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Giuseppe Ungaretti

Stefano Giordanelli

Created on September 30, 2025

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Transcript

Giuseppe Ungaretti

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Biografia

Nasce ad Alessandria d'Egitto l'8 febbraio 1888 perché il padre lavorara come sterratore al Canale di Suez. Il padre muore prematuramente, ma la madre, che gestiva un forno di proprietà, potè garantirgli gli studi presso la Scuola Svizzera (impara quindi il francese). In Egitto conosce Enrico Pea (1881-1982) che lo introduce agli ideali socialisti e anarchici. Nel 1912 lascia l'Egitto per l'Europa, inizialmente è in Italia, successivamente si sposta a Parigi dove si iscrive all'Università della Sorbona. A Parigi conosce artisti fondamentali: Apollinaire, Braque, Picasso, de Chirico, Modigliani, Boccioni, Soffici.

E' influenzato dall'avanguardia (futurismo), dal simbolismo (da cui ricava il gusto per l'analogia), dal filosofo Bergson (per le sue riflessioni sul tempo).

Biografia

Nel 1914 è in Italia per partecipare alla propaganda interventista. Nel maggio 1915 è richiamato alle armi e va a combattere sul Carso come soldato semplice (fanteria) 1916 pubblica Il porto sepolto Al termine della guerra (1918-1921) è a Parigi. Lavora per l'ambasciata italiana e per «Il Popolo d'Italia» di Benito Mussolini. 1919 pubblica Allegria di Naufragi Nel 1920 si sposta con Jeanne Dupoix da cui avrà la figlia Ninon (1925-2015) e Antonietto (1930-1939). Nel 1921 si trasferisce a Roma dove lavoro all'Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri.

Biografia

Nel 1924 aderisce al fascismo e l'anno dopo firma il Manifesto degli intellettuali fascisti. Tra il 1929 e il 1935 lavora per la «Gazzetta del Popolo» di Torino come inviato speciale. In questo periodo (1928) si avvicina alla fede. 1931 pubblica L'allegria. 1933 pubblica Sentimento del tempo. Nel 1936 si trasferisce in Brasile per insegnare letteratura all'Università. Nel 1939 muore il figlio Antonietto. Nel 1942, in seguito alla guerra, è costretto a lasciare il paese per tornare in Italia.

Biografia

Nel 1942, in seguito alla guerra, è costretto a lasciare il Brasile per tornare in Italia. Vista la sua importanza è subito invitato a insegnare alla Sapienza di Roma ed è nominato Accademico d'Italia. 1947 pubblica Il dolore Nell'immediato dopoguerra subisce un processo di epurazione in quanto fascista, ma viene assolto. La sua fama è ormai all'apice, viene chiamato in tutta Europa (e non solo) per ricevere onoreficenze e per tenere conferenze.

Negli ultimi anni di vita, complici alcune apparizioni televisive, diventa una vera e propria icona vivente della poesia. Nel 1969 l'editore Mondadori pubblica Vita d'un uomo raccolta completa di tutte le sue poesie. Muore a Milano il 2 giugno 1970.

L'opera - i contenuti

Ungaretti ha scritto poesie basandosi sempre sulla sua esperienza biografica Questo vuol dire che utilizza la poesia per riflettere sulla propria vita (non è un caso che la raccolta definitiva è intitolata Vita d'un uomo) La sua poesia nasce da una illuminazione improvvisa che serve a cogliere quanto è presente nella profondità del proprio io. L'obiettivo è quello di risalire da questa profondità portando qualche frammento di verità. Questa modalità emerge fin dal titolo della prima raccolta di Ungaretti, Il porto sepolto (1916): il poeta si immerge in questo luogo misterioso per portare alla luce qualche frammento di verità che esprime attraverso le poesie. Il poeta raggiunge questo scopo con delle improvvise rivelazioni grazie alle quali riesce a recuperare quello che è sepolto nella coscienza e nella memoria.

L'opera - i contenuti

Questo non vuol dire che il poeta ha a disposizione la verità, ma ha semplicemente a disposizione i mezzi per far emergere qualcosa. Ungaretti è consapevole che non sarà mai possibile una rivelazione totale, ma questo in lui non genera frustrazione: le illuminazioni vengono accolte con stupore e meraviglia e producono gioia, partecipazione alla vita. Il ruolo del poeta è quindi molto importante, perché è l'unico che può cogliere questi frammenti e aiutare gli altri a comprenderli.

Lo stile - dalle origini a L'Allegria (1916-1931)

Ungaretti utilizza uno stile rivoluzionario, in equilibrio tra innovazione e tradizione. Non c'è l'esagerazione dell'avanguardia, ma allo stesso tempo manca la retorica dei tempi passati. La sua poesia risulta molto concentrata, ridotta all'essenziale. Perché questa scelta? Le sue poesie nascono durante la Prima guerra mondiale, in un momento precario in cui bisogna far emergere le questioni importanti, quello che veramente conta. Esiste anche una spiegazione pratica: la precarietà della trincea non lascia spazio alla scrittura, mancano carta e inchiostro e si vive un'esistenza al limite. Le parole sono poche (frammenti) e sono presenti anche silenzi, per questo motivo le poesie non sono del tutto chiare.

Lo stile - dalle origini a L'Allegria (1916-1931)

I versi sono liberi, in alcuni casi sono costituiti da una sola parola (imprescindibile, importante), non è presente la punteggiatura, non ci sono rime, ci sono spazi bianchi che costituiscono silenzi. Il silenzio fa emergere la parola, contribuisce a darne ancora maggior risalto. L'estrema sintesi raggiunta nelle sue poesie è dovuta all'uso dell'analogia. L'analogia permette un accostamento immediato di idee.

Se in una poesia l'uso della similitudine prevede l'accostamento tra due immagini per creare un paragone: "I soldati in guerra sono fragili così come le foglie appese agli alberi in autunno" Con l'analogia si riassume il tutto identificando i soldati nelle foglie senza nemmeno doverlo spiegare: "Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie" Questo accostamento immediato, che Ungaretti definisce "senza fili" (senza intralci), favorisce la brevità, ma non la comprensione.

L'allegria

Nel 1916 pubblica Il porto sepolto (significato: si riferisce l'antico porto sommerso vicino ad Alessandria d'Egitto, luogo misterioso in cui il poeta si "immerge" per portare alla luce qualche frammento di verità. Porto sepolto = il segreto dentro di noi) Nel 1919 pubblica L'allegria di naufragi, ed. Vallecchi (significato: è un ossimoro, il poeta si riferisce all'euforia che si prova sopravvivendo a un evento tragico rappresentato dal "naufragio") Nel 1923 pubblica di nuovo Il porto sepolto (con prefazione di Benito Mussolini, ed. Stamperia Apuana) Nel 1931 pubblica L'Allegria, ed. Preda (significato: identico a L'allegria di naufragi) In queste raccolte pubblica poesie nuove, ma contemporaneamente continua a riproporre e rielaborare quelle precedenti.

ATTENZIONE!

Le poesie de Il porto sepolto (1916) Sono raccolte ne L'allegria di naufragi (1919) Le poesie de Il porto sepolto e L'allegria di naufragi Sono raccolte ne L'Allegria (1931)

L'allegria

In seguito alle continue modifiche e aggiunte (che proseguono nel tempo: 1936, 1942, 1969) ne L'Allegria affronta diversi temi: si passa dalla guerra (il nucleo centrale, poesie scritte tra il 22 dicembre 1915 e il 23 novembre 1916) a momenti di vita privata. L'autobiografia è l'elemento più significativo, tanto che Ungaretti definiva la sua raccolta come un diario. Un altro elemento molto importante è il vitalismo: l'ansia di vita che si manifesta nelle situazioni più estreme oppure riflettendo sulla propria esistenza o sulla morte. Questo permette a Ungaretti di cogliere, pur nella tragedia e nella sofferenza, un valore positivo legato alla sopravvivenza (come ad esempio la fratellanza)

Il secondo Ungaretti (1932-1946)

In questa seconda fase poetica Ungaretti adotta un nuovo stile: la poesia è meno frammentata, i versi diventano più lunghi, utilizza le forme metriche della tradizione, si ispira ai grandi classici: Petrarca e Leopardi su tutti. I versi iniziano a essere composti da endecasillabi e settenerai, vengono raggruppati in strofe, torna la punteggiatura, torna la sintassi. Resta sempre il silenzio, il gusto del frammento (mistero), l'affrontare temi autobiografici e complessi (dolore, morte, aspirazione all'assoluto (verità). Questo stile influenza molto i poeti ermetici (1925-1935). Ungaretti non si può considerare un ermetico, ma un precursore

Giuseppe Ungaretti - Eugenio Montale - Mario Luzi - Alfonso Gatto Salvatore Quasimodo

Poesie: Il porto sepolto

Il porto sepolto Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde Di questa poesia mi resta quel nulla d'inesauribile segreto (Mariano il 29 giugno 1916) Il poeta raggiunge [la verità] / e poi torna nel mondo con le sue poesie / e le diffonde tra gli uomini. / Di questa conoscenza / a me resta / quel poco / di un segreto inesauribile.

Il titolo è fondamentale per comprendere il senso della sua poetica. Il porto è un'allusione a un antico porto nella città di Alessandria ed è contemporaneamente simbolo del viaggio introspettivo del poeta alla ricerca del mistero dell’essere umano. L'aggettivo sepolto rimanda al mistero, all'“inesauribile segreto”, paragonabile a quello dell’animo umano. A questo mistero si collega anche la specifica funzione del poeta e della poesia: i versi devono riportare alla luce e diffondere tra gli uomini ciò che il poeta ha scoperto nel fondo del porto (nell'animo). La narrazione poetica e la parola diventano un mezzo di conoscenza di se stessi e di comunicazione e fratellanza con gli altri, qualcosa attraverso cui indagare l'ignoto che vive dentro ciascuno di noi. Metrica: la lirica è composta da versi liberi e molti brevi, inframmezzati da pause frequenti. La protagonista assoluta è la “parola nuda” e la punteggiatura è del tutto assente.

San Martino del Carso Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto Ma nel cuore nessuna croce manca È il mio cuore il paese più straziato (Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916)

San Martino del Carso

In questa lirica il poeta sceglie di esprimere tutta la disperazione e l'orrore dell'esperienza del fronte attraverso un confronto tra l'uomo e la natura (paesaggio). Mette in relazione la propria tragedia, scandita dalla morte di compagni e amici, alla desolazione di un paese devastato dai combattimenti. La poesia può essere divisa in due momenti: il primo, coincidente con le due quartine iniziali (vv. 1-8) e costituisce la pars destruens (fase distruttiva) della poesia ungarettiana. L’anafora “non è rimasto” serve a sottolineare la distruzione fisica ed esistenziale della guerra, che non lascia che miseri resti sia delle “case” (v. 1) sia degli amici (vv. 5-6) del poeta. il secondo coincide con i due distici conclusivi ed è un esempio del vitalismo ungarettiano: uno scatto di umanità, con cui ribadisce, attraverso la metafora del “cuore-paese”, che alla violenza della guerra si contrappone sempre il ricordo (v. 9 cuore/croce) di chi non c’è più.

Di queste case / non sono rimaste / che delle / rovine di muro. // Dei tanti amici e commilitoni / che hanno condiviso la vita con me / non è rimasto / molto. // Ma nel mio cuore / non manca una croce (per nessun morto) // il mio cuore è / come a un paese devastato dalla guerra.

Veglia

Veglia Un'intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato con la sua bocca digrignata volta al plenilunio con la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio ho scritto lettere piene d'amore Non sono mai stato tanto attaccato alla vita (Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Il poeta ha trascorso tutta la notte vicino ad un compagno morto, con la bocca aperta in un ghigno di sofferenza che guarda la luna. Il gonfiore delle mani penetra nel suo silenzio. Questa situazione lo porta a scrivere lettere piene d'amore e a comprendere come non mai il valore della vita. Nella drammaticità della situazione, percepisce solo la propria volontà di vivere, che prevale su tutto (vitalismo). Protagonista della poesia è la morte a cui il poeta contrappone l'amore, la voglia di vita e di speranza. In questa poesia i temi fondamentali sono: la realtà disumana della guerra la contraddizione nella compresenza di vita e di morte il senso di tragicità e riscoperta della vita l’essenzialità di linguaggio Ungaretti usa versi di una sola parola, per evidenziare il binomio morte/vita e per una scelta di essenzialità di linguaggio dettata dall'incomunicabilità del sentimento.

Fratelli

Fratelli Di che reggimento siete fratelli? Parola tremante nella notte Foglia appena nata Nell'aria spasimante involontaria rivolta dell'uomo presente alla sua fragilità Fratelli (Mariano il 15 luglio 1916)

Il titolo Fratelli è stato deciso nel 1943, in precedenza la poesia era intitolata Soldato. Il tema principale è la precarietà della vita, costantemente posta di fronte a una sensazione opprimente di morte. La fragilità umana è espressa attraverso il confronto tra individuo e natura: i fratelli commilitoni diventano così “foglie appena nate” (v. 5). Con la definizione di “fratelli” (v. 10) i soldati riacquistano la propria umanità ed intima dignità. Attraverso l'immagine dell'"involontaria rivolta" (la "ribellione" spontanea di definirsi fratelli rispetto alla tragica realtà) (vv. 7-8), Ungaretti celebra l'istinto alla vita e il desiderio di fuggire dalla morte e dalla guerra. “Fratelli” è la parola-chiave che apre e chiude il componimento, e a cui si connettono tutti gli altri termini del testo (“parola tremante”, “foglia”, “involontaria rivolta”). Il tema passa così dalla realtà della guerra (assurda e tragica realtà) al senso di fratellanza che, nonostante tutto, prova ad instaurarsi tra i soldati.

Di che reggimento siete / fratelli? // Parola che suona incerta e timorosa / nella notte // Come una foglia appena spuntata / Istintiva ribellione, / nell’aria attraversata dalla sofferenza, / dell’uomo cosciente della sua / fragilità // Fratelli

Soldati

La poesia vuole esprimere l'incertezza e la precarietà della vita dei soldati al fronte, che possono morire da un momento all'altro, come le foglie, in autunno, possono staccarsi improvvisamente dai rami. Molto importante in questa poesia è il titolo, perché ci dice di chi si sta parlando. Il poeta usa la forma impersonale “si sta” in quanto si riferisce a tutti i soldati. In questo modo crea un'atmosfera di universalità, di indefinito e, nello stesso tempo, di immobilità e di fatalità. Il “come” introduce il paragone con le “foglie”. “Come d'autunno” basta un soffio di vento per far cadere le foglie, così in guerra basta una pallottola, che non si sa da dove arriva né quando per porre termine alla vita di un uomo.

Soldati Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie (Bosco di Courton luglio 1918)

Mattina

La poesia è sorprendente poiché, con due sole parole, il poeta riesce ad esprimere un concetto di dimensioni non misurabili. Il brevissimo testo originariamente aveva il titolo "Cielo e Mare", ma il titolo definitivo aiuta nell'attribuire il giusto significato al testo. Dobbiamo quindi immaginarci una mattina sulla spiaggia. Il poeta si illumina perché assiste al sorgere del sole, la cui luce si riflette sul mare. L'idea di immenso scaturisce dall'impressione che cielo e mare, nella luce del mattino, si fondano in un'unica, infinita chiarità. È un momento in cui il finito e l’infinito si uniscono in un unico elemento: non esiste più niente intorno, solo una grande luce che gli origina un momento di intuizione nel quale egli si mette in contatto con l’assoluto. Ungaretti dunque con questa poesia vuole quasi comunicare che l’uomo, pur in situazioni macabre, pur di fronte alle enormi distruzioni ed agli enormi dolori che provoca la guerra, pur avendo scoperto la sua fragilità e la sua precarietà nella vita che gli è stata data, è in grado di cogliere con una grandezza smisurata tutta l’immensità del suo mondo al quale si sente di appartenere.

Mattina M'illumino d'immenso (Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917)

La letteratura di inizio Novecento: il Futurismo

Ungaretti inizia a scrivere in un momento molto particolare. C'è una netta cesura con il passato in ogni ambito artistico (pittura, scultura, letteratura, musica, cinema, teatro). Nel febbraio 1909 Filippo Tommaso Marinetti dà vita al Futurismo. È il primo movimento delle cosidette avanguardie storiche (espressionismo, cubismo, astrattismo, dadaismo). Marinetti dà spazio alla provocazione: vuole abolire le istituzioni, superare la tradizione, dimenticare il passato, distruggere i musei. Inizia a esaltare la modernità rappresentata dall'industria, dalla macchina, dalla velocità, dall'azione, dala virilità, dalla guerra. Non è un caso che il movimento si avvicinerà al fascismo.

Futurismo (1909-1944)

Il Futurismo attraversa tre fasi: La prima fase va dal 1909 al 1912: il movimento si allarga immediatamente a tutte le arti. In letteratura si usa il verso libero. Marinetti organizza delle serate di lettura di poesie, le serate futuriste, che spesso finiscono in rissa. La seconda fase va dal 1912 al 1915: si pubblicano molti manifesti pieni di proclami. Marinetti inventa le parole in libertà (il testo perde di significato e diventa prevalentemente forma). La terza fase va dal 1915 al 1920: il movimento si avvicina sempre più alla politica. I futuristi sono interventisti. Successivamente diventeranno fascisti sostenendo in tutto e per tutto Mussolini (Marinetti appoggerà addirittura la Repubblica di Salò) Marinetti, così allergico alle istituzioni e alle accademie, diventa Accademico d'Italia nel 1929.

Umberto Boccioni, Forme uniche della continuità nello spazio, 1913

La letteratura di inizio Novecento: Ermetismo

L'ermetismo non è un vero e proprio movimento, ma una tendenza sviluppatasi tra il 1925 e il 1935. Il termine fu inventato dal critico Francesco Flora per indicare una poesia difficile, chiusa, ermetica (il nome viene da Ermete Trismegisto, dio greco-egizio i cui messaggi erano di difficile comprensione e interpretati solo da pochi eletti). I poeti ermetici rifiutano l'impegno politico e sociale in un periodo in cui c'è una dittatura al potere. Lo vedono come un atto di libertà (ma alcuni successivamente si pentiranno di questa scelta per non aver agito in chiave antifascista). Per loro la poesia non deve avere finalità pratica, non deve avere uno scopo educativo, non deve avere vincoli, deve essere libera e pura. Il poeta considera il suo stato d'animo, riflette sui problemi universali e sull'esistenza. Cerca un contatto con il mondo esterno, ma non lo trova perché lo considera arido e vuoto.

La letteratura di inizio Novecento: Ermetismo

Per gli ermetici l'unica ancora di salvezza è la poesia. Scrivendo una poesia si può ragionare sui sentimenti, emozioni, sensazioni, esperienze, dolori. Diventa quindi un urlo di dolore, testimonianza di un'esistenza dolorosa. La parola usata nelle poesie ermetiche è spoglia di ogni significato comune. Il significato è misterioso, allusivo e deve essere dedotto considerando quello che il poeta sta vivendo. In alcuni casi una parola può avere molteplici significati, deve essere Come in Ungaretti le poesie sono brevi, prive di punteggiatura, le parole spesso sono slegate tra di loro, gli spazi bianchi si caricano di significati simboleggiando il vuoto. Questa poesia è definita "pura" perché il linguaggio è essenziale e autonomo da scopi esterni. Lo scopo è quello di raggiungere le verità più profonde dell'animo umano. La poesia ermetica mette in luce lo stato d'animo, la riflessione interiore.