso dispiegarla con movimenti d'esplorazione. Eppure, io sono capace di omettere questa distinzione, sono capace di illusione. Non è vero che, se mi attengo a ciò che vedo veramente, io non mi inganno mai e che almeno la sensazione è indubitabile. Ogni sensazione è già impregnata di un senso, inserita in una configurazione confusa o chiara, e non c'è nessun dato sensibile che rimanga immutato quando io passo dal sasso illusorio alla macchia di sole vera ” (FP 387)
“L'evidenza della sensazione comporterebbe quella della percezione e renderebbe impossibile l'illusione. Io vedo il sasso illusorio nel senso che tutto il mio campo percettivo e motorio dà alla macchia chiara il significato di «sasso sulla strada». E mi appresto già a sentire sotto al mio piede questa superficie liscia e solida. Infatti, la visione corretta e la visione illusoria non si distinguono come il pensiero adeguato e il pensiero inadeguato; cioè come un pensiero assolutamente pieno e un pensiero lacunoso. Dico che percepisco correttamente quando il mio corpo ha una presa netta sullo spettacolo, ma ciò non significa che la mia presa sia mai totale; lo sarebbe solo se avessi potuto ridurre allo stato di percezione articolata tutti gli orizzonti interni ed esterni dell'oggetto, ciò che per principio è impossibile. Nell'esperienza di una verità percettiva, presumo che la concordanza sinora esperita resisterebbe a una osservazione piú dettagliata; ho fiducia nel mondo. Percepire significa impegnare d'un sol tratto un avvenire di esperienze in un presente che a rigore non lo garantisce mai, significa credere a un mondo. Questa apertura a un mondo rende possibile la verità percettiva, la realizzazione effettiva di una WahrNehmung, e ci permette di «cancellare» l'illusione precedente, di considerarla nulla e non avvenuta. ” (FP, 387)
Differenza strutturale e "presa" del corpo La distinzione tra percezione vera e illusione risiede in una differenza di struttura all'interno del campo percettivo . Percezione vera: l'oggetto è inserito in un campo dove le connessioni sono chiaramente articolate e il soggetto può "dispiegarlo" attraverso movimenti di esplorazione. Illusione: Si manifesta in un campo dalla struttura confusa.
Il rapporto tra verità e illusione non è una semplice distinzione logica, ma riguarda la struttura intrinseca dell'esperienza e il modo in cui il soggetto abita il mondo.
“Credere a un mondo”
la verità nello spazio fenomenologico non è un'adeguatezza intellettuale, ma la realizzazione di una presa efficace del corpo sul mondo, che trasforma l'ambiguità del vissuto in un senso coerente attraverso un atto di fede esistenziale.
La percezione come "fede nel mondo"La verità percettiva non è mai una conoscenza totale o assoluta, poiché è impossibile esaurire tutti gli orizzonti di un oggetto.
Perché fenomeni come il sogno o l'illusione siano possibili, è necessario che l'apparente e il reale rimangano ambigui sia nel soggetto che nell'oggetto.
Summary
Summary
La fenomenologia qui proposta definisce la verità come una presa del corpo sulla realtà, un impegno verso il futuro che accetta l'ambiguità intrinseca tra illusione e certezza.
Ogni atto percettivo presuppone un mondo naturale sottostante che funge da sfondo essenziale per le nostre interazioni umane e culturali.
Alcune domande per la riflessione
Qual è il punto che mi ha colpito o sorpreso?
Qual è il punto principale della lettura?
Qual è il punto prodigioso (sorprendente,singolare, o nuovo)?
Qual è il punto provocatorio su cui mi sono soffermato e che devo/voglio approfondire?
Qual è il punto pratico o utile che posso applicare o che mi dà luce?
Thanks!