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LA FOTOGRAFIA

Francesca Sabatino

Created on August 23, 2024

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Transcript

FRANCESCA SABATINO

FOTOGRafia

dall'800 ad Oggi

INDICE

5. Il negativo e le pellicole

6. La fotografia a colori

1. Definizione e origini

2. La camera oscura

7. La fotografia digitale

3. La fotografia ed il ritratto

8. I Social Network

4. Gli obiettivi

Termine derivante dal greco antico, phôs e graphè, ossia scrittura della o con la luce. La fotografia è quella arte e/o tecnologia che, tramite lo strumento della macchina fotografica o fotocamera, permette di ottenere una registrazione definitiva di un’immagine statica su un supporto fotosensibile.

1. definizione e origini

Alla fine del Medioevo, gli alchimisti, facendo riscaldare cloruro di sodio (sale da cucina) insieme all'argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale combinandosi con l'argento, provoca la formazione di un composto, il cloruro d'argento, che è bianco nell'oscurità, ma che diventa quasi nero quando viene esposto ai raggi del Sole. L'inglese Robert Boyle (1627-1691), uno dei fondatori della Royal Society, già nel XVI secolo aveva notato che il clorato d'argento diventa scuro in certe circostanze, ma aveva creduto che a causare il mutamento di colore fosse l'aria e non la luce.

Fenomeni analoghi vennero indagati, nei primi anni del '600, dall'italiano Angelo Sala (1576-1637) il quale aveva rilevato che la polvere di nitrato d'argento viene annerita dal Sole. Non riuscì però a portare a termine alcuna applicazione pratica del fenomeno. Ed un analogo effetto fu riscontrato su altre sostanze quali il bromuro d'argento, lo ioduro d'argento, l'asfalto. Era quindi naturale che, ad un certo punto, nascesse l'idea di utilizzare la proprietà dei raggi luminosi per ottenere immagini sulla superficie di sostanze sensibili alla luce.

Nel '700 illustri chimici tentarono di risolvere il problema ma, più che immagini, riuscirono a ottenere contorni di immagini, silhouettes. Il termine silhouette deriva da Étienne de Silhouette, un ministro della finanza francese iniziatore della moda di farsi fare il ritratto per mezzo di un pezzo di carta scura tagliata con le forbici sul contorno della propria immagine ed incollata su carta chiara:

Fu il chimico tedesco Johann Heinrich Schulze (1687-1744) che battezzò con il nome di fotografia il procedimento da lui inventato: su una piastra metallica ricoperta di cloruro d'argento ed esposta alla luce, si posava il corpo di cui si voleva ottenere la silhouette, una mano per esempio. Le parti della piastra coperte dalla mano restavano bianche, mentre il resto si anneriva, lasciando il contorno esatto della mano. Ma quando la mano veniva tolta, anche la sua immagine si anneriva e si cancellava. Era il 1727. Negli anni successivi, esperimenti di questo tipo si moltiplicavano a vista d'occhio, ma ancora senza alcun risultato pratico (spesso anzi erano pretesto per divertimenti da salotto).

Ci fu, fra l'altro, un fatto molto curioso. Uno scrittore francese, Tiphaigne de la Roche (1729-1774) pubblicava nel 1760 un racconto (che oggi catalogheremo come fantascienza) intitolato Giphantie (dall'anagramma del suo nome di battesimo) nel quale descriveva un meraviglioso Eden a nord della Guinea. Qui un esploratore è accompagnato da una guida molto sapiente, la quale espone in perfetto stile scientifico quelle che, a distanza di un secolo, diverranno le teorie fondamentali della fotografia:

"I raggi di luce, i quali vengono riflessi da corpi diversi, formano un' immagine e disegnano i corpi sopra ogni superficie lucida come fanno sulla retina dell'occhio, sull'acqua o sul vetro. Gli spiriti primigeni sono riusciti a fissare queste fuggevoli immagini: hanno composto una materia sottile, molto viscosa, capace di indurirsi e dì essiccarsi, con la quale un ritratto può essere fatto in un batter d'occhio". "Spalmano di questa materia un pezzo di tela e lo pongono di fronte all'oggetto che pensano di ritrarre. La tela agisce innanzitutto come uno specchio e riflette tutte le figure vicine e lontane la cui immagine può essere trasmessa dalla luce. Ma, a differenza di quanto può fare lo specchio, la tela, per mezzo dello strato viscoso, conserva l'immagine. La tela doveva poi essere trasportata in un locale buio dove la vernice, asciugandosi nel termine di un'ora, assicurava un'immagine indelebile, di grande bellezza e perfezione".

Quella che possiamo considerare come "prima tappa" nella Storia della Fotografia, fu senz'altro l'invenzione della Camera Oscura. In realtà, però, non ci sarebbe nemmeno da parlare di vera e propria invenzione, dato che l'uomo è stato solo abile nell'imitare ciò che la natura aveva già creato, ossia l'occhio umano. Il primo ad aver concepito il principio di camera oscura è stato Aristotele, nel IV secolo a.C., allo scopo di osservare un'eclissi di Sole, ed anche grazie a ciò che sappiamo riguardo le sue osservazioni sulla luce, sui colori e sul senso della vista. Nel 1039 l'erudito arabo Alhazan Ibn Al-Haitham la usò anche lui per osservare un'eclisse. Lo stesso fece il monaco francese Guglielmo di St. Cloud il quale si servì della camera oscura per osservare l'eclisse solare del 5 giugno 1285.

2. la camera oscura

Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò Oculus Artificialis (occhio artificiale). L'oculus artificialis, usato per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544, fu schematizzato ed illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius:

In quegli anni, e nei secoli successivi, la camera oscura venne utilizzata soprattutto dagli artisti del Rinascimento per proiettare l'immagine del mondo esterno su una parete, così da poter disporre di un campione di riferimento per realizzare disegni e dipinti. Si sa ad esempio che Raffaello ne fece ampio uso e con lui tutti quegli artisti che avevano necessità di riprodurre in maniera fedele le ampie prospettive dei paesaggi. Nel 1550 il filosofo e fisico pavese Girolamo Cardano ottenne un'immagine più nitida applicando al foro anteriore della camera oscura una lente convessa. Fu il primo passo verso l'utilizzo dei sistemi lenticolari, il primo vero e proprio antenato dell'obiettivo fotografico. Tre anni dopo, il fisico napoletano Giambattista Della Porta descrisse, nel suo libro Magia Naturalis, un apparecchio con lente e con specchio riflettore per il raddrizzamento dell'immagine sul piano orizzontale superiore, costituito da un vetro smerigliato. Fu la nascita del principio che poi darà origine ai moderni apparecchi reflex.

Gli artisti del seicento facevano largo uso della camera obscura sia per disegnare ritratti che paesaggi. Una camera oscura gigante fu costruita per tale scopo nel 1646 ad Amsterdam dall'olandese Athanasius Kircher; le dimensioni erano tali che il disegnatore poteva entrarvi all'interno. Un piccolo buco su una parete consentiva alla luce di proiettare il paesaggio esterno sulla parete opposta. Il disegnatore in piedi tracciava su un grande foglio steso sulla parete i tratti del paesaggio. Il disegno veniva poi completato nello studio dell'artista:

Gli studiosi italiani del Rinascimento contribuirono in modo notevole a porre i fondamenti ottici della moderna fotografia. Nel Seicento divenne frequente l'uso della camera obscura portabilis: una scatola con una lente da una parte ed uno schermo di vetro smerigliato dall'altra, cosicché l'immagine poteva essere vista dall'esterno della camera. Nel 1620 Giovanni Keplero usava una specie di tenda da campo come camera obscura. Una lente ed uno specchio sulla sommità della tenda rinviavano l'immagine su un piano all'interno. Keplero poteva così effettuare i suoi rilievi topografici.

Kircher intuì che il fenomeno di proiezione poteva avvenire anche al contrario, tant'è che ideò la cosiddetta lanterna magica, un proiettore di disegni che fu l'antenato dei moderni proiettori cinematografici. Finalmente, nel 1685, il tedesco Johann Zahn realizzò una camera oscura di tipo reflex. Aveva posizionato all'interno uno specchio, collocato a 45° rispetto alla lente dell'apertura, che rifletteva l'immagine su un vetro opaco. Ponendo un foglio da disegno sul vetro, era possibile ricalcare i contorni visibili dell'immagine così proiettata. Zahn costruì in seguito una macchina più piccola e trasportabile ovunque. Uno strumento di grande ausilio per disegnatori tecnici e pittori che continuò ad essere usato per almeno due secoli. Esso si basava sullo stesso identico principio grazie al quale funzionano oggi le moderne fotocamere reflex.

https://www.fotografiaencurs.org/es/content/c%C3%A1mara-oscura-0

I primi utilizzi che si fecero della fotografia erano destinati al ritratto in bianco e nero. Finalmente il ritratto corrisponderà al vero senza che vi sia più l’intervento e la personalizzazione della mano di un pittore. Le macchine fotografiche dei primi dell’800 si diversificavano molto da quelle recenti. Si trattava di grossi apparecchi simili a delle scatole, realizzate in legno e montate su dei treppiedi.

3. la FOTOGRAFIA ED IL RITRATTO

Ll’Inglese Thomas Wedgwood: sperimentò la tecnica del nitrato d’argento e si accorse che all’interno di oggetti in ceramica in cui venivano posti dei fogli, dove la luce colpiva il foglio lo anneriva mentre, le zone coperte rimanevano chiare. Ma le immagini non si stabilizzavano e perdevano rapidamente il contrasto. Con Deguerre fu perfezionata tale tecnica. La prima fotografia mai scattata fu datata nel 1826, addirittura 70 anni prima del primo video. Il creatore della prima fotografia si chiamava Joseph Nicèphore Nièpceed.

Le fotografie dell’epoca si chiamavano dagherrotipi, il nome deriva da Louis Daguerre, considerato l’ideatore del processo fotografico. I dagherrotipi venivano realizzati su lastre di latta preparate con una soluzione di cloruro di argento. Il procedimento richiedeva dei tempi di esposizione molto lunghi. Infatti, la persona che veniva fotografata, doveva rimanere per circa quattro cinque minuti ferma d’avanti alla macchina fotografica, questo, per dar modo all’immagine di imprimersi sulla piastra. L’intuizione di Daguerre proviene però dall’uso precedente di alcune tecniche di impressione che si ebbero nei primi dell’ottocento.

Intorno al 1840 fu introdotto l’uso dell’obiettivo per macchine fotografiche che serviva e serve a mettere a fuoco l’immagine. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie per realizzare dagherrotipi. Costruite in legno, furono provviste delle lenti progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16. Il costo dell'apparecchio, già corredato di obiettivo ed alcune lastre, si aggirava intorno ai 400 franchi. Alphonse Giroux, costruì e smerciò con enorme successo i suoi apparecchi sulla cui etichetta vi era scritto:

4. gli obiettivi

"Nessun apparecchio è garantito se non reca la firma del signor Daguerre e il sigillo del signor Giroux".

L'obiettivo di Chevalier:

L'apparecchio di Giroux:

L'etichetta di Daguerre-Giroux:

Nella sola Parigi, nel 1847, furono vendute 2000 macchine e mezzo milione di lastre. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 x 5 cm, ai 17 x 22 cm. Tali ritratti venivano poi montati su cornici di cartapesta o su astucci di metallo dorato e venduti ad un prezzo tra le due e le cinque sterline per lastra. Mentre i dagherrotipisti di professione accumulavano fortune, scrittori e artisti portavano nei loro viaggi la macchina magica per ricavarne illustrazioni per le loro opere. Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo diventò una vera e propria mania. Molti pittori abbandonarono tavolozza e pennelli per dedicarsi con assai maggior fortuna al nuovo mestiere di dagherrotipista.

Quello che si cercò di ritrarre, nella maggior parte dei casi, furono gli effetti pittorici dei paesaggi. Gli appassionati del dagherrotipo furono dominati dall'ambizione prevalente di riuscire a ottenere dei "bei quadri". Eppure, fin dagli inizi, Niépce, Daguerre e i loro seguaci avevano dimostrato che la fotografia è un'arte a sé, che ha poco o nulla in comune con la pittura. Nel 1839 Daguerre compone la prima fotografia dove compare la figura di un essere umano (un parigino, nell'angolo in basso a sinistra, nell'atto di farsi lucidare le scarpe). Ne fece omaggio al Re di Baviera (questo daghettoripo fu conservato nel Museo Nazionale di Monaco che andò completamente distrutto nel corso della seconda guerra mondiale). Alcuni dei migliori ritratti eseguiti con la nuova tecnica furono opera di Carl F. Stelzner. Del 1843 è il dagherrotipo che ritrae un gruppo del Circolo Artistico d'Amburgo durante una gita in campagna.

Fu l'inglese William Henry Talbot (1801-1877) a porre le basi della fotografia chimica così come la intendiamo oggi, cioè quel procedimento che tramite un negativo permette di ottenere una o più stampe positive su carta. Nel 1833 Talbot era in vacanza sul Lago di Como e si divertiva a fare disegni con l'aiuto di una camera oscura. "Riflettevo sull'immutabile bellezza dei quadri che la Natura offre - racconterà poi - e che le lenti della camera oscura riproducono sulla carta....quadri favolosi che però si dissolvono in un baleno. Fu facendo questi pensieri che mi venne in mente come sarebbe stato bello fare in modo che le immagini naturali si imprimessero da sole sulla carta rimanendovi fissate per sempre."

5. IL NEGATIVO E LE PELLICOLE

Lo studio fotografico di Talbot nel 1841:

Nel 1839 Talbot rese note le prime conclusioni dei suoi studi, presentando il primo vero processo fotografico che fu denominato in inglese Talbotype (poi tradotto talbotipìa in italiano). Tale procedimento ed il suo successivo perfezionamento chiamato Calotype (calotipia), presentato nel 1841, erano fondamentalmente basati su un processo negativo-positivo con il quale si potevano ottenere, grande novità questa, anche molte copie dalla medesima posa. Sia il negativo che la stampa positiva erano costituiti da una carta impregnata di cloruro d'argento (ioduro d'argento nella Calotipia). Fondamentale era stata la scoperta che il sale d'argento, non alterato dall'azione della luce, può essere sciolto in diverse soluzioni (sale da cucina all'origine e più tardi acido gallico). Con la carta ai sali d'argento di Talbot l'immagine della macchina fotografica si impressionava in negativo. Bastava però rifotografare il negativo di carta per invertire l'immagine, traducendola cosi in positivo.

Calotipia di Talbot del 1842:

La tecnica inventata da Talbot portò al rapido declino dei dagherrotipi. La prima stampa ottica su carta sensibile di Talbot (fu messa sulla copertina di "The Pencil of the Nature", la prima rivista fotografica della storia):

Lo studio di nuovi metodi e la ricerca di materiali per migliorare il processo fotografico non si arrestò. Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che affiancò, ed infine sostituì, tutte le altre tecniche fotografiche. L'utilizzo del collodio e di lastre in vetro (o metallo) producevano dei negativi di qualità eccezionale. Tali negativi venivano stampati su carte albuminate o al carbone. Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente, richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività all'esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido.

Dall'intuizione che da un negativo al collodio era possibile ottenere un immediato positivo, nacquero due tecniche fotografiche, l'ambrotipia, brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Ambrotipo del 1860:

Ferrotipo del 1860:

La richiesta sempre pressante di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di fabbriche e laboratori specializzati. La produzione di carta albuminata richiese l'impiego, nella sola fabbrica di Dresda, di circa 60.000 uova al giorno. I laboratori fotografici divennero delle catene di montaggio dove ogni compito (preparazione lastre, sviluppo, fissaggio) era demandato ad un singolo individuo. La necessità di produrre lenti e apparecchiature fotografiche vide la nascita e lo sviluppo di importanti aziende fotografiche, che grazie al loro impegno e sviluppo portarono numerose innovazioni anche nel campo dell'ottica e della fisica. Già nella seconda metà del 1800 furono fondate aziende importanti come la Carl Zeiss, la Agfa, la Leica, la Ilford, la Kodak e la Voigtländer.

Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Questo nuovo materiale venne adottato solo sette anni dopo, a seguito dei miglioramenti introdotti da Richard Kennet e Charles Harper Bennet. Le lastre così prodotte permisero un trasporto più agevole perché non necessitavano più della preparazione prima dell'esposizione.

Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1, una fotocamera portatile con 100 pose già precaricate al prezzo di 25 dollari, introdotta da George Eastman con lo slogan:

Inizialmente il materiale fotosensibile era cosparso su carta che, nel 1891, venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica. Inizialmente senza mirino, l'evoluzione della fotocamera portò all'introduzione di un secondo obiettivo per l'inquadratura e successivamente un sistema a pentaprisma e specchio nella Graflex del 1903, la prima single lens reflex.

"Voi premete il bottone, noi faremo il resto"

L'Ermanox, una fotocamera con obiettivo da f/2, portato successivamente a f/1.5, permise l'ingresso dei fotografi nei salotti e nei palazzi, per ritrarre politici e personaggi famosi.

Le fotografie divennero istantanee della vita quotidiana e i fotografi si mescolarono alla gente comune. All'Ermanox si affiancò nel 1932 la Leica I, con obiettivo 50mm f/3.5, che introdusse il formato che divenne standard, il 35mm.

Questa macchina fu adottata con profitto grazie alla sua maneggevolezza e discrezione da importanti fotografi di reportage come Henri Cartier-Bresson e Walker Evans, oppure artisti come André Kertész. Edwin Land brevettò nel 1929 una pellicola per lo sviluppo istantaneo, che permise alla Polaroid di vendere milioni di apparecchi per fotografie autosviluppanti.

La necessità di rendere le immagini sempre più simili al vero richiese l'intervento manuale del fotografo dopo lo sviluppo della lastra in bianco-nero. Per sopperire alla mancanza di colore molti fotografi agirono direttamente sulle immagini, utilizzando i pigmenti dell'anilina per sfumare e rafforzare molti ritratti. Nonostante la richiesta sempre pressante da parte dei clienti di immagini a colori, si dovettero attendere gli studi del fisico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879) che nel 1859 dimostrò con un procedimento definito mescolanza additiva, la possibilità di ricreare il colore sovrapponendo la luce rossa, verde e blu, chiamati colori primari additivi.

6. la FOTOGRAFIA a colori

Dieci anni più tardi Louis Ducos du Hauron (1837-1920) mise a punto il procedimento che aprì la strada alle emulsioni a colori. Denominato sottrattivo, utilizza i colori complementari o primari sottrattivi. L'applicazione del metodo additivo è la lastra Autochrome dei fratelli Lumière, prodotta nel 1903.

Un box di lastre autochrome, con scadenza nel 1923

La pellicola fotografica di tipo invertibile è figlia del Kodachrome (1935) e dell'Ektachrome (1942), che utilizzarono il metodo sottrattivo con tre differenti strati sensibili, mediante filtri colorati, alle tre frequenze di luci corrispondenti al blu, al rosso e al verde. La pellicola per negativi a colori ebbe origine dalla Kodacolor del 1941, dove è presente l'inversione delle luci e dei colori. La Ektacolor della Kodak, messa in commercio nel 1947, permise lo sviluppo casalingo della pellicola negativa a colori.

Un' autocromia della prima guerra mondiale:

Con il passare degli anni, il progresso dell'elettronica permise di adottare alcune delle ultime scoperte anche nell'acquisizione delle immagini. Nel 1957 Russell Kirsch trasformò una fotografia del figlio in un file digitale attraverso un prototipo di scanner d'immagine. Nel 1972 la Texas Instruments brevettò un progetto di macchina fotografica senza pellicola, utilizzando però alcuni componenti analogici. La prima vera fotografia ottenuta attraverso un processo esclusivamente elettronico fu realizzata nel dicembre 1975 nei laboratori Kodak dal primo prototipo di fotocamera digitale di Steven Sasson:

7. la FOTOGRAFIA DIGITALE

L'immagine in bianco e nero del viso di un'assistente di laboratorio fu memorizzata su un nastro digitale alla risoluzione di 0.01 Megapixel (10000 pixel), utilizzando il CCD della Fairchild Imaging. Le altre ricerche sulla fotografia digitale per uso di massa furono rallentate dai continui miglioramenti delle fotocamere a pellicola, che proposero modelli sempre più semplici e comodi da usare, come la Konica C35-AF del 1977, il primo modello di fotocamera totalmente automatica. Solo quando le emulsioni fotografiche non permisero ulteriori miglioramenti e la tecnologia digitale raggiunse un livello qualitativo equiparabile, allora l'interesse dei consumatori si trasferì sul nuovo procedimento.

Nel 1990 nacquero dispositivi mobili con la camera incorporata. La fotografia digitale si diffuse prima in Giappone e poi velocemente in tutto il mondo. Kodak mise sul mercato le loro fotocamere digitali, permettono di scattare le foto e scaricarle sul computer facilmente. Nel 2012 viene sviluppata anche la fotocamera wireless, che non deve essere connessa al computer per scaricare e condividere le foto scattate.

Internet, smartphone, app e social network hanno radicalmente cambiato il modo di ‘fare’ fotografia. Se prima ci si affidava alla bravura, alla capacità e all’esperienza del fotografo di professione, oggi siamo tutti fotografi più o meno professionisti. Grazie a telefoni cellulari sempre più evoluti è possibile scattare delle foto con definizioni sempre migliori. E se c’è un piccolo particolare che non piace, ci sono app e softwere che permettono di modificare a piacimento la foto appena scattata. Una volta modificato il tutto c'è la pubblicazione sui social, dei veri e propri contenitori globali.

8. I SOCIAL NETWORK

Grazie per l'attenzione