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parafrasi Tiresia

Jessica Gjinaj

Created on September 12, 2024

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Parafrasi: Nel regno dei morti:Tiresia

Per un giorno intero attraversò il mare con le vele tese. Il sole tramontò e tutte le strade si oscurarono, la nave giunse così ai confini dell’Oceano profondo. Laggiù vi è il territorio e la città dei Cimmeri, avvolti da nebbia e da nuvole: mai il Sole splendente li guarda con i suoi raggi, né quando sale verso il cielo stellato, né quando dal cielo si volge verso la terra: su quella gente misera si stende eterna notte. Una volta arrivati, approdammo e portammo fuori il montone e la pecora; poi percorremmo i lidi dell’Oceano, finché giungemmo al luogo indicato da Circe. Lì Perimede ed Eurìloco tennero ferme le vittime sacrificali; io sguainai la spada aguzza e scavai una fossa profonda un cubito da tutti i lati; poi vi versai libagioni per tutti i defunti: dapprima versavo il latte con il miele, poi dolce vino poi ancora acqua. E sopra spargevo bianca farina d’orzo. Poi pregai con fervore le teste senza forza dei morti, feci voto di immolare al ritorno in Itaca una vacca sterile, la migliore che avevo, e di colmare il rogo di ricche offerte. E per Tiresia, a parte, promisi di sacrificare a lui solo un montone tutto nero, il più bello delle nostre greggi. Dopo aver supplicato con i voti la schiera delle ombre, afferrai le bestie e le sgozzai nella fossa: il sangue scorreva fumante come una nube. Dall’Erebo si accalcarono le anime dei defunti: giovani spose, ragazzi, vecchi provati dal dolore, vergini delicate straziate dal dolore, uomini colpiti da lance di bronzo, uomini uccisi in battaglia con le armi lorde di sangue; si aggiravano tutti attorno alla fossa, chi di qua chi di là, con strane grida: una pallida angoscia mi invase il cuore. Allora esortai i compagni e ordinai loro di scuoiare le bestie sgozzate lì a terra con il bronzo crudele, di bruciarle per intero e di fare voti agli Dei, al forte Ades e alla terribile Persefone. Allora sguainai la spada affilata che avevo al fianco: restai lì, per non permettere alle teste senza forza dei morti di accostarsi al sangue prima di aver interrogato Tiresia.

E finalmente venne l’anima del tebano Tiresia, con uno scettro d’oro in mano; mi riconobbe e disse: – Figlio di Laerte, prole di Zeus, Odisseo ricco di astuzia; perché mai hai lasciato la luce del sole (infelice!) e vieni in questo tristissimo luogo a vedere i defunti? Allontanati dal fosso, togli la spada affilata, così che io possa bere questo sangue e riferirti il vero -. Così disse; io, arretrando, infilai nel fodero la spada dalle borchie d’argento. Quando bevve il fosco sangue, il grande indovino così mi parlò: – Desideri un dolce ritorno, o illustre Odisseo, ma un nume te lo renderà amaro. Credo che non potrai sfuggire all’Ennosigeo, che è in collera con te, sdegnato per l’accecamento del figlio. E tuttavia potrai arrivare in patria, pur tra le sventure, se saprai trattenere l’animo tuo e dei tuoi compagni appena avrai spinto la tua bella nave nell’isola di Trinachia, sfuggito al mare purpureo: lì troverai le vacche al pascolo e le pingui greggi di Helios, il dio Sole che vede e sente ogni cosa. Se le lasci illese e pensi solo al tuo ritorno, potrete arrivare a Itaca, pur soffrendo dolori; se invece farai loro del male, allora prevedo la rovina per te, per la nave e per i compagni; se dovessi scampare, giungerai tardi e male, dopo aver perduto tutti i compagni, sopra una nave straniera; e in casa troverai dolori: uomini prepotenti che ti divorano i beni, corteggiando la divina sposa e facendole doni. Ma, una volta tornato in patria, tu punirai la loro arroganza. Quando ti sarai liberato dai pretendenti nella tua casa, con l’inganno o con il bronzo aguzzo, prendi un remo tornito e parti, sino a quando non giungerai presso genti che non conoscono il mare, che non mangiano cibi conditi con il sale, che non conoscono le navi dalle gote purpuree né i maneggevoli remi che sono ali per le navi. Ti darò un segnale molto chiaro, che non potrai ignorare: quando incontrerai un altro viaggiatore, ti dirà che tu porti una pala da grano sulla tua nobile spalla; allora tu, dopo aver conficcato in terra il remo robusto e avere offerto sacrifici a Poseidone sovrano (un ariete, un toro e un verro che monta le scrofe),

torna a casa e sacrifica ecatombi sacre agli Dei immortali che abitano il vasto cielo; a tutti e in giusto ordine. Per te verrà la morte, ma lontano dal mare, così serena da coglierti 135 nella splendente vecchiaia: attorno a te vi saranno popoli ricchi. Questo ti predico senza errore -.

Analisi

nel libro undicesimo dell'Odissea si narra degli avvenimenti che coinvolgono Odisseo nell'ade. Questo episodio è un esempio di catabasi, discesa di un vivo nel mondo dei morti. La catabasi è molto ricorrente, esempi ne sono i miti di Orfeo, Teso, Eracle e l'opopea di Gilgamesh. Ognuno di loro ha uno scopo, come Odisseo. Quello di Ulisse è conoscere il suo destino, come Enea. L'eroe dopo aver fatto offerte e sacrifici nel luogo indicato da Circe, evoca i morti. Odisseo interroga Tiresia. Quest'ultimo gli profetizza che dovrà affrontare altre prove prima di tornare in patria, dove troverà i proci, che distruggono il suo patrimonio e corteggiano sua moglie. Prevede anche che Odisseo si vendicherà e che dopo dovrà intraprendere un altro viaggio e dovrà giungere in un terra remota, dove dovrà compiere sacrifici a Poseidone per placare la sua ira e agli altri dei. Morirà infine di vecchiaia. In questo episodio, chiamato nékyia, vi è un altro tema, quello della flessibilità del destino. Anche se il destino non può essere cambiato in nessun modo, l'essere umano con le proprie azioni può governare la propria vita e modificare alcuni dettagli del proprio destino. Per esempio, se Ulisse riuscirà a trattenere sé steso e i propri compagni dal nutrirsi delle vacche sacre al dio Sole nell'isola di Trinachia allora potrà tornare ad Itaca con navi e compagni, altrimenti perderà entrambi e tornerà in patria su una nave straniera.

Inoltre in questo libro c'è una descrizione del regno dei morti come lo vedevano gli antichi Greci. L'Ade si trova all'estremo della terra, nella terra dei Cimmeri. Lì i fantasmi dei defunti vagano rimpiangendo la vita. Qui sia uomini semplici che guerrieri soffrono e ripensano alle gioie della vita, anche chi morì per la gloria.