Nati o Diventati?
È possibile prevenire la devianza?
12
nº
Riflessione orientativa sull'istituzione penitenziaria.
Michela Gadaleta
Cos'è la devianza?
Questa ricerca, tuttavia, intende spostare il focus sull'individuo, analizzando la possibilità che esistano anche dei predisponenti biologici e mentali capaci di influenzare la condotta criminale. Questa prospettiva non è nuova, ma affonda le sue radici nella nascita della criminologia moderna. Per comprendere come la scienza abbia iniziato a indagare il corpo e la mente del reo, è necessario tornare indietro alla fine dell'Ottocento, partendo dall'opera di colui che per primo teorizzò delle origini biologiche della devianza: Cesare Lombroso.
Il concetto di devianza definisce l'insieme di quei comportamenti che violano le norme e le aspettative di una società in un dato momento storico. Tuttavia, quando la devianza sfocia nel crimine, la ricerca scientifica si trova di fronte a un interrogativo: l'individuo antisociale è il prodotto del suo ambiente o è guidato da un’eredità biologica ineluttabile?
In altre parole, "criminali si nasce o si diventa?"
Per lungo tempo, la sociologia ha cercato le risposte esclusivamente nel contesto esterno: la povertà, l'educazione e le dinamiche di gruppo.
Title 1
L'influenza del cervello sul comportamento criminale
Esistono dei fattori biologici e mentali alla base dei comportamenti criminali?
Le neuroscienze hanno offerto nuove chiavi interpretative che consentono di esplorare come le strutture cerebrali, le funzioni cognitive e i processi psicologici possano influenzare la propensione a compiere atti criminosi.
Nel 1871 Cesare Lombroso, fondatore della criminologia, condusse il primo studio sui comportamenti criminali all’interno di un penitenziario, avanzando l’ipotesi che la devianza avesse una causa cerebrale. Con la sua teoria dell'atavismo, sostenne che il criminale avesse subito un arresto nel suo percorso evolutivo, divenendo portatore di anomalie fisiche e psichiche rilevabili attraverso l'osservazione anatomica.
Le alterazioni nella materia grigia cerebrale sono state identificate come una delle principali correlazioni neurobiologiche associate al comportamento criminale. Gli studi più recenti hanno rivelato che la riduzione della materia grigia in specifiche aree cerebrali, come il lobo prefrontale, temporale e parietale, è significativamente legata a comportamenti antisociali..
Questa visione ignorava però i fattori ambientali, sociali, economici e psicologici dell'individuo poichè, non confrontando i criminali con gruppi di persone "non criminali" con caratteristiche simili, attribuì erroneamente alla natura criminale tratti che potevano essere dovuti alla povertà, alla malnutrizione o a malattie. Le sue teorie erano, inoltre, fortemente influenzate da pregiudizi del suo tempo, soprattutto verso le popolazioni del Sud Italia.
Inoltre, distinguendo i sottocomponenti del comportamento psicopatico e analizzando come questi interagiscano con la morfologia cerebrale, è emerso che non tutte le dimensioni del comportamento psicopatico hanno lo stesso impatto sulle strutture cerebrali: i tratti emozionali, come il distacco affettivo, e l'aggressività proattiva, non sembrano correlarsi in modo significativo con la riduzione della materia grigia. Al contrario, gli aspetti comportamentali specifici, mostrano una connessione molto più forte con le riduzioni del volume cerebrale, in particolare nelle aree coinvolte nel controllo degli impulsi e nella regolazione delle emozioni, come il lobo frontale.
Nel 1975 Herbert Blumer e Frank Benson, noti per il loro lavoro di revisione clinica nel campo della neuropsicologia, hanno analizzato 140 anni di letteratura sulle alterazioni della personalità a seguito di lesioni del lobo frontale ed hanno concluso che le lesioni frontali producono principalmente due tipi di personalità:
La tipologia delle modificazioni patologiche della personalità dipende anche dalla eziologia delle lesioni. Ad esempio modificazioni del carattere e del comportamento in assenza di deficit cognitivi o di segni neurologici sono spesso una caratteristica dei tumori o di lesioni avvenute a seguito di determinati avvenimenti o incidenti.
In un recente studio del 2017, si è tentato di individuare una mappa cerebrale delle diverse lesioni in 17 pazienti che hanno manifestato un comportamento criminale dopo che le lesioni si sono verificate. Questo perché i sintomi conseguenti a lesioni tendono a coinvolgere la connettività delle stesse regioni cerebrali. I comportamenti criminali di cui i ricercatori hanno tenuto conto sono: frode, furto, stupro, aggressione e omicidio. Le 17 lesioni erano localizzate in regioni diverse, in particolare: - 9 nella struttura mediale frontale o orbitofrontale; - 3 a livello del lobo temporale mediale / amigdala; - 3 nel lobo temporale anteriore; - 1 nella corteccia prefrontale dorsomediale; - 1 nello striato ventrale e in alcune parti della corteccia orbitofrontale.
un danno localizzato nella corteccia frontale tende a dare luogo a una personalità “pseudo-depressa” caratterizzata da indifferenza, apatia, letargia, ridotto interesse sessuale, riduzione nella espressione delle emozioni;
un danno della corteccia fronto-orbitaria determinavano una personalità di tipo “pseudo-psicopatico”, caratterizzati da euforia, irrequietezza, disinibizione sessuale, puerilità, comportamenti sociali inappropriati e scarso interesse verso gli altri.
Ritroviamo inoltre lesioni della corteccia frontale mediale, nella regione dorsale (giro cingolato e area supplementare motoria), a cui seguono un rallentamento psicomotorio ed abulia, ovvero quando il paziente risponde solo quando gli vengono rivolte domande dirette e le lesioni frontali ventro-mediali (quelle della corteccia limbica e le strutture diencefaliche) che sono associate a gravi deficit della memoria, modificazioni della coscienza, apatia, comportamenti socialmente inappropriati, disorientamento e aggressività incontrollata.
Title 1
E per quanto concerne i fattori ambientali e familiari?
Neurocriminologia e il sistema giudiziario
La neurocriminologia ha punti di incontro con il sistema giudiziario su tre livelli, ovvero la prevenzione della criminalità, previsione della recidiva e punizione del reo. Se si dimostrasse la capacità dei fattori biologici di prevedere la violenza futura, al di là delle variabili sociali, la neurobiologia potrebbe essere cruciale nella prevenzione della devianza.
La ricerca nella prevenzione è carente al momento, ma a livello psicofarmacologico un’ampia gamma di farmaci, inclusi antipsicotici, stabilizzatori dell’umore, stimolanti e antidepressivi, è efficace nel ridurre il comportamento aggressivo nei bambini e negli adolescenti. Nonostante questi risultati, vi sono pochi studi sistematici sull’efficacia a lungo termine dei farmaci o sulla loro applicazione agli individui autori di reato. D’altro canto, una potenziale estensione futura di tale previsione per gli autori di reati, per quanto riguarda la possibilità di una recidiva, comportarebbe delle gravi violazioni della libertà personale che potrebbero derivare da falsi positivi, ovvero individui non pericolosi che si prevede siano a rischio di commettere crimini.
L’ambiente gioca un ruolo altrettanto influente. Infatti alcune varianti genetiche conferiscono il rischio di comportamento antisociale solo in presenza di particolari fattori di rischio ambientale, come gli abusi nella prima infanzia e una cattiva genitorialità. È stato anche riscontrato che fattori di rischio per la salute, in combinazione con fattori di rischio sociale, sono associati ad una maggiore probabilità che un bambino sviluppi una condotta antisociale e un comportamento aggressivo. Ad esempio, le complicazioni alla nascita e il rigetto materno del bambino nel primo anno di vita, sono fattori che sono risultati determinanti, in età adulta, di reati violenti.
Title 1
La punizione si basa sull’effettivo livello di responsabilità che può essere riconosciuto in capo ai singoli individui. Le analisi neurobiologiche possono essere d’aiuto al fine di capire se gli autori di un reato siano veramente responsabili del loro comportamento e, in caso affermativo, in che misura. Attualmente in Italia l’imputabilità e la punibilità dipendono dalla capacità d’intendere e di volere del reo. Uno sviluppo futuro potrebbe riguardare l’analisi dei fattori di rischio neurobiologici i quali, combinati con fattori ambientali e sociali, potrebbero portare dunque alla diminuzione della responsabilità penale. Ma quale effetto avrebbe questa scoperta sulla imputabilità dell'individuo?
Sebbene erroneamente ritenuta istrionica dalle prime perizie psicologiche, i nuovi periti, Pietro Pierini e Giuseppe Sartori, dimostrano come Albertani abbia difficoltà di memoria e soprattutto di planning e di valutazione del rischio. A prove di teoria della mente (test che richiedono di interpretare le emozioni e i pensieri altrui), la donna ottiene risultati al di sotto della norma, perché manca di empatia. Non è in grado di classificare sulla base della gravità alcune violazioni di comuni norme morali. I due periti concludono quindi che è affetta da psicosi dissociativa e che è legittimo riconoscerle un parziale vizio di mente. L'imputata viene anche sottoposta a una risonanza magnetica per verificare la morfologia del suo cervello: risulta avere una riduzione del volume del cingolo anteriore, un'area importante per il controllo degli impulsi. Infine viene sottoposta anche a un'analisi di genetica e risulta portatrice di una variante di tre geni - quello per la serotonina, quello delle monoaminossidasi e quello per il metabolismo delle catecolamine - associati a un aumento del rischio di comprotamenti violenti.
Il caso di Stefania Albertani
Il caso di Stefania Albertani, una donna di 28 anni che ha ucciso la sorella e tentato di uccidere la madre e il padre, costituisce il primo caso in Italia in cui le neuroscienze e la genetica comportamentale hanno influito sulla condanna. Albertani è arrestata nel 2009 mentre tenta di dar fuoco alla madre e con il forte sospetto che sia stata lei a far sparire, e poi a uccidere, la sorella di cui non si hanno notizie da alcuni mesi. Suo padre ha deciso di comprare alla figlia maggiore, sua sorella, una casa, ma Albertani cerca di impedire a tutti i costi che ciò avvenga. Dopo qualche tempo, però, l'inganno non regge più e la sorella, scopre i magheggi di Albertani che quella sera stessa la invita a uscire, la stordisce con barbiturici, la sequestra e poco dopo la uccide, bruciandone il cadavere nel giardino dietro casa, dove viene sepolto. Albertani è un'abile manipolatrice: produce finte lettere da parte della sorella e convince i genitori a non sporgere denuncia di scomparsa per ben due mesi. Infine, dopo due mesi, si reca lei stessa in questura per denunciare la scomparsa.
Le condizioni di vita nei carceri possono aver lacerato la salute neuronale di chi vi è richiuso?
Si deduce, quindi, che il ruolo delle neuroscienze è quello di cercare di dare il più possibile una base oggettiva, riducendo il margine di soggettività. Questo perché in psichiatria forense manca, rispetto alle altrebranche della medicina, la possibilità di avere un riscontro oggettivo. Non possiamo, ad oggi, misurare la capacità di intendere e di volere, possiamo solo trovare pareri diversi sullo stesso soggetto. L'obiettivo delle neuroscienze diventa quello di integrare le tecniche ordinarie come il colloquio clinico, test psicometrici, la raccolta di dati amnestici e contribuire al processo diagnosticoriducendo la variabilità soggettiva di giudizio dei singoli esperti.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la presenza dei disturbi mentali nelle carceri, termine con cui indichiamo il luogo nel quale sono detenuti i destinatari di misure di sicurezza, gli indagati in custodia cautelare e i condannati in via definitiva, sta diventando un’emergenza sanitaria. In Europa un detenuto su tre vive un disagio psichico e il numero dei suicidi in cella cresce di anno in anno: nel 2020, il numero dei suicidi e i casi di autolesionismo registrati sono stati i più alti degli ultimi anni. Nonostante questi dati, le carceri lamentano la mancanza di servizi dedicati alla salute mentale e denunciano la carenza di psicologi e psichiatri.
L'accoglimento delle perizie neuroscientifiche nel caso Albertani ha segnato un'apertura verso una giustizia più scientifica e umana. Eppure, usiamo la risonanza magnetica per mappare le vulnerabilità di un individuo al momento del reato, ma chiudiamo gli occhi davanti a ciò che accade a quelle stesse strutture cerebrali durante la detenzione in carcere. La pena, concepita dalla Costituzione come riabilitativa, rischia di trasformarsi in una patologia degenerativa, dove lo stress cronico e la mancanza di stimoli agiscono come veri e propri agenti neurotossici.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la presenza dei disturbi mentali nelle carceri, luogo destinato alla detenzione, sta diventando un’emergenza sanitaria. In Europa un detenuto su tre vive un disagio psichico e il numero dei suicidi in cella cresce di anno in anno: nel 2020, il numero dei suicidi e i casi di autolesionismo registrati sono stati i più alti degli ultimi anni. Nonostante questi dati, le carceri lamentano la mancanza di servizi dedicati alla salute mentale e denunciano la carenza di psicologi e psichiatri.
L’ambiente carcerario incide sul benessere emotivo del detenuto a causa della disconnessione dalla famiglia, dalla società e dal sostegno sociale e non solo. Tra le conseguenze psichiche ritroviamo: - Atrofia del cervello a causa dello stress cronico, poichè lo stress prolungato e l'iper-attivazione dell'asse dello stress portano alla perdita di neuroni e all'atrofia di aree chiave come l'ippocampo (memoria) e la corteccia prefrontale (controllo degli impulsi e decisioni). Al contempo, l'amigdala può diventare ipertrofica, rendendo i detenuti più inclini a risposte di rabbia e paura; - In isolamento, il cervello per mancanza di stimoli subisce un rapido deterioramento cognitivo, allucinazioni e una compromissione delle capacità di elaborazione generale; - Sindrome da Prisonizzazione, dato che auesto processo di adattamento forzato ai ritmi e alla cultura del carcere porta a fenomeni di depersonalizzazione e perdita di privacy che alterano la percezione di sé e la capacità di relazionarsi con l'esterno; - Gioca un ruolo importante anche l'impatto del sovraffollamento (pari al 113%), dove la mancanza di spazio vitale genera un sovraccarico sensoriale e una tensione costante che inibisce la neurogenesi, ostacolando qualsiasi tentativo di riabilitazione.
Title 1
Retribuzione vs. Normalizzazione
Invece il modello norvegese è fondato sul principio di normalità, cioè la punizione consiste esclusivamente nella restrizione della libertà di movimento mentre ogni altro diritto deve essere garantito. Nelle carceri di massima sicurezza come Halden o Bastøy, l’ambiente architettonico e relazionale mima la vita quotidiana esterna: i detenuti cucinano i propri pasti, lavorano in contesti non degradanti e interagiscono con agenti di custodia che fungono da mentori piuttosto che da sorveglianti. L'efficacia del modello norvegese, che vanta uno dei tassi di recidiva più bassi al mondo (circa il 20%), risiede nella prevenzione della sindrome da istituzionalizzazione. .
Il carcere italiano messo a confronto con quello norvegese
Il sistema italiano, pur essendo guidato dal principio costituzionale della funzione rieducativa della pena (Art. 27), si scontra quotidianamente con criticità strutturali croniche. Il sovraffollamento, l’obsolescenza degli edifici e la carenza di risorse trasformano spesso la detenzione in una misura puramente afflittiva e retributiva. In Italia, l’esperienza carceraria è frequentemente segnata da una rottura traumatica con la realtà esterna, che produce alienazione e, paradossalmente, rinforza l'identità criminale anziché scardinarla. I dati sulla recidiva, che si attestano storicamente su percentuali elevate (intorno al 60-70%), confermano che un regime basato sulla sola privazione e sul controllo non garantisce la sicurezza sociale a lungo termine.
Mentre il sistema italiano spesso infantilizza il detenuto togliendogli ogni responsabilità, quello norvegese lo costringe a esercitare costantemente la propria autonomia e capacità decisionale. In questo modo, il passaggio dalla cella alla società non è uno shock, ma una transizione fluida.
Title 1
Il paradosso della libertà: Il caso di Brooks Hatlen
L'impatto negativo del carcere sulla mente di Brooks emerge nel momento della scarcerazione. Per un soggetto istituzionalizzato, la libertà non è un’emancipazione, bensì uno shock cognitivo e sociale. Il mondo esterno, con la sua complessità e il suo dinamismo, viene percepito come un ambiente ostile e indecifrabile e Brooks, privato della struttura rigida che definiva la sua giornata e il suo ruolo sociale di bibliotecario, smarrisce le coordinate della propria esistenza. Il tragico epilogo della sua storia, il suicidio, deve essere interpretato come il fallimento intrinseco di un sistema che disumanizza nel tentativo di correggere. La sua morte è la prova che una detenzione prolungata e priva di reali percorsi di reinserimento può produrre una forma di alienazione tale da rendere la vita fuori dalle sbarre psicologicamente insostenibile.
Nel dibattito contemporaneo sulla funzione della pena, il confine tra riabilitazione e annullamento psicologico appare spesso sfumato. Un esempio emblematico di questa deriva ci viene offerto dalla figura di Brooks Hatlen nel film Le ali della libertà, perfetto esempio di sindrome da istituzionalizzazione, ovvero quel processo di adattamento cronico a un ambiente coercitivo che finisce per rimpiazzare l'autonomia individuale con la dipendenza sistemica.
Dopo cinquant'anni di detenzione, Brooks incarna il paradosso del detenuto “modello”. La prigione, da luogo di espiazione, si è trasformata nel suo unico perimetro di significato esistenziale.
"All'inizio le odi [quelle mura], poi ci fai l'abitudine. Poi col passare del tempo non ne puoi più fare a meno. Questa è l'istituzionalizzazione."
Citando la riflessione del personaggio di Red nel film, le mura del carcere sono inizialmente subite come una costrizione, ma col tempo esse diventano gradualmente una necessità. Questo fenomeno descrive la perdita della cosiddetta agency, ovvero la capacità dell’individuo di agire autonomamente e di proiettarsi in un futuro non regolamentato da autorità esterne.
Title 1
Riabilitazione dei detenuti
Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS)
Una delle metodologie più innovative nella riabilitazione dei criminali è la TMS. Questa tecnica utilizza impulsi magnetici per stimolare specifiche aree del cervello, con l’obiettivo di modificare la loro attività. La TMS ha mostrato risultati promettenti nel trattamento di disturbi comportamentali, come l'aggressività e la mancanza di autocontrollo. Ad esempio, studi hanno suggerito che la stimolazione della corteccia prefrontale dorsolaterale, area coinvolta nelle decisioni morali e nel controllo degli impulsi, possa migliorare la regolazione emotiva e ridurre comportamenti antisociali.
Esistono delle attività che favoriscano la plasticità neuronale?
Terapia Occupazionale
La plasticità neuronale, ovvero la capacità del cervello di modificarsi in risposta a esperienze. Per favorirla, è possibile implementare diverse metodologie di riabilitazione, molte delle quali si fondano su principi neuroscientifici e psicologici.
Le terapie occupazionali e i programmi di reinserimento sociale mirano a favorire la costruzione di competenze pratiche, lavorative e sociali, che siano funzionali sia per il reinserimento in comunità sia per la gestione delle sfide quotidiane. Programmi che insegnano abilità professionali o che incoraggiano l'apprendimento in ambito creativo, come la pittura o la musica, hanno effetti positivi sulla stimolazione cerebrale. Tali attività contribuiscono ad una maggiore stabilità emotiva e a una gestione più sana dei conflitti e dei comportamenti aggressivi.
Terapia Cognitivo-comportamentale
La CBT è una delle tecniche più utilizzate nella riabilitazione dei criminali. Si basa sull'idea che i comportamenti devianti siano il risultato di schemi cognitivi disfunzionali e, pertanto, mira a modificare il modo in cui l'individuo pensa, per cambiare il suo comportamento. L'efficacia di questa terapia è stata dimostrata anche nei contesti carcerari, dove i criminali riescono a ridurre i loro impulsi violenti e migliorare la loro capacità di regolazione emotiva.
Stimolazione Cerebrale Profonda (DBS)
Anche se più invasiva rispetto alla TMS, la DBS è una tecnica utilizzata nella riabilitazione dei criminali violenti. Essa prevede l'inserimento di elettrodi in specifiche aree del cervello per modulare l'attività neuronale. Sebbene la DBS venga comunemente usata nel trattamento di disturbi come il Parkinson, alcune ricerche indicano il suo potenziale nel trattamento di disturbi del comportamento.
Training di Mindfulness
La mindfulness, intesa come la capacità di portare l'attenzione al momento presente senza giudizio, è una pratica che favorisce la consapevolezza di sé e una maggiore regolazione emotiva. L'applicazione della mindfulness nella riabilitazione dei criminali si basa sull'idea che, migliorando la consapevolezza dei propri pensieri ed emozioni, l'individuo può intervenire sui processi automatici che conducono a comportamenti impulsivi e distruttivi.
Esercizio fisico
L’esercizio fisico ha un impatto significativo sulla plasticità neuronale, poiché favorisce la neurogenesi (la produzione di nuovi neuroni) e aumenta la neurotrasmissione dopaminergica e serotonergica, migliorando così l'umore e il benessere generale. Le attività fisiche regolari, come il nuoto, la corsa o la palestra, sono utilizzate nelle strutture penitenziarie non solo per mantenere il corpo in salute, ma anche per stimolare la mente. Il miglioramento della salute fisica e mentale, infatti, può contribuire a ridurre il rischio di recidiva, aumentando la motivazione e l’autocontrollo.
Neurofeedback
Il neurofeedback è una tecnica che si fonda sul principio che è possibile modificare l'attività cerebrale tramite il feedback in tempo reale. Durante una sessione di neurofeedback, i criminali sono istruiti a modificare la loro attività cerebrale attraverso la visualizzazione di segnali elettrici provenienti dal loro encefalogramma (EEG). L'allenamento mira a migliorare il controllo delle onde cerebrali, favorendo l’autoregolazione e migliorando il comportamento impulsivo.
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Nati o Diventati?
Michela Gadaleta
Created on February 13, 2026
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Nati o Diventati?
È possibile prevenire la devianza?
12
nº
Riflessione orientativa sull'istituzione penitenziaria.
Michela Gadaleta
Cos'è la devianza?
Questa ricerca, tuttavia, intende spostare il focus sull'individuo, analizzando la possibilità che esistano anche dei predisponenti biologici e mentali capaci di influenzare la condotta criminale. Questa prospettiva non è nuova, ma affonda le sue radici nella nascita della criminologia moderna. Per comprendere come la scienza abbia iniziato a indagare il corpo e la mente del reo, è necessario tornare indietro alla fine dell'Ottocento, partendo dall'opera di colui che per primo teorizzò delle origini biologiche della devianza: Cesare Lombroso.
Il concetto di devianza definisce l'insieme di quei comportamenti che violano le norme e le aspettative di una società in un dato momento storico. Tuttavia, quando la devianza sfocia nel crimine, la ricerca scientifica si trova di fronte a un interrogativo: l'individuo antisociale è il prodotto del suo ambiente o è guidato da un’eredità biologica ineluttabile?
In altre parole, "criminali si nasce o si diventa?"
Per lungo tempo, la sociologia ha cercato le risposte esclusivamente nel contesto esterno: la povertà, l'educazione e le dinamiche di gruppo.
Title 1
L'influenza del cervello sul comportamento criminale
Esistono dei fattori biologici e mentali alla base dei comportamenti criminali?
Le neuroscienze hanno offerto nuove chiavi interpretative che consentono di esplorare come le strutture cerebrali, le funzioni cognitive e i processi psicologici possano influenzare la propensione a compiere atti criminosi.
Nel 1871 Cesare Lombroso, fondatore della criminologia, condusse il primo studio sui comportamenti criminali all’interno di un penitenziario, avanzando l’ipotesi che la devianza avesse una causa cerebrale. Con la sua teoria dell'atavismo, sostenne che il criminale avesse subito un arresto nel suo percorso evolutivo, divenendo portatore di anomalie fisiche e psichiche rilevabili attraverso l'osservazione anatomica.
Le alterazioni nella materia grigia cerebrale sono state identificate come una delle principali correlazioni neurobiologiche associate al comportamento criminale. Gli studi più recenti hanno rivelato che la riduzione della materia grigia in specifiche aree cerebrali, come il lobo prefrontale, temporale e parietale, è significativamente legata a comportamenti antisociali..
Questa visione ignorava però i fattori ambientali, sociali, economici e psicologici dell'individuo poichè, non confrontando i criminali con gruppi di persone "non criminali" con caratteristiche simili, attribuì erroneamente alla natura criminale tratti che potevano essere dovuti alla povertà, alla malnutrizione o a malattie. Le sue teorie erano, inoltre, fortemente influenzate da pregiudizi del suo tempo, soprattutto verso le popolazioni del Sud Italia.
Inoltre, distinguendo i sottocomponenti del comportamento psicopatico e analizzando come questi interagiscano con la morfologia cerebrale, è emerso che non tutte le dimensioni del comportamento psicopatico hanno lo stesso impatto sulle strutture cerebrali: i tratti emozionali, come il distacco affettivo, e l'aggressività proattiva, non sembrano correlarsi in modo significativo con la riduzione della materia grigia. Al contrario, gli aspetti comportamentali specifici, mostrano una connessione molto più forte con le riduzioni del volume cerebrale, in particolare nelle aree coinvolte nel controllo degli impulsi e nella regolazione delle emozioni, come il lobo frontale.
Nel 1975 Herbert Blumer e Frank Benson, noti per il loro lavoro di revisione clinica nel campo della neuropsicologia, hanno analizzato 140 anni di letteratura sulle alterazioni della personalità a seguito di lesioni del lobo frontale ed hanno concluso che le lesioni frontali producono principalmente due tipi di personalità:
La tipologia delle modificazioni patologiche della personalità dipende anche dalla eziologia delle lesioni. Ad esempio modificazioni del carattere e del comportamento in assenza di deficit cognitivi o di segni neurologici sono spesso una caratteristica dei tumori o di lesioni avvenute a seguito di determinati avvenimenti o incidenti.
In un recente studio del 2017, si è tentato di individuare una mappa cerebrale delle diverse lesioni in 17 pazienti che hanno manifestato un comportamento criminale dopo che le lesioni si sono verificate. Questo perché i sintomi conseguenti a lesioni tendono a coinvolgere la connettività delle stesse regioni cerebrali. I comportamenti criminali di cui i ricercatori hanno tenuto conto sono: frode, furto, stupro, aggressione e omicidio. Le 17 lesioni erano localizzate in regioni diverse, in particolare: - 9 nella struttura mediale frontale o orbitofrontale; - 3 a livello del lobo temporale mediale / amigdala; - 3 nel lobo temporale anteriore; - 1 nella corteccia prefrontale dorsomediale; - 1 nello striato ventrale e in alcune parti della corteccia orbitofrontale.
un danno localizzato nella corteccia frontale tende a dare luogo a una personalità “pseudo-depressa” caratterizzata da indifferenza, apatia, letargia, ridotto interesse sessuale, riduzione nella espressione delle emozioni;
un danno della corteccia fronto-orbitaria determinavano una personalità di tipo “pseudo-psicopatico”, caratterizzati da euforia, irrequietezza, disinibizione sessuale, puerilità, comportamenti sociali inappropriati e scarso interesse verso gli altri.
Ritroviamo inoltre lesioni della corteccia frontale mediale, nella regione dorsale (giro cingolato e area supplementare motoria), a cui seguono un rallentamento psicomotorio ed abulia, ovvero quando il paziente risponde solo quando gli vengono rivolte domande dirette e le lesioni frontali ventro-mediali (quelle della corteccia limbica e le strutture diencefaliche) che sono associate a gravi deficit della memoria, modificazioni della coscienza, apatia, comportamenti socialmente inappropriati, disorientamento e aggressività incontrollata.
Title 1
E per quanto concerne i fattori ambientali e familiari?
Neurocriminologia e il sistema giudiziario
La neurocriminologia ha punti di incontro con il sistema giudiziario su tre livelli, ovvero la prevenzione della criminalità, previsione della recidiva e punizione del reo. Se si dimostrasse la capacità dei fattori biologici di prevedere la violenza futura, al di là delle variabili sociali, la neurobiologia potrebbe essere cruciale nella prevenzione della devianza.
La ricerca nella prevenzione è carente al momento, ma a livello psicofarmacologico un’ampia gamma di farmaci, inclusi antipsicotici, stabilizzatori dell’umore, stimolanti e antidepressivi, è efficace nel ridurre il comportamento aggressivo nei bambini e negli adolescenti. Nonostante questi risultati, vi sono pochi studi sistematici sull’efficacia a lungo termine dei farmaci o sulla loro applicazione agli individui autori di reato. D’altro canto, una potenziale estensione futura di tale previsione per gli autori di reati, per quanto riguarda la possibilità di una recidiva, comportarebbe delle gravi violazioni della libertà personale che potrebbero derivare da falsi positivi, ovvero individui non pericolosi che si prevede siano a rischio di commettere crimini.
L’ambiente gioca un ruolo altrettanto influente. Infatti alcune varianti genetiche conferiscono il rischio di comportamento antisociale solo in presenza di particolari fattori di rischio ambientale, come gli abusi nella prima infanzia e una cattiva genitorialità. È stato anche riscontrato che fattori di rischio per la salute, in combinazione con fattori di rischio sociale, sono associati ad una maggiore probabilità che un bambino sviluppi una condotta antisociale e un comportamento aggressivo. Ad esempio, le complicazioni alla nascita e il rigetto materno del bambino nel primo anno di vita, sono fattori che sono risultati determinanti, in età adulta, di reati violenti.
Title 1
La punizione si basa sull’effettivo livello di responsabilità che può essere riconosciuto in capo ai singoli individui. Le analisi neurobiologiche possono essere d’aiuto al fine di capire se gli autori di un reato siano veramente responsabili del loro comportamento e, in caso affermativo, in che misura. Attualmente in Italia l’imputabilità e la punibilità dipendono dalla capacità d’intendere e di volere del reo. Uno sviluppo futuro potrebbe riguardare l’analisi dei fattori di rischio neurobiologici i quali, combinati con fattori ambientali e sociali, potrebbero portare dunque alla diminuzione della responsabilità penale. Ma quale effetto avrebbe questa scoperta sulla imputabilità dell'individuo?
Sebbene erroneamente ritenuta istrionica dalle prime perizie psicologiche, i nuovi periti, Pietro Pierini e Giuseppe Sartori, dimostrano come Albertani abbia difficoltà di memoria e soprattutto di planning e di valutazione del rischio. A prove di teoria della mente (test che richiedono di interpretare le emozioni e i pensieri altrui), la donna ottiene risultati al di sotto della norma, perché manca di empatia. Non è in grado di classificare sulla base della gravità alcune violazioni di comuni norme morali. I due periti concludono quindi che è affetta da psicosi dissociativa e che è legittimo riconoscerle un parziale vizio di mente. L'imputata viene anche sottoposta a una risonanza magnetica per verificare la morfologia del suo cervello: risulta avere una riduzione del volume del cingolo anteriore, un'area importante per il controllo degli impulsi. Infine viene sottoposta anche a un'analisi di genetica e risulta portatrice di una variante di tre geni - quello per la serotonina, quello delle monoaminossidasi e quello per il metabolismo delle catecolamine - associati a un aumento del rischio di comprotamenti violenti.
Il caso di Stefania Albertani
Il caso di Stefania Albertani, una donna di 28 anni che ha ucciso la sorella e tentato di uccidere la madre e il padre, costituisce il primo caso in Italia in cui le neuroscienze e la genetica comportamentale hanno influito sulla condanna. Albertani è arrestata nel 2009 mentre tenta di dar fuoco alla madre e con il forte sospetto che sia stata lei a far sparire, e poi a uccidere, la sorella di cui non si hanno notizie da alcuni mesi. Suo padre ha deciso di comprare alla figlia maggiore, sua sorella, una casa, ma Albertani cerca di impedire a tutti i costi che ciò avvenga. Dopo qualche tempo, però, l'inganno non regge più e la sorella, scopre i magheggi di Albertani che quella sera stessa la invita a uscire, la stordisce con barbiturici, la sequestra e poco dopo la uccide, bruciandone il cadavere nel giardino dietro casa, dove viene sepolto. Albertani è un'abile manipolatrice: produce finte lettere da parte della sorella e convince i genitori a non sporgere denuncia di scomparsa per ben due mesi. Infine, dopo due mesi, si reca lei stessa in questura per denunciare la scomparsa.
Le condizioni di vita nei carceri possono aver lacerato la salute neuronale di chi vi è richiuso?
Si deduce, quindi, che il ruolo delle neuroscienze è quello di cercare di dare il più possibile una base oggettiva, riducendo il margine di soggettività. Questo perché in psichiatria forense manca, rispetto alle altrebranche della medicina, la possibilità di avere un riscontro oggettivo. Non possiamo, ad oggi, misurare la capacità di intendere e di volere, possiamo solo trovare pareri diversi sullo stesso soggetto. L'obiettivo delle neuroscienze diventa quello di integrare le tecniche ordinarie come il colloquio clinico, test psicometrici, la raccolta di dati amnestici e contribuire al processo diagnosticoriducendo la variabilità soggettiva di giudizio dei singoli esperti.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la presenza dei disturbi mentali nelle carceri, termine con cui indichiamo il luogo nel quale sono detenuti i destinatari di misure di sicurezza, gli indagati in custodia cautelare e i condannati in via definitiva, sta diventando un’emergenza sanitaria. In Europa un detenuto su tre vive un disagio psichico e il numero dei suicidi in cella cresce di anno in anno: nel 2020, il numero dei suicidi e i casi di autolesionismo registrati sono stati i più alti degli ultimi anni. Nonostante questi dati, le carceri lamentano la mancanza di servizi dedicati alla salute mentale e denunciano la carenza di psicologi e psichiatri.
L'accoglimento delle perizie neuroscientifiche nel caso Albertani ha segnato un'apertura verso una giustizia più scientifica e umana. Eppure, usiamo la risonanza magnetica per mappare le vulnerabilità di un individuo al momento del reato, ma chiudiamo gli occhi davanti a ciò che accade a quelle stesse strutture cerebrali durante la detenzione in carcere. La pena, concepita dalla Costituzione come riabilitativa, rischia di trasformarsi in una patologia degenerativa, dove lo stress cronico e la mancanza di stimoli agiscono come veri e propri agenti neurotossici.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la presenza dei disturbi mentali nelle carceri, luogo destinato alla detenzione, sta diventando un’emergenza sanitaria. In Europa un detenuto su tre vive un disagio psichico e il numero dei suicidi in cella cresce di anno in anno: nel 2020, il numero dei suicidi e i casi di autolesionismo registrati sono stati i più alti degli ultimi anni. Nonostante questi dati, le carceri lamentano la mancanza di servizi dedicati alla salute mentale e denunciano la carenza di psicologi e psichiatri.
L’ambiente carcerario incide sul benessere emotivo del detenuto a causa della disconnessione dalla famiglia, dalla società e dal sostegno sociale e non solo. Tra le conseguenze psichiche ritroviamo: - Atrofia del cervello a causa dello stress cronico, poichè lo stress prolungato e l'iper-attivazione dell'asse dello stress portano alla perdita di neuroni e all'atrofia di aree chiave come l'ippocampo (memoria) e la corteccia prefrontale (controllo degli impulsi e decisioni). Al contempo, l'amigdala può diventare ipertrofica, rendendo i detenuti più inclini a risposte di rabbia e paura; - In isolamento, il cervello per mancanza di stimoli subisce un rapido deterioramento cognitivo, allucinazioni e una compromissione delle capacità di elaborazione generale; - Sindrome da Prisonizzazione, dato che auesto processo di adattamento forzato ai ritmi e alla cultura del carcere porta a fenomeni di depersonalizzazione e perdita di privacy che alterano la percezione di sé e la capacità di relazionarsi con l'esterno; - Gioca un ruolo importante anche l'impatto del sovraffollamento (pari al 113%), dove la mancanza di spazio vitale genera un sovraccarico sensoriale e una tensione costante che inibisce la neurogenesi, ostacolando qualsiasi tentativo di riabilitazione.
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Retribuzione vs. Normalizzazione
Invece il modello norvegese è fondato sul principio di normalità, cioè la punizione consiste esclusivamente nella restrizione della libertà di movimento mentre ogni altro diritto deve essere garantito. Nelle carceri di massima sicurezza come Halden o Bastøy, l’ambiente architettonico e relazionale mima la vita quotidiana esterna: i detenuti cucinano i propri pasti, lavorano in contesti non degradanti e interagiscono con agenti di custodia che fungono da mentori piuttosto che da sorveglianti. L'efficacia del modello norvegese, che vanta uno dei tassi di recidiva più bassi al mondo (circa il 20%), risiede nella prevenzione della sindrome da istituzionalizzazione. .
Il carcere italiano messo a confronto con quello norvegese
Il sistema italiano, pur essendo guidato dal principio costituzionale della funzione rieducativa della pena (Art. 27), si scontra quotidianamente con criticità strutturali croniche. Il sovraffollamento, l’obsolescenza degli edifici e la carenza di risorse trasformano spesso la detenzione in una misura puramente afflittiva e retributiva. In Italia, l’esperienza carceraria è frequentemente segnata da una rottura traumatica con la realtà esterna, che produce alienazione e, paradossalmente, rinforza l'identità criminale anziché scardinarla. I dati sulla recidiva, che si attestano storicamente su percentuali elevate (intorno al 60-70%), confermano che un regime basato sulla sola privazione e sul controllo non garantisce la sicurezza sociale a lungo termine.
Mentre il sistema italiano spesso infantilizza il detenuto togliendogli ogni responsabilità, quello norvegese lo costringe a esercitare costantemente la propria autonomia e capacità decisionale. In questo modo, il passaggio dalla cella alla società non è uno shock, ma una transizione fluida.
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Il paradosso della libertà: Il caso di Brooks Hatlen
L'impatto negativo del carcere sulla mente di Brooks emerge nel momento della scarcerazione. Per un soggetto istituzionalizzato, la libertà non è un’emancipazione, bensì uno shock cognitivo e sociale. Il mondo esterno, con la sua complessità e il suo dinamismo, viene percepito come un ambiente ostile e indecifrabile e Brooks, privato della struttura rigida che definiva la sua giornata e il suo ruolo sociale di bibliotecario, smarrisce le coordinate della propria esistenza. Il tragico epilogo della sua storia, il suicidio, deve essere interpretato come il fallimento intrinseco di un sistema che disumanizza nel tentativo di correggere. La sua morte è la prova che una detenzione prolungata e priva di reali percorsi di reinserimento può produrre una forma di alienazione tale da rendere la vita fuori dalle sbarre psicologicamente insostenibile.
Nel dibattito contemporaneo sulla funzione della pena, il confine tra riabilitazione e annullamento psicologico appare spesso sfumato. Un esempio emblematico di questa deriva ci viene offerto dalla figura di Brooks Hatlen nel film Le ali della libertà, perfetto esempio di sindrome da istituzionalizzazione, ovvero quel processo di adattamento cronico a un ambiente coercitivo che finisce per rimpiazzare l'autonomia individuale con la dipendenza sistemica.
Dopo cinquant'anni di detenzione, Brooks incarna il paradosso del detenuto “modello”. La prigione, da luogo di espiazione, si è trasformata nel suo unico perimetro di significato esistenziale.
"All'inizio le odi [quelle mura], poi ci fai l'abitudine. Poi col passare del tempo non ne puoi più fare a meno. Questa è l'istituzionalizzazione."
Citando la riflessione del personaggio di Red nel film, le mura del carcere sono inizialmente subite come una costrizione, ma col tempo esse diventano gradualmente una necessità. Questo fenomeno descrive la perdita della cosiddetta agency, ovvero la capacità dell’individuo di agire autonomamente e di proiettarsi in un futuro non regolamentato da autorità esterne.
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Riabilitazione dei detenuti
Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS)
Una delle metodologie più innovative nella riabilitazione dei criminali è la TMS. Questa tecnica utilizza impulsi magnetici per stimolare specifiche aree del cervello, con l’obiettivo di modificare la loro attività. La TMS ha mostrato risultati promettenti nel trattamento di disturbi comportamentali, come l'aggressività e la mancanza di autocontrollo. Ad esempio, studi hanno suggerito che la stimolazione della corteccia prefrontale dorsolaterale, area coinvolta nelle decisioni morali e nel controllo degli impulsi, possa migliorare la regolazione emotiva e ridurre comportamenti antisociali.
Esistono delle attività che favoriscano la plasticità neuronale?
Terapia Occupazionale
La plasticità neuronale, ovvero la capacità del cervello di modificarsi in risposta a esperienze. Per favorirla, è possibile implementare diverse metodologie di riabilitazione, molte delle quali si fondano su principi neuroscientifici e psicologici.
Le terapie occupazionali e i programmi di reinserimento sociale mirano a favorire la costruzione di competenze pratiche, lavorative e sociali, che siano funzionali sia per il reinserimento in comunità sia per la gestione delle sfide quotidiane. Programmi che insegnano abilità professionali o che incoraggiano l'apprendimento in ambito creativo, come la pittura o la musica, hanno effetti positivi sulla stimolazione cerebrale. Tali attività contribuiscono ad una maggiore stabilità emotiva e a una gestione più sana dei conflitti e dei comportamenti aggressivi.
Terapia Cognitivo-comportamentale
La CBT è una delle tecniche più utilizzate nella riabilitazione dei criminali. Si basa sull'idea che i comportamenti devianti siano il risultato di schemi cognitivi disfunzionali e, pertanto, mira a modificare il modo in cui l'individuo pensa, per cambiare il suo comportamento. L'efficacia di questa terapia è stata dimostrata anche nei contesti carcerari, dove i criminali riescono a ridurre i loro impulsi violenti e migliorare la loro capacità di regolazione emotiva.
Stimolazione Cerebrale Profonda (DBS)
Anche se più invasiva rispetto alla TMS, la DBS è una tecnica utilizzata nella riabilitazione dei criminali violenti. Essa prevede l'inserimento di elettrodi in specifiche aree del cervello per modulare l'attività neuronale. Sebbene la DBS venga comunemente usata nel trattamento di disturbi come il Parkinson, alcune ricerche indicano il suo potenziale nel trattamento di disturbi del comportamento.
Training di Mindfulness
La mindfulness, intesa come la capacità di portare l'attenzione al momento presente senza giudizio, è una pratica che favorisce la consapevolezza di sé e una maggiore regolazione emotiva. L'applicazione della mindfulness nella riabilitazione dei criminali si basa sull'idea che, migliorando la consapevolezza dei propri pensieri ed emozioni, l'individuo può intervenire sui processi automatici che conducono a comportamenti impulsivi e distruttivi.
Esercizio fisico
L’esercizio fisico ha un impatto significativo sulla plasticità neuronale, poiché favorisce la neurogenesi (la produzione di nuovi neuroni) e aumenta la neurotrasmissione dopaminergica e serotonergica, migliorando così l'umore e il benessere generale. Le attività fisiche regolari, come il nuoto, la corsa o la palestra, sono utilizzate nelle strutture penitenziarie non solo per mantenere il corpo in salute, ma anche per stimolare la mente. Il miglioramento della salute fisica e mentale, infatti, può contribuire a ridurre il rischio di recidiva, aumentando la motivazione e l’autocontrollo.
Neurofeedback
Il neurofeedback è una tecnica che si fonda sul principio che è possibile modificare l'attività cerebrale tramite il feedback in tempo reale. Durante una sessione di neurofeedback, i criminali sono istruiti a modificare la loro attività cerebrale attraverso la visualizzazione di segnali elettrici provenienti dal loro encefalogramma (EEG). L'allenamento mira a migliorare il controllo delle onde cerebrali, favorendo l’autoregolazione e migliorando il comportamento impulsivo.
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