commedia
dante alighieri
Un viaggio nell'Oltretomba
INIZIA
dante alighieri
Durante Alighieri nasce nel 1265 a Firenze. Il padre Alighiero svolgeva attività commerciali redditizie, vive nel culto di un progenitore Cacciaguida, cavaliere imperiale. In età ancora infantile i genitori istituiscono per Dante un contratto di matrimonio con Gemma Donati, l'unione avverrà nel 1285. Gli studi umanistici li conduce nell'università di Bologna; tra i suoi maestri, il più importante è Brunetto Latini, messo in scena nel XV canto dell'Inferno nella Commedia. Dante lavora con altri giovani poeti, il più importante è senz’altro Guido Cavalcanti, ricordato invece dal padre nell’Inferno.
L'evento più rilevante della sua vita è l'incontro con Beatrice Portinari all'età di 9 anni, che avrebbe influenzato la sua intera vita, e che reincontra verso la fine degli anni ’80. Tuttavia, la ragazza morirà prematuramente nel 1290, lasciando un vuoto nel poeta che lo porterà ad avvicinarsi alla filosofia. Nel 1289 partecipa alla battaglia di Campaldino contro gli Aretini ed entra nella Corporazione dei Medici e Speziali, nel 1295. Probabilmente tra il 1292 e il 1293 organizza rime, sonetti e canzoni in un organismo prosimetrico: la Vita Nova. Dal punto di vista politico, si schiera dalla parte dei guelfi Bianchi e nel 1300 arriva addirittura a ricoprire la carica di Priore. Nel1301 viene mandato a Roma per incontrare papa Bonifacio VIII, nel frattempo a Firenze la fazione dei guelfi Neri guidata da Carlo di Valois prende il controllo della città. Nel 1302 Dante viene, perciò, condannato all'esilio e poi a morte, costretto a non rivedere mai più la sua città.
Anni dell'esilio
1302
1306
1310
1321
1318
Esilio da Firenze
Dante lascia Verona per andare a Ravenna nella corte di Guido Novello da Polenta dove scrive l'epistola in latino a Cangrande della Scale in cui spiega la struttura e le possibili interpretazioni della Commedia
Inizio della scrittura della Commedia. Da questo periodo Dante viaggia in diverse regioni e alloggia in diverse corti: in Romagna, poi a Bologna, Padova e Marca Trevignana , da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina la cui ospitalità è celebrata nel Canto VIII del Purgatorio, dopo aver lasciato la Lunigiana, Dante si trasferì nel Casentino.
Di ritorno da un'ambasciata a Venezia, Dante muore e le sue spoglie vengono tumulate nella chiesa di S. Francesco a Ravenna e non torneranno mai a Firenze, anche quando nei secoli la sua città natale le reclamerà.
L'arrivo in Italia di Enrico VII risveglia in Dante la speranza del ristabilimento di un'autorità imperiale, che tuttavia svanisce nel 1313. Alla morte di Enrico VII Dante accolse l'invito di Cangrande della Scala a risiedere presso la sua corte di Verona.
la divina commedia
introduzione all'opera
È il più grande poema della letteratura italiana, realizzato da Dante tra il 1304 e il 1321. Il suo titolo originario è "Comedia", come Dante scrive nella lettera a Cangrande della Scala, che indica un genere narrativo con uno stile umile e un lieto fine; mentre l'aggettivo "Divina" viene assegnato successivamente da Boccaccio. Nell'opera non individuiamo un solo genere, ma questa è caratterizzata da più tipi di poemi messi insieme: il poema allegorico, perchè il significato letterale della narrazione ne nasconde un altro; il poema enciclopedico, perchè Dante vi trasferisce tutto il sapere del suo tempo; il poema didascalico, perchè vuole essere un raccconto che indichi la via per raggiungere la felicità e il poema profetico, perchè vi sono inserite profezie e il valore morale rivela l'unico vero bene per gli esseri umani. Inoltre, è amche un romanzo, perchè è formato da un insieme di vicende che si svolgono secondo un filo logico, all'interno di una cornice spazio-tempo che comprendono la formazione del poeta, che non è solo autore dell'opera, ma anche il narratore e il protagonista. Il poema è diviso in tre cantiche, a loro volta divise in 33 canti, in aggiunta di un canto in più nell'inferno, che ha funzione introduttiva. È formato da versi endecasillabi raccolti in terzine, e questi si uniscono grazie a rime incatenate che forniscono un ritmo omogeneo e costante. È forte il plurilinguismo, dato dall'utilizzo del volgare fiorentino come lingua principale, e anche di latinismi, archeismi e neoclassicismi. Caratteristico è anche il pluristilismo, che possiamo individuare dai cambiamenti di stile in ogni cantica (stile basso nell'inferno, malinconico nel purgatorio e aulico nel paradiso) e in base ai personaggi e alle situaizoni. Il racconto è in prima persona e ci viene narrato il viaggio immaginario di Dante nei tre regni dell'oltretomba cristiano: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Dante non sarà solo in questo viaggio, ma sarà accompagnsto da tre guide: Virgilio, Beatrice e San Bernardo. Il fine sarà quello di rinnovare il mondo e proseguire il viaggio di Enea che che ha come scopo quello di fondare l'impero, e di San Bernardo che ha come obiettivo la fondazione della chiesa, entrambe le istituzioni volute da Dio.
le cantiche
La Divina Commedia è suddivisa in tre cantiche — Inferno, Purgatorio e Paradiso — che rappresentano le tre tappe fondamentali del viaggio ultraterreno di Dante e il percorso simbolico dell’anima dalla condizione di peccato alla salvezza eterna.
paradiso
purgatorio
inferno
inferno
L'Inferno è la prima delle tre cantiche della Divina Commedia e rappresenta il viaggio iniziale di Dante Alighieri attraverso il regno della perdizione, luogo della punizione eterna per le anime che sono morte in stato di peccato mortale. La narrazione ha inizio nella "selva oscura", allegoria del peccato e dello smarrimento spirituale, da cui Dante viene tratto in salvo dalla guida Virgilio, simbolo della ragione umana, che lo condurrà nell'inferno per mostrargli le conseguenze del male.
La struttura dell'Inferno è concepita come una profonda voragine a forma di imbuto che si apre sotto Gerusalemme e sprofonda fino al centro della Terra. Questo spazio è organizzato in nove cerchi concentrici che si restringono man mano che si procede verso il basso: questa conformazione implica una gerarchia della colpa, secondo la quale più si scende in profondità, più il peccato è grave e la pena crudele. L'ordinamento dei peccati segue la filosofia aristotelica, mediata dalla teologia di San Tommaso d'Aquino, e divide le colpe in tre grandi categorie: l'incontinenza (l'incapacità di moderare i propri istinti, punita nei cerchi dal secondo al quinto), la violenza (la forza usata per far del male, punita nel settimo cerchio) e la malizia (la frode e il tradimento, puniti nei cerchi ottavo contro chi non si fida, e nono contro chi si fida). Oltre a queste, ci sono l'Antinferno (ignavi), il Limbo (I cerchio, non battezzati) e gli Eretici (VI cerchio). Ogni zona dell'Inferno è separata da confini naturali o soprannaturali: il fiume Acheronte delimita l'Antinferno, le mura della città di Dite separano i peccatori meno gravi da quelli che hanno agito con intenzionalità e violenza, mentre il pozzo dei Giganti segna il passaggio all'ultima zona, quella dei traditori. Al vertice di questa struttura si trova il Limbo, dove risiedono le anime dei giusti non battezzati, mentre nel punto più profondo, intrappolato nel ghiaccio del lago Cocito, risiede Lucifero, principio di ogni male.
Le pene
Struttura
Come si forma
purgatorio
l Purgatorio è la seconda cantica della Divina Commedia, ambientata su un'altissima montagna che sorge su un'isola al centro dell'emisfero australe, esattamente agli antipodi di Gerusalemme. Questa montagna si è formata dalla terra che si ritrasse con orrore durante la caduta di Lucifero, emergendo dalle acque dell'oceano.
A differenza dell'Inferno, il Purgatorio è il regno della speranza e del tempo: qui le anime non sono condannate per l'eternità, ma affrontano un percorso di purificazione per diventare degne di salire al Paradiso. Il clima spirituale cambia radicalmente: alle tenebre e alle grida dell'abisso subentrano la luce del sole, la dolcezza del paesaggio marino e il suono di canti e preghiere.
Struttura
Le pene
paradiso
Il Paradiso è l'ultima cantica della Divina Commedia, in cui la materialità del viaggio scompare per lasciare spazio a un regno di pura luce e armonia. A differenza dell'Inferno e del Purgatorio, non è un luogo geografico sulla Terra, ma una dimensione spirituale strutturata secondo la cosmologia tolemaica in nove cieli concentrici, che ruotano attorno alla Terra e sono racchiusi nell'Empireo, la sede di Dio.
Qui Dante non procede più per sforzo fisico, ma per "trasumanar", ovvero un'elevazione che trascende i sensi umani: egli sale di cielo in cielo fissando lo sguardo in quello di Beatrice, che diventa sempre più luminosa man mano che si avvicinano alla fonte della beatitudine. In questo regno le anime non soffrono più: tutte risiedono nell'Empireo e godono della visione di Dio, ma si manifestano a Dante nei diversi cieli per mostrare i vari gradi di grazia ricevuti in base alla loro inclinazione spirituale terrena. È il luogo della perfetta felicità, dove ogni desiderio si placa nella volontà divina.
Struttura
Conclusione del viaggio
canto I
"Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era che cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant' è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte."
Il primo canto è ambientato tra la notte del 24 e l'alba del 25 marzo. Il narratore racconta di essersi trovato in un bosco, in una valle ai piedi di un monte. Cercando di salire verso la cima incontra tre belve: una lonza, un leone e una lupa. Queste rappresentano tre vizi capitali, rispettivamente la lussuria, la superbia e la cupidigia. Terrorizzato sta per tornare verso la selva, quando incontra l'anima del poeta Virgilio, da Dante considerato il suo autore per eccellenza, che, dopo essersi fatto riconoscere, gli rivela che la belva potrà essere ricacciata nell'inferno solo grazie ad un misterioso veltro, un cane da caccia e gli consiglia quindi di seguirlo come guida in un viaggio nei tre regni dell'oltretomba per poter scappare da quel "luogo selvaggio".
L'incontro con Virgilio
Le allegorie
I riferimenti astronomici
canto III
" 'Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; facemi la divina podestate, la somma sapïenza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'. "
Il terzo canto è ambientato durante la sera del 25 marzo, nell'antinferno. Qui si trovano gli ignavi, coloro che non hanno mai agito nel bene o nel male, limitandosi a seguire il più forte, le anime in attesa di essere traghettate da Caronte lungo l'Acheronte, una palude d'acqua scura e stagnante, e gli angeli caduti, coloro che avevano appoggiato Lucifero nella sua ribellione. L'ingresso per l'antinferno è delimitato da una porta spalancata da cui Virgilio sprona Dante a superare la paura e ad attraversarla. L'inferno si presenta come un luogo talmente buio da non permettere al protagonista di vedere, le uniche indicazioni spaziali sono date dai lamenti e le grida delle anime. Dante, però, riesce a vedere un'insegna che si muove velocemente e delle anime che cercano di raggiungerla mentre vengono morse da vespe e mosconi, tra queste riconosce quella di Celestino V e proprio vedendolo ha la conferma che si trova nell'inferno. Il canto si conclude con l'incontro con Caronte e il viaggio sulla barca che li porterà nel primo cerchio, il limbo.
Celestino V
L'incontro con Caronte
La porta
canto V
Il canto inizia con l'arrivo di Dante nel secondo cerchio dell'inferno, quello dei lussuriosi, in cui incontra Minosse che rimprovera Dante per essere entrato nell'inferno da vivo e Virgilio, con la famosa formula, lo zittisce. Andando avanti il protagonista conosce la pena dei lussuriosi: come questi si sono fatti trasposrtare dal vento della passione, sono condannati ad essere travolti da una tempesrta che li spazza da una parte all'altra e sbattendo gli uni con gli altri, quando i dannati arrivano vicino un crepaccio, formatosi successivamente al terremoto provocato dalla morte di Cristo e dal quale probabilmente Dante e Virgilio raggiunsero il secondo cerchio, urlano più forte, forse perchè da lì si origina la bufera. Dante riconosce da questa pena che si tratta dei lussuriosi, ma chiede comunque a Virgilio di parlargli di quelle anime, il maestro inizia così ad elencare alcune anime che si trovano nel cerchio: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano. Dante adocchia però due anime che volteggiano assieme e chiedendogli di avvicinarsi queste escono dalla bufera, forse per volontà divina. Le due anime sono quelle di Paolo e Francesca. L'unica a parlare durante tutto il dialogo è Francesca, la quale riconosce subito che Dante è vivo, dopo aver descritto il suo amore e il modo in cui è stata uccisa, il protagonista chiede come questo amore sia nato è talmente forte l'emozione probvata da Dante che questo sviene, concludendo così il canto. È importante sottolineare che durante il brano Dante non ha il ruolo di giudice ma bensì prova pietà per i due amanti in quanto anche lui aveva rischiato di cadere nel peccatto della lussuria, tuttavia l'autore ricnosce il peccato e lascia indizi per sottolineare questo.
Similitudine ornitologica
Minosse
Dialogo tra Francesca e Dante
La porta
Per entrare nell'antinferno bisogna entrare da una porta aperta, alla cui sommita è affissa una scritta che descrive l'inferno, come luogo di eterno dolore e in cui non vi è alcuna speranza di tornare indietro. Di importante rilievo è il racconto che si cela dietro questo ingresso, descritto nel VIII canto dell'inferno: La porta fu costruita da Dio quando Lucifero e gli altri angeli furono cacciati nell'inferno.
Subito dopo la morte in croce, Gesù scese nel limbo per salvare le anime dei patriarchi, i diavoli però provarono a fermarlo serrando la porta, egli perciò la divelse dai cardini e da allora è rimasta spalancata.
struttura dell'inferno
Funge da proemio: Dante si smarrisce nella selva oscura e Virgilio lo salva
Canto I
Oltre la porta, tra lamenti e ignavi, Caronte traghetta i dannati.
Canto III
Minosse giudica, poi la bufera travolge gli amanti Paolo e Francesca.
Canto V
Similitudine ornitologica
Durante tutto il canto sono presenti diverse similitudini ornitologiche, le anime dei dannati vengono paragonate a degli stormi di uccelli. La prima volta i dannati vengono paragonati agli storni, uccelli famosi per i loro spettacolari voli di gruppo, le anime vengono fatte volteggiare dal vento in maniera disordinata e fitta come questi uccelli volano nella stagione invernale.
Subito dopo, vengono invece paragonate alle gru per i lamenti: come le gru cantano i loro lamenti mentre volano, così i dannati che volteggiano gridano e si lamentano. L'ultimo paragone viene fatto tra le colombe e le anime di Paolo e Francesca: come le colombe volano verso il cielo immobili e guidate dal loro istinto, così le due anime si avvicinarono a Dante.
la struttura
La struttura del Purgatorio è concepita come una maestosa montagna che svetta al centro dell'emisfero australe, l'unica terra emersa in un oceano infinito. Questa conformazione geografica non è solo un luogo fisico, ma la rappresentazione visiva di un percorso di risalita spirituale: se l'Inferno era il regno della caduta e dell'oscurità, il Purgatorio è il regno dell'ascesa, del tempo che scorre e della luce solare che scandisce le giornate dei penitenti.
Il viaggio inizia ai piedi del monte, nell'Antipurgatorio, dove le anime dei negligenti, coloro che tardarono a pentirsi fino in punto di morte, devono attendere un tempo determinato prima di poter iniziare la loro espiazione. Questa zona funge da anticamera morale, sorvegliata dal custode Catone l'Uticense, simbolo di libertà politica e spirituale. Una volta ammesso attraverso la porta del Purgatorio, ci si ritrova nel cuore della montagna, strutturata in sette cornici circolari sovrapposte.
Ognuna di queste cornici corrisponde a uno dei sette peccati capitali, ordinati secondo la gravità: alla base si purificano i peccati più gravi legati all'amore rivolto verso il male (Superbia, Invidia, Ira), seguiti dall'amore troppo debole per il bene (Accidia), e infine, nelle cornici più alte, dai peccati dovuti a un amore eccessivo verso i beni materiali (Avarizia, Gola, Lussuria).
Al culmine della salita, sulla sommità della montagna, si trova il Paradiso Terrestre (l'Eden). Questo giardino lussureggiante rappresenta lo stato di grazia e innocenza originaria dell'essere umano. Qui Dante conclude il suo cammino con Virgilio; il poeta latino, essendo espressione della ragione umana, deve cedere il posto a Beatrice, che rappresenta la Teologia e la Grazia. Dopo essersi immerso nelle acque dei fiumi Letè ed Eunoè per cancellare la memoria del male e rinvigorire quella del bene, Dante è finalmente "puro e disposto a salire a le stelle".
L'incontro con Virgilio
L'incontro con Virgilio enfatizza ancor di più l'ambientazione magica che Dante stava creando: Virgilio appare fioco a causa del lungo silenzio. Tale silenzio può essere un riferimento al fatto che tace da troppo tempo perchè nell'oltretomba, o perchè "silenziosa" è la poesia latina quasi sconosciuta ai lettori trecenteschi o perchè era un modo per descriverlo come incorporeo. Virgilio si presenta come colui che è nato in Lombardia, termine che in bocca al poeta latino è un anacronismo in quanto vissuto secoli prima dell'arrivo dei longobardi in Italia, e vissuto troppo tardi per conoscere Cesare ma che visse sotto l'impero di Augusto, quando ancora si veneravano gli dei. Questi sono descritti come "li dei falsi e bugiardi", questo pensiero può essere attribuito anche a Virgilio stesso, il quale scrive nell'Eneide della necessità di un'unico dio giusto. È proprio l'Eneide che permette a Dante di riconoscere il suo maestro, il quale lo rimprovera per non star salendo il colle e quindi di non rincorrere la felicità.Successivamente, quando Virgilio propone a Dante di affrontare il viaggio nell'oltretomba, afferma che solo il veltro potrà scacciare la lupa di cui Dante ha paura. Questa rappresenta la prima profezia post-eventum della Commedia: si annuncia, appunto, l’arrivo di un “veltro”, simbolicamente un cane da caccia destinato a sconfiggere la lupa (immagine dell’avidità e della corruzione). Tuttavia non si tratterebbe di un vero animale, ma di un uomo, la cui identità resta incerta, che rappresenta una figura salvivica nutrita di valori spirituali destinata a rissolevare l'Italia. Potrebbe avere origini umili (il “feltro” richiama un tessuto povero e quindi la povertà francescana), forse un riformatore della Chiesa o un uomo di grande spiritualità. Alcuni interpretano il riferimento come legato all’imperatore Arrigo VII, altri ancora a un pontefice o allo stesso Dante attraverso la sua opera.
la fine del viaggio
Il viaggio di Dante si conclude nell'Empireo, il cielo non fisico fatto di sola luce, dove avviene la sfolgorante visione finale di Dio. Giunto al termine del suo percorso, Beatrice torna al suo scanno nella Candida Rosa e cede il posto a San Bernardo di Chiaravalle, simbolo della contemplazione mistica, che intercede presso la Vergine Maria con una celebre preghiera affinché Dante possa sostenere la vista dell'Assoluto.
Il poeta riesce così a fissare lo sguardo nella Luce Divina, dove scorge tre cerchi di tre colori diversi ma di uguale dimensione: la Trinità. All'interno del secondo cerchio, Dante vede riflessa l'immagine umana, comprendendo il mistero dell'Incarnazione. In quel momento, un fulgore improvviso appaga il suo desiderio di conoscenza: la sua mente non può più sostenere una simile altezza e il suo "alto fantastico" (la capacità di immaginare) viene meno. Il viaggio termina con il raggiungimento della pace perfetta, mentre il desiderio e la volontà di Dante sono ormai mossi in totale armonia dall'Amor che move il sole e l'altre stelle.
Il contrappasso
Il concetto di contrappasso rappresenta il cardine logico e giuridico su cui poggia l'intera struttura dell'oltretomba dantesco. Il termine deriva dal latino contra patior ("soffrire il contrario") e indica il principio secondo cui la pena inflitta ai dannati non è casuale, ma risponde a una precisa corrispondenza con il peccato commesso in vita.
Questa legge non deve essere intesa come una semplice vendetta divina, bensì come la materializzazione dell'etica e della giustizia: nel mondo di Dante, la punizione è lo specchio del peccato, una manifestazione fisica di ciò che l'anima ha scelto liberamente di essere durante l'esistenza terrena.
Il contrappasso può realizzarsi secondo due modalità principali:
Per analogia: In questo caso, la pena imita o esaspera le caratteristiche del peccato. Un esempio celebre è quello dei lussuriosi nel V canto. In vita, essi si lasciarono travolgere dalla "bufera" delle passioni amorose; nell'Inferno, sono condannati a essere trascinati eternamente da una tempesta infernale che non si ferma mai, riflettendo così l'incapacità di dominare i propri istinti.
Per contrasto: In questo caso, la pena è l'esatto opposto del comportamento tenuto in vita. Un esempio emblematico è quello degli ignavi (coloro che non presero mai una posizione). Poiché in vita non seguirono alcuna bandiera né ebbero ideali, nell'Antinferno sono costretti a correre nudi dietro a un'insegna che ruota velocemente, punti incessantemente da vespe e mosconi che li stimolano a quel movimento che non vollero mai intraprendere da vivi. Il contrappasso diventa sempre più complesso man mano che si scende verso il fondo dell'abisso. Se per i violenti la pena è spesso legata all'elemento fisico (come i predoni immersi nel sangue bollente), per i fraudolenti e i traditori la punizione si fa psicologica e grottesca.
Riferimenti astronomici
Per indicare il tempo, Dante non usa il moderno sistema di ore e date precise, ma fa riferimento ai movimenti del Sole e delle stelle, secondo la mentalità medievale legata ai cicli naturali e ricca di significato simbolico.Quando Dante incontra la lonza che gli impedisce il passaggio per salire il colle, trova coraggio e speranza nel sorgere del sole alle sei del mattino del 25 marzo 1300; per descrivere questo momento l'autore scrive che il Sole sta sorgendo nella costellazione dell’Ariete, nel giorno dell’equinozio di primavera.
Inoltre precisa che il Sole si trova nella stessa posizione che aveva, secondo la Bibbia, al momento della creazione del mondo e di Adamo, al momento del concepimento di Cristo e, 34 anni dopo, nel giorno della crocifissione di Gesù avviando la rinascita dell’umanità dal buio del peccato. Quindi la data non è solo precisa dal punto di vista astronomico, ma ha anche un forte valore simbolico di inizio e rinascita.
le pene
La distinzione tra le pene dell'Inferno e quelle del Purgatorio risiede nella loro natura filosofica: se nel primo il supplizio è un castigo eterno e immutabile, nel secondo la sofferenza è una cura riabilitativa che mira alla salvezza. Nell'abisso infernale, il dannato è prigioniero del proprio peccato e lo subisce con odio e bestemmie, sprofondando in una disperazione senza tempo. Al contrario, sul monte del Purgatorio, l'anima accetta il dolore con gioia e speranza, poiché sa che ogni tormento è temporaneo e necessario per accedere alla visione di Dio.
Mentre i dannati sono isolati nel loro male, i penitenti formano una comunità che prega e canta inni, trasformando la sofferenza in un percorso di partecipazione attiva. La pena purgatoriale è inoltre completata da una funzione educativa assente nell'Inferno: gli esempi di virtù e di vizio che accompagnano il cammino dei penitenti servono a rieducare la volontà. Quindi, se l'Inferno è il luogo della giustizia che punisce, il Purgatorio è il luogo della misericordia che trasforma il peccato in una scala verso la libertà spirituale. Le pene si basano comunque sul contrappasso, proprio come nell'inferno, un esempio è la sesta cornice, quella dei golosi, dove le anime sono ridotte a scheletri ambulanti per la fame e la sete, tormentate dalla presenza di alberi carichi di frutti profumati e sorgenti d'acqua che non possono toccare.
L'incontro con Caronte
Dante e Virgilio arrivati alla riva dell'Acheronte, incontrano Caronte, che però, si accorge subito che Dante è vivo e si rifiuta di farlo salire sulla sua imbarcazione e gli intima di allontanarsi dai morti. Secondo caronte, egli è destinato a un passaggio diverso, forse il Purgatorio. A quel punto, interviene Virgilio, il quale zittisce Caronte con le celebri parole: "vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare".Le anime dei dannati, intanto, si affrettano a salire sulla barca, piangendo e bestemmiando, Caronte le raccoglie e colpisce con il remo chiunque si adagi. La scena si conclude con Dante che, sopraffatto da un terremoto e da un lampo vermiglio, sviene, per poi risvegliarsi oltre l'Acheronte.
Celestino V
L'anima vista da Dante non viene chiamata per nome ("colui che fece per viltade il gran rifiuto.") perché, in quanto ignavo, non è degno di essere menzionato. I primi commentatori della Commedia lo indicarono come papa Celestino V, che, rinunciando al soglio pontificio, lasciò campo libero a Bonifacio VIII, il peggior nemico di Dante. Altri pensano a Ponzio Pilato, che decretò la condanna a morte di Cristo per assecondare la folla in tumulto e poi si pulì la coscienza lavandosi le mani. Altri ancora parlano di Esaù, il personaggio biblico che, per un piatto di lenticchie, lasciò al fratello Giacobbe i diritti di primogenito. Ma ad oggi concordano quasi comletamente che la figura descritta da Dante sia proprio Celestino V.
Le allegorie
L'ambientazione con cui si apre il primo canto ha un forte significato allegorico, Dante si trova ai piedi di un colle, arrivatovi dopo aver attraversato, inconsapevolmente, una "selva oscura" e cerca di incamminarsi nella direzione opposta, su per il colle. L'arrivo inconsapevole di Dante indica la sua perdita del controllo razionale e morale, indicato come una precipitazione in uno stato di "sonno" della conoscienza ("La diritta via era smarrita"). Questo periodo buio e di smarrimento è appunto simboleggiato dalla "selva oscura". Tuttavia, Dante vede la possibilità di ricavare del bene da questa sua esperienza ("per trattar del ben ch’i’ vi trovai"), una speranza di salvezza simboleggiata dal Sole che sorgeva alle spalle del colle e che allieva la paura provata fino a quel momento. Nel canto il Sole viene chiamato "pianeta", questo perchè non vi era ancora la distinzione tra pianeti e stelle, infatti, il Sole, nel sistema tolemaico, era il quarto pianeta a ruotare intorno alla Terra.
Dialogo tra Francesca e Dante
Dopo che le due anime sono uscite dalla tempesta, Francesca comincia a parlare e riconoscendo che Dante è vivo lo chiama "animal grazïoso" e gli dice che se Dio fosse loro amico lo pregherebbe affinchè Dante otennesse pace. Qui però vediamo la contraddizione di ciò che dice Francesca e quindi viene sottolineata la sua inaffidabilità: non è Dio a non voler essere "amico" delle due anime, ma sono loro stessi ad essersi allontanati da Ello. Francesca continua raccontando la storia che l'accomuna all'uomo: Amore (Paolo) si è innamorato del corpo, ormai degradato dalla morte, della donna e questo amore era così forte che anche nell'inferno e nelle pene, restano uniti. Dante, sentendo questa storia si emoziona, chiede alla donna di raccontare come questo amore sia nato. I due amanti stavano leggendo la storia d'amore di Lancillotto e Ginevra, più volte durante la lettura i loro sguardi si incrociarono, ma quando lessero del bacio, caddero nella lussuria e Paolo baciò Francesca. I due diedero la colpa del loro peccato al libro che fece da intermediaro come Galeotto lo fece con Lancillotto e Ginevra, da quel momento non lessero oltre forse perchè colti in flagrante e quindi uccisi dal marito di Francesca. Il canto si conclude con lo svenimento di Dante per la forte emozione.
la caduta di lucifero
Secondo la narrazione contenuta nella Divina Commedia, l'Inferno non è sempre esistito, ma è il risultato diretto della ribellione di Lucifero, il più splendente degli angeli del firmamento, contro Dio. Quando la rivolta fallì, Lucifero fu scacciato dal Paradiso e precipitato verso il basso con una violenza inaudita, precipitando nell'emisfero boreale, proprio al centro delle terre emerse. Dante descrive un fenomeno fisico mosso dal terrore: la terra, per non venire a contatto con la creatura malvagia, si ritrasse con orrore. Questo spostamento di massa generò due effetti opposti e complementari: La Voragine Infernale e La Montagna del Purgatorio. Sotto il peso della caduta e per il ritiro della materia. ,si scavò un’immensa cavità a forma di imbuto che penetra fino al centro della Terra. Qui, nel punto più lontano da Dio e centro di gravità dell'universo, Lucifero rimase conficcato per l'eternità. La terra che invece fu spostata dall'impatto non sparì, ma "sfuggì" verso l'alto nell'emisfero opposto (quello australe, allora ritenuto un oceano deserto), riemergendo dalle acque per formare un'altissima montagna: il Purgatorio. Questa voragine in cui si trova l’Inferno della Divina Commedia non è un semplice fosso ma un intero mondo sotterraneo con una sua geografia precisa che Dante, canto dopo canto, descrive in modo dettagliato
La struttura
La struttura del Paradiso dantesco rappresenta il vertice dell'architettura cosmologica della Divina Commedia, dove la geografia fisica dei primi due regni cede il passo a una dimensione puramente spirituale e metafisica. Basandosi sulla visione tolemaica e aristotelica, Dante concepisce il cielo come un sistema di nove sfere concentriche (i cieli) che ruotano attorno alla Terra, la quale è immobile al centro dell'universo. Oltre queste sfere si trova l'Empireo, uno spazio non fisico, ma fatto di pura luce e amore, che costituisce la vera dimora di Dio e di tutti i beati.I primi sette cieli prendono il nome dai corpi celesti allora conosciuti , cioè Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno, e sono seguiti dal Cielo delle Stelle Fisse e dal Primo Mobile, che imprime il movimento a tutti gli altri. Sebbene tutte le anime godano della stessa beatitudine nell'Empireo, esse si manifestano a Dante nei diversi cieli in base alla virtù che ha caratterizzato la loro vita terrena; questa distribuzione non indica una gerarchia di felicità, ma serve a rendere comprensibile alla mente umana il diverso grado di grazia ricevuto da ciascuno. Il viaggio culmina nell'Empireo, dove i beati appaiono disposti a formare la Candida Rosa, un'immensa platea di luce che circonda il punto luminoso da cui irradia l'essenza divina. In questo luogo supremo, la ragione di Virgilio e la teologia di Beatrice lasciano il posto alla contemplazione mistica di San Bernardo, che accompagnerà Dante fino alla visione finale della Trinità.
Minosse
Minosse che nella mitologia greca era figlio di Zeus e di Europa e re di Creta. Non rispettò la promessa di sacrificare il toro donatogli da Poseidone e, per punirlo, il dio fece invaghire del bellissimo animale la regina Pasifae, la quale riuscì ad accoppiarsi col toro. Dall’unione nacque il Minotauro, un essere umano con testa di toro (Dante lo vedrà, ma come toro dalla testa umana, a guardia del burrone tra sesto e settimo cerchio). Per lui Minosse fece costruire il famoso labirinto. Così l’inferno, di cui l’antico re è custode, viene indirettamente connesso proprio al labirinto, poiché vi si perdono i dannati che in vita hanno perduto la diritta via. Lo stesso Virgilio nel VI libro dell’Eneide pone Minosse all’ingresso dell’Ade, come inquisitore che indaga le colpe e le vite di quelli morti prima del tempo, in battaglia o suicidi oppure bambini.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.
commedia
Anastasia Cannavò
Created on February 27, 2026
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INIZIA
dante alighieri
Durante Alighieri nasce nel 1265 a Firenze. Il padre Alighiero svolgeva attività commerciali redditizie, vive nel culto di un progenitore Cacciaguida, cavaliere imperiale. In età ancora infantile i genitori istituiscono per Dante un contratto di matrimonio con Gemma Donati, l'unione avverrà nel 1285. Gli studi umanistici li conduce nell'università di Bologna; tra i suoi maestri, il più importante è Brunetto Latini, messo in scena nel XV canto dell'Inferno nella Commedia. Dante lavora con altri giovani poeti, il più importante è senz’altro Guido Cavalcanti, ricordato invece dal padre nell’Inferno. L'evento più rilevante della sua vita è l'incontro con Beatrice Portinari all'età di 9 anni, che avrebbe influenzato la sua intera vita, e che reincontra verso la fine degli anni ’80. Tuttavia, la ragazza morirà prematuramente nel 1290, lasciando un vuoto nel poeta che lo porterà ad avvicinarsi alla filosofia. Nel 1289 partecipa alla battaglia di Campaldino contro gli Aretini ed entra nella Corporazione dei Medici e Speziali, nel 1295. Probabilmente tra il 1292 e il 1293 organizza rime, sonetti e canzoni in un organismo prosimetrico: la Vita Nova. Dal punto di vista politico, si schiera dalla parte dei guelfi Bianchi e nel 1300 arriva addirittura a ricoprire la carica di Priore. Nel1301 viene mandato a Roma per incontrare papa Bonifacio VIII, nel frattempo a Firenze la fazione dei guelfi Neri guidata da Carlo di Valois prende il controllo della città. Nel 1302 Dante viene, perciò, condannato all'esilio e poi a morte, costretto a non rivedere mai più la sua città.
Anni dell'esilio
1302
1306
1310
1321
1318
Esilio da Firenze
Dante lascia Verona per andare a Ravenna nella corte di Guido Novello da Polenta dove scrive l'epistola in latino a Cangrande della Scale in cui spiega la struttura e le possibili interpretazioni della Commedia
Inizio della scrittura della Commedia. Da questo periodo Dante viaggia in diverse regioni e alloggia in diverse corti: in Romagna, poi a Bologna, Padova e Marca Trevignana , da qui, Dante fu chiamato in Lunigiana da Moroello Malaspina la cui ospitalità è celebrata nel Canto VIII del Purgatorio, dopo aver lasciato la Lunigiana, Dante si trasferì nel Casentino.
Di ritorno da un'ambasciata a Venezia, Dante muore e le sue spoglie vengono tumulate nella chiesa di S. Francesco a Ravenna e non torneranno mai a Firenze, anche quando nei secoli la sua città natale le reclamerà.
L'arrivo in Italia di Enrico VII risveglia in Dante la speranza del ristabilimento di un'autorità imperiale, che tuttavia svanisce nel 1313. Alla morte di Enrico VII Dante accolse l'invito di Cangrande della Scala a risiedere presso la sua corte di Verona.
la divina commedia
introduzione all'opera
È il più grande poema della letteratura italiana, realizzato da Dante tra il 1304 e il 1321. Il suo titolo originario è "Comedia", come Dante scrive nella lettera a Cangrande della Scala, che indica un genere narrativo con uno stile umile e un lieto fine; mentre l'aggettivo "Divina" viene assegnato successivamente da Boccaccio. Nell'opera non individuiamo un solo genere, ma questa è caratterizzata da più tipi di poemi messi insieme: il poema allegorico, perchè il significato letterale della narrazione ne nasconde un altro; il poema enciclopedico, perchè Dante vi trasferisce tutto il sapere del suo tempo; il poema didascalico, perchè vuole essere un raccconto che indichi la via per raggiungere la felicità e il poema profetico, perchè vi sono inserite profezie e il valore morale rivela l'unico vero bene per gli esseri umani. Inoltre, è amche un romanzo, perchè è formato da un insieme di vicende che si svolgono secondo un filo logico, all'interno di una cornice spazio-tempo che comprendono la formazione del poeta, che non è solo autore dell'opera, ma anche il narratore e il protagonista. Il poema è diviso in tre cantiche, a loro volta divise in 33 canti, in aggiunta di un canto in più nell'inferno, che ha funzione introduttiva. È formato da versi endecasillabi raccolti in terzine, e questi si uniscono grazie a rime incatenate che forniscono un ritmo omogeneo e costante. È forte il plurilinguismo, dato dall'utilizzo del volgare fiorentino come lingua principale, e anche di latinismi, archeismi e neoclassicismi. Caratteristico è anche il pluristilismo, che possiamo individuare dai cambiamenti di stile in ogni cantica (stile basso nell'inferno, malinconico nel purgatorio e aulico nel paradiso) e in base ai personaggi e alle situaizoni. Il racconto è in prima persona e ci viene narrato il viaggio immaginario di Dante nei tre regni dell'oltretomba cristiano: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Dante non sarà solo in questo viaggio, ma sarà accompagnsto da tre guide: Virgilio, Beatrice e San Bernardo. Il fine sarà quello di rinnovare il mondo e proseguire il viaggio di Enea che che ha come scopo quello di fondare l'impero, e di San Bernardo che ha come obiettivo la fondazione della chiesa, entrambe le istituzioni volute da Dio.
le cantiche
La Divina Commedia è suddivisa in tre cantiche — Inferno, Purgatorio e Paradiso — che rappresentano le tre tappe fondamentali del viaggio ultraterreno di Dante e il percorso simbolico dell’anima dalla condizione di peccato alla salvezza eterna.
paradiso
purgatorio
inferno
inferno
L'Inferno è la prima delle tre cantiche della Divina Commedia e rappresenta il viaggio iniziale di Dante Alighieri attraverso il regno della perdizione, luogo della punizione eterna per le anime che sono morte in stato di peccato mortale. La narrazione ha inizio nella "selva oscura", allegoria del peccato e dello smarrimento spirituale, da cui Dante viene tratto in salvo dalla guida Virgilio, simbolo della ragione umana, che lo condurrà nell'inferno per mostrargli le conseguenze del male. La struttura dell'Inferno è concepita come una profonda voragine a forma di imbuto che si apre sotto Gerusalemme e sprofonda fino al centro della Terra. Questo spazio è organizzato in nove cerchi concentrici che si restringono man mano che si procede verso il basso: questa conformazione implica una gerarchia della colpa, secondo la quale più si scende in profondità, più il peccato è grave e la pena crudele. L'ordinamento dei peccati segue la filosofia aristotelica, mediata dalla teologia di San Tommaso d'Aquino, e divide le colpe in tre grandi categorie: l'incontinenza (l'incapacità di moderare i propri istinti, punita nei cerchi dal secondo al quinto), la violenza (la forza usata per far del male, punita nel settimo cerchio) e la malizia (la frode e il tradimento, puniti nei cerchi ottavo contro chi non si fida, e nono contro chi si fida). Oltre a queste, ci sono l'Antinferno (ignavi), il Limbo (I cerchio, non battezzati) e gli Eretici (VI cerchio). Ogni zona dell'Inferno è separata da confini naturali o soprannaturali: il fiume Acheronte delimita l'Antinferno, le mura della città di Dite separano i peccatori meno gravi da quelli che hanno agito con intenzionalità e violenza, mentre il pozzo dei Giganti segna il passaggio all'ultima zona, quella dei traditori. Al vertice di questa struttura si trova il Limbo, dove risiedono le anime dei giusti non battezzati, mentre nel punto più profondo, intrappolato nel ghiaccio del lago Cocito, risiede Lucifero, principio di ogni male.
Le pene
Struttura
Come si forma
purgatorio
l Purgatorio è la seconda cantica della Divina Commedia, ambientata su un'altissima montagna che sorge su un'isola al centro dell'emisfero australe, esattamente agli antipodi di Gerusalemme. Questa montagna si è formata dalla terra che si ritrasse con orrore durante la caduta di Lucifero, emergendo dalle acque dell'oceano. A differenza dell'Inferno, il Purgatorio è il regno della speranza e del tempo: qui le anime non sono condannate per l'eternità, ma affrontano un percorso di purificazione per diventare degne di salire al Paradiso. Il clima spirituale cambia radicalmente: alle tenebre e alle grida dell'abisso subentrano la luce del sole, la dolcezza del paesaggio marino e il suono di canti e preghiere.
Struttura
Le pene
paradiso
Il Paradiso è l'ultima cantica della Divina Commedia, in cui la materialità del viaggio scompare per lasciare spazio a un regno di pura luce e armonia. A differenza dell'Inferno e del Purgatorio, non è un luogo geografico sulla Terra, ma una dimensione spirituale strutturata secondo la cosmologia tolemaica in nove cieli concentrici, che ruotano attorno alla Terra e sono racchiusi nell'Empireo, la sede di Dio. Qui Dante non procede più per sforzo fisico, ma per "trasumanar", ovvero un'elevazione che trascende i sensi umani: egli sale di cielo in cielo fissando lo sguardo in quello di Beatrice, che diventa sempre più luminosa man mano che si avvicinano alla fonte della beatitudine. In questo regno le anime non soffrono più: tutte risiedono nell'Empireo e godono della visione di Dio, ma si manifestano a Dante nei diversi cieli per mostrare i vari gradi di grazia ricevuti in base alla loro inclinazione spirituale terrena. È il luogo della perfetta felicità, dove ogni desiderio si placa nella volontà divina.
Struttura
Conclusione del viaggio
canto I
"Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era che cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant' è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte."
Il primo canto è ambientato tra la notte del 24 e l'alba del 25 marzo. Il narratore racconta di essersi trovato in un bosco, in una valle ai piedi di un monte. Cercando di salire verso la cima incontra tre belve: una lonza, un leone e una lupa. Queste rappresentano tre vizi capitali, rispettivamente la lussuria, la superbia e la cupidigia. Terrorizzato sta per tornare verso la selva, quando incontra l'anima del poeta Virgilio, da Dante considerato il suo autore per eccellenza, che, dopo essersi fatto riconoscere, gli rivela che la belva potrà essere ricacciata nell'inferno solo grazie ad un misterioso veltro, un cane da caccia e gli consiglia quindi di seguirlo come guida in un viaggio nei tre regni dell'oltretomba per poter scappare da quel "luogo selvaggio".
L'incontro con Virgilio
Le allegorie
I riferimenti astronomici
canto III
" 'Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore; facemi la divina podestate, la somma sapïenza e 'l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'. "
Il terzo canto è ambientato durante la sera del 25 marzo, nell'antinferno. Qui si trovano gli ignavi, coloro che non hanno mai agito nel bene o nel male, limitandosi a seguire il più forte, le anime in attesa di essere traghettate da Caronte lungo l'Acheronte, una palude d'acqua scura e stagnante, e gli angeli caduti, coloro che avevano appoggiato Lucifero nella sua ribellione. L'ingresso per l'antinferno è delimitato da una porta spalancata da cui Virgilio sprona Dante a superare la paura e ad attraversarla. L'inferno si presenta come un luogo talmente buio da non permettere al protagonista di vedere, le uniche indicazioni spaziali sono date dai lamenti e le grida delle anime. Dante, però, riesce a vedere un'insegna che si muove velocemente e delle anime che cercano di raggiungerla mentre vengono morse da vespe e mosconi, tra queste riconosce quella di Celestino V e proprio vedendolo ha la conferma che si trova nell'inferno. Il canto si conclude con l'incontro con Caronte e il viaggio sulla barca che li porterà nel primo cerchio, il limbo.
Celestino V
L'incontro con Caronte
La porta
canto V
Il canto inizia con l'arrivo di Dante nel secondo cerchio dell'inferno, quello dei lussuriosi, in cui incontra Minosse che rimprovera Dante per essere entrato nell'inferno da vivo e Virgilio, con la famosa formula, lo zittisce. Andando avanti il protagonista conosce la pena dei lussuriosi: come questi si sono fatti trasposrtare dal vento della passione, sono condannati ad essere travolti da una tempesrta che li spazza da una parte all'altra e sbattendo gli uni con gli altri, quando i dannati arrivano vicino un crepaccio, formatosi successivamente al terremoto provocato dalla morte di Cristo e dal quale probabilmente Dante e Virgilio raggiunsero il secondo cerchio, urlano più forte, forse perchè da lì si origina la bufera. Dante riconosce da questa pena che si tratta dei lussuriosi, ma chiede comunque a Virgilio di parlargli di quelle anime, il maestro inizia così ad elencare alcune anime che si trovano nel cerchio: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano. Dante adocchia però due anime che volteggiano assieme e chiedendogli di avvicinarsi queste escono dalla bufera, forse per volontà divina. Le due anime sono quelle di Paolo e Francesca. L'unica a parlare durante tutto il dialogo è Francesca, la quale riconosce subito che Dante è vivo, dopo aver descritto il suo amore e il modo in cui è stata uccisa, il protagonista chiede come questo amore sia nato è talmente forte l'emozione probvata da Dante che questo sviene, concludendo così il canto. È importante sottolineare che durante il brano Dante non ha il ruolo di giudice ma bensì prova pietà per i due amanti in quanto anche lui aveva rischiato di cadere nel peccatto della lussuria, tuttavia l'autore ricnosce il peccato e lascia indizi per sottolineare questo.
Similitudine ornitologica
Minosse
Dialogo tra Francesca e Dante
La porta
Per entrare nell'antinferno bisogna entrare da una porta aperta, alla cui sommita è affissa una scritta che descrive l'inferno, come luogo di eterno dolore e in cui non vi è alcuna speranza di tornare indietro. Di importante rilievo è il racconto che si cela dietro questo ingresso, descritto nel VIII canto dell'inferno: La porta fu costruita da Dio quando Lucifero e gli altri angeli furono cacciati nell'inferno.
Subito dopo la morte in croce, Gesù scese nel limbo per salvare le anime dei patriarchi, i diavoli però provarono a fermarlo serrando la porta, egli perciò la divelse dai cardini e da allora è rimasta spalancata.
struttura dell'inferno
Funge da proemio: Dante si smarrisce nella selva oscura e Virgilio lo salva
Canto I
Oltre la porta, tra lamenti e ignavi, Caronte traghetta i dannati.
Canto III
Minosse giudica, poi la bufera travolge gli amanti Paolo e Francesca.
Canto V
Similitudine ornitologica
Durante tutto il canto sono presenti diverse similitudini ornitologiche, le anime dei dannati vengono paragonate a degli stormi di uccelli. La prima volta i dannati vengono paragonati agli storni, uccelli famosi per i loro spettacolari voli di gruppo, le anime vengono fatte volteggiare dal vento in maniera disordinata e fitta come questi uccelli volano nella stagione invernale.
Subito dopo, vengono invece paragonate alle gru per i lamenti: come le gru cantano i loro lamenti mentre volano, così i dannati che volteggiano gridano e si lamentano. L'ultimo paragone viene fatto tra le colombe e le anime di Paolo e Francesca: come le colombe volano verso il cielo immobili e guidate dal loro istinto, così le due anime si avvicinarono a Dante.
la struttura
La struttura del Purgatorio è concepita come una maestosa montagna che svetta al centro dell'emisfero australe, l'unica terra emersa in un oceano infinito. Questa conformazione geografica non è solo un luogo fisico, ma la rappresentazione visiva di un percorso di risalita spirituale: se l'Inferno era il regno della caduta e dell'oscurità, il Purgatorio è il regno dell'ascesa, del tempo che scorre e della luce solare che scandisce le giornate dei penitenti. Il viaggio inizia ai piedi del monte, nell'Antipurgatorio, dove le anime dei negligenti, coloro che tardarono a pentirsi fino in punto di morte, devono attendere un tempo determinato prima di poter iniziare la loro espiazione. Questa zona funge da anticamera morale, sorvegliata dal custode Catone l'Uticense, simbolo di libertà politica e spirituale. Una volta ammesso attraverso la porta del Purgatorio, ci si ritrova nel cuore della montagna, strutturata in sette cornici circolari sovrapposte. Ognuna di queste cornici corrisponde a uno dei sette peccati capitali, ordinati secondo la gravità: alla base si purificano i peccati più gravi legati all'amore rivolto verso il male (Superbia, Invidia, Ira), seguiti dall'amore troppo debole per il bene (Accidia), e infine, nelle cornici più alte, dai peccati dovuti a un amore eccessivo verso i beni materiali (Avarizia, Gola, Lussuria). Al culmine della salita, sulla sommità della montagna, si trova il Paradiso Terrestre (l'Eden). Questo giardino lussureggiante rappresenta lo stato di grazia e innocenza originaria dell'essere umano. Qui Dante conclude il suo cammino con Virgilio; il poeta latino, essendo espressione della ragione umana, deve cedere il posto a Beatrice, che rappresenta la Teologia e la Grazia. Dopo essersi immerso nelle acque dei fiumi Letè ed Eunoè per cancellare la memoria del male e rinvigorire quella del bene, Dante è finalmente "puro e disposto a salire a le stelle".
L'incontro con Virgilio
L'incontro con Virgilio enfatizza ancor di più l'ambientazione magica che Dante stava creando: Virgilio appare fioco a causa del lungo silenzio. Tale silenzio può essere un riferimento al fatto che tace da troppo tempo perchè nell'oltretomba, o perchè "silenziosa" è la poesia latina quasi sconosciuta ai lettori trecenteschi o perchè era un modo per descriverlo come incorporeo. Virgilio si presenta come colui che è nato in Lombardia, termine che in bocca al poeta latino è un anacronismo in quanto vissuto secoli prima dell'arrivo dei longobardi in Italia, e vissuto troppo tardi per conoscere Cesare ma che visse sotto l'impero di Augusto, quando ancora si veneravano gli dei. Questi sono descritti come "li dei falsi e bugiardi", questo pensiero può essere attribuito anche a Virgilio stesso, il quale scrive nell'Eneide della necessità di un'unico dio giusto. È proprio l'Eneide che permette a Dante di riconoscere il suo maestro, il quale lo rimprovera per non star salendo il colle e quindi di non rincorrere la felicità.Successivamente, quando Virgilio propone a Dante di affrontare il viaggio nell'oltretomba, afferma che solo il veltro potrà scacciare la lupa di cui Dante ha paura. Questa rappresenta la prima profezia post-eventum della Commedia: si annuncia, appunto, l’arrivo di un “veltro”, simbolicamente un cane da caccia destinato a sconfiggere la lupa (immagine dell’avidità e della corruzione). Tuttavia non si tratterebbe di un vero animale, ma di un uomo, la cui identità resta incerta, che rappresenta una figura salvivica nutrita di valori spirituali destinata a rissolevare l'Italia. Potrebbe avere origini umili (il “feltro” richiama un tessuto povero e quindi la povertà francescana), forse un riformatore della Chiesa o un uomo di grande spiritualità. Alcuni interpretano il riferimento come legato all’imperatore Arrigo VII, altri ancora a un pontefice o allo stesso Dante attraverso la sua opera.
la fine del viaggio
Il viaggio di Dante si conclude nell'Empireo, il cielo non fisico fatto di sola luce, dove avviene la sfolgorante visione finale di Dio. Giunto al termine del suo percorso, Beatrice torna al suo scanno nella Candida Rosa e cede il posto a San Bernardo di Chiaravalle, simbolo della contemplazione mistica, che intercede presso la Vergine Maria con una celebre preghiera affinché Dante possa sostenere la vista dell'Assoluto. Il poeta riesce così a fissare lo sguardo nella Luce Divina, dove scorge tre cerchi di tre colori diversi ma di uguale dimensione: la Trinità. All'interno del secondo cerchio, Dante vede riflessa l'immagine umana, comprendendo il mistero dell'Incarnazione. In quel momento, un fulgore improvviso appaga il suo desiderio di conoscenza: la sua mente non può più sostenere una simile altezza e il suo "alto fantastico" (la capacità di immaginare) viene meno. Il viaggio termina con il raggiungimento della pace perfetta, mentre il desiderio e la volontà di Dante sono ormai mossi in totale armonia dall'Amor che move il sole e l'altre stelle.
Il contrappasso
Il concetto di contrappasso rappresenta il cardine logico e giuridico su cui poggia l'intera struttura dell'oltretomba dantesco. Il termine deriva dal latino contra patior ("soffrire il contrario") e indica il principio secondo cui la pena inflitta ai dannati non è casuale, ma risponde a una precisa corrispondenza con il peccato commesso in vita. Questa legge non deve essere intesa come una semplice vendetta divina, bensì come la materializzazione dell'etica e della giustizia: nel mondo di Dante, la punizione è lo specchio del peccato, una manifestazione fisica di ciò che l'anima ha scelto liberamente di essere durante l'esistenza terrena. Il contrappasso può realizzarsi secondo due modalità principali: Per analogia: In questo caso, la pena imita o esaspera le caratteristiche del peccato. Un esempio celebre è quello dei lussuriosi nel V canto. In vita, essi si lasciarono travolgere dalla "bufera" delle passioni amorose; nell'Inferno, sono condannati a essere trascinati eternamente da una tempesta infernale che non si ferma mai, riflettendo così l'incapacità di dominare i propri istinti. Per contrasto: In questo caso, la pena è l'esatto opposto del comportamento tenuto in vita. Un esempio emblematico è quello degli ignavi (coloro che non presero mai una posizione). Poiché in vita non seguirono alcuna bandiera né ebbero ideali, nell'Antinferno sono costretti a correre nudi dietro a un'insegna che ruota velocemente, punti incessantemente da vespe e mosconi che li stimolano a quel movimento che non vollero mai intraprendere da vivi. Il contrappasso diventa sempre più complesso man mano che si scende verso il fondo dell'abisso. Se per i violenti la pena è spesso legata all'elemento fisico (come i predoni immersi nel sangue bollente), per i fraudolenti e i traditori la punizione si fa psicologica e grottesca.
Riferimenti astronomici
Per indicare il tempo, Dante non usa il moderno sistema di ore e date precise, ma fa riferimento ai movimenti del Sole e delle stelle, secondo la mentalità medievale legata ai cicli naturali e ricca di significato simbolico.Quando Dante incontra la lonza che gli impedisce il passaggio per salire il colle, trova coraggio e speranza nel sorgere del sole alle sei del mattino del 25 marzo 1300; per descrivere questo momento l'autore scrive che il Sole sta sorgendo nella costellazione dell’Ariete, nel giorno dell’equinozio di primavera.
Inoltre precisa che il Sole si trova nella stessa posizione che aveva, secondo la Bibbia, al momento della creazione del mondo e di Adamo, al momento del concepimento di Cristo e, 34 anni dopo, nel giorno della crocifissione di Gesù avviando la rinascita dell’umanità dal buio del peccato. Quindi la data non è solo precisa dal punto di vista astronomico, ma ha anche un forte valore simbolico di inizio e rinascita.
le pene
La distinzione tra le pene dell'Inferno e quelle del Purgatorio risiede nella loro natura filosofica: se nel primo il supplizio è un castigo eterno e immutabile, nel secondo la sofferenza è una cura riabilitativa che mira alla salvezza. Nell'abisso infernale, il dannato è prigioniero del proprio peccato e lo subisce con odio e bestemmie, sprofondando in una disperazione senza tempo. Al contrario, sul monte del Purgatorio, l'anima accetta il dolore con gioia e speranza, poiché sa che ogni tormento è temporaneo e necessario per accedere alla visione di Dio. Mentre i dannati sono isolati nel loro male, i penitenti formano una comunità che prega e canta inni, trasformando la sofferenza in un percorso di partecipazione attiva. La pena purgatoriale è inoltre completata da una funzione educativa assente nell'Inferno: gli esempi di virtù e di vizio che accompagnano il cammino dei penitenti servono a rieducare la volontà. Quindi, se l'Inferno è il luogo della giustizia che punisce, il Purgatorio è il luogo della misericordia che trasforma il peccato in una scala verso la libertà spirituale. Le pene si basano comunque sul contrappasso, proprio come nell'inferno, un esempio è la sesta cornice, quella dei golosi, dove le anime sono ridotte a scheletri ambulanti per la fame e la sete, tormentate dalla presenza di alberi carichi di frutti profumati e sorgenti d'acqua che non possono toccare.
L'incontro con Caronte
Dante e Virgilio arrivati alla riva dell'Acheronte, incontrano Caronte, che però, si accorge subito che Dante è vivo e si rifiuta di farlo salire sulla sua imbarcazione e gli intima di allontanarsi dai morti. Secondo caronte, egli è destinato a un passaggio diverso, forse il Purgatorio. A quel punto, interviene Virgilio, il quale zittisce Caronte con le celebri parole: "vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare".Le anime dei dannati, intanto, si affrettano a salire sulla barca, piangendo e bestemmiando, Caronte le raccoglie e colpisce con il remo chiunque si adagi. La scena si conclude con Dante che, sopraffatto da un terremoto e da un lampo vermiglio, sviene, per poi risvegliarsi oltre l'Acheronte.
Celestino V
L'anima vista da Dante non viene chiamata per nome ("colui che fece per viltade il gran rifiuto.") perché, in quanto ignavo, non è degno di essere menzionato. I primi commentatori della Commedia lo indicarono come papa Celestino V, che, rinunciando al soglio pontificio, lasciò campo libero a Bonifacio VIII, il peggior nemico di Dante. Altri pensano a Ponzio Pilato, che decretò la condanna a morte di Cristo per assecondare la folla in tumulto e poi si pulì la coscienza lavandosi le mani. Altri ancora parlano di Esaù, il personaggio biblico che, per un piatto di lenticchie, lasciò al fratello Giacobbe i diritti di primogenito. Ma ad oggi concordano quasi comletamente che la figura descritta da Dante sia proprio Celestino V.
Le allegorie
L'ambientazione con cui si apre il primo canto ha un forte significato allegorico, Dante si trova ai piedi di un colle, arrivatovi dopo aver attraversato, inconsapevolmente, una "selva oscura" e cerca di incamminarsi nella direzione opposta, su per il colle. L'arrivo inconsapevole di Dante indica la sua perdita del controllo razionale e morale, indicato come una precipitazione in uno stato di "sonno" della conoscienza ("La diritta via era smarrita"). Questo periodo buio e di smarrimento è appunto simboleggiato dalla "selva oscura". Tuttavia, Dante vede la possibilità di ricavare del bene da questa sua esperienza ("per trattar del ben ch’i’ vi trovai"), una speranza di salvezza simboleggiata dal Sole che sorgeva alle spalle del colle e che allieva la paura provata fino a quel momento. Nel canto il Sole viene chiamato "pianeta", questo perchè non vi era ancora la distinzione tra pianeti e stelle, infatti, il Sole, nel sistema tolemaico, era il quarto pianeta a ruotare intorno alla Terra.
Dialogo tra Francesca e Dante
Dopo che le due anime sono uscite dalla tempesta, Francesca comincia a parlare e riconoscendo che Dante è vivo lo chiama "animal grazïoso" e gli dice che se Dio fosse loro amico lo pregherebbe affinchè Dante otennesse pace. Qui però vediamo la contraddizione di ciò che dice Francesca e quindi viene sottolineata la sua inaffidabilità: non è Dio a non voler essere "amico" delle due anime, ma sono loro stessi ad essersi allontanati da Ello. Francesca continua raccontando la storia che l'accomuna all'uomo: Amore (Paolo) si è innamorato del corpo, ormai degradato dalla morte, della donna e questo amore era così forte che anche nell'inferno e nelle pene, restano uniti. Dante, sentendo questa storia si emoziona, chiede alla donna di raccontare come questo amore sia nato. I due amanti stavano leggendo la storia d'amore di Lancillotto e Ginevra, più volte durante la lettura i loro sguardi si incrociarono, ma quando lessero del bacio, caddero nella lussuria e Paolo baciò Francesca. I due diedero la colpa del loro peccato al libro che fece da intermediaro come Galeotto lo fece con Lancillotto e Ginevra, da quel momento non lessero oltre forse perchè colti in flagrante e quindi uccisi dal marito di Francesca. Il canto si conclude con lo svenimento di Dante per la forte emozione.
la caduta di lucifero
Secondo la narrazione contenuta nella Divina Commedia, l'Inferno non è sempre esistito, ma è il risultato diretto della ribellione di Lucifero, il più splendente degli angeli del firmamento, contro Dio. Quando la rivolta fallì, Lucifero fu scacciato dal Paradiso e precipitato verso il basso con una violenza inaudita, precipitando nell'emisfero boreale, proprio al centro delle terre emerse. Dante descrive un fenomeno fisico mosso dal terrore: la terra, per non venire a contatto con la creatura malvagia, si ritrasse con orrore. Questo spostamento di massa generò due effetti opposti e complementari: La Voragine Infernale e La Montagna del Purgatorio. Sotto il peso della caduta e per il ritiro della materia. ,si scavò un’immensa cavità a forma di imbuto che penetra fino al centro della Terra. Qui, nel punto più lontano da Dio e centro di gravità dell'universo, Lucifero rimase conficcato per l'eternità. La terra che invece fu spostata dall'impatto non sparì, ma "sfuggì" verso l'alto nell'emisfero opposto (quello australe, allora ritenuto un oceano deserto), riemergendo dalle acque per formare un'altissima montagna: il Purgatorio. Questa voragine in cui si trova l’Inferno della Divina Commedia non è un semplice fosso ma un intero mondo sotterraneo con una sua geografia precisa che Dante, canto dopo canto, descrive in modo dettagliato
La struttura
La struttura del Paradiso dantesco rappresenta il vertice dell'architettura cosmologica della Divina Commedia, dove la geografia fisica dei primi due regni cede il passo a una dimensione puramente spirituale e metafisica. Basandosi sulla visione tolemaica e aristotelica, Dante concepisce il cielo come un sistema di nove sfere concentriche (i cieli) che ruotano attorno alla Terra, la quale è immobile al centro dell'universo. Oltre queste sfere si trova l'Empireo, uno spazio non fisico, ma fatto di pura luce e amore, che costituisce la vera dimora di Dio e di tutti i beati.I primi sette cieli prendono il nome dai corpi celesti allora conosciuti , cioè Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno, e sono seguiti dal Cielo delle Stelle Fisse e dal Primo Mobile, che imprime il movimento a tutti gli altri. Sebbene tutte le anime godano della stessa beatitudine nell'Empireo, esse si manifestano a Dante nei diversi cieli in base alla virtù che ha caratterizzato la loro vita terrena; questa distribuzione non indica una gerarchia di felicità, ma serve a rendere comprensibile alla mente umana il diverso grado di grazia ricevuto da ciascuno. Il viaggio culmina nell'Empireo, dove i beati appaiono disposti a formare la Candida Rosa, un'immensa platea di luce che circonda il punto luminoso da cui irradia l'essenza divina. In questo luogo supremo, la ragione di Virgilio e la teologia di Beatrice lasciano il posto alla contemplazione mistica di San Bernardo, che accompagnerà Dante fino alla visione finale della Trinità.
Minosse
Minosse che nella mitologia greca era figlio di Zeus e di Europa e re di Creta. Non rispettò la promessa di sacrificare il toro donatogli da Poseidone e, per punirlo, il dio fece invaghire del bellissimo animale la regina Pasifae, la quale riuscì ad accoppiarsi col toro. Dall’unione nacque il Minotauro, un essere umano con testa di toro (Dante lo vedrà, ma come toro dalla testa umana, a guardia del burrone tra sesto e settimo cerchio). Per lui Minosse fece costruire il famoso labirinto. Così l’inferno, di cui l’antico re è custode, viene indirettamente connesso proprio al labirinto, poiché vi si perdono i dannati che in vita hanno perduto la diritta via. Lo stesso Virgilio nel VI libro dell’Eneide pone Minosse all’ingresso dell’Ade, come inquisitore che indaga le colpe e le vite di quelli morti prima del tempo, in battaglia o suicidi oppure bambini.
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.