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Il mito di Aracne

Giada Cavalli

Created on April 29, 2024

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Transcript

Il Mito di aracne

Il mito

Aracne era un'abile tessitrice proveniente dalla Libia. Il suo orgoglio e la sua superbia però le fecero affermare di essere la migliore tessitrice tra gli umani e gli dei, scatenando così l'ira della dea Atena. Le due quindi si sfidarono, ma una volta finito la dea dovette ammettere la sua sconfitta e presa dalla rabbia, stracciò la tela di Aracne, che corse nel bosco pronta ad impiccarsi. La dea però glielo impedì, trasformandola in un ragno, costringendola quindi a tessere per tutta la vita.

La figura della donna

Insegnamenti

Questo mito ci vuole insegnare che la troppa arroganza e sicurezza nelle nostre capacità può portarci alla morte

Aracne dimostra forza d’animo e un carattere raro per quella società, non era disposta a sottomettersi. Ci accorgeremo che Aracne potrebbe essere considerata una ribelle ante-litteram, che non si piega facilmente alle imposizioni.

Il suo scopo era quello di spiegare ai bambini greci perchè i ragni si chiamassero aracnidi e perchè non ci si doveva mai dichiarare migliori degli dei

Nel mondo greco, le donne avevano un ruolo assolutamente secondario chiuse nel gineceo, sottomesse prima ai padri, poi ai fratelli, poi ai mariti

OVIDIO, METAMORFOSI VI 14-33

Huius ut adspicerent opus admirabile, saepe deseruere sui nymphae vineta Timoli, deseruere suas nymphae Pactolides undas. Nec factas solum vestes, spectare iuvabat tum quoque, cum fierent: tantus decor adfuit arti, sive rudem primos lanam glomerabat in orbes, seu digitis subigebat opus repetitaque longo vellera mollibat nebulas aequantia tractu, sive levi teretem versabat pollice fusum, seu pingebat acu; scires a Pallade doctam. Quod tamen ipsa negat tantaque offensa magistra ‘certet’ ait ‘mecum: nihil est, quod victa recusem!’ Pallas anum simulat: falsosque in tempora canos addit et infirmos, baculo quos sustinet, artus. Tum sic orsa loqui ‘non omnia grandior aetas, quae fugiamus, habet: seris venit usus ab annis. Consilium ne sperne meum: tibi fama petatur inter mortales faciendae maxima lanae; cede deae veniamque tuis, temeraria, dictis supplice voce roga: veniam dabit illa roganti.

Per vedere i suoi meravigliosi lavori, spesso (15)le ninfe del Timòlo lasciarono i loro vigneti, (16) le ninfe del Pactòlo lasciarono le loro acque. (17) E non soltanto faceva piacere vedere le vesti una volta finite,(18) ma anche vederle mentre venivano realizzate: un così grande eleganza accompagnava la sua arte,(19) sia che agglomerasse la lana grezza nelle prime matasse, (20) sia che domasse l’opera con le dita e con lungo gesto (21) sfilacciasse uno dopo l’altro i fiocchi somiglianti a nuvolette, (22) sia che con l’agile pollice facesse girare il liscio fuso, (23) sia che ricamasse con l’ago, si sarebbe potuto capire che fosse stata educata da Pallade. (24) Ma essa lo nega, e indispettita da una così grande maestra, (25) diceva: «Che gareggi con me! Se sarò vinta, non ci sarà nulla che io possa rifiutare». (26) Pallade si finge una vecchia, aggiunge sulle tempie una finta canizie e (27) finge deboli membra, che sostiene con un bastone. (28) Allora così esordì dicendo: «L’età più avanzata (29) non ha tutti aspetti da evitare: l’esperienza viene dagli anni tardi. (30) Non trascurare il mio consiglio: da te sia ricercata la massima (31) gloria di tessere la lana fra i mortali; (32) ma cedi alla dea e chiedi, sfrontata, (33) con supplice voce perdono per le tue parole; lei ti concederà il perdono se glielo chiedi».