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I primi provvedimenti sanitari contro il colera
Il colera comparve per la prima volta in Italia nel 1835 e nel Sud della Penisola nel 1836, diffondendosi rapidamente e a largo raggio per diverse ragioni:- ignoranza dell’agente patogeno della malattia e dei meccanismi di trasmissione; - impreparazione delle autorità politiche e sanitarie; - disastrose condizioni igienico-sanitarie degli agglomerati urbani e, in particolare, dei sistemi fognari e di approvvigionamento idrico. Già in precedenza, la paura del morbo aveva spinto i governanti di ogni Paese a intensificare le precauzioni per fronteggiare l’eventuale diffusione del colera. In tal senso, quindi, in un clima di generale tensione, l’intervento legislativo dell’amministrazione borbonica del Regno delle Due Sicilie fu tempestivo attraverso la diffusione di regolamenti sanitari e l’adozione di misure igieniche atte a contrastare la malattia. Nel 1831, ad esempio, fu pubblicato a Napoli un volume a cura del Supremo Magistrato di Salute di Napoli che divulgava le misure precauzionali e le disposizioni amministrative deliberate in occasione della diffusione del colera: il Giornale Sanitario sovranamente disposto contenente le principali notizie, le decisioni di massima emanate dal Supremo Magistrato di Salute di Napoli e gli ordini superiori dettati onde garantire questi Reali dominii dal Cholera-morbus dominante in varii luoghi dell’Europa settentrionale. Il volume raccoglieva, tra l’altro, tutte le nozioni dell’epoca sul morbo colerico (tappe geografiche dello sviluppo colerico dal 1817, rapporti informativi pervenuti dalla zone colpite, ecc.), al fine di dipanare la confusione di idee che si era venuta a creare. Ulteriori interventi amministrativi e sanitari furono predisposti, poi, nel Regolamento Sanitario Interno pei Reali dominii al di qua del Faro (9 settembre 1831) e nel Regolamento generale per difendere il Regno di Napoli contro l’invasione o la ferocia del cholera-morbus (1835).
La prima epidemia di colera a Bari
Nel 1836 il mostro asiatico, da Ancona, approdò per la prima volta sulle coste pugliesi. La manifestazione epidemica si sviluppò in due fasi distinte: la prima nell’estate 1836, la seconda nell’estate 1837. È controverso, tuttavia, quale sia stato il primo centro pugliese a essere colpito dal morbo. Dai documenti del tempo emerge che sono Trani e Rodi a contendersi il triste primato: i resoconti dei medici parlano di Trani ma, poiché qui si tardò a riconoscere l’esistenza del morbo, fu a Rodi che venne istituito il primo cordone sanitario e fu da Rodi che venne annunciata l’entrata del colera nel Regno delle Due Sicilie. Al fine di conoscere l’entità dell’epidemia, l’intendente della Provincia di Terra di Bari, con la circolare del 18 dicembre 1837, n. 8867, invitò i sindaci di ciascun comune a compilare un questionario. Quest’ultimo, articolato in 12 domande, registra nella prima parte (9 quesiti) informazioni dettagliate sulla popolazione, sul giorno di inizio e fine dell’epidemia, sul numero totale degli individui colpiti dalla malattia e dei morti distinti per sesso e per condizione sociale. Nella seconda parte (3 quesiti), l’attenzione si sposta sugli aspetti economici, ossia sui fondi utilizzati per affrontare le spese necessarie e sulle singoli voci di spesa sostenute. Analizzando il questionario compilato dal sindaco di Bari in riferimento all’epidemia di colera del 1836, si evince che il capoluogo pugliese registrò il primo caso di colera il 31 agosto 1836 e che l’epidemia si spense il 31 ottobre dello stesso anno. Su una popolazione complessiva di 25.320 anime, si contano 1.290 colpiti dalla malattia (500 maschi e 790 femmine); tra questi, il totale dei decessi è di 238 (94 maschi e 144 femmine), con una letalità pari al 18,4%. Per quanto concerne, invece, la classe sociale di appartenenza, la malattia colpì principalmente gli appartenenti alle classi più basse: gli artieri (200 casi), gli agricoltori (130 casi) e le persone del popolo (105 casi) per la compagine maschile; le donne del popolo (400 casi) e le contadine (320 casi) per quella femminile.
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Created on October 27, 2025
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I primi provvedimenti sanitari contro il colera
Il colera comparve per la prima volta in Italia nel 1835 e nel Sud della Penisola nel 1836, diffondendosi rapidamente e a largo raggio per diverse ragioni:- ignoranza dell’agente patogeno della malattia e dei meccanismi di trasmissione; - impreparazione delle autorità politiche e sanitarie; - disastrose condizioni igienico-sanitarie degli agglomerati urbani e, in particolare, dei sistemi fognari e di approvvigionamento idrico. Già in precedenza, la paura del morbo aveva spinto i governanti di ogni Paese a intensificare le precauzioni per fronteggiare l’eventuale diffusione del colera. In tal senso, quindi, in un clima di generale tensione, l’intervento legislativo dell’amministrazione borbonica del Regno delle Due Sicilie fu tempestivo attraverso la diffusione di regolamenti sanitari e l’adozione di misure igieniche atte a contrastare la malattia. Nel 1831, ad esempio, fu pubblicato a Napoli un volume a cura del Supremo Magistrato di Salute di Napoli che divulgava le misure precauzionali e le disposizioni amministrative deliberate in occasione della diffusione del colera: il Giornale Sanitario sovranamente disposto contenente le principali notizie, le decisioni di massima emanate dal Supremo Magistrato di Salute di Napoli e gli ordini superiori dettati onde garantire questi Reali dominii dal Cholera-morbus dominante in varii luoghi dell’Europa settentrionale. Il volume raccoglieva, tra l’altro, tutte le nozioni dell’epoca sul morbo colerico (tappe geografiche dello sviluppo colerico dal 1817, rapporti informativi pervenuti dalla zone colpite, ecc.), al fine di dipanare la confusione di idee che si era venuta a creare. Ulteriori interventi amministrativi e sanitari furono predisposti, poi, nel Regolamento Sanitario Interno pei Reali dominii al di qua del Faro (9 settembre 1831) e nel Regolamento generale per difendere il Regno di Napoli contro l’invasione o la ferocia del cholera-morbus (1835).
La prima epidemia di colera a Bari
Nel 1836 il mostro asiatico, da Ancona, approdò per la prima volta sulle coste pugliesi. La manifestazione epidemica si sviluppò in due fasi distinte: la prima nell’estate 1836, la seconda nell’estate 1837. È controverso, tuttavia, quale sia stato il primo centro pugliese a essere colpito dal morbo. Dai documenti del tempo emerge che sono Trani e Rodi a contendersi il triste primato: i resoconti dei medici parlano di Trani ma, poiché qui si tardò a riconoscere l’esistenza del morbo, fu a Rodi che venne istituito il primo cordone sanitario e fu da Rodi che venne annunciata l’entrata del colera nel Regno delle Due Sicilie. Al fine di conoscere l’entità dell’epidemia, l’intendente della Provincia di Terra di Bari, con la circolare del 18 dicembre 1837, n. 8867, invitò i sindaci di ciascun comune a compilare un questionario. Quest’ultimo, articolato in 12 domande, registra nella prima parte (9 quesiti) informazioni dettagliate sulla popolazione, sul giorno di inizio e fine dell’epidemia, sul numero totale degli individui colpiti dalla malattia e dei morti distinti per sesso e per condizione sociale. Nella seconda parte (3 quesiti), l’attenzione si sposta sugli aspetti economici, ossia sui fondi utilizzati per affrontare le spese necessarie e sulle singoli voci di spesa sostenute. Analizzando il questionario compilato dal sindaco di Bari in riferimento all’epidemia di colera del 1836, si evince che il capoluogo pugliese registrò il primo caso di colera il 31 agosto 1836 e che l’epidemia si spense il 31 ottobre dello stesso anno. Su una popolazione complessiva di 25.320 anime, si contano 1.290 colpiti dalla malattia (500 maschi e 790 femmine); tra questi, il totale dei decessi è di 238 (94 maschi e 144 femmine), con una letalità pari al 18,4%. Per quanto concerne, invece, la classe sociale di appartenenza, la malattia colpì principalmente gli appartenenti alle classi più basse: gli artieri (200 casi), gli agricoltori (130 casi) e le persone del popolo (105 casi) per la compagine maschile; le donne del popolo (400 casi) e le contadine (320 casi) per quella femminile.