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parafrasi lultimo naufragio

Jessica Gjinaj

Created on September 13, 2024

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Parafrasi: La punizione e l'ultimo naufragio

Quando lasciammo quell’isola e ormai non si vedeva più altra terra, ma solamente cielo e mare, Zeus figlio di Crono innalzò sulla nave concava una nuvola scura: di sotto il mare divenne cupo. La nave non andò avanti per molto: ad un tratto giunse rumorosamente il Vento, imperversando con una grande tempesta; la furia del vento spezzò entrambe le funi dell’albero, che cadde all’indietro rovesciando tutte le vele e le sartie nel fondo; sulla nave, a poppa, il timoniere venne percosso da un colpo che gli ruppe tutte le ossa del cranio; cadde dal ponte, simile ad un tuffatore, e l’anima volò via dal suo corpo. Zeus ad un tempo tuonò e scagliò un fulmine sulla nave: colpita dal fulmine divino essa si rigirò su se stessa e si riempì di vapori sulfurei. I miei compagni caddero in acqua e, intorno alla nave, come corvi di mare venivano trascinati dai flutti: il dio gli tolse il ritorno. Io mi aggiravo sulla nave, quando un’ondata staccò i fianchi della chiglia, che venne trasportata dai flutti; poi l’albero si abbatté sulla chiglia; su di esso era finita una fune fatta con pelle di bue; con essa legai ambedue: la chiglia e l’albero; disteso sui legni, ero sospinto da venti funesti. Quando Zefiro smise di imperversare con la tempesta, venne rapido Noto a portare nel mio animo l'ansia di dovere attraversare di nuovo l’orrenda Cariddi. Fui sballottato tutta la notte: il sole stava sorgendo quando giunsi allo scoglio di Scilla e all’orrenda Cariddi. Essa risucchiava l’acqua salata del mare; io, sollevatomi sopra il grande fico e aggrappatomi, mi reggevo come un pipistrello. Non avevo dove salire o puntare i piedi saldamente: le radici stavano lontano, i rami larghi e grandi erano in alto e coprivano di ombra Cariddi. Mi ressi con tenacia, fino quando essa non rigettò di nuovo l’albero e la chiglia. Io li aspettavo ed infine arrivarono: nell’ora in cui un giudice chiamato

a dirimere le liti tra gli uomini lascia il foro per andare a cena, a quell’ora vennero fuori i legni da Cariddi; allora io, che stavo più in alto, staccai dall’albero i piedi e le mani, mi gettai su quei lunghi pezzi di legno, mi sdraiai sopra e cominciai a remare con le mani. Zeus non lasciò che mi vedesse Scilla: altrimenti non sarei sfuggito ad una morte rapida. Per nove giorni fui trascinato: la decima notte gli Dei mi gettarono nell’isola di Ogigia, dove abita Calipso dai riccioli belli, Dea tremenda dalla voce umana, che mi accolse e mi nutrì. Ma perché ti narro tutto questo? Queste cose le ho già raccontate ieri a te e alla tua nobile sposa: odio narrare cose dette già con molte parole”.

Analisi

In questo episodio il tema principale è la potenza distruttiva della natura: sia la tempesta causata da zeus che il mostro Cariddi sono orrendamente violente e Odisseo si salva perchè era destino che si salvasse e grazie alla sua methis. Infatti il destino, che è sopra gli uomini e gli dei, ha prestabilito che Ulisse muoia di vecchiaia e cosi è. Inoltre il naufrago riesce a salvarsi da Cariddi con un ingegnoso stratagemma: sfrutta il fatto che Cariddi ingoi ed erutti l'acqua del mare tre volte al giorno. Si capisce dalle minuziose descriziose quanto ometo sia abile e capace.