Ragione, dovere
e felicità
Immanuel Kant, Metafisica dei costumi
1. Maestro (M): Qual è il tuo più grande, anzi il tuo unico desiderio nella vita?Allievo (A): (Tace). M: Che tutto vada sempre secondo il tuo desiderio e il tuo volere.
2. M: Come si chiama tale condizione?
A: (Tace).
M: Si chiama felicità (una stabile prosperità, una vita piacevole,
piena di soddisfazione
per il proprio stato).
4. M: Questo dimostra che hai un cuore buono, vediamo se dimostri anche
un intelletto altrettanto buono. Daresti al pigro soffici cuscini affinché possa vivere
in un dolce far niente, o all’ubriacone daresti vino a volontà e tutto quello che
contribuisce all’ebbrezza, e all’ingannatore daresti un aspetto e maniere seducenti
per raggirare gli altri, e all’uomo violento temerarietà e forza per poter sopraffare
gli altri? Questi sono per l’appunto i mezzi che ognuno di essi desidera per essere
felice a modo suo.A: No, questo no.
3. M: Se tu in questo momento avessi nelle tue mani tutta la felicità
(possibile
al mondo), vorresti tenerla tutta per te oppure condividerla con i tuoi simili?
A: Vorrei condividerla, rendere anche gli altri felici e contenti.
5. M: Vedi allora che, se tu avessi anche tutta la felicità nelle tue mani e la
migliore volontà, non accorderesti senza scrupolo a tutti quello che chiedono, ma
cercheresti per prima cosa di sapere quanto ognuno di essi sia degno della felicità.
Per te stesso invece non avresti comunque alcuno scrupolo a procurarti subito
tutto quello che ritieni opportuno per la tua felicità? A: Certo.
M: Ma non ti viene in mente di chiederti se anche tu sia degno della felicità? A: Effettivamente sì. M: Ebbene, ciò che in te tende alla felicità è l’inclinazione, mentre ciò che
subordina la tua inclinazione alla condizione
di essere prima degno di questa
felicità è la ragione, e il fatto che tu possa limitare e dominare con la ragione
l’inclinazione costituisce la libertà della tua volontà.
6. M: Ora, la regola e la direttiva per sapere cosa fare per partecipare alla
felicità e per non dimostrartene indegno, si trovano esclusivamente nella tua
ragione. Ciò vuol dire che non hai bisogno di apprendere questa regola di
condotta dall’esperienza o dall’insegnamento degli altri: è la tua stessa
ragione a
insegnarti e a comandarti ciò che devi fare. Per esempio, se avessi l’opportunità
di trarre un grande vantaggio
per te o per i tuoi amici con una bugia ben studiata,
che oltretutto non recherebbe danno ad alcuno, cosa ti direbbe la ragione a
questo proposito?
A: Che non devo mentire, per quanto grande sia il vantaggio per me e per i
miei amici. Mentire è vile e rende l’uomo indegno di essere felice. In questo caso
c’è una costrizione incondizionata derivante da un comando della ragione (o un
divieto), a cui devo obbedire e di fronte al quale tutte le mie inclinazioni devono
tacere.
M: Come si chiama questa necessità che la ragione impone
immediatamente
all’uomo, di agire in conformità alla legge della ragione? A: Si chiama dovere. M: Dunque l’adempimento del dovere è per l’uomo la condizione
universale
e unica che lo rende degno di essere felice,
e questa dignità è una cosa sola con
il dovere.
7. M: Ma anche se abbiamo coscienza di una tale volontà buona e attiva, per
mezzo della quale riteniamo di essere degni (o almeno non indegni) della felicità,
possiamo basare su questo
la sicura speranza di partecipare a questa felicità?A: No, non basta, perché non è sempre nostra facoltà procurarcela, e il corso
della natura non segue di per sé il merito. Piuttosto, la felicità della vita (e il nostro
benessere in generale) dipende dalle circostanze, che sono lontane dall’essere
in
potere dell’uomo.
Dunque la nostra felicità resta sempre
soltanto un desiderio,
senza mai diventare una speranza
se non interviene una qualche altra forza. 8. M: La ragione non ha in sé buoni motivi per ammettere come reale una
forza che distribuisce la felicità in base al merito o demerito, che comanda su tutta
la natura e domina il mondo con suprema saggezza, vale a dire buoni motivi per
credere in Dio?
A: Sì, perché noi vediamo nelle opere della natura che possiamo
giudicare
una saggezza così estesa e profonda che non siamo in grado di spiegarci se
non per mezzo dell’arte incommensurabile di un creatore dell’universo, dal quale
abbiamo ragione di riprometterci, per quanto riguarda l’ordinamento etico che
costituisce pure il più magnifico ornamento dell’universo, un governo altrettanto
saggio. In altri termini, se non ci rendiamo noi stessi indegni della felicità, cosa
che accade quando trasgrediamo il nostro dovere,
possiamo
anche sperare di
partecipare a tale felicità.
Antologia_Kant_CatechismoMorale
Luciano Pace
Created on September 17, 2024
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Ragione, dovere
e felicità
Immanuel Kant, Metafisica dei costumi
1. Maestro (M): Qual è il tuo più grande, anzi il tuo unico desiderio nella vita?Allievo (A): (Tace). M: Che tutto vada sempre secondo il tuo desiderio e il tuo volere. 2. M: Come si chiama tale condizione? A: (Tace). M: Si chiama felicità (una stabile prosperità, una vita piacevole, piena di soddisfazione per il proprio stato).
4. M: Questo dimostra che hai un cuore buono, vediamo se dimostri anche un intelletto altrettanto buono. Daresti al pigro soffici cuscini affinché possa vivere in un dolce far niente, o all’ubriacone daresti vino a volontà e tutto quello che contribuisce all’ebbrezza, e all’ingannatore daresti un aspetto e maniere seducenti per raggirare gli altri, e all’uomo violento temerarietà e forza per poter sopraffare gli altri? Questi sono per l’appunto i mezzi che ognuno di essi desidera per essere felice a modo suo.A: No, questo no.
3. M: Se tu in questo momento avessi nelle tue mani tutta la felicità (possibile al mondo), vorresti tenerla tutta per te oppure condividerla con i tuoi simili? A: Vorrei condividerla, rendere anche gli altri felici e contenti.
5. M: Vedi allora che, se tu avessi anche tutta la felicità nelle tue mani e la migliore volontà, non accorderesti senza scrupolo a tutti quello che chiedono, ma cercheresti per prima cosa di sapere quanto ognuno di essi sia degno della felicità.
Per te stesso invece non avresti comunque alcuno scrupolo a procurarti subito tutto quello che ritieni opportuno per la tua felicità? A: Certo.
M: Ma non ti viene in mente di chiederti se anche tu sia degno della felicità? A: Effettivamente sì. M: Ebbene, ciò che in te tende alla felicità è l’inclinazione, mentre ciò che subordina la tua inclinazione alla condizione di essere prima degno di questa felicità è la ragione, e il fatto che tu possa limitare e dominare con la ragione l’inclinazione costituisce la libertà della tua volontà.
6. M: Ora, la regola e la direttiva per sapere cosa fare per partecipare alla felicità e per non dimostrartene indegno, si trovano esclusivamente nella tua ragione. Ciò vuol dire che non hai bisogno di apprendere questa regola di condotta dall’esperienza o dall’insegnamento degli altri: è la tua stessa ragione a insegnarti e a comandarti ciò che devi fare. Per esempio, se avessi l’opportunità di trarre un grande vantaggio per te o per i tuoi amici con una bugia ben studiata, che oltretutto non recherebbe danno ad alcuno, cosa ti direbbe la ragione a questo proposito?
A: Che non devo mentire, per quanto grande sia il vantaggio per me e per i miei amici. Mentire è vile e rende l’uomo indegno di essere felice. In questo caso c’è una costrizione incondizionata derivante da un comando della ragione (o un divieto), a cui devo obbedire e di fronte al quale tutte le mie inclinazioni devono tacere.
M: Come si chiama questa necessità che la ragione impone
immediatamente all’uomo, di agire in conformità alla legge della ragione? A: Si chiama dovere. M: Dunque l’adempimento del dovere è per l’uomo la condizione universale e unica che lo rende degno di essere felice, e questa dignità è una cosa sola con il dovere.
7. M: Ma anche se abbiamo coscienza di una tale volontà buona e attiva, per mezzo della quale riteniamo di essere degni (o almeno non indegni) della felicità, possiamo basare su questo la sicura speranza di partecipare a questa felicità?A: No, non basta, perché non è sempre nostra facoltà procurarcela, e il corso della natura non segue di per sé il merito. Piuttosto, la felicità della vita (e il nostro benessere in generale) dipende dalle circostanze, che sono lontane dall’essere in potere dell’uomo.
Dunque la nostra felicità resta sempre soltanto un desiderio, senza mai diventare una speranza se non interviene una qualche altra forza. 8. M: La ragione non ha in sé buoni motivi per ammettere come reale una forza che distribuisce la felicità in base al merito o demerito, che comanda su tutta la natura e domina il mondo con suprema saggezza, vale a dire buoni motivi per credere in Dio?
A: Sì, perché noi vediamo nelle opere della natura che possiamo giudicare una saggezza così estesa e profonda che non siamo in grado di spiegarci se non per mezzo dell’arte incommensurabile di un creatore dell’universo, dal quale abbiamo ragione di riprometterci, per quanto riguarda l’ordinamento etico che costituisce pure il più magnifico ornamento dell’universo, un governo altrettanto saggio. In altri termini, se non ci rendiamo noi stessi indegni della felicità, cosa che accade quando trasgrediamo il nostro dovere,
possiamo anche sperare di partecipare a tale felicità.