Giorgia turtoro
Vita, pensiero e metodo dei due grandi filosofi greci
Socrate e Platone
Indice
la ricerca sull'essere umano e il "non sapere"
LA VITA DI SOCRATE
il dialogo socratico, l'ironia e la maieutica
il rapporto con i sofisti
la ricerca della definizione e la concezione della verità
il rapporto con platone
Indice
la morte di socrate e il significato filosofico
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la virtù e caratteri generali
i paradossi dell'etica socratica
la concezione dell'anima
Indice
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LA VITA DI platone
la teoria delle idee
i caratteri generali della filosofia platonica
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l'amore e l'anima
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i temi dei dialoghi giovanili
la teoria dello stato
La vita di Socrate
Socrate, filosofo ateniese del V secolo a.C., è considerato uno dei padri della filosofia occidentale. La sua vita e il suo pensiero sono strettamente legati alla città di Atene, alla vita nella polis e alla ricerca della virtù. Per Socrate la filosofia non è solo teoria: è una vera e propria missione affidatagli dall’oracolo di Delfi, che lo invita a interrogare gli uomini per smascherare la falsa sapienza e guidarli verso la conoscenza di sé. La filosofia diventa così uno stile di vita pratico, esercitato quotidianamente attraverso il dialogo con gli altri cittadini.
Socrate sposta l’attenzione dai problemi della natura all’uomo, interrogandosi su come vivere bene, cosa significhi essere giusti e virtuosi, e come costruire una città migliore attraverso cittadini consapevoli. Fin dalla giovinezza mostra curiosità e spirito critico, inizialmente interessandosi alla filosofia della natura, ma poi concentrandosi sull’etica e sulla vita morale. L’esperienza militare come oplita gli insegna disciplina, coraggio e senso del dovere, valori che integrerà nella sua riflessione etica.
Rientrato ad Atene, Socrate conduce una vita semplice e povera, si sposa con Santippe e si dedica completamente alla filosofia senza scrivere nulla. La sua scelta di non scrivere riflette la convinzione che la conoscenza autentica nasca dal dialogo vivo e dalla partecipazione, non dai testi fissi. La sua personalità affascinante attira giovani e adulti, che vengono da lui per discutere e confrontarsi, restando colpiti dalla sua capacità di porre domande incisive e stimolare riflessioni profonde.
La vita di Socrate
Socrate diventa presto una figura scomoda per molti cittadini, mettendo in discussione le certezze di politici, poeti e artigiani. Il suo atteggiamento critico provoca ostilità e porta, con l’accusa di empietà e corruzione dei giovani, al celebre processo che lo condannerà a morte. Tra le testimonianze più importanti sulla sua figura troviamo Aristofane, che lo ritrae in chiave ironica ne Le Nuvole, Senofonte, che ne sottolinea le virtù morali, Platone, che sviluppa il suo pensiero filosofico, e Aristotele, che analizza il suo metodo etico e concettuale.
Socrate è anche strettamente legato al contesto dei sofisti: condivide l’interesse per l’uomo, il linguaggio e l’educazione, ma si distingue da loro per la ricerca della verità universale e per il rifiuto del relativismo. La sua filosofia si basa sul dialogo socratico, sull’ironia, sulla maieutica e sulla ricerca di definizioni universali dei concetti morali. La virtù, per Socrate, è conoscenza: chi conosce il bene agisce necessariamente bene, e il male deriva dall’ignoranza. La felicità coincide con la virtù, e l’anima deve essere coltivata e guidata con attenzione, anche attraverso il demone interiore che lo consiglia nelle scelte.
Il processo e la morte di Socrate rappresentano il compimento della sua coerenza filosofica: accetta la condanna senza fuggire, dimostrando la fedeltà alle leggi della città e alla propria missione. La sua vita e il suo pensiero hanno influenzato profondamente i suoi discepoli, i socratici minori, Platone e Aristotele, costituendo la base di tutta la filosofia etica occidentale e rendendo Socrate un simbolo eterno della ricerca della verità e della coerenza morale.
Il rapporto di Socrate con i sofisti
Socrate condivide con i sofisti alcuni punti di contatto:
- Centralità dell’uomo: Entrambi pongono l’essere umano al centro della riflessione, considerando la sua vita, la morale e il ruolo nella polis.
- Interesse per il linguaggio: La parola e il discorso sono strumenti essenziali per capire, insegnare e discutere.
- Valore educativo: Sia Socrate che i sofisti cercano di educare, seppur con modalità e obiettivi diversi.
Questi elementi comuni spiegano perché Socrate possa confrontarsi con i sofisti senza apparire estraneo al contesto culturale ateniese.
Differenze
- Ricerca della verità universale: Socrate non si accontenta del successo retorico o del consenso; cerca principi etici e morali validi per tutti. I sofisti, invece, si concentrano sulla capacità di convincere e ottenere vantaggi personali.
- Metodo dialettico vs retorico: Socrate usa il dialogo per far emergere contraddizioni e portare l’interlocutore a riflettere criticamente. I sofisti insegnano la persuasione, spesso indipendentemente dal contenuto morale o dalla verità.
- Finalità etica: Per Socrate, conoscere il bene significa agire bene; per i sofisti, l’insegnamento serve a ottenere prestigio, potere o vantaggi pratici nella vita pubblica.
Queste differenze spiegano perché Socrate venga visto come “pericoloso”: il suo insegnamento mette in discussione le strutture consolidate e il pensiero relativista diffuso tra i sofisti.
Il rapporto di Socrate con Platone
Il rapporto tra Socrate e Platone presenta sia continuità che novità:
- Affinità: Platone riprende il metodo socratico del dialogo, l’attenzione all’etica, la centralità dell’uomo e la ricerca della virtù come conoscenza. Nei suoi dialoghi, Socrate resta il modello del filosofo critico e moralmente impegnato.
- Differenze: Platone sviluppa concetti che Socrate non aveva elaborato, come la teoria delle idee, la distinzione tra mondo sensibile e mondo intelligibile, e una sistematizzazione filosofica più ampia. Inoltre, Platone amplia il discorso politico e metafisico, mentre Socrate resta concentrato sull’etica pratica e sul miglioramento dell’uomo nella città.
In sintesi, Socrate è maestro e guida, Platone ne è il continuatore e l’interpretatore: la loro relazione segna il passaggio da una filosofia vissuta e pratica a una filosofia teorica e sistematica, pur mantenendo al centro l’uomo e la ricerca della verità.
La filosofia come ricerca sull'essere umano
Socrate inaugura una vera rivoluzione nella filosofia: non si occupa più di spiegare la natura o i fenomeni del cosmo, come i presocratici, ma si concentra sull’uomo. La filosofia diventa una ricerca sull’essere umano, sui suoi comportamenti, sulle sue azioni e sulle sue scelte morali.
Per Socrate, capire l’uomo significa capire come vivere bene, come perseguire la giustizia, come sviluppare la virtù. L’uomo è inserito nella polis, quindi l’etica individuale ha anche implicazioni sociali e politiche: cittadini virtuosi rendono giusta la città. La filosofia socratica diventa così pratica, educativa e politica, perché mira a trasformare l’uomo e, attraverso di lui, la società. Il non sapere Socrate parte da un principio fondamentale: “so di non sapere”. Questa affermazione non è modestia retorica, ma la base di ogni ricerca filosofica. Riconoscere i propri limiti è essenziale per poter cercare la verità.
Il non sapere socratico è il punto di partenza per un percorso di apprendimento: chi crede di sapere tutto è chiuso alla riflessione e alla critica; chi riconosce l’ignoranza, invece, è aperto al dialogo e alla scoperta. Questo atteggiamento crea anche la tensione che lo renderà scomodo agli occhi dei cittadini, perché mette in discussione le certezze degli altri.
I momenti e gli obiettivi del dialogo socratico: i metodi
L’ironiaSocrate utilizza l’ironia come metodo. Finge di ignorare le cose più ovvie, ponendo sé stesso in posizione di apparente inferiorità. Questo atteggiamento stimola l’interlocutore a parlare, a esprimere le proprie opinioni, e spesso lo porta a contraddirsi. L’ironia è quindi uno strumento per far emergere l’ignoranza e spingere alla riflessione. La maieutica Accanto all’ironia, Socrate pratica la maieutica, ovvero l’arte di “far nascere” la conoscenza dall’interno dell’altro. Come una levatrice, Socrate aiuta l’interlocutore a partorire le proprie idee, guidandolo a scoprire verità che già possiede, ma che non sa di possedere. La maieutica dimostra che la conoscenza è innata e va solo aiutata a emergere tramite il dialogo.
Il dialogo socratico, cioè lo scambio e il confronto con l'altro attraverso la parola, è il cuore della filosofia di Socrate e si articola in più momenti:
- Esame iniziale – Socrate pone domande all’interlocutore per far emergere ciò che egli crede di sapere.
- Smontaggio delle convinzioni – Attraverso domande successive, Socrate mostra le contraddizioni e le incoerenze del pensiero altrui.
- Ricerca della definizione – L’obiettivo finale è arrivare a una definizione chiara e universale di concetti come giustizia, coraggio, virtù.
Il dialogo non ha lo scopo di vincere una discussione, ma di guidare l’altro verso la conoscenza di sé e del bene. È uno strumento educativo e morale, più che retorico.
La ricerca della definizione
La ricerca della definizione e il concetto universale
Socrate cerca definizioni universali per concetti fondamentali come giustizia, virtù e bene. Non si accontenta di esempi concreti o opinioni soggettive: vuole capire l’essenza di ogni concetto. Grazie a questo approccio, Socrate può essere considerato il primo scopritore del concetto, cioè dell’idea universale valida sempre e per tutti. Questo metodo distingue la sua filosofia da quella dei sofisti, che si occupano di opinioni e relazioni di potere, e apre la strada a Platone e Aristotele.
La concezione Socratica della verità
Per Socrate, la verità esiste ed è accessibile attraverso la ragione e il dialogo. Non è relativa né soggettiva. La conoscenza del bene è la chiave per agire correttamente: chi conosce il bene agisce necessariamente bene, mentre il male nasce dall’ignoranza. La verità socratica ha quindi una duplice dimensione: è etica, perché guida l’azione, e razionale, perché deriva dalla riflessione critica e dall’analisi concettuale.
La morale socratica: La virtù
La morale di Socrate si fonda sul principio che il bene e il male non sono relativi, ma esistono in maniera oggettiva. Agire correttamente significa conoscere ciò che è giusto e virtuoso; chi sbaglia, in realtà, lo fa perché ignora cosa sia il bene. Per Socrate, la filosofia non è solo conoscenza teorica: è uno strumento per vivere bene e orientare le azioni quotidiane secondo la virtù. La morale è quindi inseparabile dalla ragione: vivere bene significa riflettere, conoscere e orientare le proprie scelte verso ciò che è veramente buono. La virtù come scienza... Socrate considera la virtù una forma di conoscenza: se una persona sa cosa è giusto, agirà necessariamente in maniera giusta. Non esistono azioni cattive volontarie, perché chi conosce il bene non può volere il male. Questa concezione trasforma la virtù in una scienza pratica, insegnabile e studiabile, anche se richiede esercizio e riflessione continua. ...e come impegno sociale La virtù non riguarda solo l’individuo, ma ha una dimensione sociale. L’uomo virtuoso contribuisce al bene della città, perché cittadini giusti e consapevoli rendono giusta la polis. La filosofia socratica unisce quindi etica personale e responsabilità pubblica: il miglioramento morale dell’individuo è anche un investimento per la comunità.
I caratteri generali della virtù
Il razionalismo morale La moralità, secondo Socrate, si fonda sulla ragione. Non è guidata da impulsi, passioni o convenzioni sociali, ma dalla conoscenza del bene. L’uomo razionale è in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto e di agire coerentemente con questa conoscenza. I caratteri generali della virtù Per Socrate, la virtù ha alcune caratteristiche fondamentali:
È unica e universale: non esistono virtù diverse per persone diverse.
È collegata alla conoscenza: chi comprende il bene, lo pratica.
È faticosa da acquisire: richiede impegno, riflessione e disciplina.
La virtù è quindi sia teorica sia pratica, richiede studio ma soprattutto esercizio nella vita quotidiana. L’eudemonismo socratico Socrate associa felicità e virtù: l’uomo virtuoso è felice perché la sua vita è guidata dal bene e dalla ragione. Chi agisce male, pur cercando piaceri o vantaggi immediati, vive infelicemente, perché il male è incompatibile con una vita pienamente realizzata. L’eudaimonia, o felicità, coincide quindi con la vita etica. Il rapporto tra virtù e politica La politica, per Socrate, è strettamente legata alla virtù: una città giusta nasce da cittadini virtuosi. Chi conosce il bene e lo pratica contribuisce alla stabilità e alla giustizia della polis. La virtù individuale diventa così la base della vita civile e politica.
I paradossi dell'etica socratica
L’etica di Socrate appare spesso paradossale: ad esempio, sostiene che nessuno fa il male volontariamente. Chi sbaglia, lo fa perché ignora il bene; e chi conosce davvero il bene, non può non agire virtuosamente. Questi paradossi mostrano la profondità e l’originalità del pensiero morale socratico, che lega conoscenza e azione in maniera imprescindibile. Distinguiamo due "paradossi"principali: Il male come ignoranza Il male non è una forza esterna o un impulso incontrollabile: deriva dall’ignoranza. L’uomo che fa il male non lo fa per cattiveria, ma perché non conosce il bene. Questo concetto radicale fa della filosofia uno strumento di liberazione: conoscere il bene significa non poter più agire male. Il male come infelicità Collegato al concetto di ignoranza, Socrate considera il male fonte di infelicità: chi agisce male soffre interiormente, e che sia preferibile subire il male piuttosto che compierlo, anche se apparentemente ottiene vantaggi. La sofferenza morale deriva dalla separazione dalla virtù e dal vero bene.
Il demone e la concezione dell'anima
Socrate parla di un “demone” interiore, una voce guida che lo avverte di ciò che deve o non deve fare. Il dèmone è quindi un concetto religioso, non semplicemente morale.L’anima è l’elemento più importante dell’uomo e va coltivata con attenzione. Curare l’anima significa sviluppare saggezza e virtù, più che accumulare ricchezze o piaceri materiali. La vita morale è quindi una cura costante dell’anima.
Il processo e la morte di Socrate
Socrate viene accusato di empietà e di corrompere i giovani. Durante il processo, resta fermo nella sua coerenza: non cerca scappatoie o compromessi e rifiuta di rinnegare la propria filosofia. La condanna a morte lo porta ad accettare la cicuta, dimostrando coerenza assoluta tra pensiero e vita. Rifiuta la fuga, perché violare le leggi della città sarebbe ingiusto, anche se la sentenza è ingiusta. Il significato filosofico della morte di Socrate La morte di Socrate diventa simbolo della coerenza e della libertà filosofica. La vita e la morte del filosofo mostrano che la verità e la virtù hanno valore assoluto, superiore alla convenienza o al consenso sociale. Socrate mostra che la filosofia non è solo pensiero astratto, ma scelta di vita, disciplina morale e impegno fino all’ultimo istante. La sua morte trasmette un messaggio eterno: la ricerca del bene e della verità è più importante della sopravvivenza fisica, e la filosofia autentica è inseparabile dalla coerenza personale.
La vita di Platone
Platone nasce ad Atene nel 427 a.C. in una famiglia aristocratica, in un periodo di profonda crisi politica e culturale. La città, dopo la guerra del Peloponneso, vive un forte declino: instabilità politica, perdita di prestigio e conflitti interni. Questo contesto segna profondamente Platone, che fin da giovane si interessa alla politica, sperando di contribuire al miglioramento della polis. L’incontro con Socrate rappresenta una svolta decisiva. Platone rimane affascinato dal suo metodo e dalla sua concezione etica. Tuttavia, la condanna a morte del maestro lo porta a perdere fiducia nella politica ateniese: se una città può condannare un uomo giusto, allora è profondamente ingiusta. Da questo momento Platone abbandona la politica attiva e decide di dedicarsi alla filosofia. Le esperienze a Siracusa e il ritorno ad Atene Platone tenta di realizzare il suo ideale politico a Siracusa, cercando di educare il tiranno Dionisio a diventare un “filosofo-re”. L’esperienza si rivela fallimentare e deludente. Dopo vari tentativi, torna definitivamente ad Atene, dove fonda l’Accademia, una scuola filosofica destinata a durare secoli e a diventare un punto di riferimento fondamentale per la cultura occidentale.
Gli scritti di Platone
Le tetralogie e il problema dell’autenticità Gli scritti di Platone sono organizzati in nove tetralogie dal grammatico Trasillo, ovvero in nove gruppi ciascuno dei quali comprendente quattro scritti. Tuttavia, non tutti i dialoghi sono certamente autentici. Questo crea il cosiddetto problema dell’autenticità, cioè la difficoltà di stabilire quali opere siano davvero di Platone.I periodi dell’attività letteraria L’opera di Platone si divide in:
- dialoghi giovanili (più socratici)
- dialoghi della maturità (teoria delle idee)
- dialoghi della vecchiaia (più complessi e critici)
Le dottrine non scritte Accanto agli scritti, Platone sviluppa anche le cosiddette dottrine non scritte, insegnate oralmente nell’Accademia, considerate fondamentali ma non completamente espresse nei dialoghi.
I caratteri generali della filosofia di Platone
Con la sua filosofia Platone rispecchia il contesto storico e culturale in cui si trova a vivere: la decadenza politica, sociale e culturale di Atene, di cui la condanna a morte di Socrate costituisce un evento emblematico.
Per colmare il vuoto di certezze intellettuali e morali che caratterizza la società del suo tempo, Platone propone una filosofia che ha come obiettivi ultimi la riedificazione esistenziale e politica dell'essere umano e la rifondazione della politica alla luce del sapere.
In questa prospettiva, i tratti e gli strumenti principali del filosofare platonico sono: 1. la fedeltà all'insegnamento di Socrate, seppure
adeguatamente reinterpretato; 2. il dialogo come forma scritta privilegiata e come mezzo ideale per trasmettere il significato della filosofia quale ricerca inesauribile; 3. il frequente ricorso al racconto mitico, usato sia come espediente didattico, sia come modalità espositiva capace di trattare argomenti difficilmente affrontabili entro i limiti della sola ragione.
La polemica contro i sofisti Tra i dialoghi giovanili, il Protagora, l'Eutidemo e il
Gorgia formano un gruppo compatto dedicato alla polemica contro i sofisti. Più precisamente, nel Protagora Platone critica la concezione sofistica della virtù come insieme di abilità acquisite attraverso l'esperien-za, e nega che gli insegnamenti impartiti dai sofisti abbiano un valore realmente formativo. Nell'Eutidemo polemizza invece contro l'eristica, sterile arte di combattere a parole senza tenere in alcun conto la verità o la falsità di ciò che si dice.
I temi dei dialoghi giovanili
Il primo periodo dell'attività di Platone è dedicato alla difesa della figura e degli insegnamenti di Socrate e alla polemica contro i sofisti. La difesa di Socrate Nell'Apologia di Socrate e nel Critone si esalta l'ideale socratico di una vita dedicata alla ricerca filosofica e si fissano i tratti che fanno di Socrate il "filosofo"
per eccellenza.
In un nutrito gruppo di altri dialoghi (Eutifrone, La-
chete, Carmide, Ione, Ippia maggiore, Ippia minore, Lisi-
de, Protagora, Eutidemo e Gorgia) sono ribaditi i capisaldi dell'insegnamento socratico, ovvero la concezione della virtù come scienza - e dunque come unica, insegnabile e strumento di felicità - e la concezione del bene come sommo e unico valore.
Nel Gorgia Platone attacca la retorica, ossia l'insieme delle tecniche persuasive impiegate dai sofisti, definendola una pura pratica adulatoria. In questo stesso dialogo, Platone condanna il relativismo morale dei sofisti, derivante dalla loro tendenza a considerare la giustizia come il frutto di una semplice convenzione umana. Egli inoltre comincia a delineare una concezione del bene come capacità di imporre una "misura" razionale agli istinti (che svilupperà nel Filebo).
Al discorso sul bene si legano non soltanto la ripresa e rielaborazione dell'intellettualismo etico socratico, ma anche la difesa dell'eudemonismo tipico della mentalità greca in generale: questo viene sviluppato da Platone in modo originale, ovvero in direzione di un'etica "dell'aldilà", in cui la felicità possa essere intesa come la giusta remunerazione del bene, di cui l'essere umano ha la certezza di godere, se non in vita, almeno dopo la morte.
La teoria delle idee
La genesi della teoriaL'origine della teoria delle idee va ricercata nel tentativo di Platone di approfondire il concetto di "scienza".
Superando sia il relativismo sofistico sia l'insegnamento di Socrate, per "scienza" Platone intende infatti un sapere concettuale che ha i tratti dell'immutabilità e della perfezione. Non potendo quindi identificare loggetto proprio della scienza con le realtà mutevoli e imperfette di cui facciamo esperienza nel mondo sensibile, egli perviene alla nozione di:
- idea (in greco idéa o éidos, termini entrambi traducibili con "figura", "aspetto", "forma") realtà ontologica a sé stante, immutabile ed eterna, che funge da modello perfetto ("paradigma") delle cose molteplici e imperfette di questo mondo.
Nel loro complesso, per Platone le idee costituiscono una zona dell'essere diversa da quella in cui viviamo, alla quale egli dà il nome:
- iperuranio mitica regione "sovra-celeste"nella quale risiedono le idee, ovvero le sostanze immutabili che costituiscono l'oggetto della scienza. Poiché per gli antichi il cielo racchiudeva tutto lo spazio, per Platone l'iperuranio era probabilmente una dimensione ontologica a-spaziale e immateriale.
La prospettiva dualistica
Dividendo l'essere in due zone distinte, la dottrina delle idee costituisce una forma di:
- dualismo prospettiva che spiega il mondo o la realtà in base a due principi distinti, talvolta opposti.
Nel caso di Platone, si può parlare non soltanto di dualismo ontologico (perché le cose sensibili e le idee costituiscono due diversi tipi di essere), ma anche di dualismo gnoseologico, perché alle cose e alle idee corrispondono due diversi tipi di conoscenza (in
greco ghnósis):
- opinione (dóxa) / scienza (epistéme) le due principali forme di conoscenza individuate da Platone; si distinguono l'una dall'altra per il grado di stabilità e certezza che ne
caratterizza gli oggetti: l'opinione, o dóxa, è un sapere mutevole e imperfetto, perché si rivolge alle cose (mute-voli e imperfette) che percepiamo mediante i sensi; la scienza, o epistéme, è invece un sapere certo e immutabile, in quanto ha come oggetto le idee, essenze stabili e modelli perfetti delle cose sensibili.
Il rapporto tra le idee e le cosePur evidenziando la distinzione delle idee rispetto alle cose, Platone ne afferma anche gli intrinseci rapporti e la sostanziale "consanguineità" (synghéneia). Più precisamente, nelle idee Platone tende a vedere sia la causa delle cose (la loro ragion d'essere) sia il criterio per conoscerle o pensarle. Il rapporto idee-cose si configura così come un rapporto di:
- mimèsi (in greco mímesis, "imitazione") la condizione per cui le cose sensibili imitano i loro modelli ideali;
- metèssi (in greco méthexis, "partecipazione") la condizione per cui le cose sensibili prendono parte o partecipano delle loro essenze ideali;
- parusia (in greco parousía, "presenza") la condizione per cui nelle cose sensibili sono attivamente presenti le idee:
«Nient'altro rende bella una cosa - afferma Platone - se non la presenza [in essa] del bello in sé» (Fedone, 100d).
I tipi di idee
Platone distingue due tipi fondamentali di idee:
- le idee-valori, che corrispondono ai supremi principi etici, estetici e politici (il Bene, la Bellezza, la Giustizia ecc.),
- le idee matematiche, che corrispondono alle entità e ai principi dell'aritmetica e della geometria (l'Uguale, il Quadrato ecc.).
Egli parla talvolta anche di idee di cose naturali e di idee di cose artificiali.
Le idee sono organizzate in modo gerarchico-piramidale, con le idee-valori in alto e con al vertice la cosiddetta "idea del Bene", l'idea delle idee, il supremo valore da cui tutte le altre idee dipendono. Il Bene non si identifica con un Dio-persona, poiché non crea le idee (che sono eterne), ma si limita a comunicare loro la sua perfezione, rimanendo comunque "superiore" a esse.
La conoscenza delle idee
Per Platone la conoscenza si divide (come già detto) in due gradi principali: l'opinione o dóxa, che si rivolge al mondo sensibile, e la scienza o epistéme, che si rivolge al mondo intelligibile. Questi due gradi si dividono a loro volta in altri due sotto-gradi, per cui, com-plessivamente, la conoscenza può essere rappresentata come una linea divisa in quattro segmenti
vediamoli
La reminiscenza
Ma com'è possibile la conoscenza razionale (la scienza o epistéme), dal momento che le idee (e soprattutto le idee-valori) non possono derivare dai sensi? Le idee sono l'oggetto di una "visione della mente", che Platone spiega mediante la dottrina-mito della «reminiscenza» o «anamnesi»: prima di calarsi nel corpo, l'anima vive, disincarnata, nel mondo delle idee, dove può contemplare i modelli perfetti delle cose; una volta discesa nel nostro mondo, essa conserva un ricordo
sopito di quanto ha visto e il contatto con le cose sensibili le fornisce lo stimolo per richiamarlo alla memoria. Dunque per Platone «conoscere è ricordare» e la gnoseologia platonica è una forma di:
- innatismo teoria che individua l'origine della conoscenza in elementi "innati", ovvero in idee o concetti (oppure in principi o "metri" di giudizio) presenti da sempre nel soggetto conoscente, in quanto ad esso connaturati.
All'innatismo si oppone:
- l'empirismo (dal greco empeiría, "esperienza") la prospettiva secondo cui la fonte della conoscenza è da ricer-
carsi nell'esperienza sensibile.
Lamore e l'anima
La concezione dell'amore A muovere gli esseri umani verso la conoscenza delle
idee è l'amore o:
- éros per i Greci, la forza unificatrice e armonizzatrice che costituisce il fondamento non soltanto dell'amore sessuale ma anche dell'amicizia, della concordia politica e, in Platone, del desiderio di conoscere.
Nel Simposio Platone presenta Eros come un dèmone, figlio di Penia (Povertà) e di Póros (Abbondanza). Egli attribuisce dunque all'amore i tratti di una condizione intermedia e di una tensione verso qualcosa di cui ci si riconosce mancanti, e che pertanto si desidera, tendendovi con tutte le proprie forze. Attivato dalla bellezza sensibile, léros platonico spinge lanima verso gradi comore più elevati di bellezza, fino ad arrivare alla bellezza ideale: in questo senso esso e amore per la sapienza e coincide con la filosofia.
La concezione dell'anima La teoria della reminiscenza, riferendosi a una vita che precede la nascita, implica l'esistenza nell'essere umano di un principio immortale, che Platone identifica con:
- l'anima (dal latino anima, che equivale al
greco psyché) sostanza incorporea che si muove da sé, vive e dà vita, ed è per sé stessa immortale.
Nell'anima Platone distingue tre parti: una razionale, una irascibile e una concupiscibile, che nel celebre mito della biga alata sono rappresentate, rispettiva-mente, dall'auriga, dal cavallo bianco e dal cavallo nero.
La parte razionale (che risiede nel cervello) ha il compito di guidare e armonizzare le altre due parti, e la sua virtù è la saggezza; la parte concupiscibile o desiderante ha sede nel ventre e ha come virtù specifica la tempe-ranza, intesa come assoggettamento degli impulsi sensibili alla ragione; la parte irascibile o coraggiosa ha sede nel petto, ha come virtù il coraggio e può essere assimilata (sia pure con una certa cautela critica) alla volontà che dà sostegno alla parte razionale.
All'immortalità dell'anima è dedicato il Fedone, dialogo in cui Platone illustra anche la propria concezione della filosofia come preparazione alla morte.
Nel mito di Er esposto nella Repubblica, egli spiega inoltre il destino individuale come frutto di una scelta effettuata dall'anima prima di incarnarsi nel corpo.
La teoria dello Stato
Tra comunismo e aristocraticismoPer Platone, lo Stato ideale deve funzionare in modo armonioso e orientato al bene comune. Per questo motivo, nelle classi superiori (governanti e guerrieri) viene abolita la proprietà privata: i membri di queste classi vivono in comune, senza interessi personali, così da dedicarsi completamente alla collettività. In questo senso, lo Stato platonico presenta caratteristiche simili a un comunismo, perché elimina la proprietà privata per evitare corruzione e egoismi.
Tuttavia, la visione di Platone non è affatto egualitaria. La società è rigidamente gerarchica: secondo il mito delle stirpi, gli individui sono divisi in “aurei”, “argentei” e “bronzei”, e i migliori devono governare. Per questo lo Stato platonico è soprattutto una aristocrazia, cioè un governo dei migliori.
A differenza dell’aristocrazia tradizionale, però, i “migliori” non sono i ricchi o i nobili, ma i filosofi: si parla quindi di sofocrazia (governo dei sapienti) o noocrazia (governo dell’intelligenza).
Platone considera questa aristocrazia la forma perfetta di Stato. Le altre forme politiche sono degenerazioni:
- timocrazia: governo basato sull’onore e sull’ambizione
- oligarchia: governo dei "pochi"ricchi
- democrazia: vista negativamente come eccesso di libertà e disordine
- tirannide: la forma peggiore, dominio di un singolo, schiavo delle proprie passioni.
In particolare, Platone critica la democrazia perché, pur basata su libertà e uguaglianza, rischia di trasformarsi in anarchia, dove ognuno fa ciò che vuole senza ordine né giustizia.
Lo Stato idealeNell'accordo tra le parti dell'anima Platone indica la giustizia dell'individuo: un essere umano è giusto
quando ogni parte della sua anima adempie alla propria specifica funzione.
Questo concetto di giustizia come accordo e armonia si ritrova anche a fondamento della descrizione platonica dello Stato ideale, che dovrà essere, essenzial-
mente, uno Stato giusto. E come nell'anima Platone distingue tre parti, altrettante ne individua all'interno della comunità, che è costituita dalla classe dei governanti (la cui virtù è la saggezza), dalla classe dei guerrieri la cui virtù è il coraggio) e dalla classe dei lavoratori o produttori (la cui virtù è la temperanza, condivisa tuttavia anche con le altre classi). Uno Stato sarà giusto quando ogni cittadino svolgerà nel miglior modo possibile la funzione che gli spetta.
Una particolare attenzione è dedicata da Platone al compito dei governanti: questi devono essere scelti tra i filosofi, ossia tra quanti hanno saputo elevarsi ai gradi più alti della conoscenza, e pertanto sono capaci di renderne partecipi i loro simili.
La concezione dell'arte
Nella Repubblica Platone descrive anche l'educazione che deve essere impartita ai filosofi perché possano diventare reggitori dello Stato. Dal loro percorso educativo egli esclude l'arte, poiché la considera l'«imitazione di un'imitazione», dal momento che l'artista realizza immagini sensibili di cose e di eventi che sono a loro volta "copie" delle idee. L'arte, inoltre, rimane ancorata all'esperienza sensibile, ovvero ai livelli più bassi della conoscenza, fatta eccezione per la musica. A ciò si aggiunga che certe espressioni artistiche, come il teatro e la poesia, rappresentano le passioni che pervadono l'animo umano, e possono quindi esercitare un'influenza negativa sui giovani.
La condanna platonica dell'arte non investe però i miti, considerati e usati da Platone come nobili tentativi di rappresentare alla mente contenuti teorici molto elevati. L'arte può dunque essere utile, a condizione che sia assoggettata alla filosofia e si proponga come via d'accesso alle idee.
I nuovi problemi legati alla teoria delle idee
Nei dialoghi della vecchiaia Platone rivede le proprie dottrine, giungendo in alcuni casi a esiti diversi da quelli presentati nei dialoghi della maturità. In parti-colare, il filosofo cerca di precisare meglio la natura del mondo delle idee e del rapporto tra le idee e le cose. Le opere in cui affronta questi temi sono: 1. il Teeteto, in cui analizza criticamente le nozioni di
"conoscenza", "verità" ed "errore", preparando il terreno per le sue riflessioni successive; 2. il Parmenide, in cui mette in luce alcuni aspetti problematici della teoria delle idee, che contraddicono la concezione eleatica dell'essere; 3. il Sofista, in cui i problemi sollevati nel Parmenide vengono risolti mediante una nuova concezione dell'essere; 4. il Timeo, in cui il passaggio dalla perfezione del mondo ideale all'imperfezione del mondo materiale viene spiegato con la dottrina-mito del «demiurgo».
Info
La dialettica
Sempre nel Sofista, Platone cerca di ridefinire il concetto di essere in termini di possibilità e relazione, riconoscendo che "esiste" tutto ciò che può entrare in relazione con qualcos'altro. Alla luce di questa definizione,
emerge una nuova nozione di: -dialettica in Platone, in generale, la suprema scienza delle idee, ovvero la filosofia stessa, intesa come visione intellettuale dell'essere autentico (le idee); nell'ultimo Platone, in par-ticolare, la dialettica è la scienza delle relazioni effettivamente esistenti tra le idee, ovvero la conoscenza dell'effettiva trama di un essere che è intrinsecamente molteplice e in movimento. In quanto scienza, la dialettica ha un proprio specifico metodo, che si articola in due momenti: uno ascensivo o sinagogico, consistente nell'unificazione (synagoghe)
di una molteplicità di cose sotto un'unica idea; l'altro discensivo o diairetico, consistente nella divisione (diáiresis) di un'idea nelle sue articolazioni interne. In questo secondo caso si ricorre a un procedimento detto: -dicotomico (dal greco dichotomía, letteralmente "divisio-
ne in due")
il metodo mediante il quale si attua il momento discensivo (o diairetico) della dialettica platonica; consiste nel partire da un'idea e nel "tagliarla" in altre due idee (nelle quali la prima può essere differenziata); tra queste due nuove idee, una sarà abbandonata, mentre l'altra sarà ulteriormente differenziata in due, e così via; il procedimento si ripete fino a giungere a un'idea non ulteriormente divisibile, che definisce il concetto iniziale nel modo più preciso possibile.
Il timeo e l'origine del mondo
Il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo sensibile ossia, più precisamente, il problema dell'origine del secondo dal primo - è affrontato nel Timeo, dove Platone delinea la mitica figura del:
- demiurgo (in greco demiourgós, "artefice", "artigiano")
figura divina dotata di intelligenza e di volontà, che plasma il mondo sensibile sul modello delle idee, dando ordine e forma a una materia primordiale caotica (la chóra) e coeterna alle idee, e dunque a lui preesistente.
Nel dare forma alla materia, il demiurgo la vivifica, dotando la realtà sensibile di quella che Platone chiama:
- anima del mondo sorta di soffio vivificante, impresso dal demiurgo platonico alla materia, che trasforma il cosmo in un immenso organismo vivente.
L'universo plasmato dal demiurgo è una meravigliosa opera d'arte, contrassegnata da una struttura matematica e da un armonico e rigoroso ordine geometrico.
Il Filebo e la nuova concezione del bene
Tra i dialoghi della vecchiaia, il Filebo affronta il tema del bene da un punto di vista soggettivo. Infatti, nella
Repubblica Platone aveva parlato del bene come oggetto supremo del pensiero, posto al culmine della gerarchiadelle idee (il Bene in sé); ora, dopo aver introdotto la"mobilita" dialettica anche nel mondo delle idee, deve nuovamente chiedersi che cosa sia il bene, questa vol ta però non in sé, ma per l'essere umano. Egli lo definisce come la giusta proporzione tra piacere e intelligenza, risolvendo la ricerca della virtü in una scienza della misura. La nuova visione della politica e delle leggi Nella sua vecchiaia, Platone torna a occuparsi anche di politica. Nel Politico e nelle Leggi paragona l'arte propria dei reggitori a quella della tessitura: come questa consiste nel tessere insieme armonicamente. una serie di fili diversi, così la buona politica consiste nell'armonizzare nel "tessuto" della città le diverse capacità e competenze dei cittadini. A questo fine i politici devono ricorrere all'arte della misura, individuando ciò che di volta in volta è più giusto. In questo contesto le leggi, per quanto siano generali e non possano quindi considerare i casi particolari, sono comunque necessarie sia per indicare genericamente il meglio per tutti, sia per educare o orientare i cittadini a una vita virtuosa.
Fine
I quattro segmenti
- eikasía letteralmente "congettura" o "immaginazione";
ha come oggetto le immagini delle cose sensibili;
- pistis letteralmente "credenza"; ha come oggetto le cose del mondo così come ci vengono testimoniate dai sensi;
- diánoia letteralmente il "pensare" nel senso di "ragionare"; è la conoscenza razionale di tipo matematico o discorsivo, che ha per oggetto le idee matematiche e la loro concatenazione in dimostrazioni e ragionamenti. Più precisamente, la diánoia procede collegando alcune premesse o ipotesi (assunte come vere) alle loro conseguenze necessarie: il termine (composto dalla preposizione diá,
"attraverso", e dal sostantivo noús, "intelletto") indica proprio la capacità di "discorrere", cioè di passare da una nozione all'altra nell'articolazione del ragionamento;
- nóesis letteralmente "intelligenza" (dal verbo noéo, "penso", ma anche "vedo"); è il grado più alto di conoscenza: l'intelligenza filosofica che "vede" o "intuisce" le idee-valori.
Dal Parmenide e dal Teeteto al Sofista I principali problemi esposti nel Parmenide sono:
- la difficoltà di conciliare l'unicità dell'idea con la molteplicità delle cose che "partecipano" di essa; la difficoltà di concepire l'idea come una molteplicità di oggetti (ad esempio tutti gli esseri umani) considerati nella loro unità (l'idea di essere umano), perché questo processo potrebbe essere reiterato all'infinito (ad esempio considerando unitariamente tutti gli esseri umani più l'idea di essere umano, ottenendo in questo modo l'idea di un «terzo uomo»; e così via);
- la difficoltà di ammettere la molteplicità delle idee rimanendo fedeli al principio eleatico secondo cui il non essere non è.
La soluzione del problema del non essere Quello della molteplicità delle idee è un problema radi-cale, perché, essendo le idee platoniche molteplici, è necessario ammettere che un'idea "non è" l'altra, violando cosi il principio parmenideo. Per risolvere questo problema, nel Sofista Platone espone la dottrina dei: -generi sommi dell'essere le supreme determinazioni possibili delle idee, ovvero l'essere, l'identità, la diversità, la quiete e il movimento.
Le idee, infatti, sono (in senso assoluto, in quanto esisto-no), sono identiche a sé stesse; sono diverse da tutte le altre idee; possono essere in quiete (cioè non entrare in relazione con alcuna altra idea); possono essere in movimento (en-
trando in relazione con altre idee). Queste determinazioni non si applicano soltanto alle idee, ma anche al mondo naturale e umano, finendo cosi per configurarsi come le caratteristiche fondamentali dell'essere in generale.
Alla dottrina dei «generi sommi» si lega una nuova concezione del non essere, secondo cui quest'ultimo può essere inteso (contro Parmenide) in due sensi, cioè in senso assoluto (ovvero come nulla) o in senso relativo (ovvero come essere diverso, come quando di-
ciamo, ad esempio, che il triangolo "non è" il quadra-
to). Inteso in questo secondo senso relativo, il non essere esiste, e in qualche modo partecipa dell'essere. Si consuma così l'assassinio filosofico di Parmenide. La soluzione del problema dell'errore La nuova dottrina dell'essere consente anche di risolvere il problema (delineato nel Teeteto) dell'errore, il quale risulta possibile perché non consiste nel dire il nulla o l'indicibile (ciò che "non è"), ma nel dire le cose in modo "diverso" da come stanno realmente.
Socrate e Platone
Giorgia
Created on March 17, 2026
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Giorgia turtoro
Vita, pensiero e metodo dei due grandi filosofi greci
Socrate e Platone
Indice
la ricerca sull'essere umano e il "non sapere"
LA VITA DI SOCRATE
il dialogo socratico, l'ironia e la maieutica
il rapporto con i sofisti
la ricerca della definizione e la concezione della verità
il rapporto con platone
Indice
la morte di socrate e il significato filosofico
10
la virtù e caratteri generali
i paradossi dell'etica socratica
la concezione dell'anima
Indice
11
14
LA VITA DI platone
la teoria delle idee
i caratteri generali della filosofia platonica
15
12
l'amore e l'anima
16
13
i temi dei dialoghi giovanili
la teoria dello stato
La vita di Socrate
Socrate, filosofo ateniese del V secolo a.C., è considerato uno dei padri della filosofia occidentale. La sua vita e il suo pensiero sono strettamente legati alla città di Atene, alla vita nella polis e alla ricerca della virtù. Per Socrate la filosofia non è solo teoria: è una vera e propria missione affidatagli dall’oracolo di Delfi, che lo invita a interrogare gli uomini per smascherare la falsa sapienza e guidarli verso la conoscenza di sé. La filosofia diventa così uno stile di vita pratico, esercitato quotidianamente attraverso il dialogo con gli altri cittadini. Socrate sposta l’attenzione dai problemi della natura all’uomo, interrogandosi su come vivere bene, cosa significhi essere giusti e virtuosi, e come costruire una città migliore attraverso cittadini consapevoli. Fin dalla giovinezza mostra curiosità e spirito critico, inizialmente interessandosi alla filosofia della natura, ma poi concentrandosi sull’etica e sulla vita morale. L’esperienza militare come oplita gli insegna disciplina, coraggio e senso del dovere, valori che integrerà nella sua riflessione etica. Rientrato ad Atene, Socrate conduce una vita semplice e povera, si sposa con Santippe e si dedica completamente alla filosofia senza scrivere nulla. La sua scelta di non scrivere riflette la convinzione che la conoscenza autentica nasca dal dialogo vivo e dalla partecipazione, non dai testi fissi. La sua personalità affascinante attira giovani e adulti, che vengono da lui per discutere e confrontarsi, restando colpiti dalla sua capacità di porre domande incisive e stimolare riflessioni profonde.
La vita di Socrate
Socrate diventa presto una figura scomoda per molti cittadini, mettendo in discussione le certezze di politici, poeti e artigiani. Il suo atteggiamento critico provoca ostilità e porta, con l’accusa di empietà e corruzione dei giovani, al celebre processo che lo condannerà a morte. Tra le testimonianze più importanti sulla sua figura troviamo Aristofane, che lo ritrae in chiave ironica ne Le Nuvole, Senofonte, che ne sottolinea le virtù morali, Platone, che sviluppa il suo pensiero filosofico, e Aristotele, che analizza il suo metodo etico e concettuale. Socrate è anche strettamente legato al contesto dei sofisti: condivide l’interesse per l’uomo, il linguaggio e l’educazione, ma si distingue da loro per la ricerca della verità universale e per il rifiuto del relativismo. La sua filosofia si basa sul dialogo socratico, sull’ironia, sulla maieutica e sulla ricerca di definizioni universali dei concetti morali. La virtù, per Socrate, è conoscenza: chi conosce il bene agisce necessariamente bene, e il male deriva dall’ignoranza. La felicità coincide con la virtù, e l’anima deve essere coltivata e guidata con attenzione, anche attraverso il demone interiore che lo consiglia nelle scelte. Il processo e la morte di Socrate rappresentano il compimento della sua coerenza filosofica: accetta la condanna senza fuggire, dimostrando la fedeltà alle leggi della città e alla propria missione. La sua vita e il suo pensiero hanno influenzato profondamente i suoi discepoli, i socratici minori, Platone e Aristotele, costituendo la base di tutta la filosofia etica occidentale e rendendo Socrate un simbolo eterno della ricerca della verità e della coerenza morale.
Il rapporto di Socrate con i sofisti
Socrate condivide con i sofisti alcuni punti di contatto:
- Centralità dell’uomo: Entrambi pongono l’essere umano al centro della riflessione, considerando la sua vita, la morale e il ruolo nella polis.
- Interesse per il linguaggio: La parola e il discorso sono strumenti essenziali per capire, insegnare e discutere.
- Valore educativo: Sia Socrate che i sofisti cercano di educare, seppur con modalità e obiettivi diversi.
Questi elementi comuni spiegano perché Socrate possa confrontarsi con i sofisti senza apparire estraneo al contesto culturale ateniese.
Differenze- Ricerca della verità universale: Socrate non si accontenta del successo retorico o del consenso; cerca principi etici e morali validi per tutti. I sofisti, invece, si concentrano sulla capacità di convincere e ottenere vantaggi personali.
- Metodo dialettico vs retorico: Socrate usa il dialogo per far emergere contraddizioni e portare l’interlocutore a riflettere criticamente. I sofisti insegnano la persuasione, spesso indipendentemente dal contenuto morale o dalla verità.
- Finalità etica: Per Socrate, conoscere il bene significa agire bene; per i sofisti, l’insegnamento serve a ottenere prestigio, potere o vantaggi pratici nella vita pubblica.
Queste differenze spiegano perché Socrate venga visto come “pericoloso”: il suo insegnamento mette in discussione le strutture consolidate e il pensiero relativista diffuso tra i sofisti.Il rapporto di Socrate con Platone
Il rapporto tra Socrate e Platone presenta sia continuità che novità:
- Differenze: Platone sviluppa concetti che Socrate non aveva elaborato, come la teoria delle idee, la distinzione tra mondo sensibile e mondo intelligibile, e una sistematizzazione filosofica più ampia. Inoltre, Platone amplia il discorso politico e metafisico, mentre Socrate resta concentrato sull’etica pratica e sul miglioramento dell’uomo nella città.
In sintesi, Socrate è maestro e guida, Platone ne è il continuatore e l’interpretatore: la loro relazione segna il passaggio da una filosofia vissuta e pratica a una filosofia teorica e sistematica, pur mantenendo al centro l’uomo e la ricerca della verità.La filosofia come ricerca sull'essere umano
Socrate inaugura una vera rivoluzione nella filosofia: non si occupa più di spiegare la natura o i fenomeni del cosmo, come i presocratici, ma si concentra sull’uomo. La filosofia diventa una ricerca sull’essere umano, sui suoi comportamenti, sulle sue azioni e sulle sue scelte morali. Per Socrate, capire l’uomo significa capire come vivere bene, come perseguire la giustizia, come sviluppare la virtù. L’uomo è inserito nella polis, quindi l’etica individuale ha anche implicazioni sociali e politiche: cittadini virtuosi rendono giusta la città. La filosofia socratica diventa così pratica, educativa e politica, perché mira a trasformare l’uomo e, attraverso di lui, la società. Il non sapere Socrate parte da un principio fondamentale: “so di non sapere”. Questa affermazione non è modestia retorica, ma la base di ogni ricerca filosofica. Riconoscere i propri limiti è essenziale per poter cercare la verità. Il non sapere socratico è il punto di partenza per un percorso di apprendimento: chi crede di sapere tutto è chiuso alla riflessione e alla critica; chi riconosce l’ignoranza, invece, è aperto al dialogo e alla scoperta. Questo atteggiamento crea anche la tensione che lo renderà scomodo agli occhi dei cittadini, perché mette in discussione le certezze degli altri.
I momenti e gli obiettivi del dialogo socratico: i metodi
L’ironiaSocrate utilizza l’ironia come metodo. Finge di ignorare le cose più ovvie, ponendo sé stesso in posizione di apparente inferiorità. Questo atteggiamento stimola l’interlocutore a parlare, a esprimere le proprie opinioni, e spesso lo porta a contraddirsi. L’ironia è quindi uno strumento per far emergere l’ignoranza e spingere alla riflessione. La maieutica Accanto all’ironia, Socrate pratica la maieutica, ovvero l’arte di “far nascere” la conoscenza dall’interno dell’altro. Come una levatrice, Socrate aiuta l’interlocutore a partorire le proprie idee, guidandolo a scoprire verità che già possiede, ma che non sa di possedere. La maieutica dimostra che la conoscenza è innata e va solo aiutata a emergere tramite il dialogo.
Il dialogo socratico, cioè lo scambio e il confronto con l'altro attraverso la parola, è il cuore della filosofia di Socrate e si articola in più momenti:
La ricerca della definizione
La ricerca della definizione e il concetto universale Socrate cerca definizioni universali per concetti fondamentali come giustizia, virtù e bene. Non si accontenta di esempi concreti o opinioni soggettive: vuole capire l’essenza di ogni concetto. Grazie a questo approccio, Socrate può essere considerato il primo scopritore del concetto, cioè dell’idea universale valida sempre e per tutti. Questo metodo distingue la sua filosofia da quella dei sofisti, che si occupano di opinioni e relazioni di potere, e apre la strada a Platone e Aristotele.
La concezione Socratica della verità
Per Socrate, la verità esiste ed è accessibile attraverso la ragione e il dialogo. Non è relativa né soggettiva. La conoscenza del bene è la chiave per agire correttamente: chi conosce il bene agisce necessariamente bene, mentre il male nasce dall’ignoranza. La verità socratica ha quindi una duplice dimensione: è etica, perché guida l’azione, e razionale, perché deriva dalla riflessione critica e dall’analisi concettuale.
La morale socratica: La virtù
La morale di Socrate si fonda sul principio che il bene e il male non sono relativi, ma esistono in maniera oggettiva. Agire correttamente significa conoscere ciò che è giusto e virtuoso; chi sbaglia, in realtà, lo fa perché ignora cosa sia il bene. Per Socrate, la filosofia non è solo conoscenza teorica: è uno strumento per vivere bene e orientare le azioni quotidiane secondo la virtù. La morale è quindi inseparabile dalla ragione: vivere bene significa riflettere, conoscere e orientare le proprie scelte verso ciò che è veramente buono. La virtù come scienza... Socrate considera la virtù una forma di conoscenza: se una persona sa cosa è giusto, agirà necessariamente in maniera giusta. Non esistono azioni cattive volontarie, perché chi conosce il bene non può volere il male. Questa concezione trasforma la virtù in una scienza pratica, insegnabile e studiabile, anche se richiede esercizio e riflessione continua. ...e come impegno sociale La virtù non riguarda solo l’individuo, ma ha una dimensione sociale. L’uomo virtuoso contribuisce al bene della città, perché cittadini giusti e consapevoli rendono giusta la polis. La filosofia socratica unisce quindi etica personale e responsabilità pubblica: il miglioramento morale dell’individuo è anche un investimento per la comunità.
I caratteri generali della virtù
Il razionalismo morale La moralità, secondo Socrate, si fonda sulla ragione. Non è guidata da impulsi, passioni o convenzioni sociali, ma dalla conoscenza del bene. L’uomo razionale è in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto e di agire coerentemente con questa conoscenza. I caratteri generali della virtù Per Socrate, la virtù ha alcune caratteristiche fondamentali: È unica e universale: non esistono virtù diverse per persone diverse. È collegata alla conoscenza: chi comprende il bene, lo pratica. È faticosa da acquisire: richiede impegno, riflessione e disciplina. La virtù è quindi sia teorica sia pratica, richiede studio ma soprattutto esercizio nella vita quotidiana. L’eudemonismo socratico Socrate associa felicità e virtù: l’uomo virtuoso è felice perché la sua vita è guidata dal bene e dalla ragione. Chi agisce male, pur cercando piaceri o vantaggi immediati, vive infelicemente, perché il male è incompatibile con una vita pienamente realizzata. L’eudaimonia, o felicità, coincide quindi con la vita etica. Il rapporto tra virtù e politica La politica, per Socrate, è strettamente legata alla virtù: una città giusta nasce da cittadini virtuosi. Chi conosce il bene e lo pratica contribuisce alla stabilità e alla giustizia della polis. La virtù individuale diventa così la base della vita civile e politica.
I paradossi dell'etica socratica
L’etica di Socrate appare spesso paradossale: ad esempio, sostiene che nessuno fa il male volontariamente. Chi sbaglia, lo fa perché ignora il bene; e chi conosce davvero il bene, non può non agire virtuosamente. Questi paradossi mostrano la profondità e l’originalità del pensiero morale socratico, che lega conoscenza e azione in maniera imprescindibile. Distinguiamo due "paradossi"principali: Il male come ignoranza Il male non è una forza esterna o un impulso incontrollabile: deriva dall’ignoranza. L’uomo che fa il male non lo fa per cattiveria, ma perché non conosce il bene. Questo concetto radicale fa della filosofia uno strumento di liberazione: conoscere il bene significa non poter più agire male. Il male come infelicità Collegato al concetto di ignoranza, Socrate considera il male fonte di infelicità: chi agisce male soffre interiormente, e che sia preferibile subire il male piuttosto che compierlo, anche se apparentemente ottiene vantaggi. La sofferenza morale deriva dalla separazione dalla virtù e dal vero bene.
Il demone e la concezione dell'anima
Socrate parla di un “demone” interiore, una voce guida che lo avverte di ciò che deve o non deve fare. Il dèmone è quindi un concetto religioso, non semplicemente morale.L’anima è l’elemento più importante dell’uomo e va coltivata con attenzione. Curare l’anima significa sviluppare saggezza e virtù, più che accumulare ricchezze o piaceri materiali. La vita morale è quindi una cura costante dell’anima.
Il processo e la morte di Socrate
Socrate viene accusato di empietà e di corrompere i giovani. Durante il processo, resta fermo nella sua coerenza: non cerca scappatoie o compromessi e rifiuta di rinnegare la propria filosofia. La condanna a morte lo porta ad accettare la cicuta, dimostrando coerenza assoluta tra pensiero e vita. Rifiuta la fuga, perché violare le leggi della città sarebbe ingiusto, anche se la sentenza è ingiusta. Il significato filosofico della morte di Socrate La morte di Socrate diventa simbolo della coerenza e della libertà filosofica. La vita e la morte del filosofo mostrano che la verità e la virtù hanno valore assoluto, superiore alla convenienza o al consenso sociale. Socrate mostra che la filosofia non è solo pensiero astratto, ma scelta di vita, disciplina morale e impegno fino all’ultimo istante. La sua morte trasmette un messaggio eterno: la ricerca del bene e della verità è più importante della sopravvivenza fisica, e la filosofia autentica è inseparabile dalla coerenza personale.
La vita di Platone
Platone nasce ad Atene nel 427 a.C. in una famiglia aristocratica, in un periodo di profonda crisi politica e culturale. La città, dopo la guerra del Peloponneso, vive un forte declino: instabilità politica, perdita di prestigio e conflitti interni. Questo contesto segna profondamente Platone, che fin da giovane si interessa alla politica, sperando di contribuire al miglioramento della polis. L’incontro con Socrate rappresenta una svolta decisiva. Platone rimane affascinato dal suo metodo e dalla sua concezione etica. Tuttavia, la condanna a morte del maestro lo porta a perdere fiducia nella politica ateniese: se una città può condannare un uomo giusto, allora è profondamente ingiusta. Da questo momento Platone abbandona la politica attiva e decide di dedicarsi alla filosofia. Le esperienze a Siracusa e il ritorno ad Atene Platone tenta di realizzare il suo ideale politico a Siracusa, cercando di educare il tiranno Dionisio a diventare un “filosofo-re”. L’esperienza si rivela fallimentare e deludente. Dopo vari tentativi, torna definitivamente ad Atene, dove fonda l’Accademia, una scuola filosofica destinata a durare secoli e a diventare un punto di riferimento fondamentale per la cultura occidentale.
Gli scritti di Platone
Le tetralogie e il problema dell’autenticità Gli scritti di Platone sono organizzati in nove tetralogie dal grammatico Trasillo, ovvero in nove gruppi ciascuno dei quali comprendente quattro scritti. Tuttavia, non tutti i dialoghi sono certamente autentici. Questo crea il cosiddetto problema dell’autenticità, cioè la difficoltà di stabilire quali opere siano davvero di Platone.I periodi dell’attività letteraria L’opera di Platone si divide in:
- dialoghi giovanili (più socratici)
- dialoghi della maturità (teoria delle idee)
- dialoghi della vecchiaia (più complessi e critici)
Le dottrine non scritte Accanto agli scritti, Platone sviluppa anche le cosiddette dottrine non scritte, insegnate oralmente nell’Accademia, considerate fondamentali ma non completamente espresse nei dialoghi.I caratteri generali della filosofia di Platone
Con la sua filosofia Platone rispecchia il contesto storico e culturale in cui si trova a vivere: la decadenza politica, sociale e culturale di Atene, di cui la condanna a morte di Socrate costituisce un evento emblematico. Per colmare il vuoto di certezze intellettuali e morali che caratterizza la società del suo tempo, Platone propone una filosofia che ha come obiettivi ultimi la riedificazione esistenziale e politica dell'essere umano e la rifondazione della politica alla luce del sapere. In questa prospettiva, i tratti e gli strumenti principali del filosofare platonico sono: 1. la fedeltà all'insegnamento di Socrate, seppure adeguatamente reinterpretato; 2. il dialogo come forma scritta privilegiata e come mezzo ideale per trasmettere il significato della filosofia quale ricerca inesauribile; 3. il frequente ricorso al racconto mitico, usato sia come espediente didattico, sia come modalità espositiva capace di trattare argomenti difficilmente affrontabili entro i limiti della sola ragione.
La polemica contro i sofisti Tra i dialoghi giovanili, il Protagora, l'Eutidemo e il Gorgia formano un gruppo compatto dedicato alla polemica contro i sofisti. Più precisamente, nel Protagora Platone critica la concezione sofistica della virtù come insieme di abilità acquisite attraverso l'esperien-za, e nega che gli insegnamenti impartiti dai sofisti abbiano un valore realmente formativo. Nell'Eutidemo polemizza invece contro l'eristica, sterile arte di combattere a parole senza tenere in alcun conto la verità o la falsità di ciò che si dice.
I temi dei dialoghi giovanili
Il primo periodo dell'attività di Platone è dedicato alla difesa della figura e degli insegnamenti di Socrate e alla polemica contro i sofisti. La difesa di Socrate Nell'Apologia di Socrate e nel Critone si esalta l'ideale socratico di una vita dedicata alla ricerca filosofica e si fissano i tratti che fanno di Socrate il "filosofo" per eccellenza. In un nutrito gruppo di altri dialoghi (Eutifrone, La- chete, Carmide, Ione, Ippia maggiore, Ippia minore, Lisi- de, Protagora, Eutidemo e Gorgia) sono ribaditi i capisaldi dell'insegnamento socratico, ovvero la concezione della virtù come scienza - e dunque come unica, insegnabile e strumento di felicità - e la concezione del bene come sommo e unico valore.
Nel Gorgia Platone attacca la retorica, ossia l'insieme delle tecniche persuasive impiegate dai sofisti, definendola una pura pratica adulatoria. In questo stesso dialogo, Platone condanna il relativismo morale dei sofisti, derivante dalla loro tendenza a considerare la giustizia come il frutto di una semplice convenzione umana. Egli inoltre comincia a delineare una concezione del bene come capacità di imporre una "misura" razionale agli istinti (che svilupperà nel Filebo). Al discorso sul bene si legano non soltanto la ripresa e rielaborazione dell'intellettualismo etico socratico, ma anche la difesa dell'eudemonismo tipico della mentalità greca in generale: questo viene sviluppato da Platone in modo originale, ovvero in direzione di un'etica "dell'aldilà", in cui la felicità possa essere intesa come la giusta remunerazione del bene, di cui l'essere umano ha la certezza di godere, se non in vita, almeno dopo la morte.
La teoria delle idee
La genesi della teoriaL'origine della teoria delle idee va ricercata nel tentativo di Platone di approfondire il concetto di "scienza". Superando sia il relativismo sofistico sia l'insegnamento di Socrate, per "scienza" Platone intende infatti un sapere concettuale che ha i tratti dell'immutabilità e della perfezione. Non potendo quindi identificare loggetto proprio della scienza con le realtà mutevoli e imperfette di cui facciamo esperienza nel mondo sensibile, egli perviene alla nozione di:
- idea (in greco idéa o éidos, termini entrambi traducibili con "figura", "aspetto", "forma") realtà ontologica a sé stante, immutabile ed eterna, che funge da modello perfetto ("paradigma") delle cose molteplici e imperfette di questo mondo.
Nel loro complesso, per Platone le idee costituiscono una zona dell'essere diversa da quella in cui viviamo, alla quale egli dà il nome:La prospettiva dualistica
Dividendo l'essere in due zone distinte, la dottrina delle idee costituisce una forma di:
- dualismo prospettiva che spiega il mondo o la realtà in base a due principi distinti, talvolta opposti.
Nel caso di Platone, si può parlare non soltanto di dualismo ontologico (perché le cose sensibili e le idee costituiscono due diversi tipi di essere), ma anche di dualismo gnoseologico, perché alle cose e alle idee corrispondono due diversi tipi di conoscenza (in greco ghnósis):- opinione (dóxa) / scienza (epistéme) le due principali forme di conoscenza individuate da Platone; si distinguono l'una dall'altra per il grado di stabilità e certezza che ne
caratterizza gli oggetti: l'opinione, o dóxa, è un sapere mutevole e imperfetto, perché si rivolge alle cose (mute-voli e imperfette) che percepiamo mediante i sensi; la scienza, o epistéme, è invece un sapere certo e immutabile, in quanto ha come oggetto le idee, essenze stabili e modelli perfetti delle cose sensibili.
Il rapporto tra le idee e le cosePur evidenziando la distinzione delle idee rispetto alle cose, Platone ne afferma anche gli intrinseci rapporti e la sostanziale "consanguineità" (synghéneia). Più precisamente, nelle idee Platone tende a vedere sia la causa delle cose (la loro ragion d'essere) sia il criterio per conoscerle o pensarle. Il rapporto idee-cose si configura così come un rapporto di:I tipi di idee
Platone distingue due tipi fondamentali di idee:
- le idee-valori, che corrispondono ai supremi principi etici, estetici e politici (il Bene, la Bellezza, la Giustizia ecc.),
- le idee matematiche, che corrispondono alle entità e ai principi dell'aritmetica e della geometria (l'Uguale, il Quadrato ecc.).
Egli parla talvolta anche di idee di cose naturali e di idee di cose artificiali. Le idee sono organizzate in modo gerarchico-piramidale, con le idee-valori in alto e con al vertice la cosiddetta "idea del Bene", l'idea delle idee, il supremo valore da cui tutte le altre idee dipendono. Il Bene non si identifica con un Dio-persona, poiché non crea le idee (che sono eterne), ma si limita a comunicare loro la sua perfezione, rimanendo comunque "superiore" a esse.La conoscenza delle idee
Per Platone la conoscenza si divide (come già detto) in due gradi principali: l'opinione o dóxa, che si rivolge al mondo sensibile, e la scienza o epistéme, che si rivolge al mondo intelligibile. Questi due gradi si dividono a loro volta in altri due sotto-gradi, per cui, com-plessivamente, la conoscenza può essere rappresentata come una linea divisa in quattro segmenti
vediamoli
La reminiscenza
Ma com'è possibile la conoscenza razionale (la scienza o epistéme), dal momento che le idee (e soprattutto le idee-valori) non possono derivare dai sensi? Le idee sono l'oggetto di una "visione della mente", che Platone spiega mediante la dottrina-mito della «reminiscenza» o «anamnesi»: prima di calarsi nel corpo, l'anima vive, disincarnata, nel mondo delle idee, dove può contemplare i modelli perfetti delle cose; una volta discesa nel nostro mondo, essa conserva un ricordo sopito di quanto ha visto e il contatto con le cose sensibili le fornisce lo stimolo per richiamarlo alla memoria. Dunque per Platone «conoscere è ricordare» e la gnoseologia platonica è una forma di:
- innatismo teoria che individua l'origine della conoscenza in elementi "innati", ovvero in idee o concetti (oppure in principi o "metri" di giudizio) presenti da sempre nel soggetto conoscente, in quanto ad esso connaturati.
All'innatismo si oppone:Lamore e l'anima
La concezione dell'amore A muovere gli esseri umani verso la conoscenza delle idee è l'amore o:
- éros per i Greci, la forza unificatrice e armonizzatrice che costituisce il fondamento non soltanto dell'amore sessuale ma anche dell'amicizia, della concordia politica e, in Platone, del desiderio di conoscere.
Nel Simposio Platone presenta Eros come un dèmone, figlio di Penia (Povertà) e di Póros (Abbondanza). Egli attribuisce dunque all'amore i tratti di una condizione intermedia e di una tensione verso qualcosa di cui ci si riconosce mancanti, e che pertanto si desidera, tendendovi con tutte le proprie forze. Attivato dalla bellezza sensibile, léros platonico spinge lanima verso gradi comore più elevati di bellezza, fino ad arrivare alla bellezza ideale: in questo senso esso e amore per la sapienza e coincide con la filosofia.La concezione dell'anima La teoria della reminiscenza, riferendosi a una vita che precede la nascita, implica l'esistenza nell'essere umano di un principio immortale, che Platone identifica con:
- l'anima (dal latino anima, che equivale al
greco psyché) sostanza incorporea che si muove da sé, vive e dà vita, ed è per sé stessa immortale.
Nell'anima Platone distingue tre parti: una razionale, una irascibile e una concupiscibile, che nel celebre mito della biga alata sono rappresentate, rispettiva-mente, dall'auriga, dal cavallo bianco e dal cavallo nero. La parte razionale (che risiede nel cervello) ha il compito di guidare e armonizzare le altre due parti, e la sua virtù è la saggezza; la parte concupiscibile o desiderante ha sede nel ventre e ha come virtù specifica la tempe-ranza, intesa come assoggettamento degli impulsi sensibili alla ragione; la parte irascibile o coraggiosa ha sede nel petto, ha come virtù il coraggio e può essere assimilata (sia pure con una certa cautela critica) alla volontà che dà sostegno alla parte razionale. All'immortalità dell'anima è dedicato il Fedone, dialogo in cui Platone illustra anche la propria concezione della filosofia come preparazione alla morte. Nel mito di Er esposto nella Repubblica, egli spiega inoltre il destino individuale come frutto di una scelta effettuata dall'anima prima di incarnarsi nel corpo.La teoria dello Stato
Tra comunismo e aristocraticismoPer Platone, lo Stato ideale deve funzionare in modo armonioso e orientato al bene comune. Per questo motivo, nelle classi superiori (governanti e guerrieri) viene abolita la proprietà privata: i membri di queste classi vivono in comune, senza interessi personali, così da dedicarsi completamente alla collettività. In questo senso, lo Stato platonico presenta caratteristiche simili a un comunismo, perché elimina la proprietà privata per evitare corruzione e egoismi. Tuttavia, la visione di Platone non è affatto egualitaria. La società è rigidamente gerarchica: secondo il mito delle stirpi, gli individui sono divisi in “aurei”, “argentei” e “bronzei”, e i migliori devono governare. Per questo lo Stato platonico è soprattutto una aristocrazia, cioè un governo dei migliori. A differenza dell’aristocrazia tradizionale, però, i “migliori” non sono i ricchi o i nobili, ma i filosofi: si parla quindi di sofocrazia (governo dei sapienti) o noocrazia (governo dell’intelligenza). Platone considera questa aristocrazia la forma perfetta di Stato. Le altre forme politiche sono degenerazioni:
- timocrazia: governo basato sull’onore e sull’ambizione
- oligarchia: governo dei "pochi"ricchi
- democrazia: vista negativamente come eccesso di libertà e disordine
- tirannide: la forma peggiore, dominio di un singolo, schiavo delle proprie passioni.
In particolare, Platone critica la democrazia perché, pur basata su libertà e uguaglianza, rischia di trasformarsi in anarchia, dove ognuno fa ciò che vuole senza ordine né giustizia.Lo Stato idealeNell'accordo tra le parti dell'anima Platone indica la giustizia dell'individuo: un essere umano è giusto quando ogni parte della sua anima adempie alla propria specifica funzione. Questo concetto di giustizia come accordo e armonia si ritrova anche a fondamento della descrizione platonica dello Stato ideale, che dovrà essere, essenzial- mente, uno Stato giusto. E come nell'anima Platone distingue tre parti, altrettante ne individua all'interno della comunità, che è costituita dalla classe dei governanti (la cui virtù è la saggezza), dalla classe dei guerrieri la cui virtù è il coraggio) e dalla classe dei lavoratori o produttori (la cui virtù è la temperanza, condivisa tuttavia anche con le altre classi). Uno Stato sarà giusto quando ogni cittadino svolgerà nel miglior modo possibile la funzione che gli spetta. Una particolare attenzione è dedicata da Platone al compito dei governanti: questi devono essere scelti tra i filosofi, ossia tra quanti hanno saputo elevarsi ai gradi più alti della conoscenza, e pertanto sono capaci di renderne partecipi i loro simili.
La concezione dell'arte
Nella Repubblica Platone descrive anche l'educazione che deve essere impartita ai filosofi perché possano diventare reggitori dello Stato. Dal loro percorso educativo egli esclude l'arte, poiché la considera l'«imitazione di un'imitazione», dal momento che l'artista realizza immagini sensibili di cose e di eventi che sono a loro volta "copie" delle idee. L'arte, inoltre, rimane ancorata all'esperienza sensibile, ovvero ai livelli più bassi della conoscenza, fatta eccezione per la musica. A ciò si aggiunga che certe espressioni artistiche, come il teatro e la poesia, rappresentano le passioni che pervadono l'animo umano, e possono quindi esercitare un'influenza negativa sui giovani. La condanna platonica dell'arte non investe però i miti, considerati e usati da Platone come nobili tentativi di rappresentare alla mente contenuti teorici molto elevati. L'arte può dunque essere utile, a condizione che sia assoggettata alla filosofia e si proponga come via d'accesso alle idee.
I nuovi problemi legati alla teoria delle idee
Nei dialoghi della vecchiaia Platone rivede le proprie dottrine, giungendo in alcuni casi a esiti diversi da quelli presentati nei dialoghi della maturità. In parti-colare, il filosofo cerca di precisare meglio la natura del mondo delle idee e del rapporto tra le idee e le cose. Le opere in cui affronta questi temi sono: 1. il Teeteto, in cui analizza criticamente le nozioni di "conoscenza", "verità" ed "errore", preparando il terreno per le sue riflessioni successive; 2. il Parmenide, in cui mette in luce alcuni aspetti problematici della teoria delle idee, che contraddicono la concezione eleatica dell'essere; 3. il Sofista, in cui i problemi sollevati nel Parmenide vengono risolti mediante una nuova concezione dell'essere; 4. il Timeo, in cui il passaggio dalla perfezione del mondo ideale all'imperfezione del mondo materiale viene spiegato con la dottrina-mito del «demiurgo».
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La dialettica
Sempre nel Sofista, Platone cerca di ridefinire il concetto di essere in termini di possibilità e relazione, riconoscendo che "esiste" tutto ciò che può entrare in relazione con qualcos'altro. Alla luce di questa definizione, emerge una nuova nozione di: -dialettica in Platone, in generale, la suprema scienza delle idee, ovvero la filosofia stessa, intesa come visione intellettuale dell'essere autentico (le idee); nell'ultimo Platone, in par-ticolare, la dialettica è la scienza delle relazioni effettivamente esistenti tra le idee, ovvero la conoscenza dell'effettiva trama di un essere che è intrinsecamente molteplice e in movimento. In quanto scienza, la dialettica ha un proprio specifico metodo, che si articola in due momenti: uno ascensivo o sinagogico, consistente nell'unificazione (synagoghe) di una molteplicità di cose sotto un'unica idea; l'altro discensivo o diairetico, consistente nella divisione (diáiresis) di un'idea nelle sue articolazioni interne. In questo secondo caso si ricorre a un procedimento detto: -dicotomico (dal greco dichotomía, letteralmente "divisio- ne in due") il metodo mediante il quale si attua il momento discensivo (o diairetico) della dialettica platonica; consiste nel partire da un'idea e nel "tagliarla" in altre due idee (nelle quali la prima può essere differenziata); tra queste due nuove idee, una sarà abbandonata, mentre l'altra sarà ulteriormente differenziata in due, e così via; il procedimento si ripete fino a giungere a un'idea non ulteriormente divisibile, che definisce il concetto iniziale nel modo più preciso possibile.
Il timeo e l'origine del mondo
Il rapporto tra il mondo delle idee e il mondo sensibile ossia, più precisamente, il problema dell'origine del secondo dal primo - è affrontato nel Timeo, dove Platone delinea la mitica figura del:
- demiurgo (in greco demiourgós, "artefice", "artigiano")
figura divina dotata di intelligenza e di volontà, che plasma il mondo sensibile sul modello delle idee, dando ordine e forma a una materia primordiale caotica (la chóra) e coeterna alle idee, e dunque a lui preesistente.
Nel dare forma alla materia, il demiurgo la vivifica, dotando la realtà sensibile di quella che Platone chiama:- anima del mondo sorta di soffio vivificante, impresso dal demiurgo platonico alla materia, che trasforma il cosmo in un immenso organismo vivente.
L'universo plasmato dal demiurgo è una meravigliosa opera d'arte, contrassegnata da una struttura matematica e da un armonico e rigoroso ordine geometrico.Il Filebo e la nuova concezione del bene
Tra i dialoghi della vecchiaia, il Filebo affronta il tema del bene da un punto di vista soggettivo. Infatti, nella Repubblica Platone aveva parlato del bene come oggetto supremo del pensiero, posto al culmine della gerarchiadelle idee (il Bene in sé); ora, dopo aver introdotto la"mobilita" dialettica anche nel mondo delle idee, deve nuovamente chiedersi che cosa sia il bene, questa vol ta però non in sé, ma per l'essere umano. Egli lo definisce come la giusta proporzione tra piacere e intelligenza, risolvendo la ricerca della virtü in una scienza della misura. La nuova visione della politica e delle leggi Nella sua vecchiaia, Platone torna a occuparsi anche di politica. Nel Politico e nelle Leggi paragona l'arte propria dei reggitori a quella della tessitura: come questa consiste nel tessere insieme armonicamente. una serie di fili diversi, così la buona politica consiste nell'armonizzare nel "tessuto" della città le diverse capacità e competenze dei cittadini. A questo fine i politici devono ricorrere all'arte della misura, individuando ciò che di volta in volta è più giusto. In questo contesto le leggi, per quanto siano generali e non possano quindi considerare i casi particolari, sono comunque necessarie sia per indicare genericamente il meglio per tutti, sia per educare o orientare i cittadini a una vita virtuosa.
Fine
I quattro segmenti
Dal Parmenide e dal Teeteto al Sofista I principali problemi esposti nel Parmenide sono:
- la difficoltà di conciliare l'unicità dell'idea con la molteplicità delle cose che "partecipano" di essa; la difficoltà di concepire l'idea come una molteplicità di oggetti (ad esempio tutti gli esseri umani) considerati nella loro unità (l'idea di essere umano), perché questo processo potrebbe essere reiterato all'infinito (ad esempio considerando unitariamente tutti gli esseri umani più l'idea di essere umano, ottenendo in questo modo l'idea di un «terzo uomo»; e così via);
- la difficoltà di ammettere la molteplicità delle idee rimanendo fedeli al principio eleatico secondo cui il non essere non è.
La soluzione del problema del non essere Quello della molteplicità delle idee è un problema radi-cale, perché, essendo le idee platoniche molteplici, è necessario ammettere che un'idea "non è" l'altra, violando cosi il principio parmenideo. Per risolvere questo problema, nel Sofista Platone espone la dottrina dei: -generi sommi dell'essere le supreme determinazioni possibili delle idee, ovvero l'essere, l'identità, la diversità, la quiete e il movimento. Le idee, infatti, sono (in senso assoluto, in quanto esisto-no), sono identiche a sé stesse; sono diverse da tutte le altre idee; possono essere in quiete (cioè non entrare in relazione con alcuna altra idea); possono essere in movimento (en- trando in relazione con altre idee). Queste determinazioni non si applicano soltanto alle idee, ma anche al mondo naturale e umano, finendo cosi per configurarsi come le caratteristiche fondamentali dell'essere in generale. Alla dottrina dei «generi sommi» si lega una nuova concezione del non essere, secondo cui quest'ultimo può essere inteso (contro Parmenide) in due sensi, cioè in senso assoluto (ovvero come nulla) o in senso relativo (ovvero come essere diverso, come quando di- ciamo, ad esempio, che il triangolo "non è" il quadra- to). Inteso in questo secondo senso relativo, il non essere esiste, e in qualche modo partecipa dell'essere. Si consuma così l'assassinio filosofico di Parmenide. La soluzione del problema dell'errore La nuova dottrina dell'essere consente anche di risolvere il problema (delineato nel Teeteto) dell'errore, il quale risulta possibile perché non consiste nel dire il nulla o l'indicibile (ciò che "non è"), ma nel dire le cose in modo "diverso" da come stanno realmente.