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La civiltà Egizia

VIVIANA ROSSI

Created on January 17, 2025

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I DONI DEL NILO

IL FARAONE
COSTRUIAMO LE CARTE DELLE DIVINITà

LE CASE

Gli operai e le persone meno specializzate avevano di solito abitazioni con uno o due ambienti al massimo, e spesso i loro occupanti dormivano all’aperto utilizzando l’abitazione come deposito. In ogni caso veniva suggerito di mantenere la massima pulizia all’interno delle case.

Gli ambienti di una casa egizia: da sinistra l’ingresso con un piccolo altare (di solito anch’esso costruito con mattoni di fango), una stanza di soggiorno, una stanza di disimpegno che poteva essere utilizzata anche per lavarsi o adibita a dispensa e la cucina, collegata ad una cantina e con la scala per salire sul tetto (disegno Marion Cox)

Oltre a espletare il suo dovere verso l’“alto”, nel culto degli dei, il faraone doveva esercitarlo anche verso il “basso”, prendendosi cura dei suoi sudditi, e verso l’esterno, combattendo i nemici dell’Egitto.

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Fin dalla notte dei tempi le diverse civiltà che si sono sviluppate in tutto il globo devono il loro progresso e le loro conoscenze ai viaggi e alle esplorazioni realizzati anche da singoli uomini. Un cammino spesso arduo e rischioso quello intrapreso, in taluni casi verso un mondo ignoto e per questo temuto, ma che alla fine ha portato a scoperte ed all’incontro con nuovi popoli con i quali quelle genti hanno potuto stringere alleanze e commerci, o dai quali hanno potuto attingere benefici, sia come cultura che arti e tecnologia. Ciò attraversando terra o mare. Ed è vero in particolare se si considerano le tribù e le civiltà nomadi vissute tre o quattromila anni or sono le quali, esercitando la navigazione, sia essa fluviale che marina, hanno realizzato vere e proprie conquiste e anche compiuto esodi di massa. La storia, i disegni ed i dipinti dei quali hanno lasciato traccia quei popoli attestano questi avvenimenti. Sono stati rinvenuti in grotte e tombe, su mura e ceramiche, graffiti e segni raffiguranti i grandi balzi dell’uomo verso terre sconosciute.

I doveri del faraone. Compito fondamentale del sovrano era quello di realizzare la Maat – l'ordine universale – e di distruggere Isefet, il caos. Il re era “colui che detiene la Maat” e doveva quindi mantenere l'ordine e l'armonia nel popolo e tra uomini e dei. La divinità, rappresentata in forma di donna con una piuma di struzzo sul capo, era la personificazione della verità, dell'ordine, della giustizia, in opposizione a tutto ciò che era ingiusto e malvagio: era insomma l’ossatura morale del creato. Se questa fosse scomparsa dall'Egitto tutto sarebbe piombato nel caos, come nel periodo precedente alla creazione. Per adempiere al suo dovere di mantenere la Maat il faraone doveva svolgere i riti e fare le offerte agli dei, come era dettato dalla tradizione millenaria del suo Paese.

Malgrado l’apparente fragilità le barche in papiro godono di una struttura abbastanza solida, tanto da annoverare questa tipologia di scafo tra quelli non destinati essenzialmente alla navigazione in acque calme come quelle lacustri o fluviali, ma anche per traversate in mare aperto. Anticamente, tanto Eratostene di Cirene che Plinio narrano di navi in papiro armate di sartie e vele come quelle egizie solcare l’Oceano Indiano fino all’attuale Sri Lanka e le Indie, per dar vita a scambi commerciali.

Quando il faraone moriva l’ordine del mondo era sconvolto. Per questo, dopo aver espletato i rituali della mummificazione, del funerale e della sepoltura, che avrebbero permesso al sovrano defunto di divenire un vero e proprio dio, la priorità era quella d'incoronare il successore. Al nuovo sovrano, seduto sul trono, veniva posta sul capo la doppia corona (che rappresentava il nord e il sud dell’Egitto) e in questo modo avveniva la trasfigurazione del nuovo re in un dio. L’ordine – rappresentato dalla dea Maat – era nuovamente stabilito.

Quando un re saliva al trono era come se il mondo iniziasse di nuovo. Questo spiega il motivo della mancanza di una cronologia assoluta in Egitto, dove gli anni venivano conteggiati dall’inizio del regno di un sovrano fino alla sua morte, per poi azzerarsi e ripartire dall’inizio con il suo successore.

Il re d’Egitto era l’unico intermediario tra gli uomini e le divinità e aveva quindi dei doveri fondamentali verso il suo popolo: senza di lui tutto il creato sarebbe piombato nel caos. La sua responsabilità era enorme, e in cambio esigeva dal suo popolo un’obbedienza assoluta. Gli egizi consideravano il faraone un uomo che, come tutti, un giorno sarebbe morto, ma che a differenza dei comuni mortali aveva dentro di sé il potere divino della regalità: il Ka reale. Il faraone riceveva il Ka reale dal re precedente e, a sua volta, l’avrebbe trasmesso al suo successore. Idealmente il re non era altro che un anello di una catena ininterrotta di sovrani che l'avevano preceduto fin dagli inizi dei tempi e che l’avrebbero seguito. La sua carica divina era antica quanto il mondo.La dualità della natura del faraone, umana e divina, è ben espressa nei termini usati per indicarlo: nesut e hem. Il primo termine è usualmente tradotto con “re” ed è utilizzato per indicare il faraone in quanto uomo che emana decreti, elegge funzionari e rappresenta l’Egitto davanti agli dei. L'appellativo hem viene comunemente tradotto con “maestà”, ma in realtà significa “ incarnazione” ed è quindi il titolo perfetto per indicare l’individuo in cui ha temporaneamente preso sede il potere divino della regalità. Si pensi che talvolta anche il re, per riferirsi a sé stesso, utilizzava il termine “la mia incarnazione”.