Approfondimento
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Scambi di epidemie e terapie inefficaci
La scoperta del Nuovo Mondo complicò il quadro sanitario delle popolazioni dell’epoca, in quanto vi fu uno scambio di agenti patogeni tra i due continenti: dall’Europa il vaiolo fu esportato nelle Americhe, dove provocò in breve tempo spaventose epidemie, mentre le navi di ritorno dal nuovo continente portarono sul suolo europeo la sifilide che, a contatto con un contesto immunologicamente vergine, non tardò a diffondersi al punto da costituire una vera pandemia.In Italia la sifilide giunse e si propagò a partire dal 1494 a seguito della discesa delle truppe di Carlo VIII, re di Francia, impegnate nella conquista del Regno di Napoli (e per questo fu denominata mal franzese o morbo gallico). La malattia suscitò subito l’interesse di alcuni studiosi dell’epoca, tra cui Girolamo Fracastoro, al quale si deve, nel 1530, il nome oggi corrente della malattia, grazie alla sua opera Syphilis sive morbus gallicus. Nel Cinquecento il primo farmaco impiegato contro la sifilide fu il “legno santo” o guaiaco, adoperato dagli indigeni delle Americhe, sotto forma di decotto. Girolamo Fracastoro, invece, basava le sue cure su un copioso salasso e sulla prescrizione di erbe medicinali come il timo, l’oppio, il finocchio. Molto utilizzati, inoltre, erano i preparati a base di mercurio. Tuttavia, fino alla metà del XIX secolo, le cure utilizzate non si rivelarono efficaci, tant’è che gli ospedali destinati ai sifilitici furono definiti ospedali degli incurabili. Nel febbraio del 1680, ad esempio, i dottori fisici Marc’Aurelio Salice e Giuseppe Barone dichiarano che padron Ascanio Introna era travagliato da continui dolori articolari poiché affetto da morbo gallico, tanto da non potersi più muovere; per cercare di alleviare tali dolori applicarono al paziente “untioni di mercurio” e “legno santo”, senza tuttavia ottenere significativi miglioramenti.
6_Sifilide_definitivo
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Scambi di epidemie e terapie inefficaci
La scoperta del Nuovo Mondo complicò il quadro sanitario delle popolazioni dell’epoca, in quanto vi fu uno scambio di agenti patogeni tra i due continenti: dall’Europa il vaiolo fu esportato nelle Americhe, dove provocò in breve tempo spaventose epidemie, mentre le navi di ritorno dal nuovo continente portarono sul suolo europeo la sifilide che, a contatto con un contesto immunologicamente vergine, non tardò a diffondersi al punto da costituire una vera pandemia.In Italia la sifilide giunse e si propagò a partire dal 1494 a seguito della discesa delle truppe di Carlo VIII, re di Francia, impegnate nella conquista del Regno di Napoli (e per questo fu denominata mal franzese o morbo gallico). La malattia suscitò subito l’interesse di alcuni studiosi dell’epoca, tra cui Girolamo Fracastoro, al quale si deve, nel 1530, il nome oggi corrente della malattia, grazie alla sua opera Syphilis sive morbus gallicus. Nel Cinquecento il primo farmaco impiegato contro la sifilide fu il “legno santo” o guaiaco, adoperato dagli indigeni delle Americhe, sotto forma di decotto. Girolamo Fracastoro, invece, basava le sue cure su un copioso salasso e sulla prescrizione di erbe medicinali come il timo, l’oppio, il finocchio. Molto utilizzati, inoltre, erano i preparati a base di mercurio. Tuttavia, fino alla metà del XIX secolo, le cure utilizzate non si rivelarono efficaci, tant’è che gli ospedali destinati ai sifilitici furono definiti ospedali degli incurabili. Nel febbraio del 1680, ad esempio, i dottori fisici Marc’Aurelio Salice e Giuseppe Barone dichiarano che padron Ascanio Introna era travagliato da continui dolori articolari poiché affetto da morbo gallico, tanto da non potersi più muovere; per cercare di alleviare tali dolori applicarono al paziente “untioni di mercurio” e “legno santo”, senza tuttavia ottenere significativi miglioramenti.