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Piramo e Tisbe
Paolo Vitiello
Created on May 28, 2024
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Transcript
Piramoe Tisbe
Contenuti
Trama
Versi
Modelli e tradizioni
Gelso
Romeo e Giulietta
Divina Commedia
Boccaccio
Fine
TRAMA
Piramo e Tisbe erano due giovani innamorati che vivevano a Babilonia. Le loro case erano adiacenti e condividevano un muro comune. Tuttavia, le loro famiglie erano in forte contrasto e proibivano ai due di vedersi o di sposarsi. Nonostante il divieto, Piramo e Tisbe riuscivano a comunicare attraverso una piccola fessura nel muro che separava le loro case.Un giorno, i due decisero di incontrarsi di nascosto fuori dalle mura della città, vicino a un gelso bianco, accanto a una tomba. Arrivarono separatamente per evitare di destare sospetti. Tisbe arrivò per prima e, mentre aspettava Piramo, scorse una leonessa con il muso insanguinato che si avvicinava alla fonte d'acqua vicina. Spaventata, Tisbe scappò, lasciando cadere il suo velo. La leonessa, dopo aver bevuto, trovò il velo e lo insanguinò con la sua bocca ancora sporca di sangue delle sue prede.Quando Piramo arrivò e vide il velo insanguinato, pensò immediatamente che Tisbe fosse stata uccisa dalla belva. Disperato, si tolse la vita sotto il gelso con la sua spada, convinto che non potesse vivere senza di lei. Poco dopo, Tisbe ritornò sul luogo dell'incontro e trovò il corpo di Piramo sotto l'albero. Affranta dal dolore, Tisbe prese la stessa spada e si uccise accanto al suo amato. Il sangue dei due amanti macchiò i frutti del gelso, che da allora divennero rossi in ricordo del loro tragico amore.
Versi
Piramo e Tisbe, l’uno il più bello di tutti i giovani, l’altra la più bella delle fanciulle che ebbe l’oriente, ebbero case vicine, là dove si dice che Semiramide cingesse l’alta città di mura di mattoni. La vicinanza agevolò la conoscenza e i primi approcci, col tempo crebbe l’amore; si sarebbero strette anche regolari nozze, ma le impedirono i genitori; ciò che non poterono vietare fu che entrambi ardessero d’amore presi da un uguale profondo amore. Non c’è nessun complice; parlano con cenni e gesti, quanto più si cela, tanto più divampa il fuoco coperto. Il muro comune ad ambedue le case era solcato da una tenue crepa, prodottasi una volta, durante la costruzione; quel difetto, non notato da nessuno per lunghi secoli voi scorgeste, innamorati, per primi, e ne faceste una via per la voce, e le dolci parole attraverso la fessura solevano passare sicure con un minimo sussurro. Spesso, quando stavano di qua Tisbe, Piramo di là, e cercavano di cogliere reciprocamente il respiro delle loro bocche, dicevano: “O muro invidioso, perché ostacoli gli innamorati? Che cosa ti costerebbe permetterci di unirci con tutto il corpo, o, se questo è troppo, aprirti almeno perché ci diamo baci? Non siamo ingrati: confessiamo di esserti già debitori, per il fatto che è stato concesso alle parole un passaggio alle orecchie amate”.
'Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter, 55 altera, quas Oriens habuit, praelata puellis, contiguas tenuere domos, ubi dicitur altam coctilibus muris cinxisse Semiramis urbem. notitiam primosque gradus vicinia fecit, tempore crevit amor; taedae quoque iure coissent, 60 sed vetuere patres: quod non potuere vetare, ex aequo captis ardebant mentibus ambo. conscius omnis abest; nutu signisque loquuntur, quoque magis tegitur, tectus magis aestuat ign is. fissus erat tenui rima, quam duxerat olim, 65 cum fieret, paries domui communis utrique. id vitium nulli per saecula longa notatum++ quid non sentit amor?++primi vidistis amantes et vocis fecistis iter, tutaeque per illud murmure blanditiae minimo transire solebant. 70 saepe, ubi constiterant hinc Thisbe, Pyramus illinc, inque vices fuerat captatus anhelitus oris, "invide" dicebant "paries, quid amantibus obstas? quantum erat, ut sineres toto nos corpore iungi aut, hoc si nimium est, vel ad oscula danda pateres? 75 nec sumus ingrati: tibi nos debere fatemur, quod datus est verbis ad amicas transitus auris."
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Modelli e tradizioni
iL GELSo
Romeo e giulietta
Divina Commedia
Canto XXVII Purgatorio, vv. 35-42 Or vedi, figlio: tra Beatrice e te è questo muro. Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguardolla, allor ch’ l gelso diventò vermiglio; così, la mia durezza fatta solla, mi volsi al savio duca, udendo il nome che nella mente mi rampolla.
Giovanni Boccaccio
Il mito di Piramo e Tisbe è un esempio dell'abilità di Boccaccio nel fondere temi classici con preoccupazioni contemporanee, utilizzando la mitologia per commentare le esperienze umane universali. Questa capacità di integrare miti antichi nei suoi racconti dimostra la profondità della sua conoscenza della letteratura classica e la sua maestria nel creare opere che risuonano con i lettori sia del suo tempo che dei periodi successivi.
Grazie per l'attenzione
Presenta Tisbe come un esempio di virtù femminile, criticando le restrizioni sociali e offrendo un commento sulle dinamiche di genere e potere.
De mulieribus claris, XIII
La storia di Piramo e Tisbe permette a Fiammetta di riflettere sulla natura della sofferenza amorosa, collegando il suo destino personale a quello di personaggi mitici, ampliando così il significato della sua esperienza.
Amorosa Visione, XXI, vv. 1-12
Il mito serve come monito per i lettori sui pericoli dell'ostacolare l'amore e le conseguenze devastanti della mancanza di comprensione e compassione.
Elegia di Madonna Fiammetta, VIII
Nel Canto XXVII del "Purgatorio" di Dante, il riferimento a Piramo e Tisbe viene utilizzato da Virgilio per illustrare un concetto più ampio riguardante l'effetto del nome di Beatrice su Dante e la sua capacità di spingerlo oltre le sue limitazioni.Nel passaggio citato, Virgilio paragona la reazione di Dante al sentire il nome di Beatrice con quella di Piramo al vedere il nome di Tisbe sulla pelle del leone. Proprio come il nome di Tisbe ha causato una reazione immediata in Piramo, spingendolo a guardare verso la sua amata anche nel momento della morte, così il nome di Beatrice ha il potere di influenzare Dante e di sciogliere la sua durezza, spingendolo ad affrontare il muro tra lui e la sua visione divina. La frase "così, la mia durezza fatta solla" indica che Dante, udendo il nome di Beatrice, ha cambiato atteggiamento, come se la sua resistenza fosse stata sciolta dalla potenza del nome di Beatrice.
La storia di Piramo e Tisbe è strettamente collegata alla tragedia di "Romeo e Giulietta" di William Shakespeare, tanto che molti critici letterari considerano la leggenda babilonese una delle fonti di ispirazione per l'opera shakespeariana. Entrambe le storie condividono numerosi elementi tematici e narrativi. Ecco alcune delle principali somiglianze:-Amore proibito: In entrambe le storie, i protagonisti sono giovani innamorati le cui famiglie sono in forte contrasto. Nel caso di Piramo e Tisbe, le famiglie proibiscono loro di vedersi, mentre in "Romeo e Giulietta", i Montecchi e i Capuleti sono acerrimi nemici. -Comunicazione segreta: Piramo e Tisbe comunicano attraverso una fessura nel muro che separa le loro case, mentre Romeo e Giulietta trovano modi segreti per incontrarsi e comunicare, nonostante l'opposizione delle loro famiglie. -Incontro segreto: Entrambe le coppie organizzano incontri segreti lontano dalle loro famiglie. Piramo e Tisbe si incontrano vicino a un gelso, mentre Romeo e Giulietta si vedono in luoghi come il giardino dei Capuleti e la cella di Frate Lorenzo. -Malinteso tragico: Il tragico fraintendimento è un elemento centrale di entrambe le storie. Piramo crede erroneamente che Tisbe sia stata uccisa da una leonessa a causa del velo insanguinato, mentre Romeo crede che Giulietta sia morta quando trova il suo corpo apparentemente privo di vita. -Suicidio: Entrambe le storie culminano con il suicidio degli amanti. Piramo si uccide credendo che Tisbe sia morta, e Tisbe si suicida quando trova il corpo di Piramo. Allo stesso modo, Romeo si uccide accanto a Giulietta credendola morta, e Giulietta, al risveglio, si uccide quando trova il corpo di Romeo. -Conseguenze familiari: Le morti degli amanti portano a una sorta di riconciliazione tra le famiglie. Nel caso di Piramo e Tisbe, il loro sangue tinge i frutti del gelso, unendoli simbolicamente per sempre. In "Romeo e Giulietta", la morte dei giovani amanti porta le famiglie Montecchi e Capuleti a riflettere sulle loro ostilità e a promettere di cessare le faide.
Morus nigra
La Morus nigra, comunemente nota come gelso nero, è un albero deciduo originario dell'Asia sud-occidentale. È noto per i suoi frutti commestibili, simili a more, che sono dolci e succosi ed è stata coltivata e apprezzata per secoli sia per i suoi frutti che per le sue proprietà medicinali.Nelle Metamorfosi di Ovidio, il gelso nero è menzionato nel mito di Piramo e Tisbe. Secondo il mito, i frutti del gelso, originariamente bianchi, diventarono rossi a causa del sangue di Piramo, che si suicidò sotto l'albero credendo che Tisbe fosse morta. Nella Satira II, 7 delle "Satire", Orazio fa un breve riferimento al gelso nero:descrive una conversazione tra il suo schiavo Davo e se stesso durante la celebrazione dei Saturnali in cui si affrontano vari temi, tra cui la vita semplice e i piaceri genuini della natura.
L'inclusione del gelso nero nelle Satire di Orazio è significativa perché riflette l'apprezzamento della frugalità e della vita semplice, temi cari alla filosofia epicurea, che Orazio spesso abbraccia. Il gelso nero, con i suoi frutti abbondanti e nutrienti, diventa simbolo di un approccio alla vita che valorizza ciò che è naturale e genuino, in contrapposizione agli eccessi e alle artificialità.Ritroviamo la morus nigra anche in altri testi: -Plinio il Vecchio - "Naturalis Historia" (Libro XV) -Columella - "De Re Rustica" -Marziale - "Epigrammi"
Modelli e tradizioni
Quello di Piramo e Tisbe è un mito piuttosto raro; nella versione narrata da Ovidio, la storia non ha nessun precedente nella letteratura greca, né se ne trovano tracce altrove prima di lui.Inoltre, ogni riferimento ad essa, anche quelli numerosi documentati nelle arti figurative, si rifà certamente al testo ovidiano. Restano quindi ignote le fonti alle quali Ovidio abbia attinto la vicenda. È stato supposto che il poeta latino l’abbia tratta da una raccolta, a noi non pervenuta, di narrazioni del Vicino Oriente: inducono a questa ipotesi sia l’ambientazione orientale (Babilonia), sia l’onomastica dei personaggi, sia i toni e i temi del racconto, con i suoi insistiti tratti esotici e favolistici (l’eccezionale bellezza dei protagonisti, gli ostacoli che si frappongono a un amore ardentissimo, la notte di luna piena, l’apparizione della leonessa ecc.), che saranno in parte ereditati e sviluppati dal romanzo greco. Ma c’è anche chi avanza l’ipotesi che la storia sia frutto della fantasia di Ovidio, che avrebbe rielaborato un nucleo narrativo molto più scarno, stimolato forse anche dal fatto che, pressappoco nella sua epoca, diventa oggetto di interesse nella cultura latina la morus nigra, cioè proprio la specie di gelso la cui eziologia è narrata in questo episodio (ne parlano per esempio Virgilio nell’egloga VI e Orazio nelle Satire).