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"Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino

Simona Minio

Created on March 17, 2025

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Transcript

Se una notte d'inverno un viaggiatore

di Italo Calvino

1. Fuori dell'abitato di Malbork

2. Sporgendosi dalla costa scoscesa

3. Senza temere il vento e la vertigine

4. Guarda in basso dove l'ombra s'addensa

5. In una rete di linee che s'allacciano

6. In una rete di linee che s'intersecano

7. Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna

8. Intorno a una fossa vuota

9. Quale storia laggiù attende la fine?

Nella grande cucina di Kudgiwa, l’aria profumava di cipolla che sfrigolava nell’olio caldo. Il profumo si diffondeva piano piano, mentre tutti erano impegnati a cucinare: chi tagliava le verdure, chi mescolava l’impasto, chi controllava le pentole sul fuoco. C’era sempre un gran via vai, come se la cucina fosse il cuore pulsante della casa. Quella mattina, però, era speciale. Il giovane protagonista stava per partire per un lungo viaggio. Avrebbe trascorso mesi lontano da casa, imparando cose nuove. Mentre guardava la cucina affollata, sentiva un po’ di tristezza: gli odori, i suoni, i gesti quotidiani che conosceva così bene gli sembravano improvvisamente preziosi. Sarebbe tornato un giorno, ma sapeva che nulla sarebbe stato più esattamente come prima. Mentre preparava il bagaglio, nella sua stanza arrivò Ponko, il ragazzo che avrebbe preso il suo posto in casa. Senza dirsi molte parole, si studiavano a vicenda, sentendo entrambi che qualcosa stava cambiando. Un oggetto curioso spuntò dal baule di Ponko: un ritratto di una ragazza misteriosa. Il protagonista, incuriosito, fece una domanda. Ma Ponko si infuriò e, in un attimo, i due ragazzi si ritrovarono a litigare, rotolandosi sul pavimento. Sembrava quasi che stessero lottando non solo tra loro, ma anche per conservare i loro ricordi e la loro identità. Quando il combattimento finì, tutto sembrava diverso. Il protagonista sentiva di non appartenere più a quella casa come prima, ma allo stesso tempo non sapeva cosa lo aspettava fuori. Guardò ancora una volta la cucina affollata, piena di vita, e capì che stava per iniziare una nuova avventura...

1. Fuori dell'abitato di Malbork

di Tazio Bazakbal

Da quando sono arrivato a Pétkwo, mi sembra che il mondo voglia dirmi qualcosa. Ogni mattina esco dalla Pensione Kudgiwa per una passeggiata fino al porto. Passo davanti all’osservatorio meteorologico, una piccola casetta con strumenti strani che misurano il vento, la pioggia e la temperatura. Sembra quasi una trappola per uragani!Lunedì, mentre camminavo vicino alla vecchia fortezza, ho visto qualcosa di strano: una mano spuntava da una finestra con le sbarre! Sembrava un segnale, ma da chi? E per chi? Ho pensato che forse anche le pietre delle mura volevano parlarmi. Dopo un po’, sono arrivato al belvedere, dove ho visto dei seggioloni vuoti rivolti verso il mare. Sembrava che stessero aspettando qualcuno. Quando sono tornato, in uno di quei seggioloni c’era una ragazza con un cappello bianco e un album da disegno: la signorina Zwida. Disegnava conchiglie con molta attenzione. Volevo parlarle, ma qualcosa mi ha fermato. Il giorno dopo, il meteorologo, il signor Kauderer, mi ha chiesto di aiutarlo a misurare il tempo mentre lui era via. Senza quasi accorgermene, ho accettato! E questo mi ha dato il coraggio di parlare con la signorina Zwida. L’ho trovata mentre disegnava un riccio di mare. Mi ha detto che lo disegnava perché lo sognava spesso e voleva liberarsene. Mercoledì ho portato un mazzo di violette all’albergo dove alloggiava, ma non l’ho trovata. Così ho camminato a lungo, sperando di rivederla…

2. Sporgendosi dalla costa scoscesa

di Ukko Athi

Era mattina presto e la città si stava svegliando. Per le strade passavano carri militari, mentre davanti ai negozi di alimentari si formavano lunghe file di donne con le loro lanterne accese. Sui muri c’erano scritte colorate, appena dipinte durante la notte, che parlavano di cose importanti per la città. Nel frattempo, i musicisti di un locale notturno uscivano con i loro strumenti. Alcuni passanti li seguivano ancora un po', come se volessero prolungare la magia della musica. Le donne ridevano e canticchiavano, lasciando che le loro gonne sfiorassero le pozzanghere, mentre gli uomini camminavano silenziosi, con i cappotti stretti sulle spalle. Sembrava quasi che la festa non volesse finire mai. Più avanti, davanti a un grande edificio sorvegliato da uomini in divisa, il gruppo si disperse. Tre amici, Valeriano, Irina e un altro ragazzo, continuarono insieme. Irina era misteriosa e silenziosa, e i due amici sentivano che lei aveva sempre un'idea speciale in mente. A un certo punto, Irina iniziò a fischiettare una canzone allegra. Gli altri due la seguirono e, passo dopo passo, si ritrovarono a marciare insieme, ridendo e divertendosi, senza sapere bene dove li avrebbe portati la giornata. Arrivati vicino a una vecchia chiesa trasformata in ospedale, una donna anziana si inginocchiava a pregare. Quando vide i tre ragazzi che passavano spensierati, si alzò e li guardò con occhi severi, alzando il pugno e gridando parole incomprensibili. Poi, vedendo l’uniforme del ragazzo, abbassò lo sguardo e tacque. Quel momento rimase impresso nei loro ricordi, anche se non capirono subito il perché. La città era piena di persone che si muovevano in direzioni diverse, chi per fuggire, chi per cercare rifugio, chi per combattere. Tra tutta quella confusione, i tre amici camminavano ancora insieme, senza sapere che grandi avventure li aspettavano...

3. Senza temere il vento e la vertigine

di Vorts Viljandi

C’era una volta un uomo che cercava di far entrare Jojo in un grande sacco di plastica. Ma non era affatto facile! Se tirava su il sacco, la testa di Jojo restava fuori. Se lo infilava dalla testa, allora spuntavano i piedi. Alla fine, provò a fargli piegare le gambe, ma sembravano di legno! Dopo un po’ di fatica, il sacco era tutto storto e Jojo sporgeva ancora di più. "Quando riuscirò a liberarmi davvero di te, Jojo?" borbottò l’uomo, guardandolo con fastidio. Jojo aveva un’aria buffa: i capelli ancora pieni di brillantina, la cravatta mezza storta e un vecchio completo elegante. Sembrava uno di quei signori di tanti anni fa, rimasti fermi a uno stile ormai passato di moda. Bernadette, una ragazza molto sveglia, ebbe un’idea: "Ci vuole un altro sacco per coprirgli la testa!" Ma il problema era che non ne avevano uno abbastanza grande. Trovarono solo un sacchetto arancione, di quelli da spazzatura della cucina. Lo misero sulla testa di Jojo, ma ora sembrava ancora più strano! Dovevano muoversi in fretta: non potevano restare lì tutta la notte! Così caricarono Jojo sulla macchina e si misero in viaggio. Ma proprio quando stavano per liberarsi di lui vicino al fiume, due poliziotti si avvicinarono in bicicletta. "E adesso?" pensò l’uomo. Ma ebbe un’idea brillante: finse che Jojo fosse un amico che stava male. Gli diede qualche pacca sulla schiena e disse: "Forza, Jojo, vomita pure tutto!" I poliziotti scoppiarono a ridere e se ne andarono. Che fortuna! Ma la notte era ancora lunga. Serviva un posto nascosto. "A Fontainebleau c’è una foresta?" chiese l’uomo a Bernadette. Lei annuì e gli spiegò la strada. Mentre guidava, l’uomo pensava a quante volte aveva cercato di lasciarsi il passato alle spalle. Ma, proprio come Jojo, il passato sembrava sempre tornare! Quando finalmente trovarono un posto adatto, si accorsero di un grosso problema: la macchina era quasi senza benzina! Avevano solo quella della tanica… ma serviva per Jojo! Non potevano rischiare di restare bloccati lì. Così decisero di usare la benzina per tornare in città e pensare a un altro piano. Jojo sembrava ancora beffarsi di loro, anche da fermo. L’uomo sospirò: "Anche da morto, riesci a darmi problemi!" Ma non si arrese. Sapeva che, prima o poi, avrebbe trovato un modo per risolvere tutto… o almeno, così sperava!

4. Guarda in basso dove l'ombra s'addensa

di Bertrand Vandervelde

Immagina di essere in una stanza tranquilla, tutto è silenzioso, ti senti al sicuro nel tuo mondo. All'improvviso, DRIIIN! Un telefono squilla forte, interrompendo la pace. Ti senti come se qualcuno ti stesse chiamando da un posto lontano e sconosciuto. Chi sarà? Cosa vorrà? A volte, il suono del telefono può sembrare un comando: "Rispondi subito!" Ma tu non sai chi c'è dall'altra parte, e questo può farti sentire a disagio. Anche quando senti squillare un telefono che non è il tuo, magari in una casa vicina o mentre passeggi per strada, per un attimo potresti pensare: "E se stessero cercando proprio me?" E se il telefono suonasse e nessuno rispondesse? Forse in quella casa non c'è nessuno… oppure chi c'è non può rispondere. Forse sta aspettando un aiuto, forse ha bisogno di te! E allora il dubbio cresce: "Dovrei fare qualcosa?" Un giorno, mentre correvo nel parco per allenarmi, sentii un telefono squillare in una casa. Nessuno rispondeva. Mi avvicinai alla finestra: dentro la stanza c'era un telefono che continuava a trillare. DRIIIN! DRIIIN! Il cuore mi batteva forte. Dovevo rispondere? Con un po' di esitazione, presi il telefono e sentii una voce misteriosa dire: - "Se vuoi salvare Marjorie, devi venire subito a questo indirizzo..." Chi era Marjorie? Cosa le era successo? Dovevo aiutare o scappare? Il telefono può sembrare solo un oggetto, ma a volte il suo suono può portarci in un'avventura piena di mistero!

5. In una rete di linee che s'allacciano

di Silas Flannery

Mi è sempre piaciuto osservare gli specchi. Quando mi guardo dentro, vedo non solo il mio riflesso, ma anche tante immagini che si moltiplicano. Gli specchi hanno qualcosa di magico: possono mostrare mondi nascosti, trasformare le cose e persino aiutare a pensare meglio. C'era un uomo che adorava gli specchi e i caleidoscopi, quegli strani tubi pieni di vetri colorati che, se girati, creano figure bellissime e sempre diverse. Quando era ragazzo, si accorse che guardare nei caleidoscopi lo aiutava a prendere decisioni e a immaginare soluzioni per i problemi. Così iniziò a collezionarli e scoprì che nel passato esistevano specchi speciali, usati per creare illusioni straordinarie. Uno scienziato, Sir David Brewster, inventò il caleidoscopio nel 1817, ma molto tempo prima un altro studioso, Athanasius Kircher, aveva costruito un teatro di specchi che trasformava un solo oggetto in tanti, come se fosse magia. L'uomo del nostro racconto voleva costruire un grande museo di specchi. Ma non era solo un collezionista: era anche un uomo d'affari molto intelligente! Aveva capito che gli specchi potevano aiutarlo non solo a osservare il mondo, ma anche a nascondersi. Infatti, viveva in un mondo pieno di pericoli, dove i nemici volevano catturarlo. Così, usava specchi, riflessi e trucchi per confondere tutti. Per esempio, aveva più automobili identiche che giravano per la città, così nessuno sapeva mai su quale auto fosse davvero lui. Anche nei suoi affari, creava illusioni, facendo sembrare che ci fossero molte società, quando in realtà erano solo giochi di specchi. Ma un giorno qualcuno lo ingannò. Un gruppo misterioso lo catturò e lo chiuse dentro una stanza fatta solo di specchi, proprio come quelle che tanto amava. Ovunque guardasse, vedeva solo riflessi di sé stesso. Chi erano i suoi rapitori? E soprattutto, come avrebbe fatto a distinguere la realtà dall’illusione e a trovare la via d’uscita? Forse, proprio grazie agli specchi, avrebbe trovato la risposta...

6. In una rete di linee che s'intersecano

di Silas Flannery

Le foglie dorate del ginkgo cadevano leggere come fiocchi di neve, danzando nell’aria prima di posarsi sul prato. Camminavo accanto al signor Okeda su un sentiero di pietre lisce. Guardando le foglie scendere, gli dissi: "Vorrei riuscire a seguire ogni foglia, una per una, senza confonderle con le altre. Pensi sia possibile?" Il signor Okeda annuì. "Certo! Basta osservare con attenzione." Così iniziai a provare. Una foglia cadeva e la seguivo con gli occhi. Poi due foglie insieme, che si rincorrevano come farfalle nel vento. Quando erano tante, l’effetto cambiava: sembrava una pioggia dorata, o uno sciame di piccole ali che svolazzavano leggere. "È proprio bello," dissi. "Ma mi piacerebbe riuscire a vedere ogni foglia, senza perderne nessuna nel mucchio." Il signor Okeda sorrise. "Un grande osservatore sa cogliere ogni piccolo dettaglio, senza smarrire la bellezza dell’insieme." Continuammo la passeggiata, e più guardavo, più scoprivo dettagli nuovi. C'era magia nell’aria: ogni foglia aveva la sua storia da raccontare...

7. Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna

di Takakumi Ikoka

Quando gli avvoltoi si alzavano in volo, significava che la notte stava finendo. Mio padre me lo diceva sempre. Io sentivo il rumore delle loro ali nel cielo scuro e vedevo le loro ombre passare sopra le stelle. Quella mattina stavo cavalcando verso un villaggio lontano, Oquedal. Mio padre, prima di morire, mi aveva detto di andare lì. "Prendi il mio cavallo, porta cibo per tre giorni e segui il torrente secco fino a Oquedal" mi aveva detto con voce debole. "Perché proprio lì? Chi devo cercare?" gli avevo chiesto. Lui mi guardò con occhi stanchi. "Tua madre... vive a Oquedal. Non ti vede da quando eri piccolissimo." Era ciò che avevo sempre desiderato sapere! Mio padre non mi aveva mai raccontato di lei. Diceva storie diverse ogni volta: una volta era una principessa, un'altra una viaggiatrice, poi una monaca... Io non sapevo più cosa fosse vero. Ma ora avevo una missione: trovare mia madre. Mentre cavalcavo lungo il sentiero, vidi un uomo su un altro cavallo, dall'altra parte del torrente. Aveva un fucile e non rispondeva quando gli parlavo. Non sapevo se fosse amico o nemico. Così continuammo a cavalcare fianco a fianco, senza mai perderci di vista. Quando arrivai a Oquedal, chiesi informazioni a un vecchio seduto vicino alla chiesa. Lui indicò un grande palazzo. Sembrava un castello dimenticato dal tempo. Lì trovai una donna di nome Anacleta, che mi accolse con un piatto di polpette piccanti. "Mangia, figlio, hai viaggiato tanto per tornare a casa" mi disse. Quelle parole mi colpirono. Forse era davvero mia madre? Guardai i suoi occhi, il suo viso… cercavo di trovare un pezzo di me in lei. Nel villaggio c'era una ragazza di nome Amaranta. Aveva il mio stesso sguardo, le mie stesse labbra. "Ci assomigliamo," le dissi. "Forse," rispose lei con un sorriso misterioso. E in quel momento capii che a Oquedal non avrei trovato solo mia madre, ma anche la verità sulla mia famiglia...

8. Intorno a una fossa vuota

di Calixto Bandera

Mentre cammino lungo la grande strada della mia città, immagino di far sparire tutto ciò che non mi piace. Ecco un enorme palazzo pieno di colonne, statue e decorazioni complicate… troppo pesante! Lo trasformo in una semplice parete liscia, come vetro opaco. Ma no, non basta: meglio toglierlo del tutto! Ora al suo posto c’è solo il cielo chiaro sopra una terra vuota. Continuo a cancellare: via altri palazzi, banche, grattacieli! Il mondo è così affollato che per vederci chiaro bisogna semplificarlo. Mentre passeggio, incontro persone che non mi fanno sentire bene: chi mi comanda, chi mi obbedisce, chi mi guarda con occhi duri. Puff! Li faccio sparire. Ma lascio gli sconosciuti gentili, quelli che non mi hanno mai dato fastidio. Solo che… ora mi sento solo. Meglio cancellare anche loro, così non ci penso più. In un mondo più semplice, ho più possibilità di incontrare chi mi rende felice, come la mia amica Franziska. Ogni volta che la vedo, ridiamo e ci raccontiamo storie divertenti. Non ci incontriamo spesso, ma quando succede è bellissimo! Se il mondo fosse più semplice, ci incontreremmo più facilmente, senza complicazioni. Per questo decido di eliminare tutto ciò che potrebbe allontanarci: niente altre persone con cappotti simili al suo, niente amici che potrebbero trattenerla. Cancellare è diventato facile. Via gli uffici, gli autobus affollati, i negozi pieni di gente! Non servono più nemmeno le fabbriche, la posta, i tribunali. E già che ci sono, anche gli ospedali, perché senza malattie non servono più. Ora tutto è diventato un’enorme distesa bianca e ghiacciata. Il mondo è sparito, rimangono solo il vento e qualche piccolo oggetto che rotola via: un grappolo d’uva, una scarpetta da neonato, una pagina di libro. E laggiù, all’orizzonte, ecco Franziska! Corro verso di lei, ma tra noi compaiono degli uomini in cappotto e cappello. Chi sono? Non dovevano essere spariti anche loro? Mi dicono: “Bravo! Hai ripulito tutto!” Ma io non volevo aiutare loro, volevo solo un mondo più bello per me e Franziska! Provo a riportare tutto indietro, a far ricomparire la città, le persone, le luci… ma niente. Il mondo è davvero sparito. Ora tutto è nelle mani di questi uomini misteriosi, che aspettano l’arrivo di “qualcuno di nuovo”. Chi saranno? Io non voglio il loro mondo. Voglio immaginare un posto bello, pieno di luci, dove ritrovare Franziska e bere insieme una cioccolata calda. Chiudo gli occhi e sogno...

9. Quale storia laggiù attende la fine?

di Anatoly Anatolin