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parafrasi Odisseo si rivela ai Feaci

Jessica Gjinaj

Created on September 10, 2024

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Transcript

Parafrasi: Odisseo si rivela ai Feaci

Quando tutti furono sazi di bere e di mangiare, allora l’ingegnoso Odisseo disse a Demodoco:“Demodoco, io ti considero superiore a tutti gli uomini: la Musa figlia di Zeus ti ha istruito, oppure Apollo: sai raccontare con esattezza la sorte degli Achei, tutto quello che fecero e patirono, i dolori che soffrirono; come se tu fossi stato presente, o lo avessi sentito da qualcuno. Vai avanti e racconta della costruzione del cavallo di legno, che Epeo costruì con l’aiuto di Atena e che il glorioso Odisseo portò dentro l’acropoli: era pieno degli uomini che poi distrussero Ilio. Se racconterai anche questa cosa in modo giusto, anche io parlerò e dirò a tutti gli uomini che un nume benigno ispira il tuo canto divino”. Così disse; e quello, ispirato dal Dio, riprese a cantare di quando, saliti sopra le navi dai solidi banchi, gli Argivi salparono, dando fuoco alle tende: intanto gli altri, con il glorioso Odisseo, stavano nella piazza dei Troiani, nascosti dentro il cavallo: i Troiani stessi li avevano attirati fino alla rocca. Così il cavallo era là e gli altri, seduti intorno, facevano un gran parlare confuso; c’erano tre pareri discordi: spaccare il legno concavo con bronzo spietato; issarlo su una vetta e infrangerlo contro le rocce; oppure conservarlo come un grande voto per placare gli Dei. E proprio così doveva andare a finire, perché era destino che la città perisse quando avesse accolto il grande cavallo di legno, dove si trovavano tutti i migliori degli Argivi, portando strage e rovina ai Troiani.

Poi cantava come abbatterono la rocca i figli dei Danai, scesi dal cavallo, lasciando il concavo agguato; cantava come devastarono la città per vari percorsi, come Odisseo pari ad Ares giunse davanti alla casa di Deifobo, assieme al divino Menelao; e narrava che, ingaggiando un’aspra lotta, aveva vinto ancora una volta, protetto dall’intrepida Atena. Queste cose cantava l’aedo glorioso: Odisseo si commuoveva e le lacrime bagnavano le guance sotto le ciglia. Come una donna, gettandosi sul corpo, piange lo sposo che cadde davanti alla città e ai suoi guerrieri per difendere i figli e la rocca dal giorno fatale; lei, che lo ha visto annaspare e morire, gli si abbandona sopra e leva un acuto lamento ma i nemici, colpendola dietro la schiena e sulle spalle con le lance, la portano via come schiava, verso il pianto e la miseria (le sue guance si scavano in pianto angoscioso): così Odisseo sotto le ciglia versava le sue lacrime. Tutti gli altri non si accorsero che lui versava lacrime, ma Alcinoo se ne accorse e capì, perché sedeva accanto a lui e aveva sentito il suo pianto profondo. Subito disse ai Feaci, navigatori gloriosi: “Ascoltatemi, condottieri e consiglieri dei Feaci, Demodoco lasci ora la sua cetra armoniosa, perché non è gradito a tutti questo suo canto. Da quando siamo a cena e si è alzato il divino aedo, l’ospite non ha mai smesso il suo triste pianto: certo una gran pena gli opprime il cuore. Dunque, si fermi l’aedo perché tutti possano essere lieti: l’ospite e noi che lo ospitiamo. È questa la cosa migliore. L’ospite merita rispetto ed è per lui che si fa tutto questo: come l’aiuto per il viaggio e i doni che offriamo in segno di amicizia; lo straniero e il supplice sono come dei fratelli per ogni uomo che abbia un minimo di cuore. Ma tu, ospite, non tenermi nascosto con pensieri segreti quello che ti chiedo: è meglio parlare. Dimmi il nome che ti davano tuo padre e tua madre, i tuoi concittadini e i tuoi vicini; perché nessun uomo rimane senza un nome, dopo che è venuto al mondo, sia egli ricco o povero: i genitori che danno la vita danno un nome a tutti i figli.

E dimmi quali sono il tuo popolo, la tua terra, la tua città, perché possano accompagnarti le nostre navi, guidate dalla loro mente. I Feaci non hanno nocchieri né timoni, come hanno invece le altre: esse conoscono i pensieri e le intenzioni degli uomini, conoscono le città e i ricchi campi di tutta la terra, attraversano rapide gli abissi del mare, nascoste da nuvole e nebbia; non hanno mai paura di essere danneggiate o distrutte. Ma una volta io ho sentito dire da mio padre Nausitoo che Poseidone si sarebbe adirato con noi perché trasportiamo tutti senza rischi: disse che un giorno una robusta nave dei Feaci, di ritorno da una scorta nel mare tenebroso, sarebbe stata distrutta da un nume e che un gran monte avrebbe seppellito la nostra città. Così diceva il vecchio; ma queste cose un Dio le compirà oppure le lascerà incompiute, secondo il suo volere. E ora parlami sinceramente e dimmi anche questo: dove sei andato errando, in quali paesi sei stato e di quali genti? Dimmi delle loro ricche città; dimmi se erano violenti, selvaggi e ingiusti oppure ospitali e timorosi degli Dei. Dimmi anche perché piangi e ti affliggi nel cuore quando senti narrare del destino dei Danai Argivi e di Ilio; fu il volere degli Dei, che hanno deciso la rovina di tanti uomini perché anche le generazioni future la potessero cantare. Forse a Ilio ti è morto qualche parente valoroso (un genero o un suocero, che sono i più stretti congiunti dopo le persone del proprio sangue e della propria stirpe)? O forse un compagno valoroso e caro? Perché non conta meno di un fratello uno che ti sia compagno e sappia darti saggi consigli”.

Analisi

Il libro ottavo dell'Odissea tratta le vicende di Odisseo presso la corte die Feaci. Egli, infatti, accompagnato a corte da Nausicaa, figlia del re Alcinoo e della regina Ariete, abbraccia le ginocchia della regina e chiede aiuto a tornare in patria. Il re di Itaca viene accolto con banchetti, danze e gare. Al banchetto serale l'aedo Demodoco canta i fatti della guerra di troia in così veritiero che Odisseo si commuove. Demodoco (dal greco "accolto dal popolo") era un aedo cieco che cantava presso la corte dei Feaci. Questo personaggio può essere interpretato come un autoritratto di Omero, anch'egli un cantore cieco. Demodoco è un eccellente aedo: il suo repertorio è vasto, infatti, all'inizio canta di un litigio fra Achille e Odisseo, canto apprezzato perché nuovo. Poi passa al registro comico, narrando della relazione tra Ares e Afrodite e la vendetta di Efesto, e divertendo molto i convitati. Odisseo in seguito chiede all'aedo di cantare del cavallo di legno e così Demodoco fece: questo racconto sarà punto di riferimento per gli scrittori che creeranno la loro versione della rovina di Troia. Odisseo iniziò a piangere , triste de addolorato, rimpiangendo i giorni felici e gloriosi. Alcinoo se ne accorge e interrompe l'aedo. Chiede ad Odisseo la sua identità e dove fosse diretto. Gli spiega che le navi dei Feaci no hanno un pilota ma viaggiano da sole senza mai perdere la rotta. Inoltre gli dice che secondo una profezia una nave di scorta sarebbe stata distrutta da Poseidone e avrebbe avvolto la città con un monte. Nonostante ciò gli promise di portarlo nella sua città. La gentilezza dei Feaci è ammirabile, ma proprio per questo il popolo dell'isola di Scheria vive ai confini del mondo ed appartiene ad un mondo fiabesco. In fine gli chiede il motivo del pianto