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il sistema periodico di primo levi

DESANTIS MARTINA

Created on September 8, 2024

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IL SISTEMA PERIODICO DI PRIMO LEVI

Presentazione di Martina De Santis

.. MA CHI E' PRIMO LEVI?

INFO

INFO

Inizia così la sua carriera di chimico, che lo porta a trasferirsi a Milano, fino all’occupazione tedesca. Viene catturato il 13 dicembre del 1943, poi trasferito al campo di raccolta di Fossoli, a Modena, un campo di transito per la deporta campi di concentramento. Nel giro di poco tempo il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che deportano tutti i prigionieri in Polonia, nel lager di Auschwitz/Birkenau.

Primo Levi é nato a Torino il 31 luglio del 1919 da genitori di religione ebraica. Si é diplomato nel 1937 al Liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica. riesce a laurearsi nel 1941, a pieni voti e con la lode, ma sul diploma di laurea vi è scritto la “precisazione” di razza ebraica.

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INFO

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Il 22 febbraio del 1944 è la data che segnerà il confine tra il “prima” e il “dopo” nella vita di Primo Levi: “Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi”. Ad Auschwitz, di fretta, viene effettuata la selezione: “In meno di 10 minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in campo. Quello che accade degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potremmo stabilire allora né dopo: la notte l’inghiottì, puramente e semplicemente”. Primo Levi, essendo un chimico e conoscendo il tedesco, viene destinato a Monowitz, uno dei campi di Auschwitz/Birkenau, dove i prigionieri lavorano in una fabbrica di gomma (Buna). Si ritrovano in pochissimo tempo cambiati e costretti a indossare la divisa a righe del campo. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto e tatuato sul braccio: Levi è l’häftling (prigioniero) 174517.

INFO

INFO

Primo Levi é tra i pochissimi a sopravvivere e far ritorno a casa sua, a Torino, dopo tanto tempo. Essendo stato testimone di tante atrocità, sente il dovere di raccontare: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore. Scrive numerosi testi: Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati e Il sistema periodico.

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INDICE

1.

L' ANALISI DEL LIBRO

2.

LE PROPRIETA' CHIMICHE

3.

L'ESPERIENZA DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

4.

LE LEGGI RAZIALI

5.

IL RAPPORTO CON LA CHIMICA

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1.

L'ANALISI DEL LIBRO

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LE CARATTERISTICHE PRINCIPALI

"Il sistema periodico" è una raccolta di ventuno capitoli pubblicata da Primo Levi nel 1975. Il periodo storico dove sono ambientati tutti i capitoli è il Novecento Italiano.

Ciascun capitolo è intitolato con il nome di uno degli elementi situati nella tavola periodica degli elementi di Mendeveel (di qui proviene infatti il

titolo del volume), che serve da chiave di lettura per gli eventi narrati. Di volta in volta, l'elemento che dà il titolo alla storia ne è anche il materiale protagonista. Soltalto nel racconto che apre il libro, "Argon", la presenza dell'elemento non è concreta ma simbolica: Levi racconta la storia dei suoi antenati, una bizzarra tribù di ebrei piemontesi. In greco antico Argon significa "Inoperoso", caratteristica impeccabile di queste persone.

L'autore intreccia, saltando da capitolo a capitolo, tre macrostorie: la storia sua personale, dall'adolescenza fino all'età adulta; la storia della sua genrezione calpestata dal fascimo, dalle leggi raziali, dall guerra mondiale e dalla deportazione nei lager; e infine, la terza macrostoria, è quella dei chimici "appiedati", che lottano per scoprire i segreti della materia.

I temi presenti sono numerosi: parla della tragica reclusione ad Auschwitz e dell'esperienza della guerra. Ma non solo, comprendono anche pagine autobiografiche sulla vita di Levi e sulla sua professione di chimico. In particolare i capitoli "Piombo" e "Mercurio" sono due racconti di fantasia, scritti da Levi, mentre lavorava nella cava descritta nel capitolo "Nichel".

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6° capitolo

3° capitolo

5° capitolo

2° capitolo

nichel

zinco

potassio

idrogeno

7° capitolo

1° capitolo

4° capitolo

21° capitolo

piombo

argon

carbonio

ferro

20° capitolo

IL SISTEMA PERIODICO

8° capitolo

vanadio

mercurio

19° capitolo

argento

9° capitolo

12° capitolo

14° capitolo

16° capitolo

18° capitolo

fosforo

cromo

11° capitolo

titanio

uranio

azoto

10° capitolo

17° capitolo

15° capitolo

13° capitolo

cerio

oro

stagno

arsenico

zolfo

TRAMA

1° capitolo

INFO

2° capitolo

Come detto in precedenza Levi, inizia il capitolo (come anche tutto il volume), paragonando i suoi antenati all'Argon, un gas nobile perfetto e raro. Li definisce con le caratteristiche di questo elemento: nobili e sfuggenti. Utilizza esso per introdurre i costumi ebraici e la fusione con la cultura piemontese. Racconta, inoltre, la vita dei suoi antenati accennando i nomi.

INFO

L'autore decrive un'episodio di se stesso ancora liceale dove si introduce nel laboratorio del fratello di un suo amico, Enrico, per svolgere esperimenti. I due dopo varie lavorazioni con il vetro e azoto, sperimentano l'elettrolisi dell'acqua. Primo levi per dimostrare la sua ragione avvicina un fiammifero al barattolo, provocando un'esplosione che rivela la presenza dell'idrogeno.

3° capitolo

INFO

Primo Levi è all'Università. Durante una lezione del proffesor P. deve compiere un'esperimento: preparare il solfato di zinco, compito che aspetta anche a una sua compagna, Rita.

4° capitolo

INFO

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In questo capitolo è presente Sandro Delmastro, un'uomo che sembra fatto di ferro ed è un compagno d'università di Levi. Sandro e Primo Levi creano un'amicizia solida e bellissima, dalla quale entrambi imparano l'uno dagli insegnamenti dell'altro. Sandro ama la montagna e trasmette questa sua passione a Levi. Sandro nel 1944 fu catturato e ucciso da un carnefice-bambino, un quindicenne arruolato nella Repubblica di Salò.

5° capitolo

INFO

Ogni richiesta di lavoro o assistenza che Levi prova a cogliere, viene rifiutata a causa delle leggi raziali che stavano ormai sorgendo in quel periodo. Riesce a trovare lavoro come chimico per l'"assistente", il direttore di un corso di fisica a cui Levi partecipa. Si dedica alla purificazione del benzene, procedendo prima con il sodio e poi con il potassio (sostanza infiammabile).

INFO

INFO

INFO

8° capitolo
6° capitolo
7° capitolo

Primo Levi grazie ad un Tenente del Regio Esercito riesce a trovare lavoro presso una cava d'amianto. Il suo compito era estrarre quanto più nichel possibile. Levi era entrato nella miniera senza una identità, perchè nessuno avrebbe dovuto sapere il suo nome e cognome visto che il luogo era sotto il controllo delle autorità militari. Egli inizia a raccontare storie delle persone che abitavano intorno alla miniera (esempio: il signor Pistamiglio o la signora Bortolasso).

Uno dei due racconti di fantasia scritti da Levi: un cacciatore di piombo, Rodmund, decide di investire il suo denaro ricavo dalla vendita di un giacimento per viaggiare verso sud alla ricerca di pietre. Dopo aver visitato vari paesi, scopre dell'esistenza dell'isola di Icnusa. In questa isola circola la voce che è abitata da dei strani mostri e c'è una quantità enorme di metalli. Arrivato all'isola scopre che è davvero ricca di metalli e fortunamente trova una cava di piombo e fonda un villaggio.

Il secondo racconto di fantasia di Levi: il caporale Abrahams, sua moglie Maggie e una guarnigione vengono inviati sull'isola "Desolazione" per osservare che Napoleone non fugga da Sant'Elena e decidono di rimanere sull'isola. Arrivano due olandesi, Willem e Hendrik e due naufraghi italiani, Gaetano di Amalfi e Andrea di Noli. Il vulcano, presente sull'isola, erutta e i cinque uomini scoprono tanto mercurio. Riescono a distillando, barattando così 4 donne per i quattro arrivati. Arrivate le donne, si formano coppie diverse dalle prospettive.

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9° capitolo

INFO

10° capitolo

INFO

Levi si licenzia dalle cave e un Dottor Martini gli offre un lavoro presso una fabbrica fermaceutica per trovare la cura contro il diabete. Nonostante Levi non sia d'accordo (seguendo le affermazione del Dottore Kerrn), il Dottore gli ordina di utilizzare come prova l'acido fosforico. Levi incontra una sua vecchia compagna di università, Giulia. Se ne innamora ma solo poco dopo averla aiutata a sistemare le cose con il suo ragazzo, si accorge di non aver il coraggio di dirgli cosa prova

Primo Levi vive a Milano con alcuni suoi amici torinesi (Lina, Euge, Silvio, Vanda, Ettore ed Ada). Vivono lontani dai pericoli della guerra che li circonda scivendo poesie, ma vengono traditi e qualcuno avvisa alla repubblica dove erano sistemati. Tre di loro vengono catturati e imprigionati. Qui incontra un cacciattore d'oro, che afferma di svolgere il contrabbando.

INFO

INFO

12° capitolo
11° capitolo

Levi si trova ad Auschwitz e lavora come chimiconella fabbrica di gomma, Buna. Racconta come per sopravvivere cerca di rubare qualsiasi cosa all'interno del lavoratorio e, con l'aiuto di Alberto, riescono a creare delle barrette di cerio (trovando dentro a un barattolo senza etichetta dei cilindretti di cerio) che funzionano come una sorta di accendini. Successivamente, Alberto muore durante la marcia per il ritorno.

Pranza con alcuni amici e tutti quanti iniziano a raccontare delle storie. Tra questi, Bruni racconta di aver trovato, in una fabbrica di vernici, un eccesso di cromo tra gli ingredienti (il che rendeva la vernice solida). Primo Levi afferma di averlo inserito lui stesso quando lavorava presso la fabbrica Duco e gli chiesero di recuperare le vernici andate a male. Per risolvere il problema Levi utilizzo un mulino e inserendo dentro i barattoli del cloruro d'ammonio.

INFO

15° capitolo

Primo Levi insieme a Emilio, suo compagno di lavoro, ricevono clienti che chiedono di analizzare diverse sostanze, in quanto sono dei chimici. Si presenta un ciabattino (calzolaio) che dubbioso chiede a Levi se dentro il suo zucchero c'erano delle "porcherie". Anallizzando lo zucchero, scopre che contiene dentro arsenico. I dubbi del ciabattino sono stati confermati, dicendo che c'è un giovane che vorrebbe eliminarlo.

NEXT

INFO

INFO

13° capitolo
14° capitolo

Questo capitolo parla di Lanza, un'uomo che lavora in fabbrica. Il suo compito è svuotare lo zolfo quano la caldaia, contentente questo materiale, arriva alla temperatura di 200° C. Una notte, distraendosi, rischia di far esplodere la caldaia. Ma riesce ad aprire la valvola della ventola, mettendola in moto e fermando la pompa, vedendo subito la lancetta riscendere fino a zero.

Il capitolo è dedicato a Felice Fantino. La storia racconta di uan bambina, Maria, che osserva quest'uomo dipingere alcuni mobili di casa sua di colore bianco. Scoprendo che si tratta di titanio, la bambina lo vorrebbe toccare, ma l'uomo glielo impedisce tracciando intorno a lei un cerchio intorno a lei, dicendole di non uscire finche egli non gli da il permesso.

INFO

Un altro cliente chiede a Levi di eseminargli un oggetto e scoprire che cosa c'è di strano al suo interno: questa volta è il proprietario di una fabbrica di cosmetici. Un rossetto che poco dopo tempo che viene utilizato si scioglie e questo rischia di far fallire l'azienda. Il problema è la solubilità del pigmento che viene utlizzato che dovrebbe venir sostituito con l'allossana (contenente azoto). Per procurarsela Levi deve cercare tra gli escrementi di galline e rettili. Visto che l'impresa diventa impossibile, Primo Levi abbandona.

16° capitolo

INFO

Primo Levi ed Emilio continuano a lavorare nel loro laboratorio di chimica costruito nella stanza da letto nella caa dei genitori di Emilio. Fondono lo stagno, cercano di nuove esperimenti, ma i guadagni non procedono bene. Decidono, infine, di smontare il laboratorio e di cambiare lavoro.

17° capitolo

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INFO

Levi lavora presso il Servizio di Assistenza Clienti (SAC) ed incontra Bonino per vendere i suoi prodotti. Il colloquio diventa un'occasione per Bonino per raccontare la sua storia: fuggito dalla caserma, incontra i tedeschi che gli chiesero delle indicazioni per arrivare in Svizzera e per la sua disponibilità gli regalarono un pezzo di uranio come ringraziamento. Primo Levi analizza il metallo e scopre che si tratta di cadmio.

18° capitolo

Primo Levi riceve una lettera non firmata che lo invita a una cena per il venticinquesimo anno di laura. Egli ipotizza che arrivi da Cerrato, un vecchio collega. Alla cena, Levi comunica al suo amico di voler scrivere un libro sul suo lavoro e di aver bisogno di storie. Cerrato quindi gli racconta una storia: lavorava al controllo del reparto dove si facevano le carte per le radiografie e su molti prodotti sono state trovate delle macchie a forma di faglio, segno di impurità, a causa del lavaggio delle tute che avveniva con l'acqua del fiume, contaminata da bromuro d'argento.

19° capitolo

INFO

Primo Levi lavora in una fabbrica di vernici. Alcune di esse non asciugano, così contatta l'industria tedesca da cui proviene la resina difettosa. Entra in contatto con il dottor Muller, nome per lui familiare perchè pensa sia lo stesso dottore conosciuto ad Auschwitz. Egli gli consiglia di aggiungere del vanadio per sistemare la situazione e iniziano a scambiare lettere per poi alla fine incontrarsi. Questo incontro però non avviene a causa della morte prematurare del dottore.

20° capitolo

INFO

INFO

Una storia inventata da Levi su un atomo di carbonio. Egli ci dice che è un elemento troppo generico ed è difficile ricavarne un episodio visto che qualsiasi storia si inventi sul carbonio è veritiera. Con questo libro Levi vuole raccontare una stroia di un mestiere e delle sue sconfitte e vittorie, non un'autobografia o un tarttato di chimica.

21° capitolo

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LEGAME TRA CHIMICA E LETTERATURA

Uno degli aspetti che Primo Levi adorava della chimica era il rassicurante rigore applicato allo studio della natura e la ricchezza degli strumenti necessari per spiegare il mondo e la vita.

Per lui essere chimico, significava anche utilizzare le risorse che la chimica metteva a disposizione per riodinare i propri ricordi e scriverne, per raccontare la propria esperienza e la realtà del uomo. Primo Levi però non fece mai una distinzione netta tra la sua attività di chimico e di scrittore in quanto tenne a sottolineare costantemente come la sua formazione chimica, decisa in gioventù, gli offrisse idee e mezzi eccellenti utili per la propria scrittura.

Levi svolse in parallelo le professioni di chimico e di scrittore. Inizialmente fu spinto dal bisogno di raccontare quanto è successo ad Auschwitz e successivamente per il gusto letterario.

CITAZIONI

"Tuttavia, per quanto mi riguarda, sono ben consapevole che dopo il Lager il lavoro, anzi, i miei due lavori: la chimica e lo scrivere hanno avuto, e tutt'ora hanno, u'importanza fondamentale nella mia vita".

"Non avevamo dubbi: saremmo stati chimici, ma le nostre aspettazioni e speranze erano diverse. Enrico chiedeva alla chimica, ragionevolmente, gli strumenti per il guadagno e per una vita sicura. Io chiedevo tutt'altro: per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future..".

INFO

Frase citata da Primo Levi in una intervista del 1986 ad uno scrittore americano, Philip Roth, dove accumunava queste due professioni e trovava tra loro molte analogie.

Frase scritta sul suo libro "Il sistema periodico", nel capitolo "Idrogeno".

"La chimica è l'arte di separare, pesare e distinguere: sono tre esercizi utili anche a chi si accinge a descrivere fatti o a dare corpo alla propria fantasia. C’è poi un patrimonio immenso di metafore che lo scrittore può ricavare dalla chimica di oggi e di ieri, e che chi non abbia frequentato il laboratorio e la fabbrica conosce solo approssimativamente.”

Frase scritta in un suo libro intitolato "L'altrui mestiere".

INDIC

prima parte: 00:00 - 03:02

seconda parte: 06:30 - 07:39

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2.

LE PROPRIETA' CHIMICHE

Primo Levi ha realizzato, nel suo libro "Il sistema periodico", delle correlazioni metaforiche tra le proprietà chimiche che possiedono i vari elementi della tavola periodica, citati nell'intero volume.

INDIC

La prima correlazione metaforica presente nel testo è tra le proprietà chimiche dell'idrogeno e dei gas nobili.

1.

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2.

La seconda correlazione metaforica che Levi fa è tra le proprietà chimiche del ferro e del carbonio.

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LA CORRELAZIONE CHIMICA TRA L'IDROGENO E I GAS NOBILI

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CITAZIONE

L’elemento dell’idrogeno viene raffigurato come simbolo di leggerezza e universalità, oltre che uno degli elementi più semplici. Nel capitolo stesso, l’autore riflette sulla giovinezza, sui primi lavori e sulle esperienze di vita vivendole con molto entusiasmo. L’idrogeno, essendo l’elemento da cui tutto ha origine, diventa metafora del principio di vita.

“Era proprio l’idrogeno, dunque: lo stesso che brucia nel sole nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli universi”.

I gas nobili sono elementi molto stabili e caratterizzati dalla resistenza alla reazione con altri elementi. In particolare Levi ce lo spiega nel capitolo dell’”Argon”:

“Ci sono, nell’aria che respiriamo, i cosiddetti gas inerti. Portano curiosi nomi greci di derivazione dotta, che significano “il nuovo”, “il nascosto”, “l’inoperoso” e “lo straniero”. Sono, appunto, talmente inerti, talmente paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun altro elemento, e proprio per questo motivo sono passati inosservati per secoli..”.

Sempre in questo racconto, Levi paragona questi elementi con i propri antenati e con la cultura piemontese. Infatti dice:

“Il poco che so dei miei antenati li avvicina a questi gas.. ma inerti erano senza dubbio nel loro intimo, portati alla speculazione disinteressata, al discorso arguto, alla discussione elegante, sofistica e gratuita. Non deve essere un caso se le vicende che loro vengono attribuite, per quanto assai varie, hanno un qualcosa di statico, un atteggiamento di dignitosa astensione, di volontaria relegazione al margine del gran fiume della vita”.

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LA CORRELAZIONE CHIMICA TRA IL FERRO E IL CARBONIO

Il Ferro viene identificato come simbolo di forza, essendo che è un elemento che possiede una particolare resistenza e durezza. Viene introdotto per rappresentare la perseveranza necessaria nelle situazioni difficili che si presentano nella vita dell’autore (per esempio quella nel trovare un lavoro per un ebreo nella Germania nazista). Un altro caso è la situazione di Sandro Delmastro, come scrive Levi:

“Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una particella antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai e fabbri delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla sforgia e carbone, cerchiavano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi: e lui stesso, quando ravvisava nella roccia la vena rossa del ferro, gli pareva di ritrovare un amico”.

Nel capitolo del “Carbonio” Levi narra come questo elemento rappresenti la trasformazione, la capacità di adattarsi e i continui cambiamenti che avvengono nella vita, essendo che forma legami con molti altri elementi oltre che sé stesso. Il carbonio è fondamentale per essa, trovandosi per esempio nell’anidride carbonica.

“L’anidride carbonica, e cioè la forma aerea del carbonio”.

“È entrato a far parte di una molecola di glucosio”.

“In un istante, come un insetto preda del ragno, viene separato dal suo ossigeno, combinato con idrogeno e (si crede) fosforo, ed infine inserito in una catena, lunga o breve non importa, ma é la catena della vita”.

“Al carbonio, elemento della vita, era rivolto il mio primo sogno letterario, insistentemente sognato in un’ora e in un luogo nei quali la mia vita non valeva molto: ecco, volevo raccontare la storia di un atomo di carbonio”.

“Perciò il carbonio é l’elemento chiave della stostanza vivente”.

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3.

L'ESPERIENZA DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO

Nel dicembre del 1943 Primo Levi fu catturato dalle truppe tedesche perché era un partigiano. Solo dopo aver camminato a lungo per essere portato al campo di raccolta a Fossoli, a Modena, venne portato ad Auschwitz. Il 22 febbraio 1944 è una data fondamentale nella vita di Primo Levi, perché iniziò la sua vita come deportato: “Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi”. Ad Auschwitz, di fretta, viene effettuata la selezione: “In meno di 10 minuti tutti noi uomini validi fummo radunati in campo. Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potremmo stabilire allora né dopo: la notte l’inghiottì, puramente e semplicemente”. Restò imprigionato nel lager di Monowitz per quasi un anno, serviva in quel luogo in particolare perché era un chimico e conosceva il tedesco. Questo lager fu uno dei campi di Auschwitz/Birkenau, dove i prigionieri lavoravano in una fabbrica di gomma (Buna).

L’entrata nei campi di concentramento viene descritta da Primo Levi come l’inizio della discesa agli Inferi. All’entrata del lager si trova la scritta “Il lavoro rende liberi”, e già si poteva intuire che cosa lo aspettava. Levi afferma che le torture a cui doveva sottostare erano continue, fisiche e mentali. Una volta che gli “Haftling”, cioè i prigionieri, si trovavano all’interno del lager perdevano la loro identità e sul loro braccio sinistro veniva tatuato un numero, che successivamente sarebbe diventato il loro nome. Il nome di Levi era: Haftling (prigioniero) 174517, ancora presente sul suo braccio. In un'intervista Levi dice: “A distanza di 40 anni, il mio tatuaggio è diventato parte del mio corpo. Non me ne glorio né me ne vergogno, non lo esibisco e non lo nascondo. Lo mostro malvolentieri a chi ne fa richiesta per pura curiosità; prontamente e con ira a chi si dichiara incredulo. Spesso i giovani mi chiedono perché non me lo faccio cancellare. E questo mi stupisce: perché dovrei? Non siamo molti nel mondo a portare questa testimonianza”.

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CITAZIONI RIGUARDANTE AUSCHWIZT TROVATE SUL LIBRO

Nel capitolo "Oro"

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“Ci picchiarono un poco, ci ammonirono di ”non fare atti inconsulti”, ci promisero di interrogarci poi in un certo loro modo convincente e di fucilarci subito dopo, si disposero in gran pompa intorno a noi, e ci mettemmo in cammino verso il valico”.

“Ci mise nelle cantine della caserma, uno per cella, con branda e bugliolo, rancio alle undici, l’ora d’aria e il divieto di comunicare fra noi”

“Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi”.

“Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù”.

“Erano temibili gli interrogatori di Cagni. Cagni era la soia che ci aveva fatti catturare: spia integrale, per ogni grammo della sua carne, spia per natura e per tendenza più che per convinzione fascista o per interesse”.

“Minacciava continuamente la tortura e la fucilazione, ma per mia fortuna io non sapevo quasi nulla, ed i pochi nomi che conoscevo li tenni per me”.

“Nella mia cella c’era una sola lampadina fioca, che rimaneva accesa anche di notte; bastava appena per leggere, ma ugualmente leggevo molto, perche pensavo che il tempo che mi rimaneca era poco”.

“Nella mia cella c’era anche un topo.. Mi sentivo più topo di lui: pensavo alle strade nei boschi, alla neve fuori, alle montagne indifferenti, alle cento cose splendide che se fossi tornato libero avrei potuto fare, e la gola mi si chiudeva come per un nodo”.

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“Noi non eravamo normali perche avevamo fame. La nostra fame di allora non aveva nulla in comune con la ben nota sensazione di chi ha saltato un pasto ed é sicuro che non gli mancherà il pasto successivo: era un bisogno, una mancanza, uno yearning, che ci accompagnava ormai da un anno, aveva messo in noi radici profonde e permanenti, abitava in tutte le nostre cellule e condizionava il nostro comportamento. Mangiare, procurarci da mangiare, era lo stimolo numero uno, dietro a cui, a molta distanza, seguivano tutti gli altri problemi di sopravvivenza, ed ancora più lontani i ricordi della casa e la stessa paura della morte.”

Nel capitolo "Cerio"

“Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, é stato raccontato altrove. A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517. Dovevo aver superato la crisi più dura, quella dell’inserimento nell’ordine del lager, e dovevo aver sviluppato una strana callosità, se allora riuscivo non solo a sopravvivere, ma anche a pensare, a registrare il mondo intorno a me, e perfino a svolgere in lavoro abbastanza delicato, in un ambiente infettato dalla presenza quotidiana della morte, ed insieme reso frenetico dall’avvicinarsi dei russi liberatori, giunti ormai ad ottanta chilometri da noi. La disperazione e la speranza si alternavano con un ritmo che avrebbe stroncato in un’ora qualsiasi individuo normale”.

“Ero chimico.. e rubavo per mangiare”.

“Verso le dieci di mattina proruppero le sirene del Fliegeralarm, dell’allarme aereo. Non era una novità ma ogni volta che questo avveniva ci sentivamo, noi e tutti, percossi di angoscia fino alle midolla. Non sembrava un suono terreno, non era una sirena come quelle delle fabbriche, era un suono di enorme volume che, simultaneamente in tutta la zona e ritmicamente, saliva fino ad un acuto spasmodico e ridiscendeva ad un brontolio di tuono. Non doveva essere stato un ritrovato casuale, perche nulla in Germania era casuale, e del resto era troppo conforme allo scopo ed allo sfondo: ho spesso pensato che fosse stato elaborato da un musico malefico, che vi aveva racchiuso furore e pianto, l’urlo del lupo alla luna e il respiro del tifone: cosi doveva suonare il corno di Astolfo. Provocava il panico, non solo perché preannunciava le bombe, ma anche per il suo intrinseco orrore, quasi il lamento di una bestia ferita grande fino all’orizzonte. I tedeschi avevano più paura di noi davanti agli attacchi aerei: noi, irrazionalmente, non li temevamo, perche li sapevamo diretti non contro di noi, ma contro i nostri nemici.. Il cielo era gia pieno del ronzio dei bombardieri, e ne scendevano, ondeggiando mollemente, volantini gialli che recavano atroci parole di irrisione: Niente lardo nella pancia, Alle otto vai a letto; Appena il culo é caldo, Allarme aereo! A noi non era consentito l’accesso ai rifugi antiaerei: ci raccoglievano nelle vaste aree non ancora fabbricate, nei dintorni del cantiere. Mentre le bimbe cominciavano a cadere, sdraiato sul fango congelato e sull’erba grama tastavo i cilindretti nella tasca, e meditavo sulla stranezza del mio destino, dei nostri destini di foglie sul ramo, e dei destini umani in generale”.

“Avevo rubato qualche centinaio di grammi di acidi grassi, faticosamente ottenuti per ossidazione della paraffina da qualche mio collega dall’altra parte della barricata: ne avevo mangiato una metà, e saziavano veramente la fame, ma avevano un sapore così sgradevole che rinunciai a vendere il resto. Avevo provato a fare delle frittelle con cotone idrofilo, che tenevo premuto contro la piastra di un fornello elettrico; avevano un vago sapore di zucchero bruciato, ma si presentavano cosi male che non le giudicai commerciabili.. Mi sforzai anche di ingerire e digerire la glicerina, fondandomi sul semplicistico ragionamento che, essendo questa un prodotto della scissione dei grassi, deve pure in qualche modo essere metabolizzata e fornire calorie: e forse forniva, ma a spese di sgradevoli effetti secondari".

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4.

LE LEGGI RAZIALI

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Gli ebrei sono ormai sottomessi: vengono costretti a registrarsi in elenchi speciali, non possono più far parte del servizio militare, non possono sposarsi con cittadini di razza ariana, non sono tutori di minori non ebrei, non possono possedere domestici di razza ariana. Inoltre tolgono i beni materiali alle famiglie più benestanti ebree e non possono essere più dipendenti dello Stato.

A partire dal 1938 il regime Italiano estende e rafforza la propria politica razziale. Benito Mussolini capisce di avere il potere di far nascere all’Italia un odio verso il nuovo nemico: l’ebreo. Il 5 settembre del 1938 il Regio decreto legge numero 1390 esclude i bambini e i docenti ebrei dalle scuole. Successivamente, dopo aver preso presti provvedimenti, il 17 settembre 1938 vengono sancite nel Regio decreto legge numero 1728 le leggi razziali in Italia.

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Levi in alcuni capitoli del suo libro ci espone come queste leggi abbiano inciso sulla sua vita.

Per esempio nel capitolo del “Ferro”, Primo Levi cita Sandro Delmastro, un ragazzo che successivamente diventerà amico di Levi, viene emarginato per la sua condizione sociale ed economica

“In mezzo a noi, Sandro era un isolato. Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei giorni più freddi portava mai il cappotto. Veniva a lezione con logori calzoni di velluto alla zuava, calzettoni di lana grigia, e talvolta una mantellina nera che mi faceva pensare a Renato Fucini. Aveva grandi mani callose, un profilo suto e scabro, il viso cotto dal sole, la fronte bassa sotto la linea dei capelli, che portava cortissimi e tagliati a spazzola: camminava col passo lungo e lento del contadino”.

Entrate in vigore le leggi razziali, Primo Levi afferma: “ da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali, e stavo diventando un’isolato anche io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra loro né fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi, e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo: ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo, ma percettibile, di diffidenze di sospetto. Che pensi tu di me? Che cosa sono io per te? Lo stesso di sei mesi addietro, un tuo pari che non va a messa, o il giudeo che “ di voi tra voi non rida”?”.

Un altro esempio che Levi ci mette a disposizione è nel capitolo del “Nichel”. Primo Levi dopo aver preso la sua laurea riesce a trovare lavoro presso una miniera, ma avrebbe dovuto nascondere la sua identità. “ in primo luogo, a mia protezione, nessuno avrebbe dovuto conoscere il mio nome nella mia origine abominevole, perché il qualche luogo era sotto il controllo dell’autorità militare”.

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5.

IL RAPPORTO CON LA CHIMICA

Ne "Il sistema periodico", Primo Levi mette in luce il suo rapporto con la chimica aiutandosi con i vari capitoli presenti in questo testo. Cosi facendo intreccia la sua vita con la sua professione creando delle lezioni di vita.

Il primo capitolo in cui l'autore evidenzia questo rapporto, è l'"Idrogeno". Nel capitolo, appunto, dell’Idrogeno Primo Levi racconta del suo primo esperimento (insieme ad Enrico nel laboratorio di suo fratello) avvenuto in età adolescenziale: l’elettrolisi dell’acqua. E' una sorta di inizio della sua carriera da chimico e ci mostra come la chimica ha sempre fatto parte della sua vita sia come fonte di curiosità sia di studio.

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“Mi guardai intorno, e vidi in un angoli una comune pila a secco. Ecco quanto avremmo fatto: l’elettrolisi dell’acqua.. Presi acqua in un becher, vi sciolsi un pizzico di sale, capovolsi nel becher due barattoli da marmellata vuoti, trovai due fili di rame ricoperti di gomma, li legai ai poli della pila, e introdussi le estremità nei barattoli. Dai capi saliva una minuscola processione di bollicine: guardando bene, anzi, di vedeva che dal catodo si liberava su per giù il doppio di gas che dall’anodo. Scrissi alla lavagna l’equazione ben nota, e spiegai ad Enrico che stava proprio succedendo quello che stava scritto lì.. Ci lavammo le mani e ce ne andammo a casa, lasciando che l’elettrolisi continuasse per proprio conto. Il giorno dopo.. il barattolo del catodo era quasi pieno di gas, quello dell’anodo era pieno per metà.. sollevai con cura il barattolo del catodo, e tenendolo con la bocca in giù accesi un fiammifero e lo avvicinai. Ci fu un'esplosione, piccola ma secca e rabbiosa.. Ce ne andammo e a me tremavano un po’ le gambe; provavo paura retrospettiva, e insieme una certa sciocca fierezza, per aver confermato un’ipotesi, e per aver scatenato una forza della natura”.

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Nel capitolo dello “Zinco” invece Primo Levi si trova all'università alle lezioni di chimica generale ed inorganica del professor P. L'esperimento che andrà a svolgere è quello sul solfato di zinco. Levi però a fine capitolo ci narra che l'esperimento fallì.

“A me, il primo giorno, toccò in sorte la preparazione del solfato di zinco: non doveva essere troppo difficile, si trattava di fare un’elementare calcolo stechiometrico, e di attaccare lo zinco in granuli con acido solforico previamente diluito; concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e cristallizzare.. Caselli mi consegnò il mio zinco, tornai al banco e mi accinse al lavoro: mi sentivo curioso, ”genato” e vagamente scioccato.. il momento, desiderato e un po’ tenuto, era giunto. Era scoccata l’ora dell’appuntamento con la Materia, la grande antagonista dello Spirito: la Hyle, che curiosamente si ritrova imbalsamata nelle desinenze dei radicali alchilici: metile, butile eccetera. L’altra materia prima, il partner dello zinco, e cioè l’acido solforico, non occorreva farselo dare da Caselli: ce n’era in abbondanza in tutti gli angoli. Concentrato, naturalmente: e devi diluirlo con acqua; ma attenzione, c’è scritto in tutti i trattati, bisogna operare alla rovescia, e cioè versare l’acido nell’acqua e non viceversa, altrimenti quell’olio dall’aspetto così innocuo va soggetto a accogliere furibonde.. poi si mette lo zinco nell’acido diluito. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine di idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.. Così il mio solfato di zinco finì malamente di concentrarsi, e si ridusse ad una polverina bianca esalò in nuvole soffocanti tutto o quasi il suo acido solforico”.

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“erano gelatinosi e mollicci, avevano una sgradevole consistenza di visceri macellati. Dissi al direttore che, a parte il colore, mi sembravano dei fegati, e lui mi lodò: proprio cosí stava scritto nei manuali di verniciologia! Mi spiegò che il fenomeno che li aveva prodotti si chiamava in inglesr proprio così, “liverning”, e cioè “infegatamento”, ed in italiano impolmonimento; in certe condizioni, certe vernici da liquide diventano solide, con la consistenza appunto del fegato o del polmone, e sono da buttar via.. quella vernice era stata prodotta durante la guerra e subito dopo; conteneva un cromato basico ed una resina alchidica. Forse il cromato era troppo basico o la resina troppo acida: sono appunto queste le condizioni in cui può avvenire un impolmonimento.. ci pensai su, facessi prove ed esami, e gli sapessi dire con precisione perché era successo il guaio, cosa fare perché non si ripetesse, e se era possibile recuperare il prodotto avariato”.

Infine, l'utimo capitolo in cui si può trovare il rapporto con la chimica è nel racconto del "Cromo". Infatti in questo capitolo Levi lavora in una fabbrica dove producono vernici. Quelle che sono state create durante il periodo della guerra e nel dopoguerra erano difettose. Si era creato il fenomeno dell'impolmonimento: alcune vernici da liquide diventano solide, proprio come se avessero la consistenza di un polmone o di un fegato.

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Diedero a Levi il compito di risolvere l'infegatamento delle vernici e lui si misi subito all'opera riuscendo a trovare il problema.

“Guardai il rovescio della scheda: portava la data dell’ultima revisione, 4 gennaio 1944; l’atto di nascita del primo lotto in polmonite era del 22 febbraio successivo. A questo punto si cominciava a vedere la luce. In un archivio polveroso trova la raccolta delle PDC in disuso, ed ecco, l’edizione precedente della scheda del cromato portava l’indicazione di aggiungere aggiungere “2 o 3” gocce, e non “23”: la “o” fondamentale era mezza cancella, e nella trascrizione successiva era andata perduta. Gli eventi si concatenavano bene: la revisione della scheda aveva portato un errore di trascrizione, e l’errore aveva falsato tutte le analisi successive.. Col metodo sbagliato, si trovava costantemente il fatidico 29,5%; col metodo giusto, i risultati erano ampiamente dispersi, ed un buon quarto, essendo inferiore al minimo prescritto, corrispondeva all’ottica che avrebbero dovuto essere respinti. La diagnosi era confermata e la patogenesi scoperta: si trattava adesso di definire la terapia.. occorreva neutralizzare in qualche modo, entro il corpo malato di quella vernice, l’eccesso di basici dovuta all’ossido di piombo libero. Gli acidi si dimostrarono nocivi per altri versi: pensai al cloruro d’ammonio, capace di combinarsi stabilmente con l’ossido di piombo dando un cloruro insolubile ed inerte, e liberando ammoniaca. Le prove in piccolo diedero risultati promettenti: presto, reperire il cloruro, mettersi d’accordo col capo reparto di macinazione, infilare in un piccolo mulino a palle due dei fegati disgustosi a vedersi e a toccarsi, aggiungere una quantità pesata della presunta medicina, dare il via al mulino sotto gli sguardi scettici degli astanti.. Il lunedì seguente il mulino aveva ritrovato la sua voce: scrosciava anzi allegramente, con un tono pieno e continuo.. Lo feci fermare, lo feci togliere il boccaporto. La vernice era fluida e liscia, in tutto normale, rinata dalle sue ceneri come la fenice”.

THE END!!

DA PARTE DI MARTINA DE SANTIS