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"Il Viaggio di Ulisse: Tra Conoscenza e Superbia"

Maria Domenica Iaquinto

Created on September 27, 2024

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Transcript

“Il Viaggio di Ulisse: Tra Conoscenza e Superbia”4B Liceo Scientifico Cambridge

Aragosa Mario, Iaquinto Maria Domenica, Razzano Alessio, Rossi Luca, Vigliotti Giulia, Visconti Arianna

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Introduzione – Dante Alighieri

  • Contesto storico
  • Vita
  • La Divina Commedia

Canto XXVI

Introduzione

Contesto

La Figura di Ulisse

Versi significativi

La conoscenza

Nel Canto XXVI dell'Inferno di Dante, il tema centrale è la conoscenza e il desiderio di sapere che porta Ulisse alla sua rovina. Ulisse rappresenta l'eroe dell'ingegno umano, che sfida i limiti imposti dalla condizione umana e dal volere divino, purtroppo con esiti tragici. L'episodio racconta l'ultimo viaggio di Ulisse oltre le Colonne d'Ercole, simbolo dei confini estremi della conoscenza. L'eroe, spinto dalla sua sete di sapere e di superare i limiti umani, si lancia in un'impresa destinata al fallimento. Dante mette in luce come la curiosità intellettuale di Ulisse, non accompagnata dal rispetto dei limiti divini, porti alla sua condanna eterna.

Versi Rilevanti

Socrate e Platone

Aristotele

I Promessi Sposi

Collegamento con la vita reale

Il collegamento tra Ulisse e il COVID-19 può sembrare inizialmente distante, ma esplorando temi comuni come il viaggio, l'isolamento e la conoscenza che ha aiutato a superare le difficoltà, emergono connessioni profonde tra l'antico eroe mitologico e la pandemia contemporanea.

Ulisse e il Viaggio Isolamento e Solitudine Resilienza e Adattamento La Speranza del Ritorno Riflessione e Auto-scoperta

La superbia

Il tema della superbia di Ulisse è uno dei più potenti e simbolici nell’Inferno di Dante, specialmente nel canto XXVI. La figura di Ulisse, già nota nella tradizione classica come l’astuto e ingegnoso eroe dell’Odissea, assume nel poema dantesco una dimensione tragica, trasformandosi da eroe classico in un peccatore punito per la sua hybris (superbia o tracotanza). Questa lettura di Ulisse è profondamente innovativa rispetto alla tradizione classica e medievale, in cui l’eroe omerico era visto più positivamente.

Ulisse nel Canto XXVI dell'Inferno

Superbia e desiderio di conoscenza

Differenze rispetto alla tradizione classica

La superbia

Il brano offertoci da Franco Nembrini propone una profonda riflessione sul significato del viaggio di Ulisse, così come viene raccontato da Dante nel Canto XXVI dell'Inferno, mettendo in luce come il suo fallimento sia legato alla superbia e alla presunzione umana. Ulisse rappresenta l’uomo che, mosso dal desiderio di conoscenza, tenta di andare oltre i limiti imposti dalla natura e dalle sue stesse capacità, ma lo fa basandosi esclusivamente sulla propria intelligenza e forza di volontà. Nella sua impresa di superare le colonne d'Ercole, simbolo per gli antichi del confine invalicabile fra il mondo umano e l’ignoto, Ulisse incarna l'archetipo del superbo, colui che non accetta alcun limite o dipendenza da una volontà superiore. Dante, tuttavia, non condanna il desiderio di conoscenza in sé, anzi, egli stesso considera il desiderio come una componente fondamentale dell’esperienza umana e come chiave per il ritorno a Dio. Il desiderio è qualcosa di buono, perché incarna l’attrattiva verso la verità e la felicità che Dio ha posto nel cuore dell’uomo. Tuttavia, il problema non è nel desiderare, ma nel modo in cui ci si rapporta al desiderio e alla realtà che lo suscita. Nel caso di Ulisse, l’errore principale è l’atteggiamento superbo e autosufficiente con cui affronta il viaggio, contando solo sulle proprie capacità. Questo viene sottolineato dalla ripetizione del termine «picciola» nel testo dantesco, che mette in evidenza come tutto ciò su cui Ulisse si affida (la compagnia, il discorso, il mezzo per affrontare il viaggio) sia troppo piccolo e insufficiente per raggiungere un obiettivo così grande. Dante costruisce quindi una forte contrapposizione tra il viaggio di Ulisse e il proprio.

Entrambi partono dal desiderio di conoscenza, ma la differenza cruciale sta nell'atteggiamento con cui affrontano il viaggio. Ulisse è animato da una curiosità smisurata e folle, volta alla scoperta di terre sconosciute, ma priva di una direzione spirituale e di una consapevolezza dei propri limiti. Il suo viaggio rimane sempre alla superficie, senza mai entrare in profondità nella vera conoscenza di sé e della realtà. Dante, al contrario, si lascia guidare da Virgilio, che rappresenta la ragione illuminata dalla fede, e non affronta il viaggio da solo, ma risponde a una chiamata superiore. Questo elemento è essenziale: Dante non si affida alle sue sole forze, ma riconosce la propria dipendenza da una guida e, in ultima istanza, da Dio. Il viaggio di Dante è infatti profondamente diverso: non è una semplice esplorazione di luoghi nuovi, ma un percorso interiore di conversione. Virgilio gli dice che deve «tenere altro viaggio» (Inf. I 91), ovvero un cammino che si sviluppa non in larghezza, come quello di Ulisse, ma in profondità, attraverso il riconoscimento del proprio male e della necessità di essere salvato. Questo cammino porta Dante a toccare il fondo dell’Inferno per poi risalire la montagna del Purgatorio, in un processo di purificazione che richiede umiltà e il riconoscimento del proprio bisogno di misericordia. La superbia di Ulisse, al contrario, lo conduce alla rovina. La sua folle impresa di sfidare i confini imposti dalla natura e dal destino si conclude con il naufragio e la morte. Ulisse vede solo da lontano la montagna del Purgatorio, simbolo del percorso di purificazione e di salvezza, ma non riesce a raggiungerla, perché il suo viaggio non parte dall'umiltà e dalla consapevolezza dei propri limiti, ma da un atto di presunzione. Non riconosce che il vero cammino verso la conoscenza e la felicità richiede dipendenza e sottomissione alla volontà divina, e non può essere compiuto attraverso la sola intelligenza umana.

Scrittura Creativa

Ulisse: Ah, giovane, quali racconti custodisci nel tuo cuore? Quali sogni agitano la tua anima? Bambino: Sogno cose semplici, Ulisse. Giocare vicino al fiume, inseguire le farfalle e riposare all'ombra di un vecchio albero. La vita è senza complicazioni e piena di gioia. Ulisse: Certamente, la semplicità ha il suo fascino. Ma non hai mai sentito il desiderio di esplorare oltre ciò che conosci? Di cercare nuovi orizzonti e svelare i segreti del mondo? Bambino: Ho sentito parlare di queste avventure, ma sembrano piene di pericoli e incertezze. Sono felice con ciò che conosco, con il mio piccolo mondo che mi porta felicità. Ulisse: C'è bellezza nell'ignoto, un brivido nella scoperta. Ho navigato fino ai confini del mondo, incontrato dèi e mostri, e ogni esperienza ha arricchito la mia anima, anche se ha portato con sé dei pericoli. Bambino: Ma non avevi paura? La conoscenza che hai acquisito ti ha davvero reso più felice o ha portato con sé anche tristezza? Ulisse: La paura è compagna fedele del viaggiatore, ma è attraverso di essa che si scopre il coraggio. La conoscenza porta con sé una maggiore comprensione del mondo, ma anche un peso. Ci sono momenti di gioia profonda e altri di grande tristezza. Tuttavia, ogni esperienza mi ha reso chi sono. Bambino: Ma a che serve tutto questo sapere se porta anche sofferenza? Non è meglio vivere una vita semplice e felice, senza preoccuparsi di ciò che si potrebbe scoprire? Ulisse: La felicità nella semplicità è preziosa, non c'è dubbio. Ma c'è anche una bellezza indescrivibile nel conoscere il mondo nella sua complessità. Ogni scoperta, ogni nuova conoscenza, è come un frammento di un mosaico che rende l'universo più comprensibile e affascinante. Bambino: Forse hai ragione, ma il mio cuore è contento così com'è. Non sento il bisogno di cercare oltre. Sono felice nel mio piccolo angolo di mondo. Ulisse: E va bene così, giovane. Ognuno ha il proprio cammino da seguire. Se il tuo cuore è sereno e felice nella semplicità, abbraccialo. Non tutti devono essere esploratori per trovare la loro felicità. Ma ricorda sempre che il mondo è vasto e meraviglioso, e le sue porte sono sempre aperte, se mai dovessi desiderare esplorarlo. Bambino: Grazie, Ulisse. Forse un giorno sentirò quel richiamo. Per ora, mi godo la mia piccola felicità, sapendo che c'è un mondo immenso là fuori, pronto per essere scoperto.

Scrittura Creativa

Ulisse: Galileo, anche tu hai osato sfidare i limiti posti dagli dèi. Come me, cercavi risposte che l’uomo non dovrebbe conoscere. Non temi, come me, la punizione per questa superbia? Galileo: Ulisse, la mia ricerca non è mossa dalla superbia, ma dal desiderio di comprendere l’opera divina. Se Dio ci ha dato la ragione, è per esplorare il mondo. La condanna che ho subito viene dagli uomini, non da Dio. Ulisse: Ma anch’io cercavo il sapere! Ero convinto che l’uomo fosse nato per superare i limiti, per conoscere. Eppure, sono stato punito. Non temi che il tuo desiderio di sapere possa portarti alla rovina? Galileo: Il tuo errore è stato voler raggiungere un sapere che appartiene solo agli dèi. Io, invece, cerco solo di leggere il libro della natura. Il confine che rispetto è quello del divino, che rimane oltre la portata dell’uomo. La mia ricerca non è sfida, ma ammirazione del creato. Ulisse: Ho sfidato i confini del mondo, cercando ciò che è proibito. E tu, Galileo? La tua scienza non ti ha portato a sfidare i limiti posti dalla Chiesa? Galileo: Io non cerco di superare limiti divini, ma di capire le leggi dell’universo che Dio ha scritto. La mia condanna viene dalla paura degli uomini, non dalla superbia. Conoscere il creato non è peccato, è un atto di fede. Ulisse: Ma il sapere ha un prezzo. Anch'io credevo che la mia conoscenza fosse giusta, e ora sono dannato. Non temi che anche il tuo sapere possa portare alla tua rovina? Galileo: La conoscenza è pericolosa solo quando pretende di sostituirsi a Dio. Io non cerco di farlo, ma di celebrare la sua opera. La superbia sta nel voler essere divino, non nell’indagare ciò che Dio ci ha permesso di vedere.

Dante condanna in Ulisse la brama smisurata di sapere e il suo desiderio di oltrepassare i confini del mondo fisico e morale. Ulisse non si accontenta di ciò che la sua condizione umana gli permette di conoscere e vuole sfidare i limiti imposti da Dio. Questa sete insaziabile di conoscenza, che lo spinge oltre le colonne d’Ercole, è simbolo della sua hybris. È importante notare come per Dante, il desiderio di conoscenza non sia di per sé peccaminoso: nel Convivio e nella Divina Commedia stessa, la conoscenza è spesso associata alla salvezza e alla comprensione del divino. Tuttavia, il problema in Ulisse risiede nella modalità con cui cerca la conoscenza, ignorando i confini posti dalla ragione e dalla legge divina. In questo senso, la superbia di Ulisse consiste nel voler sapere senza umiltà, senza accettare che ci sono limiti imposti da Dio all’intelligenza umana.

- *vv. 1-4:* Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande che per mare e per terra batti l'ali ,
 e per lo 'nferno tuo nome si spande ! Tra li ladron trovai cinque cotali - *vv. 112-120:* _«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»._ Questa esortazione, uno dei momenti più alti del canto e dell'intera *Divina Commedia, rappresenta il desiderio insaziabile di **conoscenza* e *virtù* che caratterizza Ulisse. L'eroe omerico non si accontenta della vita quotidiana e della tranquillità domestica: sente che il suo destino è esplorare e superare i limiti, un tratto eroico ma anche pericoloso, poiché va contro l'ordine naturale e divino. Ulisse e i suoi compagni navigano oltre i confini del mondo conosciuto per cinque mesi, fino a quando vedono in lontananza una *grande montagna* (che rappresenta il *Purgatorio). Ma proprio nel momento in cui sembrano sul punto di raggiungere una nuova scoperta, una **tempesta* li travolge e fa affondare la nave. Il destino di Ulisse è segnato dalla punizione per aver osato troppo, per aver cercato di superare i limiti imposti agli esseri umani. - *vv. 136-142:* _Tre volte il fé girar con tutte l’acque; alla quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso._ Questi versi descrivono la fine tragica del viaggio: la nave gira su se stessa, e infine affonda, inghiottita dal mare. L'epilogo della storia è cupo, ma coerente con la figura di Ulisse: il suo desiderio di conoscenza è immenso, ma la sua audacia lo porta alla rovina. - *vv. 85-90:* Fiamma antica, tu mi devi più dolore, se di parlare credi che io non sappia, ché con parole non potrò mai tanto. Questo passo sottolinea il tormento eterno dei peccatori che, anche dopo la morte, sono consumati dalla fiamma del peccato

1. "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" (vv. 118-120). In questi versi, Ulisse incita i suoi compagni a seguirlo nel viaggio, richiamando la loro origine divina e il loro destino di elevazione attraverso la conoscenza. Questo passaggio è emblematico perché mette in luce il concetto che la conoscenza, per Dante, è una caratteristica nobile dell'uomo. Tuttavia, questo impulso alla conoscenza va temperato dalla consapevolezza dei limiti umani, cosa che Ulisse ignora. 2. "Misi me per l'alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola, dalla qual non fui diserto." (vv. 100-102) Ulisse inizia a raccontare la sua ultima impresa, descrivendo il momento in cui si avventura in mare aperto con la sola compagnia dei suoi pochi fedeli. Il viaggio verso l'ignoto simboleggia la ricerca di conoscenza, ma questo desiderio diventa presunzione. 3. "Ma la mia compagnia, che non fu rea, fu’ per me; ma non sì, ch’io non provasse sovr’essi de lo strazio e de la mia." (vv. 129-131) Ulisse ammette che la sua brama di conoscenza non coinvolse i suoi compagni, che non peccarono quanto lui, ma subirono comunque le conseguenze delle sue azioni. Questo dimostra come la sua eccessiva ambizione intellettuale abbia avuto conseguenze tragiche non solo per lui, ma anche per chi lo seguiva.

Dante visse a Firenze durante un periodo dove sia il papa che l'imperatore cambiano, infatti, l'imperatore non era quasi mai presente alla corte mentre il papa ambiva ad ottenere il potere universale. Nel 1250 con la morte di Federico II si perde la figura che tiene unita lo stato e dopo la vittoria dei guelfi sui ghibellini il papa prende il sopravvento. Nel 1282 si fonda il potere delle arti il quale impone che per poter partecipare alla vita politica bisognava far parte di una gilda delle arti e dei mestieri, quindi Dante si iscrive alla corporazione di medici e degli spaziali diventando priore nel 1300. Nel frattempo il conflitto tra i guelfi bianchi e guelfi neri stava sconvolgendo la città di Firenze fino all'arrivo del Duca d'Angiò che ridà il potere ai guelfi neri permettendogli di esiliare i guelfi bianchi da Firenze tra cui Dante che al tempo era un membro della magistratura, con la condanna al rogo se fosse tornato in città.

Un tema centrale nell'Odissea è la speranza di Ulisse di tornare a casa e riunirsi con la sua famiglia. Questo tema è risuonato profondamente durante la pandemia, con molte persone che hanno sperato in un ritorno alla normalità. L'attesa di un vaccino efficace, la possibilità di riabbracciare i propri cari e la speranza di superare la crisi sanitaria sono paralleli alla lunga attesa di Ulisse per il suo ritorno a Itaca.

1. Socrate e Platone Socrate (tramite Platone nei dialoghi) ha sempre sostenuto l'importanza della conoscenza di sé e il valore dell'ignoranza consapevole ("So di non sapere"). La sua ricerca di conoscenza era fondata sul dialogo e la maieutica, il processo di stimolare la riflessione attraverso domande. Per Socrate, la conoscenza è strettamente connessa alla virtù e al benessere dell'anima. Platone, nel mito della caverna (in Repubblica), espone una concezione della conoscenza come conquista progressiva della verità. Gli uomini, inizialmente prigionieri dell'ignoranza (rappresentata dall'oscurità della caverna), possono acquisire la vera conoscenza solo superando i limiti dei sensi e accedendo al mondo delle idee. La conoscenza per Platone è una forma di illuminazione e liberazione.

Dante nasce nel 1261 a Firenze e possiamo affermare che ha avuto una vita complessa, essendo stato sia un uomo politico che un soldato. All'età di soli 12 anni è costretto tramite un matrimonio combinato a sposare Gemma Donati, proveniente da una famiglia guelfo nera nonostante Dante facesse parte dei guelfi bianchi. Durante la sua vita Dante ha avuto un rapporto complicato con il papa Bonifacio XVII trovandosi spesso in disaccordo con lui e le sue idee. Infatti Bonifacio VIII secondo Dante è il motivo della corruzione all'interno della Chiesa accusandolo di simonia, che è il peccato di comprare o vendere posizioni ecclesiastiche e beni spirituali. Questo peccato è punito in Inferno, e i simoniaci sono collocati nel terzo cerchio dell'ottavo cerchio dell'Inferno, dove sono costretti a rimanere in tombe roventi. Inoltre Dante vede Bonifacio come un Papa che ha abusato della sua autorità per ottenere potere politico, interferendo in maniera diretta negli affari terreni. Il suo comportamento era percepito come un allontanamento dai principi spirituali e morali che un leader religioso dovrebbe seguire.

Nel canto XXVI, Ulisse si trova nella *VIII bolgia dell’VIII cerchio dell’Inferno, riservata ai **consiglieri fraudolenti. Dante colloca Ulisse insieme a Diomede all'interno di una doppia fiamma, simbolo del fuoco eterno che avvolge i peccatori. Il poeta fa di Ulisse una figura emblematica della superbia intellettuale e dell’*uomo che sfida i limiti imposti da Dio. Ulisse racconta a Dante e Virgilio la sua ultima impresa, non narrata nell’Odissea o in altre fonti classiche: dopo essere tornato a Itaca e aver vissuto per un certo tempo con la sua famiglia, sentì un’irrefrenabile sete di conoscenza e di avventura. Così, con i suoi compagni, si spinse oltre le colonne d’Ercole, cioè oltre i limiti del mondo conosciuto e consentito all’uomo. Prima di oltrepassare questi confini, Ulisse pronuncia il suo celebre discorso ai compagni: "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza." In queste parole emerge il cuore della superbia di Ulisse: la convinzione che l’uomo abbia il diritto e il dovere di superare i limiti imposti dalla natura e da Dio per seguire la conoscenza e la virtù. Tuttavia, questa tensione verso l’ignoto non è, per Dante, un’espressione di virtù eroica, ma di una *superbia colpevole*, che porta Ulisse alla rovina. Il suo viaggio si conclude tragicamente, con il naufragio della sua nave e la morte di tutto l’equipaggio.

Virgilio spiega a Dante chi sono i dannati nella fiamma doppia, e Dante, colpito dalla curiosità, desidera ascoltare la storia di Ulisse. È Virgilio a prendere la parola e rivolgersi alla fiamma, chiedendo di rivelare la propria identità. Ulisse risponde, e inizia a raccontare la sua ultima impresa: un'avventura che va oltre il mito omerico e che Dante stesso inventa. Ulisse racconta che, dopo essere tornato a Itaca, non riuscì a resistere alla voglia di scoprire nuovi mondi e intraprese un ultimo viaggio verso l'ignoto, spingendosi oltre le Colonne d'Ercole (lo stretto di Gibilterra), confine invalicabile per l'uomo secondo la concezione del mondo antico. Nonostante sapesse che oltre quel limite era proibito andare, Ulisse convinse i suoi compagni a seguirlo con un discorso memorabile. SIGNIFICATO DELLA FIGURA DI ULISSE Ulisse è una delle figure più complesse e affascinanti dell’Inferno dantesco. Dante trasforma l'eroe greco in un *simbolo della curiosità umana senza limiti*, un'ambizione che può diventare distruttiva se non è temperata dal rispetto per i confini imposti dalla legge divina. Ulisse rappresenta il *desiderio di conoscenza* che spinge l’uomo a superare i confini della propria condizione, ma anche l'*hybris, cioè la tracotanza, la sfida contro gli dèi e l'ordine divino. Il suo viaggio finale, spinto dalla sete di conoscenza e dall’amore per l'avventura, è infatti un atto di ribellione contro i limiti posti dalla natura e dalla volontà divina. Per Dante, ciò lo rende meritevole di dannazione, poiché la ricerca della verità e della conoscenza deve sempre essere accompagnata da **morale* e *prudenza*. In Ulisse si riflette anche il contrasto con Dante stesso. Entrambi sono viaggiatori, ma mentre Ulisse è un *esploratore temerario* che persegue la conoscenza senza limiti morali, Dante è un *pellegrino* che attraversa i regni dell'aldilà guidato dalla ragione (Virgilio) e dalla fede (Beatrice), rispettando i confini imposti dall'ordine divino.

La Divina Commedia è un poema scritto da Dante durante il suo esilio da Firenze diviso in 3 parti, l'inferno scritto nel 1308, il purgatorio nel 1313 e il paradiso nel 1321, data della sua morte. È un poema didattico allegorico che vuole far capire agli uomini che stanno vivendo nel peccato e che tutti come lui devono tornare sulla retta via. La storia è incentrata sul viaggio di Dante nell' inferno e il purgatorio, accompagnato da Virgilio, simbolo della ragione e nel paradiso accompagnato da Beatrice, simbolo della teologia. Il poema è diviso in 3 cantiche, ognuna formata da 33 canti tranne l'inferno che ne ha 34 per un totale di 100 perché il primo è il proemio che fa da introduzione.

La conoscenza è un tema centrale nei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, e si manifesta soprattutto attraverso due personaggi che spiccano nella società corrotta del tempo: Don Ferrante e il cardinale Federigo Borromeo. Il primo rappresenta l'emblema della conoscenza erudita: enorme preparazione in molti campi, ma privo di saggezza, empatia e sensibilità, alimenta la corruzione e l'ignoranza della società del tempo, non si apre a nuove vedute e la sua sete di conoscenza è superficiale e fine a se stessa, priva di scopo etico o pratico. In contrapposizione a quest'ultimo il cardinale Borromeo: un uomo saggio e ragionevole, che si interessa della condizione altrui e sfrutta la sua voglia di scoperta in modo maturo e altruista, acquisendo nozioni da condividere con la gente. In questo modo la sua sete di conoscenza è genuina e viene utilizzata come strumento di comprensione delle persone e dei loro bisogni. La contrapposizione tra Borromeo e Ferrante sottolinea che la vera sete di conoscenza non è solo una questione di accumulo di informazioni, ma implica anche una responsabilità etica. Mentre Borromeo cerca di usare il suo sapere per il bene della comunità, don Ferrante si perde nel suo individualismo intellettuale. Questo tema rimane rilevante, ponendo interrogativi su come utilizziamo la nostra conoscenza nella società contemporanea.

L’Ulisse di Dante differisce nettamente da quello descritto da Omero nell’Odissea e dalle versioni tramandate da altre fonti classiche. Nella tradizione classica, Ulisse è spesso celebrato per la sua astuzia (metis), per la sua capacità di ingannare e superare le avversità. Nell’Odissea, il suo desiderio di tornare a casa e riunirsi con la sua famiglia è visto come nobile, e il suo viaggio è una metafora dell’esperienza umana in cerca di ordine e stabilità. Tuttavia, nel Medioevo, e specialmente nel pensiero cristiano, la figura di Ulisse è reinterpretata. La sua astuzia diventa froda, un inganno colpevole che porta alla rovina. La superbia che Dante vede in Ulisse non è tanto il desiderio di conoscenza, ma il fatto che egli si rifiuta di riconoscere i limiti imposti dalla sua condizione umana e divina. Dante, con una prospettiva cristiana, trasforma Ulisse in un peccatore emblematico, la cui ambizione eccessiva porta alla dannazione.