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Ulisse nella letteratura Menduti Alessia Maria 4A
Alessia Maria Menduti
Created on October 1, 2024
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Transcript
ulisse nella letteratura
Menduti Alessia Maria, 4A
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Indice
02
03
01
Ulisse di Omero
Ulisse di Dante
Ulisse di Foscolo
04
05
06
Ulisse di D'Annunzio
Ulisse di Pascoli
Ulisse di Joyce
Ulisse
La vita di ognuno di noi è un viaggio, pieno di attese, di partenze e di addii, di treni persi e di strade da percorrere, durante il quale incontriamo spesso delle difficoltà, degli ostacoli da superare e molti luoghi da scoprire. Ulisse col suo viaggio ce lo dimostra e se seguiamo attentamente la sua storia possiamo captare dei messaggi importantissimi che ci possono aiutare a comprendere meglio la vita. Dopo la conclusione della guerra di Troia, da cui ne uscì vittorioso grazie al suo astuto inganno, Ulisse cominciò il suo viaggio di ritorno a casa, egli però poté tornare solamente 10 anni dopo la sua partenza. Nonostante dovette pagare le conseguenze del suo stratagemma, egli non si diede mai per vinto, continuando il suo percorso verso la meta che si era diligentemente prefissato: la sua "petrosa Itaca". Ed ecco uno dei tanti preziosi insegnamenti che si celano nel racconto di Odisseo.
sia altro che un uomo comune che non ha timore di vivere, cogliendo ogni sfumatura della sua esistenza. Durante il suo viaggio che possiamo accostare ad una metafora della vita, egli da continuamente prova del suo grande spirito pieno di coraggio e desiderio di conoscere, ma soprattutto ci mostra come mettere in pratica il giusto approccio per affrontare le difficoltà: si pone un obiettivo e non smetterà mai di cercare di raggiungerlo, ha dimostrato una grande tenacia che gli ha permesso di rialzarsi sempre, ha arricchito la sua esperienza ostacolo dopo ostacolo, ha saputo osservare ogni situazione in cui si è trovato, dalla più bizzarra alla più dura, traendone un aspetto positivo, attraverso l’ingegno è riuscito a svincolarsi dalle più impervie avversità, dimostra una grande apertura mentale di fronte a qualsiasi cosa gli accada, è in grado di rendere il suo gruppo di marinai una vera squadra senza mai tralasciare nessuno di loro e spronandoli a continuare ad inseguire il loro scopo.
Credo che Ulisse, nel suo viaggio verso Itaca, sia in qualche modo un esempio da seguire. Se si legge tra le righe del poema e si conoscono le varie vite che i diversi autori hanno conferito a questo personaggio tutt’ora così stimato, possiamo notare come egli non
01
Ulisse di Omero
Ulisse è un personaggio della mitologia greca rappresentato per la prima volta da Omero nell'Iliade, un poema epico intriso di guerra, odio e inganno, ma anche di amore, in tutte le sue sfaccettature: l'amore adultero di Patroclo per Elena (motivo per cui achei e troiani entrarono in conflitto), l'amore paterno di Priamo per i suoi figli e l'amore puro come quello di Ettore e Andromaca. Ulisse è l'eroe acheo che con il suo ingegno riesce a conquistare la vittoria per lui e per il suo popolo attraverso un astuto inganno: il famoso cavallo di Troia. Per questo però, come vedremo poi nell'Odissea, poema di cui è il protagonista e che riprende il suo nome, dovrà subire l'ira degli dei che in tempo di guerra favorirono i troiani. È proprio quando lo vediamo affrontare le numerose avversità durante il suo lungo viaggio verso Itaca che notiamo il suo spiccato animo avventuriero e capiamo che è un uomo dotato delle più lodevoli virtù umane: l’astuzia e l’ingegno, il coraggio, l’amore per la sua terra e il suo popolo.
Infatti la vera forza dell’uomo è la sua mente, che lo differenzia anche da tutte le altre creature. Perciò possiamo definire l’Ulisse omerico esaltazione dell’ingegno umano e sinonimo dell’uomo perfetto, il quale sa affrontare la vita nel modo più giusto e ci dimostra che la grandezza si cela nello spirito di ognuno, non nella sua forza.Omero fa indirettamente un confronto fra i due eroi principali dell'Iliade: Achille e Odisseo. Il primo si dimostra inferiore rispetto al secondo nonostante la sue eccellenti doti nel combattere; alla fine infatti, muore in battaglia vittima della sua unica debolezza: il tallone, mentre Odisseo riesce ad ottenere la salvezza grazie all'astuzia.
02
Ulisse di Dante
Ulisse compare anche nella Divina Commedia di Dante, ma in questo caso ci viene presentato molto diversamente. Egli infatti si trova nell’Inferno, la profonda cavità che giunge fino al centro della Terra che Dante deve attraversare durante il suo lungo viaggio. Dante ce lo presenta come un personaggio complesso, sembra quasi possedere due facce: ammirevole e al contempo ignobile e peccaminoso. Infatti è collocato nella VIII Bolgia dell’VIII Cerchio dove vengono puniti i consiglieri fraudolenti, e qui Dante e la sua guida osservano da un dirupo un'immensa distesa di lingue infiammate; ogni fiammella imprigiona l’anima di un peccatore. Dante condanna Ulisse per il suo animo sfacciatamente coraggioso e persino oltraggioso nei confronti del divino, motivo per il quale è costretto a patire le pene dell’Inferno. Per la prima volta vediamo denotare la negatività e la malizia che si celano dietro quelle che abbiamo conosciuto essere le sue doti, ovvero l'intelligenza, la furbizia e l’appassionata propensione per il viaggiare.
Però, come ho già accennato precedentemente, il poeta non può far altro che elogiare l'eloquente discorso che Ulisse rivolge ai suoi uomini che lascia trasparire le sue ammirevoli doti nell’arte della retorica, dell’orazione e della persuasione: Ulisse racconta l’episodio in cui egli sprona i suoi compagni nel compiere con lui il “folle volo”, oltrepassando così le colonne d’Ercole, il limite estremo del mondo conosciuto nella Grecia del tempo. Grazie alle sue abilità i compagni abbandonano insieme a lui qualsiasi timore e avanzano desiderosi verso quella meta tanto proibita, ma tanto ambita per la gloria che avrebbe dato loro. Ed ecco che oltrepassato lo stretto, Odisseo e i suoi uomini godettero di un’estrema, pura gioia a cui si susseguì la più tenebrosa e agghiacciante delle visioni: la nave degli spregiudicati avventurieri venne violentemente avvolta dai flutti e trascinata con un impetuoso turbine nelle acque profonde da cui non poterono in alcun modo uscire, dovendo affrontare così la morte senza nessuna possibilità di salvezza.
Dante, nel canto XXVI, vuole comunicarci che l'intelletto che contraddistingue gli uomini dai “bruti” non dev’essere il motivo per compiere azioni eccessivamente audaci, ma dev’essere rivolta al bene e quindi guidata dalla virtù. Questo concetto segna anche la differenza tra il viaggio di Ulisse e quello di Dante, che si rivelano infatti antitetici, nonostante entrambi esplorino luoghi "inarrivabili", rispettivamente l’aldilà e le acque ignote e mai navigate; il viaggio dall’Inferno al Paradiso è sottoposto costantemente alla guida della ragione (cioè di Virgilio) e della grazia divina (successivamente con l’avvento di Beatrice), mentre il viaggio di Odisseo si fonda unicamente sull'avidità di scoperta, gloria, di soddisfare la propria curiosità e il desiderio di oltrepassare i propri limiti.
Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. (...) Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. 138 Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso"."
"Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando pur come quella cui vento affatica; indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori e disse: "Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore;” (...)
Dante Alighieri, canto XXVI, Inferno
03
Ulisse di Foscolo
Ulisse compare anche nella poesia del poeta romantico Ugo Foscolo “A Zacinto”, questa volta rappresentato come l’emblema dell’eroe classico, il quale dopo numerose peripezie riesce a tornare nella sua terra. Foscolo, come Ulisse, compie un viaggio voluto dal fato, ma egli è destinato ad una conclusione ben più spiacevole, infatti, come eroe romantico, egli non fa ritorno a Zante ed è condannato quindi ad errare continuamente patendo la distanza dalla sua isola. Osservando l’analisi del componimento poetico si possono notare alcuni importanti dettagli: le prime tre strofe contengono un discorso circolare in quanto il concetto presentato nel primo verso viene espresso anche nell’ultimo, ed è qui che Foscolo sottolinea il contrasto tra lui e l’eroe greco, più precisamente tra l’io lirico del poeta e la figura di Odisseo; solo quest’ultimo potrà baciare la sua petrosa Itaca e tornare in patria, mentre Foscolo è destinato ad un’ “illacrimata sepoltura”, senza onore e senza affetti, proprio perché nessuno potrà venire a piangere alla sua tomba lontana dalla sua terra.
Infatti la circolarità della struttura indica in realtà il ritorno al punto di partenza dei due viaggiatori, fisico, reale per Ulisse, mentre metaforico, immaginario, mediante il canto, per il poeta.Entrambi sono nati in un’isola greca, a cui sono indissolubilmente legati, e compiono un viaggio voluto dal fato, ma solo ad uno dei due è concessa la gioia di tornare. La descrizione di Ulisse e del suo viaggio, oltre a denotare il contrasto tra lui e il poeta, mostra il modello che Foscolo non potrà mai imitare, rafforzando la sua rappresentazione mitica di esule, il quale è forzato a vagare senza raggiungere mai la sua tanto desiderata meta e senza trovare la sua vera dimensione.
"Né più mai toccherò le sacre sponde Ove il mio corpo fanciulletto giacque, Zacinto mia, che te specchi nell’onde Del greco mar da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde Col suo primo sorriso, onde non tacque Le tue limpide nubi e le tue fronde L’inclito verso di colui che l’acque
Cantò fatali, ed il diverso esiglio Per cui bello di fama e di sventura Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, O materna mia terra; a noi prescrisse Il fato illacrimata sepoltura."
Ugo Foscolo, A Zacinto
04
Ulisse di Pascoli
Nei Poemi Conviviali, uno dei libri più densi ed espressivi di Pascoli, l'autore inserisce dei poemetti che descrivono le gesta e l’evoluzione dei grandi eroi e dei personaggi del mondo greco. Tra questi vi è “Ultimo viaggio”, il più ampio e significativo, in cui Pascoli presenta Ulisse, ma lo descrive come un eroe ormai vecchio e stanco che dopo il suo lungo viaggio di ritorno verso Itaca decide di ripartire con i suoi compagni, ma stavolta il suo obiettivo non è avventurarsi in luoghi inesplorati, lanciandosi in un’avventura nell’ignoto e compiere nuove imprese, ma si imbarca per rivisitare i luoghi del passato, per trovare il senso dell’esistenza e comprenderlo. Purtroppo il risultato di questo viaggio non si rivela essere positivo; Ulisse non incontra molti dei personaggi con cui si era imbattuto la volta precedente, persino le sirene al suo passaggio restano in silenzio senza intonare i canti ammaliatori per cui sono famose e che Ulisse volle a tutti i costi ascoltare. Egli nonostante cerchi di sollecitarle a cantare e a rispondere alle sue domande sull’esistenza queste non appagano la sua curiosità, restando mute.
Sarà invece la ninfa Calipso a dargli una risposta: per l’uomo è meglio non nascere in quanto deve inevitabilmente andare incontro alla morte (“Non esser mai! non esser mai! più nulla, ma meno morte, che non esser più!”) Ormai in preda alla disperazione e profondamente deluso da quella spedizione, egli crede che le vecchie avventure furono solamente un frutto della sua immaginazione. Infine la sua nave viene spinta dall’impetuosa corrente del mare contro degli scogli e dopo il naufragio suo corpo morto viene trascinato dalle acque fino ad una grotta presso un’isola remota. Il poema, non solo sottolinea il passaggio dalla giovinezza alla vecchiaia, caratterizzato dal crollo dei sogni e delle illusioni e dal conseguente atteggiamento passivo nei confronti della vita, ma simboleggia anche, attraverso la morte di Ulisse, la morte del mito, evidenziandone il distacco definitivo e la creazione di nuove radici per una poesia più moderna e realistica.
" Indi più lungi navigò, più triste. E stando a poppa il vecchio Eroe guardava scuro verso la terra de’ Ciclopi, e vide dal cocuzzolo selvaggio del monte, che in disparte era degli altri, levarsi su nel roseo cielo un fumo, tenue, leggiero, quale esce su l’alba dal fuoco che al pastore arse la notte.
Ma i remiganti curvi sopra i remi vedeano, sì, nel violaceo mare lunghe tremare l’ombre dei Ciclopi fermi sul lido come ispidi monti. E il cuore intanto ad Odisseo vegliardo squittiva dentro, come cane in sogno: Il mio sogno non era altro che sogno; e vento e fumo. Ma sol buono è il vero."
Giovanni Pascoli, Ultimo viaggio, Poemi conviviali
Dopo Dante e Pascoli, anche D’Annunzio inserisce in uno dei suoi componimenti la figura di Ulisse. Egli compare infatti nella poesia “Incontro con Ulisse”, contenuta in Maia, poema diviso in ventuno canti che trae spunto autobiografico da un viaggio che il poeta fece in Grecia nell’estate del 1895 con degli amici, tra cui Edoardo Scarfoglio. Secondo D’Annunzio il modello del superuomo trova piena realizzazione nella figura di Ulisse, tanto da diventare ai suoi occhi un esempio da seguire. Nel poema, durante il viaggio, il poeta e i suoi amici incontrano Ulisse e gli chiedono di poter essere accolti sulla sua nave, ma egli non si volta neppure a guardarli, al suo orecchio giunge solo uno “schiamazzo di vani fanciulli”. Rivolge solamente uno sguardo al poeta, il quale capisce orgoglioso di essere destinato ad imprese straordinarie. Quest’episodio viene interpretato da D’Annunzio come un’ennesima prova di quanto Ulisse sia degno di stima: egli è un eroe, una guida per coloro che desiderano condurre una vita priva di mediocrità e che vogliono impugnarne le redini, divenendone completamente gli artefici.
05
Ulisse di D'Annunzio
È un avventuriero, un uomo che non pone alcun limite alla sua sete di conoscenza, alla sua passione nell’addentrarsi in luoghi inesplorati, alla sua curiosità e al suo spirito avido di desiderio nel diventare esperto del mondo, dei vizi e delle virtù umane. Egli ha il coraggio e la determinazione di avventurarsi in mare anche dopo essere ritornato in patria, nonostante tutti i pericoli e le difficoltà che dovette affrontare. È un superuomo in tutto e per tutto e il poeta si reputa l’unico che possa raggiungere il suo livello, rinchiudendosi così in una “solitudine aristocratica”.Infine, a conclusione del componimento ci sono i versi più incisivi e diretti, intrisi della brama di potenza dell'autore e del desiderio di realizzare la propria vita nell’assoluto, colmandola dei colori accesi delle emozioni e delle passioni e così facendo consacrandola all’arte.
"«O Laertiade» gridammo, e il cuor ci balzava nel petto come ai Coribanti dell’Ida per una virtù furibonda e il fegato acerrimo ardeva «o Re degli Uomini, eversore di mura, piloto di tutte le sirti, ove navighi? A quali meravigliosi perigli conduci il legno tuo nero? Liberi uomini siamo e come tu la tua scotta noi la vita nostra nel pugno tegnamo, pronti a lasciarla in bando o a tenderla ancóra. Ma, se un re volessimo avere, te solo vorremmo per re, te che sai mille vie. Prendici nella tua nave tuoi fedeli insino alla morte!"
"Ma il cuor mio dai cari compagni partito era per sempre; ed eglino ergevano il capo quasi dubitando che un giogo fosse per scender su loro intollerabile. E io tacqui in disparte, e fui solo; per sempre fui solo sul mare. E in me solo credetti. Uomo, io non credetti ad altra virtù se non a quella inesorabile d’un cuore possente. E a me solo fedele io fui, al mio solo disegno. O pensieri, scintille dell’Atto, faville del ferro percosso, beltà dell’incude!"
Gabriele D'Annunzio, L'incontro con Ulisse, Maia
06
Ulisse di Joyce
Ulisse, è il titolo del romanzo scritto da James Joyce, considerato uno dei più influenti della letteratura del XX secolo ma anche la più importante riscrittura novecentesca del mito omerico. Infatti al suo interno troviamo molte analogie tra i due testi: in primis osserviamo come il tema del viaggio assume la medesima funzione, in quanto i loro protagonisti, assieme agli altri personaggi, arricchiscono la propria personalità e costruiscono la loro identità grazie alle diversità che incontrano viaggiando. Il personaggio principale è Leopold Bloom, una rappresentazione modernizzata dell’Ulisse omerico: egli è un uomo qualunque, un irlandese che trascorre le sue giornate nella sua città, la Dublino rumorosa, ricca di pub, locali e luoghi d’incontro, in cui però si sente uno sconosciuto. È per questo che continua a vagabondare per le strade andando alla ricerca di se stesso. Ed è anche attraverso le sue passeggiate che l'autore ci permette di esplorare la sua coscienza cupa e colma di insicurezze, paura e solitudine. Egli non otterrà mai ciò che desidera: è costantemente tormentato dal desiderio di recuperare il rapporto che aveva con il figlio, morto giovane e tenta disperatamente di ricostruirlo.
Sua moglie Molly Bloom, una cantante d’opera infedele con cui è sposato da 16 anni, rappresenta una versione parodistica della Penelope di Ulisse, anche se talvolta Joyce la raffigura nelle vesti della ninfa Calipso.
Conosciamo anche un personaggio che, come il protagonista, non sarà in grado di riuscire ad ottenere ciò che vuole. Stephen Dedalus (il cui cognome rimanda al grande inventore della mitologia greca, Dedalo) è un giovane che dopo aver rifiutato il padre naturale, cerca di sostituirlo con una nuova figura, proprio come Telemaco nella sua assidua ricerca del padre. Anche Stephen si ribella alla quotidianità e trascorre gran parte del romanzo vagando per trovare una sua coerenza intellettuale. Caratteristica peculiare del romanzo è la presenza di numerose digressioni che l'autore dedica alla descrizione dello stato d’animo dei personaggi, egli utilizza infatti una particolare tecnica letteraria chiamata “monologo interiore”.
F i n e
Menduti Alessia Maria, 4A