Lorenzo de' Medici
LORENZO DE' MEDICI
«Lorenzo il Magnifico è, per consenso generale in Europa, l'uomo più degno di nota che abbia mai tenuto le redini di uno Stato; e il suo carattere ha sempre interessato l'umanità... Era un uomo eminente in un'età che abbondava di uomini grandi e si riconosce che fu una delle forze ispiratrici del XV secolo.» George Frederick Young, I Medici, a cura di Giuseppina Taddei Saltini, Firenze, Salani, 1987
LORENZO DE' MEDICI
Lorenzo di Piero de' Medici, modernamente noto come Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1º gennaio 1449 – Careggi, 8 aprile 1492), fu signore di Firenze dal 1469 alla morte, il terzo della dinastia dei Medici. È stato anche uno scrittore, mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici del Rinascimento, sia per aver incarnato l'ideale del principe umanista, sia per l'oculatissima e diplomatica gestione del potere.
primi anni di governo
Lorenzo divenne, insieme al fratello minore Giuliano, signore de facto di Firenze dopo la morte del padre Piero. Nei primi anni di governo (1469-1478), il giovane Lorenzo condusse una politica interna volta a rinforzare da un lato le istituzioni repubblicane in senso filo-mediceo, dall'altro a sopprimere le ribellioni delle città sottoposte a Firenze (celebri i casi di Prato e Volterra). Sul fronte della politica estera, invece, Lorenzo manifestò il chiaro disegno di arginare le ambizioni territoriali di Sisto IV, in nome dell'equilibrio della Lega Italica del 1454.
Per questi motivi, Lorenzo fu oggetto della Congiura dei Pazzi (1478), nella quale il fratello Giuliano de' Medici rimase assassinato. Il fallimento della congiura provocò l'ira di papa Sisto, del re di Napoli Ferrante d'Aragona e di tutti coloro che erano intimoriti dal rafforzamento del potere mediceo su Firenze. Seguirono, pertanto, due anni di guerra contro Firenze, nella quale il prestigio interno e internazionale del Magnifico si rafforzarono enormemente grazie alla sua abilità diplomatica e al suo carisma, con cui riuscì da un lato a sgretolare la coalizione anti-fiorentina, dall'altro a mantenere unite le forze interne alla Repubblica.
ago della bilancia
Divenuto negli anni ottanta l'ago della bilancia della politica italiana, trattato come un sovrano dai monarchi stranieri, Lorenzo legò il suo nome al periodo di massimo splendore del Rinascimento fiorentino, circondandosi di intellettuali (Poliziano, Ficino, Pico della Mirandola) e di artisti quali Botticelli e il giovane Michelangelo. Dopo la sua prematura scomparsa (1492), la rivalità dei signori italiani, non più frenati dalla sua diplomazia, degenerò fino a permettere la discesa di Carlo VIII di Francia e l'inizio delle guerre d'Italia del XVI secolo.
grande prestigio in politica estera: fu definito "l'ago della bilancia" della politica italiana. La sua abilitàfu riconosciuta da tutti i Signori della Penisola, e la sua abilità e la persuasione con cui seppe allontanare dall'Italia le mire dei francesi lo resero un personaggio di importanza internazionale, tanto che i vari sovrani d'Europa lo consideravano al pari di un monarca
mecenate
L'intensa attività come cultore dell'arte permise al Magnifico di entrare in contatto con i maggiori artisti del tempo: Antonio del Pollaiolo, Filippino Lippi e Sandro Botticelli. Protesse, oltre ai pittori, anche lo scultore Andrea del Verrocchio. In campo musicale fu protettore e compagno del compositore fiammingo Heinrich Isaac, che istruì i suoi figli.
Preoccupazione di Lorenzo fu anche quella di promuovere la nascita delle future generazioni di artisti fiorentini, fondando nel Giardino di San Marco la prima Accademia d'Arte che la storia ricordi, dove furono accolti i più promettenti artisti che fuoriuscivano dalle botteghe del Verrocchio e del Ghirlandaio. Tra questi giovani, che potevano usufruire come modelli delle statue classiche di proprietà di Lorenzo e dei consigli dell'allievo di Donatello, Bertoldo di Giovanni, c'era anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti, che frequentò il giardino dal 1489 al 1492 e si conquistò l'ammirazione del Magnifico per le sue doti innate, tanto da accoglierlo come un suo figlio e farlo mangiare alla sua stessa tavola.
L'amore per la cultura e l'arte dimostrata dal Magnifico e il patronato nei confronti dei nuovi promettenti artisti fiorentini non era dettato solo dal gusto in sé per l'arte visiva. Lorenzo, da scaltro politico, intendeva usare l'arte a fini "politici", suggerendo agli altri principi italiani alcuni dei suoi migliori artisti per far risaltare l'immagine di Firenze quale "novella Atene":
«Lorenzo volle che pittori, scultori e architetti fiorentini accettassero incarichi fuori dalla città. Raccomandò gli architetti Giuliano da Sangallo e Andrea Verrocchio al re del Portogallo; non fece nulla per impedire che il Verrocchio si recasse a Venezia per eseguire il monumento equestre di Colleoni, né che il Botticelli e Domenico Ghirlandaio prendessero parte alla decorazione delle pareti della cappella Sistina a Roma»
letterato
LORENZO DE' MEDICI
Il trionfo di bacco e Arianna
Scritta in occasione del carnevale del 1490, questa canzone a ballo è una celebrazione della giovinezza e dei piaceri della vita, nonché un invito a godere dell'amore e delle altre gioie terrene quando ve ne è ancora la possibilità, secondo la linea ampiamente sviluppata dalla letteratura umanistica: l'autore sfrutta in tal senso l'allegoria del corteo di Bacco e Arianna e degli altri personaggi citati, che diventano un inno all'amore (rappresentato dai due protagonisti della sfilata) e ai piaceri mondani tra cui il vino e il cibo, specie attraverso le figure di Bacco stesso e del satiro Sileno. Il testo riflette una prospettiva complessivamente positiva e ottimistica, benché l'accenno all'incertezza del futuro veli con una certa malinconia la spensieratezza dei versi (in Lorenzo manca forse l'abbandono sereno alle gioie della vita presente invece nelle liriche di Poliziano).
Il trionfo di bacco e Arianna
Interpretazione complessiva
Metro: ballata grande di ottonari piani, formata da una ripresa di quattro versi e da sette strofe di otto versi ciascuna, secondo lo schema XYYX / ABABBYYX (propriamente si tratta di una frottola, metro tipico della tradizione popolare toscana). Gli ultimi due versi di ogni strofa ripetono gli ultimi due della ripresa e il terzultimo verso della strofa termina sempre con l'avverbio "tuttavia", ("continuamente"), tranne l'ultima strofa in cui i vv. 58-59 presentano una rima identica ("sia/sia"). La lingua segue il fiorentino letterario, con uno stile facile e popolare adatto al tipo di componimento.
Il testo è uno dei Canti carnascialeschi di Lorenzo e fu composto per il carnevale del 1490, dunque negli ultimi anni della vita dell'autore: si tratta di una canzone a ballo che celebra il "trionfo" del dio Bacco e della sua sposa Arianna, che aprono un corteo festoso su un carro seguiti da altri personaggi della mitologia classica legati alla loro storia (la canzone aveva probabilmente un accompagnamento musicale e doveva essere eseguita mentre per le strade di Firenze sfilavano i carri allegorici, tra il popolo in festa). Secondo il mito Bacco aveva raccolto Arianna sull'isola di Nasso dopo che questa era stata abbandonata da Teseo e ne aveva fatto la sua sposa, portandola con sé in cielo; tra gli altri personaggi compaiono il satiro Sileno, maestro di Bacco in gioventù, e Mida re della Frigia, che aveva ritrovato Sileno quando questo si era perso ubriaco nei boschi e lo aveva riportato al dio, ottenendo da lui il dono funesto di tramutare tutto in oro. I satiri e le ninfe appartengono anch'essi al "tiaso" dionisiaco, il corteo festoso di Bacco.
Il trionfo di bacco e Arianna
Interpretazione complessivaIl componimento celebra i piaceri terreni della vita come l'amore e il vino, invitando edonisticamente a godere di essi finché si è giovani e a non sprecare la vita nell'attesa incerta del domani: l'amore è rappresentato anzitutto dalla felice unione di Bacco e Arianna, ma anche dei satiri che tendono tranelli alle ninfe che, a loro volta, sono ben felici di concedersi a loro; il vino è raffigurato da Bacco stesso, ovviamente, e da Sileno che secondo la rappresentazione tradizionale era sempre grasso e ubriaco (il satiro è troppo vecchio per darsi all'amore, che classicamente è proprio dei giovani, quindi si consola con l'alcool). L'inno alla gioia di vivere ha il suo contrappunto nel re Mida, il quale al contrario è infelice perché tramuta tutto in oro e la sua avidità è stata punita dal dono di Bacco, anche secondo la visione della poesia cortese per cui chi è nobile d'animo deve rifuggire l'avarizia. L'invito ad essere felici rientra nella visione tipica del carnevale, la festa popolare in cui ci si dimentica delle avversità della vita e ci si abbandona alla gioia e al divertimento, anche se solo per un giorno (talvolta con un rovesciamento dei ruoli, per cui chi normalmente ubbidisce può comandare e viceversa, anche se qui questo aspetto pare del tutto assente). Il testo riflette la stessa prospettiva mondana ed umanistica di altre poesie quattrocentesche, a cominciare dalla ballata delle rose di Poliziano (► TESTO: I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino), anche se qui è presente una leggera velatura malinconica dovuta all'incertezza del futuro e forse influenzata dal fatto che l'autore era già malato e alla fine della sua vita: l'invito a godere della giovinezza e a non "pascersi" del domani, poiché il tempo fugge e porta tutto con sé, deriva ovviamente da una lunga tradizione letteraria ed è sufficiente citare solo il carme di Orazio (Carm., I, 11) in cui è presente il richiamo del carpe diem, con la raccomandazione di non credere troppo al giorno che verrà (Dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero: "Mentre parliamo, ecco, il tempo invidioso di noi è già fuggito: approfitta di questo giorno, senza confidare troppo in quello che verrà domani").
«La recente storiografia ha restituito un profilo più equilibrato di Lorenzo: quello cioè di politico molto accorto e prudente, di un mecenate di altissimo livello, che sulla gestione finanziaria ed economica della banca di famiglia non dimostrò però la stessa abilità del nonno Cosimo»
lorenzo de' medici
incerpimarchi1819
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Lorenzo de' Medici
LORENZO DE' MEDICI
«Lorenzo il Magnifico è, per consenso generale in Europa, l'uomo più degno di nota che abbia mai tenuto le redini di uno Stato; e il suo carattere ha sempre interessato l'umanità... Era un uomo eminente in un'età che abbondava di uomini grandi e si riconosce che fu una delle forze ispiratrici del XV secolo.» George Frederick Young, I Medici, a cura di Giuseppina Taddei Saltini, Firenze, Salani, 1987
LORENZO DE' MEDICI
Lorenzo di Piero de' Medici, modernamente noto come Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1º gennaio 1449 – Careggi, 8 aprile 1492), fu signore di Firenze dal 1469 alla morte, il terzo della dinastia dei Medici. È stato anche uno scrittore, mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici del Rinascimento, sia per aver incarnato l'ideale del principe umanista, sia per l'oculatissima e diplomatica gestione del potere.
primi anni di governo
Lorenzo divenne, insieme al fratello minore Giuliano, signore de facto di Firenze dopo la morte del padre Piero. Nei primi anni di governo (1469-1478), il giovane Lorenzo condusse una politica interna volta a rinforzare da un lato le istituzioni repubblicane in senso filo-mediceo, dall'altro a sopprimere le ribellioni delle città sottoposte a Firenze (celebri i casi di Prato e Volterra). Sul fronte della politica estera, invece, Lorenzo manifestò il chiaro disegno di arginare le ambizioni territoriali di Sisto IV, in nome dell'equilibrio della Lega Italica del 1454. Per questi motivi, Lorenzo fu oggetto della Congiura dei Pazzi (1478), nella quale il fratello Giuliano de' Medici rimase assassinato. Il fallimento della congiura provocò l'ira di papa Sisto, del re di Napoli Ferrante d'Aragona e di tutti coloro che erano intimoriti dal rafforzamento del potere mediceo su Firenze. Seguirono, pertanto, due anni di guerra contro Firenze, nella quale il prestigio interno e internazionale del Magnifico si rafforzarono enormemente grazie alla sua abilità diplomatica e al suo carisma, con cui riuscì da un lato a sgretolare la coalizione anti-fiorentina, dall'altro a mantenere unite le forze interne alla Repubblica.
ago della bilancia
Divenuto negli anni ottanta l'ago della bilancia della politica italiana, trattato come un sovrano dai monarchi stranieri, Lorenzo legò il suo nome al periodo di massimo splendore del Rinascimento fiorentino, circondandosi di intellettuali (Poliziano, Ficino, Pico della Mirandola) e di artisti quali Botticelli e il giovane Michelangelo. Dopo la sua prematura scomparsa (1492), la rivalità dei signori italiani, non più frenati dalla sua diplomazia, degenerò fino a permettere la discesa di Carlo VIII di Francia e l'inizio delle guerre d'Italia del XVI secolo.
grande prestigio in politica estera: fu definito "l'ago della bilancia" della politica italiana. La sua abilitàfu riconosciuta da tutti i Signori della Penisola, e la sua abilità e la persuasione con cui seppe allontanare dall'Italia le mire dei francesi lo resero un personaggio di importanza internazionale, tanto che i vari sovrani d'Europa lo consideravano al pari di un monarca
mecenate
L'intensa attività come cultore dell'arte permise al Magnifico di entrare in contatto con i maggiori artisti del tempo: Antonio del Pollaiolo, Filippino Lippi e Sandro Botticelli. Protesse, oltre ai pittori, anche lo scultore Andrea del Verrocchio. In campo musicale fu protettore e compagno del compositore fiammingo Heinrich Isaac, che istruì i suoi figli. Preoccupazione di Lorenzo fu anche quella di promuovere la nascita delle future generazioni di artisti fiorentini, fondando nel Giardino di San Marco la prima Accademia d'Arte che la storia ricordi, dove furono accolti i più promettenti artisti che fuoriuscivano dalle botteghe del Verrocchio e del Ghirlandaio. Tra questi giovani, che potevano usufruire come modelli delle statue classiche di proprietà di Lorenzo e dei consigli dell'allievo di Donatello, Bertoldo di Giovanni, c'era anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti, che frequentò il giardino dal 1489 al 1492 e si conquistò l'ammirazione del Magnifico per le sue doti innate, tanto da accoglierlo come un suo figlio e farlo mangiare alla sua stessa tavola. L'amore per la cultura e l'arte dimostrata dal Magnifico e il patronato nei confronti dei nuovi promettenti artisti fiorentini non era dettato solo dal gusto in sé per l'arte visiva. Lorenzo, da scaltro politico, intendeva usare l'arte a fini "politici", suggerendo agli altri principi italiani alcuni dei suoi migliori artisti per far risaltare l'immagine di Firenze quale "novella Atene": «Lorenzo volle che pittori, scultori e architetti fiorentini accettassero incarichi fuori dalla città. Raccomandò gli architetti Giuliano da Sangallo e Andrea Verrocchio al re del Portogallo; non fece nulla per impedire che il Verrocchio si recasse a Venezia per eseguire il monumento equestre di Colleoni, né che il Botticelli e Domenico Ghirlandaio prendessero parte alla decorazione delle pareti della cappella Sistina a Roma»
letterato
LORENZO DE' MEDICI
Il trionfo di bacco e Arianna
Scritta in occasione del carnevale del 1490, questa canzone a ballo è una celebrazione della giovinezza e dei piaceri della vita, nonché un invito a godere dell'amore e delle altre gioie terrene quando ve ne è ancora la possibilità, secondo la linea ampiamente sviluppata dalla letteratura umanistica: l'autore sfrutta in tal senso l'allegoria del corteo di Bacco e Arianna e degli altri personaggi citati, che diventano un inno all'amore (rappresentato dai due protagonisti della sfilata) e ai piaceri mondani tra cui il vino e il cibo, specie attraverso le figure di Bacco stesso e del satiro Sileno. Il testo riflette una prospettiva complessivamente positiva e ottimistica, benché l'accenno all'incertezza del futuro veli con una certa malinconia la spensieratezza dei versi (in Lorenzo manca forse l'abbandono sereno alle gioie della vita presente invece nelle liriche di Poliziano).
Il trionfo di bacco e Arianna
Interpretazione complessiva Metro: ballata grande di ottonari piani, formata da una ripresa di quattro versi e da sette strofe di otto versi ciascuna, secondo lo schema XYYX / ABABBYYX (propriamente si tratta di una frottola, metro tipico della tradizione popolare toscana). Gli ultimi due versi di ogni strofa ripetono gli ultimi due della ripresa e il terzultimo verso della strofa termina sempre con l'avverbio "tuttavia", ("continuamente"), tranne l'ultima strofa in cui i vv. 58-59 presentano una rima identica ("sia/sia"). La lingua segue il fiorentino letterario, con uno stile facile e popolare adatto al tipo di componimento. Il testo è uno dei Canti carnascialeschi di Lorenzo e fu composto per il carnevale del 1490, dunque negli ultimi anni della vita dell'autore: si tratta di una canzone a ballo che celebra il "trionfo" del dio Bacco e della sua sposa Arianna, che aprono un corteo festoso su un carro seguiti da altri personaggi della mitologia classica legati alla loro storia (la canzone aveva probabilmente un accompagnamento musicale e doveva essere eseguita mentre per le strade di Firenze sfilavano i carri allegorici, tra il popolo in festa). Secondo il mito Bacco aveva raccolto Arianna sull'isola di Nasso dopo che questa era stata abbandonata da Teseo e ne aveva fatto la sua sposa, portandola con sé in cielo; tra gli altri personaggi compaiono il satiro Sileno, maestro di Bacco in gioventù, e Mida re della Frigia, che aveva ritrovato Sileno quando questo si era perso ubriaco nei boschi e lo aveva riportato al dio, ottenendo da lui il dono funesto di tramutare tutto in oro. I satiri e le ninfe appartengono anch'essi al "tiaso" dionisiaco, il corteo festoso di Bacco.
Il trionfo di bacco e Arianna
Interpretazione complessivaIl componimento celebra i piaceri terreni della vita come l'amore e il vino, invitando edonisticamente a godere di essi finché si è giovani e a non sprecare la vita nell'attesa incerta del domani: l'amore è rappresentato anzitutto dalla felice unione di Bacco e Arianna, ma anche dei satiri che tendono tranelli alle ninfe che, a loro volta, sono ben felici di concedersi a loro; il vino è raffigurato da Bacco stesso, ovviamente, e da Sileno che secondo la rappresentazione tradizionale era sempre grasso e ubriaco (il satiro è troppo vecchio per darsi all'amore, che classicamente è proprio dei giovani, quindi si consola con l'alcool). L'inno alla gioia di vivere ha il suo contrappunto nel re Mida, il quale al contrario è infelice perché tramuta tutto in oro e la sua avidità è stata punita dal dono di Bacco, anche secondo la visione della poesia cortese per cui chi è nobile d'animo deve rifuggire l'avarizia. L'invito ad essere felici rientra nella visione tipica del carnevale, la festa popolare in cui ci si dimentica delle avversità della vita e ci si abbandona alla gioia e al divertimento, anche se solo per un giorno (talvolta con un rovesciamento dei ruoli, per cui chi normalmente ubbidisce può comandare e viceversa, anche se qui questo aspetto pare del tutto assente). Il testo riflette la stessa prospettiva mondana ed umanistica di altre poesie quattrocentesche, a cominciare dalla ballata delle rose di Poliziano (► TESTO: I' mi trovai, fanciulle, un bel mattino), anche se qui è presente una leggera velatura malinconica dovuta all'incertezza del futuro e forse influenzata dal fatto che l'autore era già malato e alla fine della sua vita: l'invito a godere della giovinezza e a non "pascersi" del domani, poiché il tempo fugge e porta tutto con sé, deriva ovviamente da una lunga tradizione letteraria ed è sufficiente citare solo il carme di Orazio (Carm., I, 11) in cui è presente il richiamo del carpe diem, con la raccomandazione di non credere troppo al giorno che verrà (Dum loquimur, fugerit invida / aetas: carpe diem, quam minimum credula postero: "Mentre parliamo, ecco, il tempo invidioso di noi è già fuggito: approfitta di questo giorno, senza confidare troppo in quello che verrà domani").
«La recente storiografia ha restituito un profilo più equilibrato di Lorenzo: quello cioè di politico molto accorto e prudente, di un mecenate di altissimo livello, che sulla gestione finanziaria ed economica della banca di famiglia non dimostrò però la stessa abilità del nonno Cosimo»