Eugenio Montale, Non recidere forbice quel volto
Non recidere, forbice, quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non far del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di sempre. Un freddo cala... Duro il colpo svetta. E l'acacia ferita da sé scrolla il guscio di cicala nella prima belletta di Novembre.
Sintesi del componimento
La poesia "Non recidere forbice quel volto" di Eugenio Montale, componimento tratto dalla raccolta "Le occasioni", il cui titolo anticipa l'argomento principale della poesia, esprime nella prima strofa la paura del poeta nel perdere il ricordo della donna da lui amata (Irma), chiede alla forbice di non tagliarlo dalla sua memoria e di non trasformare il viso dell'amata in una nebbia indistinta. L'autore nella seconda quartina presenta l'immagine del freddo di novembre, del colpo che taglia la cima dell'acacia, la quale durante la caduta trascina con sé il guscio di una cicala nel fango.
Figure retoriche
Le figure retoriche sono parole, espressioni o frasi che creano un livello di significato ulteriore rispetto a quello letterale e si dividono in: figure retoriche di significato che riguardano gli slittamenti da un campo semantico a un altro o in generale rapporti tra concetti e immagini, figure retoriche di posizione inerenti alla posizione delle parole e figure retoriche di suono relative al suono delle parole. All'interno di questo componimento possiamo individuare due personificazioni, figura retorica di significato che conferisce sentimenti e emozioni a qualcosa di inanimato, nel v. 1 (forbice) e nel v.6 (l'acacia ferita), alcune metafore nei v.1, v.5, v.4 e v.6 sono figure retoriche di significato che prensenta un'associazione di una parola con un'altra sulla base di una similitudine condensata , una sinestesia v.3 (viso in ascolto), figura retorica di significato che si ottiene associando elementi che appartengono a sfere sensoriali diverse, un'apostrofe v.1 (forbice), figura retorica di significato in cui io l'irico si rivolge direttamente all'interlocutore e un'anafora nel v.1 e v.3 (non), figura retorica di posizione che consiste nella ripetizione di una o piú parole all'inizio di due o piú versi successivi.
Analisi metrica
La lirica è composta da otto versi divisi in due quartine. In ciascuna strofa sono presenti tre endecasillabi e un settenario (il v.4 e v.7) . La divisione in sillabe metriche avviene anche grazie alla presenza di figure di fusione, in questo caso la sineresi (unione di due vocali appartenenti alla stessa parola che nella grammatica italiana formano uno iato, nella metrica italiana vengono contate come un' unica sillaba): nel v.2 nella parola "memoria", nel v.3 nella parola "suo" e nel v.4 nella parola "mia"; e una sinalefe (l'unione di una vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola seguente) presente nel v. 3 in (vi/soin). Per quanto riguarda le rime, la poesia non segue uno schema metrico tradizionale, ma adotta una disposizione libera; vi sono alcune parole che rimano tra loro: v.1 - v.3 e v.2 - v.6. In questa poesia di Montale inoltre, é presente una rima interna (l'identità fonetica tra una parola collocata a fine verso, con una all'interno di un verso successivo) ovvero: cala - cicala e svetta - belletta. Nel componimento sono presenti diversi enjambement, cioè casi in cui il senso della frase continua nel verso successivo senza fermarsi alla fine del verso. Questo procedimento rende il ritmo meno regolare e più spezzato. Nel componimeto sono presenti nei v.3 - v.4 e nei v.6 - v.7. Nel v.6 é presente una figura morfologica: l'elisione, la caduta di una vocale finale di una parola segnata dall'apostrofo, con una parola successiva che inizia per vocale. Mentre nel v.3 (far), una figura morfologica, ovvero il troncamento o apocope, che consiste nella caduta di una lettera o una sillaba alla fine di una parola senza essere segnata dall'apostrofo.
Ritmo e suoni
L’andamento del testo è complessivamente lento e spezzato. Il ritmo é dato dall'andamento regolare e organizzato dei suoni e degli accenti. All'interno del componimento possono essere individuati degli ictus (dal latino "icere" che significa colpo), sono elementi che marchiano con maggiore intensità, creando sequenze di sillabe atone e toniche; gli ictus o accenti ritmici hanno una posizione fissa solo nei versi parisillabi, mentre per i versi imparisillabi, che compongono questa poesia la posizione varia (l'unico verso imparissilabo che ha gli ictus in posizioni fisse é il novenario); nel primo verso del componimento l'accento ritmico cade sulla 3ª, 6ª, 10ª sillaba, nel verso successivo l'ictus é presente nella 1ª, 3ª, 6ª, 10ª sillaba, nel terzo verso l'ictus si trova nella 2ª,4ª, 6ª, 10ª sillaba, nel primo settenario l'ictus é situato nella 2ª 3ª, 6ª sillaba, nel primo verso della seconda quartina l'ictus cade sulla 2ª, 4ª, 6ª, 10ª, il verso seguente presenta l'accento ritmico sulla 3ª, 6ª,10ª, nel secondo settenario l'ictus si trova 2ª, 6ª sillabae nell'ultimo verso del componimento l'ictus lo troviamo nella 1ª, 3ª, 6ª, 10ª sillaba. Nel componimento vi sono frequenti pause date dalla punteggiatura che rallentano la poesia e una cesura (pausa interna al verso, che lo divide in due emistichi, possono coincidere con un segno di punteggiatura) al v.5. Dal punto di vista sonoro, analizzando il timbro (sfumature di significato accompagnate da una o piú gruppi di lettere), si nota la ripetizione di suoni tremanti e fruscianti come f e r (“forbice”, “freddo”, “ferita”), che evocano un effetto duro. Dal punto di vista fonico, la poesia presenta assonanze (ripetizione delle stesse vocali toniche) nei richiami tra "volto" e "ascolto" e tra "sempre" e "novembre" e consonanze (ripetizione di gruppi consonantici simili) nei richiami tra “sfolla” e “scrolla”, creando così legami sonori. Nella lirica troviamo anche alcune figure retoriche di suono, che rigurdano l'aspetto fonetico delle parole e in questa poesia sono presenti due paranomasie v.1 (recidere/forbice) e v.6 - v.7 (acacia/cicala), ovvero l'accostamento di parole dal suono simile e dal significato diverso..
Testo argomentativo
Nella poesia "Non recidere forbice quel volto" di Eugenio Montale il poeta affronta il tema della memoria. Per l'uomo dimenticare qualcosa con il passare del tempo è destabilizzante e doloroso. L'autore esprime la sua paura nel dimenticare la donna da lui amata, non è considerato un evento solo come perdere un ricordo, ma perdere una parte interiore del proprio animo, l'amore insegna a crescere, a stabilizzarsi e a poter dare il meglio di noi. Nella memoria risiedono emozioni e legami interiori, che caratterizzano il vissuto di ogni persona. Dimenticare significa non solo cancellare l'immagine della donna amata, ma anche la rottura di un vero e proprio legame, che aveva dato il senso alla vita.
Livello lessicale
Il registro linguistico è medio-alto. Il lessico è fortemente simbolico: poche parole evocano significati profondi. Non ci sono termini ricercati. Le parole chiave del testo (termini che condensano in se il nucleo tematico e fondamentale della poesia) sono: forbice, volto e memoria; ogni campo semantico ruota intorno a una parola chiave designando l'insieme dei vocaboli che rimandano ad un unico ambito di significato. Nella poesia possono essere individuati diversi campi semantici: primo campo sematico afferisce allo scorrere del tempo e ai ricordi che svaniscono evocato da parole come "forbice", "recide", "colpo", "freddo" e "guscio di cicala"; un secondo campo semantico della memoria è individuabile in termini come “memoria”, “sfolla” e “nebbia”; é inoltre molto forte il campo semantico della natura autunnale, con immagini come “acacia”, “guscio di cicala” , "freddo" e il riferimento al mese di novembre.
Vita Montale
Eugenio Montale nacque nel 1896 in una famiglia di commercianti e studiò privatamente per problemi di salute, sviluppando presto un forte interesse per la letteratura e il canto lirico. Trascorse le sue vacanze estive presso Monterosso, paesaggio ligure che diventa parte integrante della sua identità poetica. Dopo la Prima guerra mondiale si avvicinò all’antifascismo e pubblicò la prima raccolta "Ossi di seppia". Nel 1927 si trasferì a Firenze e entrò in contatto con il gruppo di ermetici e la rivista "Solaria" e si dedicò agli studi su Dante. Nel 1929 fu assunto alla direzione del Gabinetto Vieusseux di Firenze nel 1929, fino al 1936 dove fu licenziato perché rifiutava di iscriversi al partito fascista. In quegli anni conobbe Irma Brandeis, chiamata nelle sue poesie “Clizia”, ma la loro relazione si interruppe nel 1938 a causa delle leggi razziali.Nel 1939 pubblicò "Le occasioni", dove la figura di Clizia diventa simbolo dei valori della cultura contro la barbarie del tempo. Nello stesso anno sposò Drusilla Tanzi, nelle sue opere soprannominata "Mosca". Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Milano e collaborò con il “Corriere della Sera”; nel 1956 uscì "La bufera e altro". Nel 1967 fu nominato senatore a vita e nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. Successivamente tra il 1962 e il 1966 fondò la raccolta "Xenia" dedicata alla moglie e dopo la morte della moglie nel 1963, avvenuta un anno dopo il loro matrimonio, la raccolta sarà unita a "Satura" che publicò nel 1971, caratterizzata da uno stile più ironico e prosastico,che continuerà anche nelle opere successive fino al 1981, anno che segna la morte dell'autore. Montale nella sua vita, aveva una visione del mondo disincantata, come se egli non ne facesse parte, l'autore si interrogava sempre sulla condizione dell'uomo, il poeta non aveva alcun vantaggio rispetto gli altri uomini, ma Montale notava che gli uomini vivono la loro esistenza con indifferenza, il poeta non si ancorava a certezze e questo richiama lo stato malinconico in lui. Per Montale la società sembrava aver consumato anche la poesia. Ma lui dichiarava che la poesia esisterà sempre.
Eugenio Montale, Non recidere forbice quel volto
Giorgia Antenucci
Created on February 24, 2026
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Eugenio Montale, Non recidere forbice quel volto
Non recidere, forbice, quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non far del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di sempre. Un freddo cala... Duro il colpo svetta. E l'acacia ferita da sé scrolla il guscio di cicala nella prima belletta di Novembre.
Sintesi del componimento
La poesia "Non recidere forbice quel volto" di Eugenio Montale, componimento tratto dalla raccolta "Le occasioni", il cui titolo anticipa l'argomento principale della poesia, esprime nella prima strofa la paura del poeta nel perdere il ricordo della donna da lui amata (Irma), chiede alla forbice di non tagliarlo dalla sua memoria e di non trasformare il viso dell'amata in una nebbia indistinta. L'autore nella seconda quartina presenta l'immagine del freddo di novembre, del colpo che taglia la cima dell'acacia, la quale durante la caduta trascina con sé il guscio di una cicala nel fango.
Figure retoriche
Le figure retoriche sono parole, espressioni o frasi che creano un livello di significato ulteriore rispetto a quello letterale e si dividono in: figure retoriche di significato che riguardano gli slittamenti da un campo semantico a un altro o in generale rapporti tra concetti e immagini, figure retoriche di posizione inerenti alla posizione delle parole e figure retoriche di suono relative al suono delle parole. All'interno di questo componimento possiamo individuare due personificazioni, figura retorica di significato che conferisce sentimenti e emozioni a qualcosa di inanimato, nel v. 1 (forbice) e nel v.6 (l'acacia ferita), alcune metafore nei v.1, v.5, v.4 e v.6 sono figure retoriche di significato che prensenta un'associazione di una parola con un'altra sulla base di una similitudine condensata , una sinestesia v.3 (viso in ascolto), figura retorica di significato che si ottiene associando elementi che appartengono a sfere sensoriali diverse, un'apostrofe v.1 (forbice), figura retorica di significato in cui io l'irico si rivolge direttamente all'interlocutore e un'anafora nel v.1 e v.3 (non), figura retorica di posizione che consiste nella ripetizione di una o piú parole all'inizio di due o piú versi successivi.
Analisi metrica
La lirica è composta da otto versi divisi in due quartine. In ciascuna strofa sono presenti tre endecasillabi e un settenario (il v.4 e v.7) . La divisione in sillabe metriche avviene anche grazie alla presenza di figure di fusione, in questo caso la sineresi (unione di due vocali appartenenti alla stessa parola che nella grammatica italiana formano uno iato, nella metrica italiana vengono contate come un' unica sillaba): nel v.2 nella parola "memoria", nel v.3 nella parola "suo" e nel v.4 nella parola "mia"; e una sinalefe (l'unione di una vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola seguente) presente nel v. 3 in (vi/soin). Per quanto riguarda le rime, la poesia non segue uno schema metrico tradizionale, ma adotta una disposizione libera; vi sono alcune parole che rimano tra loro: v.1 - v.3 e v.2 - v.6. In questa poesia di Montale inoltre, é presente una rima interna (l'identità fonetica tra una parola collocata a fine verso, con una all'interno di un verso successivo) ovvero: cala - cicala e svetta - belletta. Nel componimento sono presenti diversi enjambement, cioè casi in cui il senso della frase continua nel verso successivo senza fermarsi alla fine del verso. Questo procedimento rende il ritmo meno regolare e più spezzato. Nel componimeto sono presenti nei v.3 - v.4 e nei v.6 - v.7. Nel v.6 é presente una figura morfologica: l'elisione, la caduta di una vocale finale di una parola segnata dall'apostrofo, con una parola successiva che inizia per vocale. Mentre nel v.3 (far), una figura morfologica, ovvero il troncamento o apocope, che consiste nella caduta di una lettera o una sillaba alla fine di una parola senza essere segnata dall'apostrofo.
Ritmo e suoni
L’andamento del testo è complessivamente lento e spezzato. Il ritmo é dato dall'andamento regolare e organizzato dei suoni e degli accenti. All'interno del componimento possono essere individuati degli ictus (dal latino "icere" che significa colpo), sono elementi che marchiano con maggiore intensità, creando sequenze di sillabe atone e toniche; gli ictus o accenti ritmici hanno una posizione fissa solo nei versi parisillabi, mentre per i versi imparisillabi, che compongono questa poesia la posizione varia (l'unico verso imparissilabo che ha gli ictus in posizioni fisse é il novenario); nel primo verso del componimento l'accento ritmico cade sulla 3ª, 6ª, 10ª sillaba, nel verso successivo l'ictus é presente nella 1ª, 3ª, 6ª, 10ª sillaba, nel terzo verso l'ictus si trova nella 2ª,4ª, 6ª, 10ª sillaba, nel primo settenario l'ictus é situato nella 2ª 3ª, 6ª sillaba, nel primo verso della seconda quartina l'ictus cade sulla 2ª, 4ª, 6ª, 10ª, il verso seguente presenta l'accento ritmico sulla 3ª, 6ª,10ª, nel secondo settenario l'ictus si trova 2ª, 6ª sillabae nell'ultimo verso del componimento l'ictus lo troviamo nella 1ª, 3ª, 6ª, 10ª sillaba. Nel componimento vi sono frequenti pause date dalla punteggiatura che rallentano la poesia e una cesura (pausa interna al verso, che lo divide in due emistichi, possono coincidere con un segno di punteggiatura) al v.5. Dal punto di vista sonoro, analizzando il timbro (sfumature di significato accompagnate da una o piú gruppi di lettere), si nota la ripetizione di suoni tremanti e fruscianti come f e r (“forbice”, “freddo”, “ferita”), che evocano un effetto duro. Dal punto di vista fonico, la poesia presenta assonanze (ripetizione delle stesse vocali toniche) nei richiami tra "volto" e "ascolto" e tra "sempre" e "novembre" e consonanze (ripetizione di gruppi consonantici simili) nei richiami tra “sfolla” e “scrolla”, creando così legami sonori. Nella lirica troviamo anche alcune figure retoriche di suono, che rigurdano l'aspetto fonetico delle parole e in questa poesia sono presenti due paranomasie v.1 (recidere/forbice) e v.6 - v.7 (acacia/cicala), ovvero l'accostamento di parole dal suono simile e dal significato diverso..
Testo argomentativo
Nella poesia "Non recidere forbice quel volto" di Eugenio Montale il poeta affronta il tema della memoria. Per l'uomo dimenticare qualcosa con il passare del tempo è destabilizzante e doloroso. L'autore esprime la sua paura nel dimenticare la donna da lui amata, non è considerato un evento solo come perdere un ricordo, ma perdere una parte interiore del proprio animo, l'amore insegna a crescere, a stabilizzarsi e a poter dare il meglio di noi. Nella memoria risiedono emozioni e legami interiori, che caratterizzano il vissuto di ogni persona. Dimenticare significa non solo cancellare l'immagine della donna amata, ma anche la rottura di un vero e proprio legame, che aveva dato il senso alla vita.
Livello lessicale
Il registro linguistico è medio-alto. Il lessico è fortemente simbolico: poche parole evocano significati profondi. Non ci sono termini ricercati. Le parole chiave del testo (termini che condensano in se il nucleo tematico e fondamentale della poesia) sono: forbice, volto e memoria; ogni campo semantico ruota intorno a una parola chiave designando l'insieme dei vocaboli che rimandano ad un unico ambito di significato. Nella poesia possono essere individuati diversi campi semantici: primo campo sematico afferisce allo scorrere del tempo e ai ricordi che svaniscono evocato da parole come "forbice", "recide", "colpo", "freddo" e "guscio di cicala"; un secondo campo semantico della memoria è individuabile in termini come “memoria”, “sfolla” e “nebbia”; é inoltre molto forte il campo semantico della natura autunnale, con immagini come “acacia”, “guscio di cicala” , "freddo" e il riferimento al mese di novembre.
Vita Montale
Eugenio Montale nacque nel 1896 in una famiglia di commercianti e studiò privatamente per problemi di salute, sviluppando presto un forte interesse per la letteratura e il canto lirico. Trascorse le sue vacanze estive presso Monterosso, paesaggio ligure che diventa parte integrante della sua identità poetica. Dopo la Prima guerra mondiale si avvicinò all’antifascismo e pubblicò la prima raccolta "Ossi di seppia". Nel 1927 si trasferì a Firenze e entrò in contatto con il gruppo di ermetici e la rivista "Solaria" e si dedicò agli studi su Dante. Nel 1929 fu assunto alla direzione del Gabinetto Vieusseux di Firenze nel 1929, fino al 1936 dove fu licenziato perché rifiutava di iscriversi al partito fascista. In quegli anni conobbe Irma Brandeis, chiamata nelle sue poesie “Clizia”, ma la loro relazione si interruppe nel 1938 a causa delle leggi razziali.Nel 1939 pubblicò "Le occasioni", dove la figura di Clizia diventa simbolo dei valori della cultura contro la barbarie del tempo. Nello stesso anno sposò Drusilla Tanzi, nelle sue opere soprannominata "Mosca". Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Milano e collaborò con il “Corriere della Sera”; nel 1956 uscì "La bufera e altro". Nel 1967 fu nominato senatore a vita e nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. Successivamente tra il 1962 e il 1966 fondò la raccolta "Xenia" dedicata alla moglie e dopo la morte della moglie nel 1963, avvenuta un anno dopo il loro matrimonio, la raccolta sarà unita a "Satura" che publicò nel 1971, caratterizzata da uno stile più ironico e prosastico,che continuerà anche nelle opere successive fino al 1981, anno che segna la morte dell'autore. Montale nella sua vita, aveva una visione del mondo disincantata, come se egli non ne facesse parte, l'autore si interrogava sempre sulla condizione dell'uomo, il poeta non aveva alcun vantaggio rispetto gli altri uomini, ma Montale notava che gli uomini vivono la loro esistenza con indifferenza, il poeta non si ancorava a certezze e questo richiama lo stato malinconico in lui. Per Montale la società sembrava aver consumato anche la poesia. Ma lui dichiarava che la poesia esisterà sempre.