AB Troviamo un confronto tra gli esempi da seguire e quelli da rifuggire.A1 A 1) attenzione agli interessi di Cristo 2) servizio del vengelo 3) affrontare la sofferenza e il rischio della morte per Cristo B 1)essere come cani 2)cattivi operai 3)gente che si fa mutilare A1 1) veri circoncisi 2) praticano un culto mosso dallo spirito 3) pongono il vanto in Cristo e non nella carne
Fil 2,19-3,3
lettore ebreo: -cani è il modo in cui gli ebrei potevano definire un pagano - la mutilazione richiama una pratica cultuale del mondo pagano (1Re 18,28; Os 7,14 nella LXX), pratica che si contrappone alla circoncisione, come rito violento e superstizioso Questione: come interpretare questi riferimenti? Visto la periautologia che segue e che distanzia Paolo dalle pratiche ebraiche, la struttura ABA potrebbe essere recepita da un lettore ebreo come una critica sarcastica all'atteggiamento di un detrattore giudaizzante.
ABA1 rappresenta in modo sintetico lo sviluppo argomentativo
Lettore pagano:
- la mutilazione richiama la pratica cultuale del mondo pagano - la circoncisione era una pratica deplorata dal mondo pagano, una pratica che qualificava in modo negativo le credenze e il culto ebraico e veniva considerata una mutilazione (vd. pagine successive) Questione: Come poteva interpretare questi referimenti il mondo pagano? Paolo sta contrapponendo due culti (pagano e ebraico) per mostrare la "serietà" del secondo rispetto al primo. Nella logica argomentativa, questo espediente permette a Paolo di spostare nei versetti successivi l'attenzione su se stesso, con il fine di evidenziare l'importanza della scelta di Cristo, che non entra in tensione con falsi culti e credenze, ma addirittura con il tesoro dell'esperienza religiosa ebraica, che vale più di ogni altro culto, ma non della conoscenza di Cristo.
Conclusioni: un lettore ebreo non avrebbe recepito l'espediente di questa contrapposizione tra culto ebraico e culto pagano, per far risaltare ulteriormente la conoscenza di Cristo, rispetto ad ogni altra ricchezza. Non sarebbe infatti stato necessario per tale lettore un confronto tra le due esperienze religiose, perché già avrebbe avuto piena cnoscienza e consapevolezza del valore del proprio culto rispetto a quello pagano. Un lettore ebreo avrebbe inoltre considerato la periautoologia di Paolo come una impertinente affermazione della prorpria esperienza rispetto a quella di un credente ebreo. L'ipotesi di un lettore pagano sembra meglio rispettare lo sviluppo argomentativo individuato
La circoncisione nel pensiero pagano
(aspetto pragmatico dell'approccio semiotico)
Il giudizio negativo dei pagani nei confronti della pratica della circoncisione, lo ritroviamo in alcuni autori soprattutto latini, tra il primo e secondo secolo. Le fonti principali e più esplicite sono:1. Publio Cornelio Tacito (I-II sec. d.C.): - Historiae V.2.5. Qui troviamo un'espressione dura, che esprime il disprezzo romano per gli Ebrei in un libro delle Historiae, dedicato all'assedio di Gerusalemme.
- Historiae V.5.1-9, egli afferma che gli Ebrei, tra le altre usanze "sinistre e turpi" (come l'odio verso gli altri popoli e la separazione dai costumi comuni), "hanno istituito di circoncidere i genitali perché siano riconosciuti nella diversità (ut diversitate noscantur)". Questo sottolinea la visione romana della circoncisione come un marchio di separazione e un'aberrazione fisica.
2. Decimo Giunio Giovenale, poeta satirico del I-II sec. d.C.- Saturae XIV. Giovenale critica i padri che, con il loro cattivo esempio, inducono i figli ad adottare i costumi ebraici. La pratica della circoncisione è vista come il passo finale e decisivo nell'abbandono delle tradizioni romane a favore di una superstizione barbara
Si consideri anche che il termine dispregiativo latino per identificare un ebreo era spesso verpus (circonciso).3. Altri Riferimenti- Catullo (poeta del I sec. a.C.) usa già l'epiteto dispregiativo di verpus (circonciso) in riferimento a un rivale ebreo, evidenziando come la pratica fosse un marchio di infamia già in età repubblicana.
- Marziale (poeta del I sec. d.C.). Negli Epigrammi il verpus è spesso usato con tono denigratorio.
Indirettamente sappiamo dell'avversione di autori greco-ellenistici soprattutto grazie a Giuseppe Flavio. Nel Contra Apione Giuseppe dice che il capo della scuola di Alessandria, Apione, "deride la pratica della circoncisione". Altri autori, come Erodoto (V a.C.) e Strabone (I a.C. e I d.C.) parlano della circoncisione come usanza praticata da diversi popoli (Egizi, Colchi, Etiopi, Fenici, Siri ed Ebrei), ma lo fanno in termini neutrali, senza riferimenti espliciti ai Giudei o alla Giudea. Diverso è l'atteggiamento di Petronio (I d.C.), che nel Satyricon considera con disprezzo e ironia questa pratica associata in generale a costumi stranieri, ma in particolare considerata da Petronio tratto specifico del Giudeo, giudicato ridicolo e superstizioso. Petronio utilizza l'ironia e la volgarità, tipiche del suo stile, per ridicolizzare la pratica della circoncisione, acquisendo toni marcatamente polemici (cf. Frg. 37 Ernout opp. Stern, I 195 [GLAJJ])
Per quanto riguarda la pratica della mutilazione, essa proviene probabilmente dal mondo religioso del VOA, e viene poi mutuata da usanze rituali di culti greco-romani, come per es. quello di Cibele e Attis. I romani erano diffidenti nei confronti di queste forme di culto primitivo "importate", che tuttavia fanno lo stesso il loro ingresso e si diffondono nell'Impero, anche nel I d.C. Nel culto ora menzionato i sacerdoti praticavano la castrazione (che evoca la castrazione delle divinità) e i rituali comprendevano autolacerazioni e autoflagellazioni.Ci sono testi tra l'I a.C e l'I d.C., di letteratura latina, che testimoniano l'esistenza di questi culti violenti: cf. Catullo (I a.C.), Carme 63 e Ovidio (I d.C.), Fasti IV. Nella letteratura greca più tardiva (II d.C.) troviamo invece due autori (Luciano di Samosata nel De Dea Syria e Pausania nella Periegesi della Grecia) che attestano questa pratica violenta, con possibile riferimento ad un culto rivolto alla dèa Cibele. Ciò che risulta di interesse, è che nel De Dea Syria l'azione del taglio è espressa con il verbo ταμνω di cui il verbo κατατέμνω (da cui a sua volta derive il sostantivo κατατομή usato da Paolo in Fil 3,2) è un composto. Questo accostamento ci permette di collocare a ragione la riflessione di Fil 3,2 in un contesto cultuale, forse proprio quello che richiama certi riti di origine orientale come quelli di Cibele, ma nel contempo l'uso di questo composto, mai usato per descrivere riti simili, da una parte, ne evoca le caratteristiche, ma dall'altra, in virtù dell'omoteleuto, rappresenta per Paolo un'espediente per contrapporre la violenza e l'insensatezza di quei riti al valore della pratica della circoncisione.
Ipotizzare lo sfondo di questo culto di Cibele, inoltre, non è insensato, perché, nonostante la divinità non fosse tra le più popolari, sono state trovate, seppure esigue, testimonianze archeologiche che ne attestano il culto forse votivo. Tuttavia i rituali associati a Cibele e testimoniati da Ovidio come culti praticati nei pressi di Roma, non sono attestati a Filippi, nonostante qui risultino, come detto, segni di una venerazione rivolta a Cibele.
Lamoreaux, J.T., Ritual, Women, and Philippi. Reimagining the Early Philippian Community, Cascade Books, Eugene (OR) 2013.
Fil 2,19-3,3
Fabrizio
Created on September 25, 2025
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AB Troviamo un confronto tra gli esempi da seguire e quelli da rifuggire.A1 A 1) attenzione agli interessi di Cristo 2) servizio del vengelo 3) affrontare la sofferenza e il rischio della morte per Cristo B 1)essere come cani 2)cattivi operai 3)gente che si fa mutilare A1 1) veri circoncisi 2) praticano un culto mosso dallo spirito 3) pongono il vanto in Cristo e non nella carne
Fil 2,19-3,3
lettore ebreo: -cani è il modo in cui gli ebrei potevano definire un pagano - la mutilazione richiama una pratica cultuale del mondo pagano (1Re 18,28; Os 7,14 nella LXX), pratica che si contrappone alla circoncisione, come rito violento e superstizioso Questione: come interpretare questi riferimenti? Visto la periautologia che segue e che distanzia Paolo dalle pratiche ebraiche, la struttura ABA potrebbe essere recepita da un lettore ebreo come una critica sarcastica all'atteggiamento di un detrattore giudaizzante.
ABA1 rappresenta in modo sintetico lo sviluppo argomentativo
Lettore pagano:
- la mutilazione richiama la pratica cultuale del mondo pagano - la circoncisione era una pratica deplorata dal mondo pagano, una pratica che qualificava in modo negativo le credenze e il culto ebraico e veniva considerata una mutilazione (vd. pagine successive) Questione: Come poteva interpretare questi referimenti il mondo pagano? Paolo sta contrapponendo due culti (pagano e ebraico) per mostrare la "serietà" del secondo rispetto al primo. Nella logica argomentativa, questo espediente permette a Paolo di spostare nei versetti successivi l'attenzione su se stesso, con il fine di evidenziare l'importanza della scelta di Cristo, che non entra in tensione con falsi culti e credenze, ma addirittura con il tesoro dell'esperienza religiosa ebraica, che vale più di ogni altro culto, ma non della conoscenza di Cristo.
Conclusioni: un lettore ebreo non avrebbe recepito l'espediente di questa contrapposizione tra culto ebraico e culto pagano, per far risaltare ulteriormente la conoscenza di Cristo, rispetto ad ogni altra ricchezza. Non sarebbe infatti stato necessario per tale lettore un confronto tra le due esperienze religiose, perché già avrebbe avuto piena cnoscienza e consapevolezza del valore del proprio culto rispetto a quello pagano. Un lettore ebreo avrebbe inoltre considerato la periautoologia di Paolo come una impertinente affermazione della prorpria esperienza rispetto a quella di un credente ebreo. L'ipotesi di un lettore pagano sembra meglio rispettare lo sviluppo argomentativo individuato
La circoncisione nel pensiero pagano
(aspetto pragmatico dell'approccio semiotico)
Il giudizio negativo dei pagani nei confronti della pratica della circoncisione, lo ritroviamo in alcuni autori soprattutto latini, tra il primo e secondo secolo. Le fonti principali e più esplicite sono:1. Publio Cornelio Tacito (I-II sec. d.C.):- Historiae V.2.5. Qui troviamo un'espressione dura, che esprime il disprezzo romano per gli Ebrei in un libro delle Historiae, dedicato all'assedio di Gerusalemme.
- Catullo (poeta del I sec. a.C.) usa già l'epiteto dispregiativo di verpus (circonciso) in riferimento a un rivale ebreo, evidenziando come la pratica fosse un marchio di infamia già in età repubblicana.
- Marziale (poeta del I sec. d.C.). Negli Epigrammi il verpus è spesso usato con tono denigratorio.
- Historiae V.5.1-9, egli afferma che gli Ebrei, tra le altre usanze "sinistre e turpi" (come l'odio verso gli altri popoli e la separazione dai costumi comuni), "hanno istituito di circoncidere i genitali perché siano riconosciuti nella diversità (ut diversitate noscantur)". Questo sottolinea la visione romana della circoncisione come un marchio di separazione e un'aberrazione fisica.
2. Decimo Giunio Giovenale, poeta satirico del I-II sec. d.C.- Saturae XIV. Giovenale critica i padri che, con il loro cattivo esempio, inducono i figli ad adottare i costumi ebraici. La pratica della circoncisione è vista come il passo finale e decisivo nell'abbandono delle tradizioni romane a favore di una superstizione barbara
Si consideri anche che il termine dispregiativo latino per identificare un ebreo era spesso verpus (circonciso).3. Altri RiferimentiIndirettamente sappiamo dell'avversione di autori greco-ellenistici soprattutto grazie a Giuseppe Flavio. Nel Contra Apione Giuseppe dice che il capo della scuola di Alessandria, Apione, "deride la pratica della circoncisione". Altri autori, come Erodoto (V a.C.) e Strabone (I a.C. e I d.C.) parlano della circoncisione come usanza praticata da diversi popoli (Egizi, Colchi, Etiopi, Fenici, Siri ed Ebrei), ma lo fanno in termini neutrali, senza riferimenti espliciti ai Giudei o alla Giudea. Diverso è l'atteggiamento di Petronio (I d.C.), che nel Satyricon considera con disprezzo e ironia questa pratica associata in generale a costumi stranieri, ma in particolare considerata da Petronio tratto specifico del Giudeo, giudicato ridicolo e superstizioso. Petronio utilizza l'ironia e la volgarità, tipiche del suo stile, per ridicolizzare la pratica della circoncisione, acquisendo toni marcatamente polemici (cf. Frg. 37 Ernout opp. Stern, I 195 [GLAJJ])
Per quanto riguarda la pratica della mutilazione, essa proviene probabilmente dal mondo religioso del VOA, e viene poi mutuata da usanze rituali di culti greco-romani, come per es. quello di Cibele e Attis. I romani erano diffidenti nei confronti di queste forme di culto primitivo "importate", che tuttavia fanno lo stesso il loro ingresso e si diffondono nell'Impero, anche nel I d.C. Nel culto ora menzionato i sacerdoti praticavano la castrazione (che evoca la castrazione delle divinità) e i rituali comprendevano autolacerazioni e autoflagellazioni.Ci sono testi tra l'I a.C e l'I d.C., di letteratura latina, che testimoniano l'esistenza di questi culti violenti: cf. Catullo (I a.C.), Carme 63 e Ovidio (I d.C.), Fasti IV. Nella letteratura greca più tardiva (II d.C.) troviamo invece due autori (Luciano di Samosata nel De Dea Syria e Pausania nella Periegesi della Grecia) che attestano questa pratica violenta, con possibile riferimento ad un culto rivolto alla dèa Cibele. Ciò che risulta di interesse, è che nel De Dea Syria l'azione del taglio è espressa con il verbo ταμνω di cui il verbo κατατέμνω (da cui a sua volta derive il sostantivo κατατομή usato da Paolo in Fil 3,2) è un composto. Questo accostamento ci permette di collocare a ragione la riflessione di Fil 3,2 in un contesto cultuale, forse proprio quello che richiama certi riti di origine orientale come quelli di Cibele, ma nel contempo l'uso di questo composto, mai usato per descrivere riti simili, da una parte, ne evoca le caratteristiche, ma dall'altra, in virtù dell'omoteleuto, rappresenta per Paolo un'espediente per contrapporre la violenza e l'insensatezza di quei riti al valore della pratica della circoncisione.
Ipotizzare lo sfondo di questo culto di Cibele, inoltre, non è insensato, perché, nonostante la divinità non fosse tra le più popolari, sono state trovate, seppure esigue, testimonianze archeologiche che ne attestano il culto forse votivo. Tuttavia i rituali associati a Cibele e testimoniati da Ovidio come culti praticati nei pressi di Roma, non sono attestati a Filippi, nonostante qui risultino, come detto, segni di una venerazione rivolta a Cibele.
Lamoreaux, J.T., Ritual, Women, and Philippi. Reimagining the Early Philippian Community, Cascade Books, Eugene (OR) 2013.