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SCOPRI I LABORATORI OLTRE I CONFINI

CAOS

Gli sguardi della storia sul disordine globale

18-19-20 novembre 2025

LA LECTIO

I DATI DELLA WINTER

LE PAROLE DELLA WINTER

DECRESCITA
DIPLOMAZIA
DISTOPIA
CONFLITTUALITÀ

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DIFESA
INTEGRAZIONE
CAPITALISMO
POLICRISI
FEDERALISMO
ECOLOGIA
AI

TREND E EVOLUZIONI DELLA CONFLITTUALITÀ DAL 1945 AD OGGI

Jean-Marie Reure (Università di Genova)

L’elemento più ricorrente di oggi, però, sono le guerre civili internazionalizzate, ossia quelle in cui c'è un governo che combatte contro un gruppo di insorti e in cui o un attore o entrambi sono aiutati da Stati esterni al conflitto: nel 1946 erano circa 20 in tutto il mondo, ora sono più di 60. Nel prossimo futuro è probabile aspettarsi una crescita della spesa militare ogni generazione di tecnologie belliche è più costosa di quella precedente. Questo però non significa necessariamente un aumento della violenza: non sempre a una maggiore letalità delle armi corrisponde una maggiore mortalità, dato che intervengono fattori limitanti come la medicina, il diritto internazionale e la deterrenza reciproca.

Esistono molte definizioni possibili di "guerra", ma quella che riesce a descrivere nel modo più efficace il mondo di oggi è quella elaborata dall'UCDP (Uppsala Conflict Data Program): è guerra ogni conflitto armato che provoca almeno 1.000 morti in battaglia all'anno.

È "conflitto", invece ogni fenomeno che provoca in un anno da 25 a 999 morti.L'UCDP spiega che lo scoppio di ogni conflitto può essere ricondotto a due soli motivi: il territorio, cioè questioni legate ai confini, e il governo, quindi la gestione di uno stesso territorio.Studiando i dati forniti dall’UCDP, che ha realizzato una mappa geografica sul proprio sito, si può notare che i conflitti caratterizzati da one-sided violence, ossia quelli in cui uno Stato reprime un'ampia popolazione civile non organizzata, sono rimasti piuttosto costanti dal 1989 ad oggi, con l'eccezione del 1994, anno del genocidio in Rwanda, che però può essere considerato un outlier statistico. Anche la State-based violence, ossia quella in cui almeno un attore è il governo di uno Stato, è rimasta relativamente costante fino al 2011, anno della guerra in Libia, e poi ha avuto una crescita importante.

"La difesa è un bene comune, nel senso che ci concerne tutti. Che la vogliamo o meno. Quindi discuterne, parlarne, approfondire questi aspetti significa anche controllarli democraticamente, perché se noi ci rifiutiamo di affrontare determinati temi, questi non è che non saranno affrontati, ma semplicemente lo farà qualcun altro al posto nostro."

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IL CONFLITTO IN UCRAINA, COME RACCONTARE L'INACCESSIBILE

Micol Flammini (Il Foglio)

La risposta a questa oppressione si articola in forme di resistenza capillare, come quella del movimento femminile Zla Mavka, che agisce attraverso sabotaggi creativi e la fornitura di coordinate preziose all'intelligence ucraina. Molte famiglie precedentemente russofone hanno poi deciso di passare all'ucraino, rifiutando la lingua dell'invasore. Parallelamente, emerge il dramma dei circa 20.000 bambini deportati in Russia per essere "rieducati", un tentativo sistematico di cancellare l'identità ucraina fin dall'infanzia. In conclusione si riflette su come parte degli ucraini siano determinati a restare nelle zone occupate soprattutto come estremo atto di resistenza civile contro la russificazione forzata.

La guerra in Ucraina in questo intervento, viene descritta attraverso la lente dei territori occupati, aree avvolte da un "tendone nero" che rende quasi impossibile l'informazione diretta. Raccontare l'inaccessibile è una sfida che ha richiesto sacrifici estremi, come quello della giornalista Victoria Roscina, morta in prigionia nel 2024 mentre cercava di documentare la situazione nella centrale di Enerhodar. In questo vuoto di accesso fisico, i cronisti si affidano a strumenti come Deep State, una piattaforma di mappatura OSINT che incrocia segnali dei cittadini, canali Telegram e post dei blogger di guerra russi per monitorare la continua evoluzione del fronte.

L'occupazione russa, che oggi copre circa il 19% dell'Ucraina, è iniziata in realtà con la conquista della Crimea nel 2014, un'operazione condotta dai cosiddetti "omini verdi". Da allora, Mosca ha avviato una militarizzazione non solo fisica, ma anche mentale, utilizzando le scuole e nuovi testi scolastici per normalizzare il sacrificio bellico e trasformando città simbolo come Mariupol in "progetti pilota" per una ricostruzione che vorrebbe mostrare un futuro prospero sotto il controllo russo. Tuttavia, dietro questa facciata si nascondono realtà brutali, come i circa 180 campi di detenzione dove prigionieri civili e militari, come il giornalista Dmitry Priyuk, subiscono torture sistematiche e un totale isolamento informativo.

"Ho parlato con persone che vivevano anche in macchina nei territori occupati e che mi dicevano: «finché rimane un ucraino qui dentro, questa è ancora l'Ucraina, quindi noi non ce ne andremo»”

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DECRESCITA: UN PROGETTO DI TRASFORMAZIONE PER SALVARE LA DEMOCRAZIA

Barbara Muraca (University of Oregon)

In un contesto segnato da limiti ecologici e stagnazione, questo modello rischia di evolvere verso forme di forti disuguaglianze economiche e sociali.Oggi la sopravvivenza della democrazia dipende dalla sua capacità di trasformarsi, ripensando economia, energia e forme di vita oltre il paradigma della crescita illimitata. Una prima possibilità consiste nello spostare la legittimazione democratica dall’output all’input, fondandola non sui risultati economici ma sulla partecipazione attiva dei cittadini, restituendo centralità alla deliberazione sul bene comune. Tra le proposte emerge anche l’Eco-Swaraj, un modello di democrazia ecologica sviluppato in India da Ashish Kothari, basato su autonomia locale e sovranità ecologica oltre la logica della crescita infinita.

Il laboratorio analizza il nesso tra crescita economica, risorse energetiche e democrazia moderna, mostrando come le società occidentali si siano configurate come “società della crescita”. Nel secondo dopoguerra, infatti, con il modello fordista, la democrazia si è legittimata principalmente attraverso l’output, ossia la capacità di garantire benessere materiale crescente grazie all’abbondanza di energia fossile.

Riprendendo Habermas, la crescita ha svolto una funzione di pacificazione sociale: finché la ricchezza complessiva aumenta, è possibile migliorare le condizioni delle classi meno abbienti senza intaccare i privilegi esistenti. Questa dinamica è descritta dalla metafora della “bicicletta”: la democrazia resta stabile solo continuando ad accelerare; quando la crescita rallenta, emergono conflitti redistributivi e crisi di legittimazione.Con la crisi degli anni Settanta e l’affermazione del neoliberismo, il primato della crescita si rafforza ulteriormente. Lo Stato sociale viene progressivamente sostituito da uno Stato orientato alla competitività e alla stabilità macroeconomica. La dimensione partecipativa (input) si indebolisce a favore di una razionalità economica centrata sul mercato.

"Le democrazie centrate sulla crescita sono democrazie che si legittimano sull'output, cioè sulla promessa di benessere, sul risultato. [...] Esiste anche una possibilità di legittimazione dall'input, cioè una decisione legittimata dal fatto che ci hai partecipato, non dal fatto che ne viene un vantaggio"

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CRISI DEL DOLLARO E COMPETIZIONE MONETARIA

Massimo Amato (Università Bocconi)

Le trasformazioni dell’ordine monetario e geopolitico internazionale accendono i riflettori sul ruolo del dollaro statunitense e sul fenomeno della dedollarizzazione. Il tema è molto complesso e le dinamiche monetarie internazionali, spesso date per scontate, sono in realtà poco comprese, soprattutto nei loro effetti politici e strategici. Il punto di partenza del laboratorio è il concetto di egemonia del dollaro, costruita storicamente sulla sua funzione di moneta internazionale: riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto. Questa egemonia ha garantito agli Stati Uniti un vantaggio strutturale, definito come exorbitant privilege, permettendo loro di finanziare il proprio debito e di esercitare una forma di potere non coercitiva, ma “suadente”. In questo quadro si inserisce la riflessione sulla dedollarizzazione,

intesa non come un processo improvviso o unitario, ma come una tendenza graduale, alimentata sia dalle scelte dei paesi BRICS sia dalle fragilità interne del sistema americano.Si passa poi al confronto tra monete nazionali e monete internazionali. Una “buona” moneta internazionale non dovrebbe idealmente essere la moneta nazionale di nessuno, caratteristica che storicamente apparteneva all’oro, definito come un attivo “di qualcuno senza essere il passivo di qualcun altro”. Al contrario, il dollaro è descritto come il debito di uno Stato che viene utilizzato dal resto del mondo come moneta, con tutte le contraddizioni che questo comporta. Ampio spazio è dedicato ai temi del soft power, del signoraggio e alla crescente weaponization della moneta, cioè all’uso delle infrastrutture finanziarie e dei sistemi di pagamento come strumenti di pressione politica.

"Se la classe dominante ha perduto il consenso, cioè non è più dirigente ma unicamente dominante, l'imperio comanda, ma non convince."

Le sanzioni economiche e il congelamento dei beni sono interpretati come segnali della crisi di legittimità dell’egemonia americana, non come manifestazioni di forza. La parte laboratoriale avviene nella fase finale dell’incontro: i partecipanti sono divisi in piccoli gruppi di lavoro.Ogni gruppo discute i temi emersi, senza l’obiettivo di formulare soluzioni definitive ma piuttosto di elaborare domande critiche. Il lavoro confluisce poi in una restituzione plenaria, favorendo il dialogo tra i gruppi e un confronto guidato dal relatore.

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L'AFRICA TRA INSTABILITA' E ESTRATTIVISMO (1970-2025)

Gabriele Proglio (Università di Scienze Gastronomiche)

Il laboratorio condotto da Gabriele Proglio si sviluppa attorno al concetto chiave di estrattivismo, utilizzato come filo conduttore per collegare la storia degli imperi coloniali alle dinamiche geopolitiche contemporanee. Il punto di partenza della riflessione riguarda la trasformazione delle forme di controllo: se in passato il dominio coloniale era esercitato attraverso apparati burocratici e militari statali, oggi si manifesta soprattutto tramite joint venture tra Stati nazionali e imprese private, che costruiscono reti economiche e politiche orientate all’estrazione delle risorse. All’interno del laboratorio viene poi affrontato il tema della crisi della sovranità nei paesi ex coloniali, mettendo in evidenza come i processi di decolonizzazione non abbiano sempre prodotto una reale autonomia politica ed economica. Il controllo delle risorse energetiche, alimentari e territoriali, rimane spesso nelle mani di strutture e attori sovranazionali.

"La decolonizzazione secondo me non può essere intesa come la semplice inclusione di chi non è bianco. La questione è che c'è qualcosa di più strutturale all'interno delle forme del mercato, che costruiscono da una parte guadagno e dall'altra sfruttamento. È lì che bisogna intervenire."

In questa prospettiva si analizza anche la geografia dei conflitti contemporanei, che tende a sovrapporsi ai percorsi delle pipeline e delle infrastrutture estrattive: le diverse fazioni si collocano strategicamente lungo questi snodi, mostrando come la guerra possa diventare uno strumento di gestione dei flussi di capitale. Durante l’incontro vengono utilizzati diversi strumenti critici per analizzare tali dinamiche, tra cui il database Land Matrix, impiegato per mappare il fenomeno del land grabbing, cioè l’acquisizione su larga scala di terreni agricoli da parte di governi o multinazionali straniere. Accanto a questo strumento viene utilizzato anche il cinema industriale, che permette di evidenziare la contraddizione tra le strutture spesso arcaiche dei territori sfruttati e la modernità tecnologica necessaria ai processi di estrazione.

La parte finale del laboratorio assume una dimensione partecipativa e riflessiva, invitando i partecipanti a interrogarsi sulla colonialità del presente. L’estrattivismo non riguarda solo le materie prime ma si estende anche ai corpi e al lavoro: le gerarchie razziali ereditate dal passato coloniale continuano a riprodursi nelle forme contemporanee di sfruttamento lavorativo. Il laboratorio propone quindi una prospettiva decoloniale e strumenti critici per immaginare modelli alternativi di gestione collettiva delle risorse.

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DI FRONTE AL CAOS: IA E LA NECESSITA' DI FARSI DOMANDE

Michele Marangi (eCampus Università), Stefano Pasta (Università Cattolica del Sacro Cuore), Enrica Bricchetto (Istoreto)

Gli esperti hanno sottolineato come, per un ricercatore o un cittadino consapevole, l'obiettivo non debba essere la delega del pensiero critico alla macchina, bensì l'"allenamento" della stessa e il mantenimento di uno sguardo rivolto alla Big Picture: i rapporti di potere, le logiche di profitto e le architetture proprietarie che governano gli algoritmi. In conclusione, il laboratorio evidenzia che l'intelligenza artificiale non sostituisce il metodo storico, ma lo sfida a evolversi, richiedendo un nuovo "vocabolario" per definire le categorie del presente e per contrastare la frammentazione della verità tipica dell'era della post-verità.

L'analisi dei risultati ha portato all'emergere di una duplice natura della tecnologia: da un lato, la straordinaria capacità di sintesi e di "tokenizzazione" della conoscenza, utile a mappare scenari complessi; dall'altro, la tendenza dell'IA a fornire risposte accondiscendenti o generiche, spesso prive di una solida base di fonti verificabili. Il dibattito si concentra sulla tensione tra strumentalismo (l'idea che tutto dipenda dall'abilità dell'utente nel formulare prompt) e determinismo tecnologico.

Il laboratorio è configurato come un’esperienza interattiva volta a esplorare il delicato equilibrio tra l’intelligenza artificiale e la costruzione del sapere storico-contemporaneo. Sotto la guida di Enrica Bricchetto (Istoreto), Michele Marangi e Stefano Pasta, i partecipanti sono sollecitati a riflettere su come l'IA generativa intervenga nei processi di mediazione culturale, agendo non come uno strumento neutro, ma come un "elemento ordinatore" (e talvolta di disordine) in una società post-mediale.

"Manca quella che appunto David Buckingham chiama big picture, cioè ciò che sta attorno... l'IA non risponde in modo adeguato, corretto, soltanto in base alle domande che tu poni, ma dietro ci sono delle questioni di mediazione, di proprietà e di non-neutralità"

Durante l'attività, gli studenti interrogano diversi modelli di linguaggio (LLM) su temi macroscopici quali il nuovo disordine mondiale, i diritti umani, l'ecosistema e la pace.

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CAPITALISMO ESUBERANTE E METAMORFOSI DEL LAVORO

Leonard Mazzone (Università di Firenze)

Il laboratorio analizza la profonda metamorfosi del concetto di lavoro nell'era del "capitalismo esuberante". Il punto di partenza è un paradosso: sebbene il lavoro sia politicamente marginalizzato e i partiti di massa abbiano interrotto il legame storico con la classe lavoratrice, esso rimane l'asse psicologico attorno a cui ruota l'esistenza umana, anche quando l'esperienza è degradante o assente, come nel caso della disoccupazione. Si parte dall'evoluzione storica del lavoro, si passa per la condanna biblica e greca e per la valorizzazione moderna (Smith, Marx, Weber), e infine si approda alla concezione neoliberale. Quest'ultima ha operato un'astrazione pericolosa: ha rimosso l'importanza delle basi materiali (salario, sicurezza, orari) per focalizzarsi esclusivamente sul coinvolgimento emotivo e soggettivo del lavoratore, non più "forza lavoro" ma "capitale umano",

un imprenditore di se stesso che deve costantemente valorizzare le proprie competenze, annullando il confine tra tempo di vita e tempo di produzione. Ampio spazio è dedicato al capitalismo digitale delle piattaforme, come Google e Amazon, che estraggono valore dai dati degli utenti (lavoro gratuito o prosuming) e gestiscono la manodopera tramite algoritmi. Questo modello esternalizza i rischi sui lavoratori, trasformando il management in una funzione automatizzata e impersonale che spesso nasconde forme di sfruttamento brutale. L’ultima parte del laboratorio è focalizzata sulla soggettività: quando il lavoro perde le garanzie minime e l'autonomia decisionale, il soggetto finisce per attribuirgli un senso puramente strumentale. Questa perdita di significato profondo spiega fenomeni moderni come le "grandi dimissioni".

In conclusione, Mazzone propone una via d'uscita "neosocialista" basata sulla democratizzazione dei luoghi di lavoro. Citando Bruno Trentin, sottolinea come l'organizzazione del lavoro sia una questione politica: non basta lottare per il salario, occorre che i lavoratori partecipino alle decisioni su cosa e come produrre, rivendicando il diritto alla libertà anche durante l'attività lavorativa.

"Tutte e tutti noi siamo rappresentati, e spesso ci autorappresentiamo, come capitale umano, come imprenditori di noi stessi. [...] Il farsi capitale della forza lavoro ha comportato la fine di un doppio confine: quello tra tempo di lavoro e tempo di vita e quello tra vita professionale e vita privata."

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STORIA E ATTUALITA' DEI BRICS NEL (DIS-)ORDINE GLOBALE CONTEMPORANEO

Giovanni Barbieri (Università Cattolica del Sacro Cuore)

Il laboratorio si propone come un'indagine critica e approfondita su uno dei fenomeni più rilevanti e complessi della geopolitica contemporanea: l’ascesa e la trasformazione dei BRICS. Originariamente concepito come un termine in ambito finanziario per identificare le economie emergenti a forte crescita, il gruppo si è evoluto fino a diventare la configurazione BRICS+, segnalando una volontà di espansione che travalica i confini economici per entrare prepotentemente nell'arena del potere globale.

Dall'altro, il relatore mette in luce alcune criticità: il gruppo è spesso descritto come un forum eterogeneo, frenato da interessi divergenti e tensioni interne tra i vari stati membri, che potrebbero limitarne l'efficacia operativa. In conclusione, il laboratorio offre una panoramica sulle opportunità strategiche offerte da questa coalizione, senza trascurare le tensioni geopolitiche che ne derivano. È un'occasione per valutare se i BRICS rappresentino effettivamente un nuovo paradigma di cooperazione internazionale o se siano destinati a rimanere una piattaforma di dialogo influenzata dalle agende dei singoli attori egemoni al suo interno.

Si procede poi attraverso un'analisi storica rigorosa, integrata da casi studio specifici. L’obiettivo è ricostruire le tappe fondamentali che hanno permesso a queste nazioni di passare da osservatori a sfidanti delle istituzioni tradizionali (come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale), cercando di comprendere se esistano i presupposti per la creazione di un sistema di governance alternativo. Il nucleo del dibattito risiede nell'ambivalenza intrinseca del blocco. Da un lato, i BRICS+ si presentano come una forza potenzialmente rivoluzionaria, capace di aggregare il Global South e riscrivere le regole dell'ordine mondiale in senso multipolare.

"Il focus centrale è l’ambivalenza del blocco: è una forza coesa capace di riscrivere l'ordine globale o un forum limitato da interessi divergenti?"

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GIUSTIZIA UNIVERSALE? DA NORIMBERGA ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E OLTRE

Nicoletta Parisi e Dino Guido Rinoldi (Università Cattolica del Sacro Cuore)

La prima parte del laboratorio affronta l’evoluzione della giustizia penale internazionale a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la nascita dei primi veri tribunali penali internazionali, per il Processo di Norimberga e il Processo di Tokyo. Questi presentavano alcune criticità: il rischio di una “giustizia dei vincitori” applicata ai vinti e il problema della retroattività. Quest’ultimo aspetto, tuttavia, è stato ridimensionato, poiché erano già in vigore le Convenzioni di Ginevra (1864) e dell’Aia (1899 e 1907),

A differenza dei tribunali precedenti, la CPI è permanente, non retroattiva e fondata sul principio di complementarità: interviene solo quando gli Stati decidono di non giudicare da sé. Ha competenza su genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione; giudica individui, non Stati; non ammette processi in contumacia; non considera valida l’eventuale immunità dovuta alla carica ricoperta dall’imputato. È stato sottolineato come la Corte, non disponendo di una propria forza esecutiva, dipenda dagli Stati per l’arresto e la consegna degli imputati. La seconda parte del laboratorio ha coinvolto attivamente gli studenti, divisi in gruppi di lavoro su casi concreti (Milošević, Putin, Netanyahu, al-Masri) e sul concetto di genocidio. Ogni gruppo ha infine presentato la propria analisi, avviando un confronto critico guidato dai relatori.

che disciplinavano la condotta dei conflitti armati. Un ulteriore passaggio si ha negli anni Novanta, con la creazione di tribunali ad hoc per situazioni specifiche, come il Tribunale per l’ex Jugoslavia e quello per il Rwanda. A differenza dei tribunali del dopoguerra, questi organi non sono espressione dei soli vincitori, ma traggono legittimazione da risoluzioni ONU. Restano tuttavia tribunali “ex post” e con competenza limitata a determinati conflitti. In parallelo si sviluppano i tribunali ibridi, creati mediante accordi tra ONU o Unione europea e singoli Stati, con una composizione mista di giudici nazionali e internazionali. Ne sono esempi il tribunale per i Khmer Rossi in Cambogia o quello per il Kosovo. La svolta strutturale avviene con lo Statuto di Roma del 1998, entrato in vigore nel 2002, che istituisce la Corte Penale Internazionale (CPI).

"Il diritto internazionale ha fatto un salto di qualità negli anni ‘90 del secolo scorso, perché ha affiancato alla responsabilità dello Stato la responsabilità dell'individuo. [...] Allora sì che si può parlare di responsabilità penale nella commissione di gravi violazioni del diritto internazionale."

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La New India di Narendra Modi: dove sta andando il paese più popoloso del mondo

Matteo Miavaldi (Il Manifesto)

Partendo dalla presentazione degli studenti e delle studentesse presenti e dalle loro domande sulla realtà indiana si è discusso di come il sistema delle caste, contrariamente alla percezione comune, non sia affatto scomparso. La Costituzione indiana ha reso illegale la discriminazione castale, ma non ha cancellato il sistema in sé, che si fonda su precisi dogmi culturali e religiosi legati alla purezza. Al di fuori delle quattro caste principali vi sono i Dalit (noti in Occidente come "intoccabili"), storicamente ostracizzati dal resto della società perché relegati a mansioni considerate impure. Sebbene il governo preveda delle "reservations" (quote riservate nell'educazione e nel pubblico impiego) per aiutare le fasce svantaggiate, e sebbene il capitalismo offra nuove opportunità di arricchimento svincolate dalla religione, il pregiudizio rimane radicato e le caste alte continuano a dominare i vertici del settore privato e dell'informazione.

Un altro grande elemento ignorato dalla narrazione europea è la presenza di ben 250 milioni di musulmani indiani. Oggi questa enorme minoranza, insieme alle altre, è minacciata dall'Hindutva, l'ideologia del nazionalismo indù. Mentre i padri fondatori dell'India indipendente, come Nehru, promossero una repubblica laica basata sulla democrazia e sul motto dell'"unità nella diversità", contrariamente alla Cina che optò per il rifiuto democratico e l'omologazione forzata, l'RSS, un'organizzazione paramilitare di estrema destra che si ispirò apertamente al fascismo italiano negli anni '30, mira a trasformare l'India in uno Stato esclusivamente per gli indù, dove gli altri sono cittadini di serie B. L'attuale Primo Ministro Narendra Modi, formatosi fin da bambino nell'RSS, è salito al potere promettendo una grande modernizzazione economica, ma sta contestualmente realizzando l'agenda nazionalista, erodendo dall'interno le fondamenta stesse della più grande democrazia del pianeta.

"Il suo motto era Unity in diversity. Cioè, proviamo a fare questo esperimento in cui rimaniamo diversi, ma tutti aderiamo a una grande idea di paese"

Infine, sullo scacchiere geopolitico, l'India non agisce in nome di ideali democratici, ma si muove con spietato pragmatismo in un'ottica rigorosamente multipolare. Essendo già la quarta economia globale, il suo unico obiettivo è diventare una superpotenza e non accetta imposizioni occidentali. Secondo Miavaldi, comprendere queste dinamiche è indispensabile per l'Occidente, perché il peso economico e demografico dell'India determinerà in modo inevitabile la direzione verso cui andrà il mondo intero.

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QUANDO LA REALTÀ SUPERA LA DISTOPIA. IL CINEMA E LA SERIALITÀ TELEVISIVA DI FRONTE AL DISORDINE DELLA CONTEMPORANEITÀ

Micaela Veronesi (ANCR) e Enrica Bricchetto (Istoreto)

Il laboratorio si propone di far dialogare la storia con i linguaggi dei media contemporanei, utilizzando cinema e serie TV per riflettere sul tema della distopia. Il punto di partenza è un TED Talk di Alex Gendler, dedicato a utopia e distopia: il termine “distopia” indica un “luogo non buono” e generalmente il genere attacca non solo una tecnologia o un regime specifico, ma mette in guardia contro l’intento di forzare l’umanità dentro un modello “ideale”.

Attraverso film come Metropolis, Fuga da New York, Blade Runner, Il giorno degli zombie, Essi vivono, Strange Days, Gattaca, Wall-e, si mostra come l’immaginazione del futuro nasca dall’intreccio tra conoscenza del passato e paure del presente.I partecipanti sono invitati a descrivere con una sola parola le paure a cui ciascun film fa riferimento; il risultato è una nuvola di parole, in cui le più frequenti sono “disumanizzazione”, “controllo”, “alienazione”, “distruzione”, “sottomissione”.Il lavoro successivo è di gruppo; le relatrici individuano 5 parole chiave per indagare il rapporto tra realtà e distopia: ghiaccio, virus, controllo, intelligenza artificiale, donne. Dopo aver analizzato i trailer di alcune distopie cinematografiche/televisive inerenti alle parole chiave, i partecipanti, divisi in 5 gruppi, riflettono ciascuno su una parola, cercando di rispondere alla domanda "La realtà ha superato la distopia?”.

In tutti i casi la risposta è stata affermativa: tra le varie osservazioni, per esempio è stato sottolineato il fatto che il cambiamento climatico accresce le disuguaglianze, che la pandemia ha ampliato le fratture sociali, che l’IA rende incerta la distinzione tra vero e artificiale, che le donne subiscono ancora disparità strutturali.Il percorso si chiude però con una nota utopica. Riprendendo la celebre frase di Mark Fisher sulla difficoltà di immaginare la fine del capitalismo, e le riflessioni di Ursula Le Guin, Felwine Sarr, David Graeber e David Wengrow, il laboratorio invita a costruire narrazioni positive: storie capaci non solo di denunciare il presente, ma di aprire possibilità alternative.

"Noi ci occupiamo anche di ricerca, mirata a fare entrare un po' la contemporaneità in questi mondi, che apparentemente sembrano antichi, ma che in realtà hanno proprio bisogno di entrare in dialogo stretto con il mondo di oggi. In particolare associamo allo studio della storia del Novecento i linguaggi della contemporaneità, come il cinema e le serie TV."

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I NUOVI EQUILIBRI NEGLI USA, LE SFIDE DELLA SICUREZZA GLOBALE E LA PROSPETTIVA DI UN'EUROPA DELLA DIFESA

Stefano Rossi (Movimento Federalista Europeo) e Karolina Muti (Istituto Affari Internazionali)

Il laboratorio guidato da Stefano Rossi (MFE Torino) e Karolina Muti (IAI) esplora la complessa transizione dell'Europa verso una dimensione di sicurezza e difesa integrata. Il punto di partenza è il riconoscimento che l'Unione Europea, nata come progetto di pace e condivisione di sovranità, si trova oggi ad affrontare una fase storica di rottura. Per decenni, l'Europa ha goduto del "dividendo della pace", delegando la sicurezza agli USA e basando la crescita su energia russa e mercati cinesi. Tuttavia, la crisi dell'egemonia americana e l'aggressività russa (dalla Crimea all'invasione dell'Ucraina) hanno fatto crollare questi pilastri.

L’analisi di Rossi di concentra su come l'incertezza attuale ricordi la crisi del sistema monetario del 1971: allora l'Europa rispose creando l'Euro, oggi è chiamata a creare un'architettura di difesa comune. Muti approfondisce la natura di questa "Difesa Europea", distinguendola dal semplice concetto di "Esercito Europeo". Si tratta di un processo incrementale che investe la politica, l'industria (per superare l'inefficiente frammentazione dei sistemi d'arma rispetto agli USA) e l'innovazione tecnologica. Fondamentale è il concetto di deterrenza: potenziare le capacità militari non per cercare il conflitto, ma per rendere il costo di un'aggressione inaccettabile per l'avversario. La parte laboratoriale simula la reazione a un attacco ibrido (droni) contro la Polonia, mettendo in luce le tensioni tra sovranità nazionale e solidarietà collettiva.

"Tre assunti su cui si era basato tutto il processo di integrazione europea, cioè la sicurezza garantita dagli Stati Uniti, l'energia a basso costo garantita dalla Russia e lo sbocco delle esportazioni europee garantite dal mercato cinese, sono tre assunti che vengono meno."

In conclusione, la sfida europea consiste nel trasformare una struttura istituzionale complessa e ancora gelosa delle prerogative nazionali in un attore geopolitico capace di autonomia strategica, imparando a parlare "il linguaggio della forza" per preservare i propri valori di pace e democrazia.

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LE PAROLE DEL CAOS

MOMENTO DI DEBRIEFING E RESTITUZIONE FINALE

Micaela Veronesi (ANCR) e Enrica Bricchetto (Istoreto)

Le parole individuate dagli studenti che compongono il glossario sono le seguenti: - COMPLESSITÀ - INCERTEZZA - CAPITALISMO - PLURALISMO - RIORGANIZZAZIONE - NOVITÀ - CREAZIONE - CONFRONTO - SEMENODOPOMODORO - CRESCITA - SCOMPOSIZIONE - OPPORTUNITÀ - POLICRISI - CONFRONTO - CAOS COME CREATIVITÀ Per scoprire i significati attribuiti dagli studenti a questi termini, vai al

Per consolidare quanto appreso nei tre giorni, è stato previsto debriefing finale. È un momento fondamentale di restituzione, inteso letteralmente come un "interrogare a fondo" l'esperienza appena vissuta. L'obiettivo non è stato semplicemente riassumere, ma riprendere i processi attivati durante la formazione, per dar loro un senso compiuto e per far emergere i concetti chiave, accrescendo la conoscenza collettiva e favorendo la condivisione delle informazioni tra tutte le persone che hanno partecipato alla scuola.La Winter School si era proposta di esplorare la complessità della contemporaneità proponendo varie forme di narrazioni e di linguaggi, per capire in che modo il passato ci può servire ad orientarci nel presente. Si era inoltre cercato di guardare al fenomeno in chiave internazionale.

L'attività di debriefing ha fatto da ponte operativo per trasformare gli stimoli teorici in competenze consolidate e condivise. Per procedere dalla complessità alla sintesi concreta, il lavoro dei partecipanti è stato diviso in due fasi. Innanzitutto, hanno costruiro un glossario condiviso, per dare una forma definita a tale complessità; poi hanno raccolto spunti e riflessioni per valutare l'esperienza nel suo complesso, compilando anche un questionario di gradimento, per esplorare quanto l'attività sia stata apprezzata dai partecipanti. Il glossario che è stato redatto dagli studenti è un tentativo di orientarsi nel disordine globale attraverso parole-mondo, cariche dell’eredità del Novecento e della condizione umana, e parole-baluardo, il cui chiarimento le sottrae alle manipolazioni delle semplificazioni e delle false notizie.È stato un esercizio di risignificazione: nominare lo spaesamento per comprenderlo fino in fondo.

VAI ALLA SECONDA PARTE

PADLET

LE PAROLE DEL CAOS

MOMENTO DI DEBRIEFING E RESTITUZIONE FINALE

Micaela Veronesi (ANCR) e Enrica Bricchetto (Istoreto)

Nella parte finale del laboratorio ci si è poi soffermati inizialmente su ciò che era stato trasmesso e appreso durante i tre giorni di lezioni. Le risposte degli studenti hanno mostrato come la storia non sia stata vissuta solo come una bussola per orientarsi, ma come uno strumento per capire il presente e provare a trasformarlo. Il caos all'interno dei laboratori ha assunto un valore positivo di "gorgogliamento", portando novità, individuazione di problemi e costruzione di comunità. Infine, è emersa come punto condiviso l’importanza dell’interconnessione globale: i partecipanti hanno sottolineato la necessità di superare l’apatia digitale per sviluppare uno sguardo critico e intervenire in modo attivo nella realtà.

Nella seconda parte invece è stato sottoposto agli studenti un questionario finale di valutazione sull'esperienza generale della Winter School. Le domande conclusive di questo form erano: "Cosa ti aspettavi dalla winter school? Le tue aspettative sono state soddisfatte?" e "Che cosa ti porti a casa da CAOS?". Riguardo alla prima, le aspettative sono state superate. Gli studenti hanno trovato ottimi spunti di riflessione, sebbene alcuni auspicassero più networking e interattività. Sulla seconda, i partecipanti riportano un grande arricchimento culturale e umano. Oltre a nuove amicizie e senso di comunità, hanno sviluppato una forte consapevolezza geopolitica, una nuova visione del caos e profonda speranza per il futuro.

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La COP 30 e l’attuazione giuridica dell’Accordo di Parigi. Tra diritto internazionale e governance climatica
David Donat-Cattin (NYU) e Mattia Colli Vignarelli (Università degli Studi di Torino)

Il seminario ha esplorato le connessioni tra diritto internazionale, geopolitica e crisi climatica, con focus sulla COP 30 del 2025 a Belém, in Amazzonia. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, è stata analizzata la transizione da impegni volontari a obblighi giuridici vincolanti, evidenziando il ruolo delle COP nella governance climatica. Il workshop ha poi affrontato i limiti del sistema basato sulla “buona fede” degli Stati, ipotizzando meccanismi coercitivi in caso di inadempienza. È stato inoltre oggetto di dibattito la “nuova uscita” degli USA dall’Accordo nel 2026 e le sue implicazioni globali.

TREND E EVOLUZIONI DELLA CONFLITTUALITÀ DAL 1945 AD OGGI
Jean-Marie Reure (Università di Genova)

Che cos'è una guerra? Per cosa si combatte? Chi sono i possibili attori coinvolti? Il mondo di oggi è più o meno sicuro di quello del passato? Quali fonti si possono usare per avere una chiave più obiettiva possibile su cosa sta succedendo nel mondo? In futuro come cambieranno le cose? Jean-Marie Reure, professore all'Università di Genova, ha provato a rispondere a queste domande, per fornire gli strumenti che consentono a ognuno di informarsi sul mondo dei conflitti – e quindi di prendere parte alla discussione democratica e deliberativa che vi ruota intorno.

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I NUOVI EQUILIBRI NEGLI USA, LE SFIDE DELLA SICUREZZA GLOBALE E LA PROSPETTIVA DI UN'EUROPA DELLA DIFESA
Stefano Rossi (Movimento Federalista Europeo) e Karolina Muti (Istituto Affari Internazionali)

Il laboratorio ha analizzato le sfide alla sicurezza globale legate ai cambiamenti della politica estera USA e alle tensioni tra potenze, con un focus sui rapporti euroatlantici e sulla costruzione di una Difesa comune europea. Attraverso la rilettura della stampa italiana, i partecipanti hanno discusso successi e occasioni mancate dell'integrazione militare UE. Ognuno ha presentato un articolo scelto per stimolare il dibattito e formulare domande dirette agli esperti presenti.

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CRISI DEL DOLLARO E COMPETIZIONE MONETARIA
Massimo Amato (Università Bocconi)

In questo laboratorio si è trattata l’egemonia del dollaro e la sua funzione di moneta internazionale. In questo quadro si sono inserite la riflessione sulla dedollarizzazione, sulle scelte dei paesi BRICS e sulle fragilità interne del sistema americano. Il dollaro è quindi stato definito “il debito di uno Stato che viene utilizzato dal resto del mondo come moneta”, con tutte le contraddizioni che questo comporta. Sono poi stati trattati i concetti del soft power, del signoraggio e della crescente weaponization della moneta.

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AMERICA DIVISA: DEMOCRAZIA, OPINIONE PUBBLICA E INFORMAZIONE NELL'ERA TRUMP
Lorenzo Pregliasco (YouTrend)

Il laboratorio ha analizzato la crisi democratica negli USA e l'impatto del ritorno al governo di Trump. Attraverso l'esame di materiali politici, i partecipanti hanno esplorato le fratture sociali e le narrazioni parallele che alimentano la polarizzazione. L'attività è stata incentrata sul riconoscimento delle dinamiche comunicative che minacciano il pluralismo e ha offerto strumenti critici per comprendere la fragilità delle democrazie contemporanee e l'importanza di un'informazione libera che permetta la tenuta del sistema.

L'ESPERIENZA DI WAGA STUDIO IN BURKINA FASO
Silvia Ferraris (Waga Studio), Carlo Cerrato (Fondazione Goria) e Martina Piatto (Fondazione Goria)

Il laboratorio ha analizzato il Burkina Faso tra sfruttamento globale e resilienza locale, attraverso un focus sul centro Waga Studio a Ouagadougou. Questo risponde alle crisi tramite arteterapia, recupero materiali e supporto a bambini vulnerabili, usando la creatività per favorire la resilienza e l'autodeterminazione delle comunità coinvolte. Dopo la testimonianza di Silvia Ferraris, un workshop co-progettato ha coinvolto i partecipanti in una sperimentazione collettiva: una sperimentazione volta a stimolare la collaborazione, il pensiero critico e il dialogo

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QUANDO LA REALTÀ SUPERA LA DISTOPIA. IL CINEMA E LA SERIALITÀ TELEVISIVA DI FRONTE AL DISORDINE DELLA CONTEMPORANEITÀ
Micaela Veronesi (ANCR) e Enrica Bricchetto (Istoreto)

Se l'immaginario del '900 è crollato, le narrazioni distopiche oggi non sono più solo sublimazione delle paure, ma specchi di una realtà che supera la fantasia. La funzione catartica vacilla: la distopia non offre più rifugio, ma ci rigetta in una contemporaneità imprevista. Il laboratorio ha analizzato film e serie TV per scovare i nessi tra Storia, paure globali e crisi del dispositivo filmico, unendo momenti di lezione teorica a attività laboratoriali di gruppo.

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Giustizia universale? Da Norimberga alla Corte Penale Internazionale e oltre
Nicoletta Parisi e Dino Guido Rinoldi (Università Cattolica del Sacro Cuore)

Il laboratorio ha ripercorso l’evoluzione della giustizia penale internazionale da Norimberga alla Corte Penale Internazionale, analizzandone fondamenti giuridici, limiti e criticità. Si sono esaminati tribunali ad hoc, ibridi, permanenti, e si è riflettuto sulla loro specificità rispetto ad altri strumenti di cooperazione degli Stati, come i mandati d’arresto europei e l’estradizione. Dopo un primo momento di lezione teorica, attraverso esercitazioni di gruppo gli studenti hanno applicato questi principi a casi di attualità, riguardanti figure come Putin, Netanyahu e al-Masri.

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La New India di Narendra Modi: dove sta andando il paese più popoloso del mondo
Matteo Miavaldi (Il Manifesto)

In questo dialogo sono stati smontati gli stereotipi occidentali sull'India, rivelando un Paese incredibilmente complesso. Si è partiti da come il sistema delle caste non sia affatto superato, ma che le dinamiche di purezza e l'emarginazione dei Dalit permeino ancora la società indiana. Si è poi passati a discutere della situazione attuale dell'India e di come stia subendo una forte erosione democratica: Narendra Modi e il nazionalismo indù spingono per uno Stato esclusivo per indù, minacciando i musulmani e le altre minoranze. Infine l'autore ha voluto fare un focus sul ruolo internazionale che sta assumendo questo stato, agendo da superpotenza mossa dal puro pragmatismo.

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IL CONFLITTO IN UCRAINA, COME RACCONTARE L'INACCESSIBILE
Micol Flammini (Il Foglio)

In questa lezione viene offerto uno sguardo inedito sulla guerra in Ucraina: non attraverso il racconto delle conquiste militari o degli eventi storici, ma attraverso le storie dei suoi protagonisti ucraini. Attraverso queste testimonianze, la relatrice ha voluto farci conoscere le vicende reali di persone che hanno vissuto la guerra, che ancora oggi abitano territori occupati dai russi e ne subiscono le conseguenze, permettendoci di cogliere aspetti spesso nascosti e trascurati dalle narrazioni tradizionali.

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CAPITALISMO ESUBERANTE E METAMORFOSI DEL LAVORO
Leonard Mazzone (Università di Firenze)

Il laboratorio ha esplorato la concezione neoliberista del lavoro, che frammenta la centralità storica e sociale delle "grandi narrazioni" moderne. Questa visione trasforma il lavoro da pilastro dell'identità a merce precaria, incidendo su contratti, retribuzioni e senso individuale. Si svolge poi un'analisi delle contraddizioni del capitalismo attuale e le risposte dal basso, come pratiche di cooperazione e mutuo soccorso che, nei luoghi di lavoro, cercano nuovi equilibri tra libertà e dignità umana.

STORIA E ATTUALITÀ DEI BRICS NEL (DIS-)ORDINE GLOBALE CONTEMPORANEO
Giovanni Barbieri (Cranec - Università Cattolica del Sacro Cuore)

Il workshop ha esaminato l'evoluzione dei BRICS da acronimo finanziario a realtà geopolitica (BRICS+). Attraverso un'analisi storica e casi studio, si sono approfondite le tappe della crescita e la sfida alle istituzioni tradizionali. Il focus centrale è stato l’ambivalenza di questo blocco come forza coesa capace di riscrivere l'ordine globale e forum limitato da interessi divergenti. Un’occasione per valutare opportunità e tensioni di un gruppo che punta a rappresentare il Global South.

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FUTURI IN FRANTUMI: CRISI ECOLOGICA E IMMAGINARI DEL POSSIBILE NELL'EPOCA DEL DISORDINE
Jacopo Lanza (Università di Torino)

Un percorso tra teoria critica e scenari futuri per comprendere come la crisi climatica ha ridefinito le categorie politiche e sociali del presente. Attraverso le idee di alcuni studiosi, come Latour, Haraway, Moore, Mbembe, sono stati decostruiti gli immaginari moderni ed è stato possibile mappare le probabili trasformazioni socio-ecologiche e infine delineare utopie concretamente realizzabili.

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SPACE DIPLOMACY LAB: NAVIGARE IL DISORDINE GLOBALE TRA GEOPOLITICA E DIRITTO INTERNAZIONALE
Anass Hanafi (OIPI)

Il laboratorio ha esplorato la diplomazia spaziale come risposta al disordine globale. Attraverso una simulazione del Consiglio di Sicurezza ONU, i partecipanti hanno vestito i panni di delegati per affrontare scenari critici: uso pacifico dello spazio, prevenzione della militarizzazione e gestione delle risorse cosmiche. Un’immersione tra geopolitica e diritto internazionale per cercare soluzioni sostenibili in un ambito dove le tensioni terrestri si riflettono oltre l’atmosfera

TRA POLICRISI E CAOS SISTEMICO: CONCETTI PER LEGGERE IL PRESENTE
Tommaso Conti (Università Roma Tre)

Il laboratorio ha esplorato la distinzione tra policrisi e caos sistemico, analizzando le interconnessioni tra crisi economiche, geopolitiche, ambientali, sociali e tecnologiche. Partendo dalle categorie teoriche di Giovanni Arrighi, si è discusso in che modo il concetto di caos sistemico possa ancora offrire chiavi interpretative, pur risultando insufficiente a cogliere la complessità del XXI secolo. L’obiettivo è stato stimolare una riflessione critica sulla natura del disordine globale e sulle metodologie più adeguate per comprenderlo.

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DECRESCITA: UN PROGETTO DI TRASFORMAZIONE PER SALVARE LA DEMOCRAZIA
Barbara Muraca (University of Oregon)

Nel laboratorio è stato analizzato il legame tra crescita economica e democrazia, mostrando come le società moderne si siano fondate su una promessa di benessere sostenuta da risorse energetiche e da una crescita continua. La crisi del neoliberismo ha però trasformato i cittadini in soggetti economici, erodendo la partecipazione collettiva. Per superare questo declino, la relatrice ha parlato della decrescita e della democratizzazione dell’economia, che puntano su sostenibilità, relazioni di qualità e nuove pratiche comunitarie orientate alla giustizia sociale.

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LA TERRA AL CENTRO. RETAGGI COLONIALI NELLʼUSO DEL TERRITORIO, GEOPOLITICA E ALTERNATIVE INDIGENE
Pilar Morena d'Alò (Newcastle University)

Il workshop ha posto il territorio al centro delle dispute geopolitiche sull'estrattivismo in America Latina. Si è quindi analizzato come lo sfruttamento delle terre, guidato storicamente dagli USA e oggi anche da Cina, Russia ed Europa (spesso con l'avallo dei governi locali), riproduca dinamiche coloniali fortemente dannose. Contro questa appropriazione infine si è visto come il territorio sia diventato il fulcro delle alternative politiche indigene, esemplificate dai casi del Terricidio Mapuche e del Buen Vivir andino

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Democrazie illiberali: affrontare il caso ungherese attraverso il Debate Theatre
Peter Gemza (Babeș-Bolyai University, Cluj-Napoca)

Attraverso il Debate Theatre, che trasforma i testi in performance dialettiche, si sono analizzate le democrazie illiberali, con un focus specifico sul caso dell'Ungheria. Il laboratorio ha esplorato le cause della crisi democratica provocata dal governo di Orban. Sono quindi stati analizzati i punti di rottura della democrazia ungherese, il ruolo dei cittadini nel dualismo apatia-attivismo, il potere dei media, l'approccio capitalista nell'educazione universitaria e le limitazioni della libertà di espressione.

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DI FRONTE AL CAOS: IA E LA NECESSITÀ DI FARSI DOMANDE
Michele Marangi (e-Campus Università), Stefano Pasta (Università Cattolica del Sacro Cuore) e Enrica Bricchetto (Istoreto)

Di fronte alla banalizzazione e alla distorsione del discorso storico che circola in rete il laboratorio - con gli strumenti della Media and Information Literacy e della IA Literacy - il laboratorio si è concentrato sulla formulazione di alcune domande significative per orientarsi nella complessità culturale attuale. L’obiettivo è fornire strumenti critici e imparare a formulare domande chiave: chi produce il dato? Quali bias riflette l'algoritmo? Un percorso per decodificare la complessità attuale e distinguere i fatti dalle manipolazioni nel flusso informativo globale.

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L'AFRICA TRA INSTABILITA' E ESTRATTIVISMO (1970-2025)
Gabriele Proglio (Università di Scienze Gastronomiche)

L'intervento ha analizzato l'estrattivismo come filo rosso tra imperi passati e presenti. La fine del colonialismo non ha interrotto lo sfruttamento, ma lo ha trasformato in joint venture tra Stati e multinazionali. La sovranità dei territori è oggi erosa da pipeline e land grabbing, con il controllo garantito da milizie private. Attraverso il caso ENI e il film di Bertolucci, si è evidenziato come la "colonialità" permanga nella gerarchia del lavoro e nella gestione delle risorse.

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VISIONI DI UN FUTURO POSSIBILE TRA ISTANZE LOCALI ED ESIGENZE GLOBALI: LA PROSPETTIVA FEDERALISTA
Gabriele Casano (Università di Genova) e Giorgia Sorrentino (Gioventù Federalista Europea)

Il laboratorio è partito dal motto "pensare globale, agire locale", esplorandone le radici politiche e l'evoluzione verso un'azione globale basata su necessità locali. Attraverso la lente del federalismo, si è cercato l'assetto istituzionale ideale per il benessere planetario. I partecipanti hanno lavorato in gruppi tematici (ambiente, diritti, salute) per mappare le relazioni tra scale geografiche e proporre interventi coordinati tra livelli locali e sovranazionali.

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IS THE DISORDER OF OUR TIMES UNPRECEDENTED?
Ayşe Zarakol (University of Cambridge)

La lectio ha approfondito analogie e discontinuità storiche nella percezione del disordine, mettendole in relazione con epoche passate. L’analisi ha preso le mosse da eventi della storia globale moderna e contemporanea, così da superare una lettura esclusivamente eurocentrica e ampliare lo sguardo oltre i confini occidentali. È emerso come il senso di caos che caratterizza il presente non costituisca un fatto inedito, ma si inserisca in dinamiche ricorrenti. In conclusione, Ayşe Zarakol ha sottolineato che spetterà alle nuove generazioni immaginare e costruire possibili soluzioni.

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Un dibattito epistolare sulla costruzione dell’Europa: i carteggi tedeschi di Primo Levi
Martina Mengoni (Università di Ferrara) e Team di ricerca del progetto LeviNeT

Il laboratorio ha esplorato l'inedito epistolario tra Primo Levi e i lettori tedeschi dopo il 1961, emerso grazie al progetto LeviNeT. Attraverso queste fonti, che gli studenti hanno analizzato, sono state discusse questioni cruciali come la memoria di Auschwitz nella Guerra Fredda, il dialogo con "l'altro", il processo di Francoforte e il ruolo di Israele nello scacchiere internazionale. Un'occasione per usare le lettere come strumenti storici contro il negazionismo e per comprendere la costruzione di un'identità europea fondata sul confronto critico.

TEORIE E MODELLI DI INTEGRAZIONE REGIONALE, COME STRUMENTI DI PACIFICAZIONE INTERNA ED ESTERNA
Roberto Castaldi (Università eCampus)

Il laboratorio ha affrontato le principali teorie e modelli di integrazione regionale, considerati nella prospettiva dei processi di civilizzazione e di pacificazione in chiave interna, e auspicabilmente esterna. Un focus particolare è stato dedicato all'esperienza europea, che ha avuto un ruolo di laboratorio per l'evoluzione delle principali teorie, e che costituisce l'esempio più avanzato di integrazione regionale fondata sul principio della condivisione di sovranità.

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