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DA VERGA ALL'AGENDA 2030: il cammino dei diritti-Claudia, Raf, Deborah

Claudia Panza

Created on February 20, 2026

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Transcript

DA VERGA ALL'AGENDA 2030: il cammino dei diritti

a cura di claudia panza, raf montanaro e deborah delia

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LE CONDIZIONI PRECARIE DEI LAVORATORI

LA LEGGE DEL PIÙ FORTE

COMPORTAMENTO SOCIALE

INTRODUZIONE

IL LAVORO DI MALPELO

L'OPERA

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LA COSTITUZIONE ITALIANA

ARTICOLO 1

UN FINALE TRAGICO

Reduced Inequality

RIFERIMENTI A PASCOLI

L'IDEALE DELL'OSTRICA

IL QUADRO GIURIDICO ATTUALE

OBIETTIVO 10

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AGENDA 2030

ARTICOLO 3 e 4

LE LETTERE MERIDIONALI

LAVORO MINORILE: DATI E ANALISI

ATTUALITÀ: LE DISUGUAGLIANZE

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INTRODUZIONE

Giovanni Verga, autore tardo-ottocentesco, ci offre diversi spunti all’interno delle sue opere per discutere a proposito del tema delle disuguaglianze nelle loro più disparate forme e del lavoro. La prima novella verista di Verga è Rosso Malpelo, pubblicata nel 1878 e raccolta in Vita dei campi. Il testo offre uno sguardo nudo e schietto sulla realtà dei tempi e, in linea con la tecnica dell’impersonalità verista, l’autore mette in luce con oggettività le malsane condizioni di vita di uomini, donne e bambini che vivevano nella neonata società industrializzata dei suoi tempi. Diversi sono gli spunti che rendono un testo come Rosso Malpelo particolarmente vicino a noi.

L'OPERA

Rosso Malpelo è un ragazzo cresciuto nell’indifferenza, come una bestia, e avviato precocemente a un lavoro duro e avvilente, come accadeva spesso nella Sicilia di fine Ottocento: lavora come manovale in una cava di rena rossa, un tipo di sabbia utilizzata nell’edilizia. È maltrattato e infelice e vive la propria condizione con rassegnazione e rabbia.

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La sua condizione è aggravata dal lavoro forzato in cava e dall’assenza di affetto da parte della famiglia, che non fa che accrescere il peso dello stigma sociale che grava sulle spalle del ragazzo: «Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio di quei soldi; e nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.»

ISOLAMENTO DELL'INDIVIDUO

La società lo tratta come un essere inferiore. L’immagine è fortissima: il ragazzo non è considerato come una persona, ma come un oggetto o un animale. «Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vedersi davanti, e che tutti schivavano come un cane rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.»

La sua vita si consuma nello stesso luogo di sfruttamento, senza riscatto. Il padre di Malpelo, mastro Misciu, era morto sepolto vivo a causa di un crollo della cava e da quel momento il ragazzo diventa sempre più duro e violento. La tragica storia del padre offre l’occasione di analizzare la questione delle condizioni lavorative del tempo: la cava è descritta come una sorta di inferno sotterraneo, in cui si viene trattati alla stregua degli animali, costretti a lavorare con orari disumani, immersi nel buio e in un ambiente malsano in cui malattie, pericoli e insidie sono sempre dietro l’angolo. Nel caso descritto dallo scrittore siciliano, il lavoro non nobilita affatto l’uomo, ma lo strema e lo distrugge:

«Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto nella cava. Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno nella cava, e che ora non serviva più, e s’era calcolato così ad occhio col padrone per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. (...) tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n’erano andati dicendogli di divertirsi a grattarsi la pancia per amor del padrone, e raccomandandogli di non fare la morte del sorcio.»

LA LEGGE DEL PIÙ FORTE

Il mondo di Rosso Malpelo è dominato dalla legge del più forte, per cui chi è debole viene schiacciato e chi subisce impara di conseguenza a far subire. Rosso Malpelo conosce queste dinamiche, viene percosso senza ribellarsi e sfoga la propria rabbia sui più deboli, sugli animali e su Ranocchio, un ragazzino fragile e malato, da poco unitosi a lavorare nella cava. In realtà, Ranocchio è l’unico a cui veramente Malpelo si lega e sin da subito gli insegna come sopravvivere in quel contesto, gli tramanda il monito del “più forte”:

Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia, e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accanimento, e gli diceva: «To' Bestia! Bestia sei! Se non ti senti l'animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello!»

IL FINALE DELLA NOVELLA

La conclusione della novella è tragica e mette in risalto ancora una volta l’indifferenza e la meschinità che caratterizza la comunità di Malpelo, priva di pietà e di sensibilità: il ragazzo verrà mandato a lavorare nel punto più pericoloso della cava, da cui non tornerà più:

«Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo, come suo padre…»

DA VERGA AL QUADRO GIURIDICO ATTUALE:

La legge del più forte, per quanto spietata e disumana possa essere, non hai mai completamente abbandonato la nostra società, perché ancora oggi chi possiede i migliori mezzi - il più “forte” economicamente - riesce a surclassare i meno abbienti, creando una voragine sociale che pone un discrimine tra coloro che partono da basi ed opportunità più solide e floride e chi, invece, non ha le possibilità per svincolarsi dalla propria posizione sociale ed è quindi costretto a rinunciare al miglioramento, ad un obiettivo, ad un sogno.

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L'IDEALE DELL'OSTRICA

D’altronde questa riflessione collima perfettamente con il pensiero verghiano - per questo giudicato negativamente dalla critica marxista - e riassumibile nel cosiddetto “ideale dell’ostrica”, secondo cui il far parte di una classe sociale è questione di natura e nessuno può mutare la propria condizione sociale:

«- Insomma l'ideale dell'ostrica! - direte voi. - Proprio l'ideale dell'ostrica! e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo, che quello di non esser nati ostriche anche noi -. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, [...] questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, [...] mi sembrano - forse pel quarto d'ora - cose serissime e rispettabilissime anch'esse.»

(Giovanni Verga, da Fantasticheria in Vita dei campi, 1880)

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LA VISIONE DI PASCOLI

Il messaggio di Verga è affine alla visione che emerge indirettamente ne Il fanciullino di Pascoli, che afferma:

“Chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobigliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza”. Secondo questi autori, dunque, è necessario accettare la propria condizione di vita, eventualmente accogliendo l’aiuto proveniente dagli altri ceti sociali, ma senza intraprendere lotte volte a modificarla.

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LA COSTITUZIONE ITALIANA

La tematica della disuguaglianza è stata prontamente affrontata nel corso della storia e la Costituzione Italiana è l’emblema del progresso sociale e umano a cui siamo giunti: la legge interviene ogni giorno al fine di ridurre al minimo ogni forma di disuguaglianza, sia essa sociale, economica o culturale.

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ARTICOLO 1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Il lavoro, su cui è fondato il nostro Paese, non è più visto come una fonte di sofferenza, fatica e sfruttamento, un mero mezzo di sostentamento, un modo per sopravvivere in quella che Verga chiamerebbe “lotta per la vita”, ma come elemento che valorizza il cittadino e lo rende attivo e parte integrante della comunità. Oggi il lavoro deve essere tutelato e non può significare sfruttamento: il lavoro minorile, come quello di Malpelo, è vietato e regolato da leggi severe. In più il primo articolo della Costituzione riconosce il popolo come vero detentore del potere: ci appare paradossale rispetto alla società descritta in Rosso Malpelo, in cui i più deboli non hanno voce in capitolo e non possiedono gli strumenti necessari per rivendicare i propri diritti, probabilmente perfino a loro sconosciuti.

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ARTICOLO 3 e 4

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L’ideale dell’ostrica elaborato da Verga appare oggi superato alla luce dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Costituzione, infatti, non invita ad accettare passivamente le disuguaglianze, ma afferma con forza il principio di pari dignità sociale e attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Tali principi sono, tra l’altro, anche oggetto dell’Articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Articolo 4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Nel mondo di Verga questi diritti non esistono: oggi sicuramente la situazione di Malpelo sarebbe tutelata dalla Costituzione italiana.

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ATTUALItÀ

Sebbene questi diritti umani siano stati riconosciuti giuridicamente, non sempre sono pienamente applicati. Tutt’ora le disuguaglianze socio-economiche sono molteplici e interconnesse. La disuguaglianza economica si riferisce alla distribuzione ineguale di reddito e ricchezza tra individui o gruppi. Oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più del 45% della ricchezza globale. Questo divario significa che mentre alcuni accumulano fortune, miliardi di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno. Le cause? Politiche fiscali inique, sfruttamento delle risorse, evasione ed elusione fiscale, deregolamentazione finanziaria. Non si tratta solo di numeri: si traducono in accesso limitato ai servizi essenziali, come sanità e istruzione, e in opportunità di vita profondamente diverse tra ricchi e poveri. Per questo, è fondamentale tassare in modo più equo i grandi patrimoni e garantire un sistema che redistribuisca la ricchezza per promuovere equità sociale e sviluppo inclusivo. FONTE: OXFAM ITALIA

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LO SFRUTTAMENTO MINORILE

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Anche il lavoro minorile è un fenomeno globale che mette a repentaglio i diritti fondamentali di bambine, bambini e adolescenti, negando loro la possibilità di studiare, di crescere in maniera sana e di godere del massimo benessere fisico e psicologico. A livello globale, sono 160 milioni i bambini tra i 5 e i 17 anni, nelle maglie dello sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà, 79 milioni, costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che possono danneggiare la loro salute ed il loro sviluppo psico-fisico. In Italia la normativa prevede la possibilità per gli adolescenti di iniziare a lavorare a 15 anni a condizione di aver assolto l’obbligo scolastico di 10 anni – elemento che sposta quindi l’effettiva possibilità di accesso al mondo del lavoro al compimento dei 16 anni. Numeri senza dubbio sottostimati, a causa della mancanza, nel nostro Paese, di una rilevazione sistematica in grado di definire i contorni del fenomeno in modo puntuale e continuativo. In Italia 336 mila minorenni di età compresa tra 7 e 15 anni hanno avuto esperienze di lavoro, praticamente il 6,8% della popolazione di quell’età, mentre è del 20% la percentuale dei 14-15enni che hanno lavorato prima dell’età legale consentita: 1 minore su 5. Molte di queste esperienze lavorative raccolte sono state svolte nell’ambito della ristorazione (25,9%) e nelle attività di vendita nei negozi e attività commerciali (16,2%), ma compaiono anche di nuove forme di lavoro, come quello online (ad esempio pubblicità, video, contenuti sui social a pagamento, compravendita online) che riguardano il 5,7% degli intervistati che hanno dichiarato di aver lavorato nell’ultimo anno. Quasi la metà dei minori che hanno preso parte all’indagine ha dichiarato di aver trovato lavoro tramite i propri genitori, questo sottolinea come una parte importante del fenomeno del lavoro minorile sia in qualche modo ascrivibile all’ambito familiare. FONTE: SAVE THE CHILDREN

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CONDIZIONI LAVORATIVE

Recentemente l’INAIL ha pubblicato il report “Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali degli immigrati”, evidenziando come i lavoratori stranieri, pur rappresentando circa il 10% degli occupati, denuncino il 20% degli infortuni e l’8% delle malattie professionali, con un’incidenza più che doppia rispetto agli italiani. La maggiore esposizione al rischio è legata all’impiego prevalente in settori ad alta intensità fisica (agricoltura, edilizia, trasporti, industria), a mansioni poco qualificate e contratti precari, oltre a difficoltà linguistiche e minore accesso alla formazione e alla prevenzione. Le attività svolte comportano soprattutto patologie da sovraccarico biomeccanico e, negli ultimi anni, si registra anche un aumento dei disturbi psichici legati allo stress lavoro-correlato. La mobilità lavorativa e geografica dei migranti rende inoltre più complesso il riconoscimento delle malattie professionali. Un focus specifico riguarda i rider: tra il 2021 e il 2023, su 1.337 denunce, 671 hanno coinvolto lavoratori nati all’estero, per lo più giovani uomini, con una forte incidenza nelle regioni Lazio e Lombardia. Il quadro evidenzia una significativa disuguaglianza di salute legata alle condizioni occupazionali dei lavoratori immigrati. FONTE: DISUGUAGLIANZE DI SALUTE

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DA VERGA ALLA QUESTIONE MERIDIONALE

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Verga, in linea con la sua scelta di poetica e a riprova dell’obiettività dei suoi contenuti, scrive sempre basandosi su dati reali, in particolare li estrapola dalle inchieste parlamentari di Sonnino e dalle Lettere meridionali, corrispondenze giornalistiche inviate nel marzo del 1875 dallo storico napoletano Pasquale Villari a Giacomo Dina, direttore del giornale moderato “L’opinione”. Si tratta di preziose testimonianze che per la prima volta mettono davanti agli occhi dell’opinione pubblica gli effetti negativi e le problematiche sorte a partire dalla rivoluzione industriale.

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Secondo i dati dell’ISTAT, il prodotto interno lordo pro capite delle regioni settentrionali risulta mediamente quasi doppio rispetto a quello di molte regioni meridionali. Se nel Nord il PIL pro capite oscilla tra i 35.000 e i 40.000 euro annui — con punte particolarmente elevate in regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto — nel Mezzogiorno si attesta mediamente tra i 18.000 e i 22.000 euro, con valori tra i più bassi in Calabria, Sicilia e Campania. Nonostante il Sud ospiti circa un terzo della popolazione italiana, contribuisce a poco più di un quinto della ricchezza nazionale. Le differenze risultano ancora più marcate nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione nel Nord si avvicina al 70%, mentre nel Sud fatica a superare il 45–50%. La disoccupazione giovanile rimane particolarmente elevata nel Mezzogiorno e tale fragilità occupazionale si traduce in minori prospettive di stabilità economica e in un costante flusso migratorio interno: ogni anno migliaia di giovani, spesso laureati, lasciano il Sud per trasferirsi nelle regioni settentrionali o all’estero. Anche sul piano infrastrutturale il divario appare evidente. Il Nord beneficia di una rete logistica più sviluppata, di una maggiore concentrazione industriale e di un tessuto produttivo più orientato all’innovazione e all’export. Il Sud, al contrario, sconta storici ritardi negli investimenti, una minore attrattività per capitali privati e una più ampia diffusione dell’economia sommersa. Le differenze si riflettono anche nella qualità dei servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti, fino all’istruzione. FONTE: IL FATTO QUOTIDIANO E IL QUOTIDIANO DEL SUD

Il divario economico tra Nord e Sud Italia continua a rappresentare una delle fratture più profonde e persistenti del Paese

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L'AGENDA 2030

Per arginare problemi nazionali e globali come quelli finora citati nasce L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Si tratta di un programma sottoscritto nel 2015 dall’ONU e comprende 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile che i 193 Paesi membri si sono impegnati a raggiungere entro il 2030. Riguardano tematiche sensibili come la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni. Tra questi, è particolarmente affine ai temi sviluppati a partire dalla novella scelta l’Obiettivo 10: Ridurre l'ineguaglianza all'interno di e fra le nazioni.

Per concludere, la storia di Malpelo, gli ideali di Verga, la visione di Pascoli non sono materia inerte e incomunicativa, ma uno spunto vivo e sempre attuale per ragionare su tematiche che ci riguardano ogni giorno, osservare con un occhio più attento il mondo e analizzare i modi con cui la società e le istituzioni cercano di agire contro ogni forma di disuguaglianza, discriminazione e sfruttamento.

Obiettivo 10: Ridurre le disuguaglianze

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Si possono individuare al suo interno delle sottocategorie legate a diversi ambiti, ad esempio il punto 10.2 recita: 10.2 - “Entro il 2030, potenziare e promuovere l’inclusione sociale, economica e politica di tutti, a prescindere da età, sesso, disabilità, razza, etnia, origine, religione, stato economico o altro” Oppure vengono forniti possibili approcci per affrontare la situazione, come nel 10.4: 10.4 - “Adottare politiche, in particolare fiscali, salariali e di protezione sociale, per raggiungere progressivamente una maggior uguaglianza.”

Fu proprio l’impegno profuso da Villari nel denunciare alla classe dirigente del Paese le cause sociali della camorra, della mafia e del brigantaggio, le condizioni di estrema miseria delle masse contadine meridionali, la corruzione e l’inadeguatezza della classe politica locale a garantire un primo effettivo sforzo per cercare di affrontare la questione meridionale. L’analisi dello storico napoletano risaliva all’intero processo risorgimentale, mettendone in luce i limiti e le contraddizioni: la rivoluzione politica, che aveva permesso l’unificazione, non era stata accompagnata da una rivoluzione sociale e dalla nascita di una nuova classe media, in grado di operare per il bene comune e di rappresentare e accogliere, all’interno delle istituzioni, le istanze delle masse meridionali, isolate e ripudiate. Infatti le sue Lettere sono ad oggi considerate il manifesto del movimento meridionalista. E se ai tempi di Verga i contemporanei misero in luce il divario tra il Nord, avanzato e industrializzato, e l’arretrato Sud, che ancora faceva affidamento su un’economia prettamente silvo-pastorale, ancora oggi - a oltre 160 anni dall’Unità - non siamo andati poi così lontano e la questione meridionale è ancora aperta.

Nel racconto viene rappresentata una società profondamente ingiusta, in cui un bambino è vittima di discriminazione e sfruttamento. Già dalle prime righe si legge: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.»

Oltre a costituire un chiaro esempio della poetica verista - con la cosiddetta tecnica della “regressione” per cui l’autore adotta il punto di vista superstizioso e la mentalità primitiva della comunità di cui parla - la novella si apre con il tema del pregiudizio nei confronti del “diverso”, ancor più deleterio per un ragazzino come Malpelo che, a furia di essere giudicato a priori come un “cattivo” solo per il colore dei capelli, accetta l’immagine negativa che gli altri hanno di sé e si comporta come tale. Da qui si capisce che il pregiudizio a lungo andare genera disparità sociale ed emarginazione, e questo episodio mette in luce una violazione evidente della dignità umana.