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TITO LIVIO

SofieIla

Created on April 22, 2024

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TITO LIVIO

lo storico più importante dell'età augustea

1. BIOGRAFIA

2. OPERE

3.STILE

4. PENSIERO POLITICO

5. AB URBE CONDITA

6. LIVIO E IL SUO TEMPO

La vicenda biografica di Livio si svolge nella fase acuta della crisi repubblicana che portò all’Impero: la lunga fase delle guerre civili, il secondo triumvirato e l'ascesa di Augusto. Ignoriamo il cognomen di Livio, ma era di famiglia più che benestante e lo dimostra il fatto che visse sempre della sua attività letteraria, senza protettori e senza la necessità di ricoprire cariche pubbliche.

1. BIOGRAFIA

“Spetta a chi la dà, non a chi la chiede, dettare le condizioni di pace.”

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Nel libro 1 de Ab Urbe Condita si narra dell'arrivo di Enea, in fuga dalla città di Troia distrutta dagli Achei, nell'Italia centrale, precisamente a Larinto, governato dal re delle popolazioni aborigene Latino. Qui gli storici sono discordanti, alcuni dicono che Latino accolse Enea in pace, altri che fù battuto in battaglia e fu costretto ad accettare al presenza dell'eroe troiano; sta di fatto che questo incontro fù fondamentale per la nascita del futuro impero romano, infatti Lavinia la figlia del re ed Enea s'innamorano perdutamente l'una dell'altro, e sebbene la principessa era già stata promessa in sposa a Turno re dei Rutuli, il padre acconsente ugualmente a donarla al greco Enea, il quale una volta sposatosi, decide che il suo peregrinare e quello dei troiani era giunto al termine.

2. OPERE

Livio scrisse un'opera storica che chiama Annales, composta da 142 libri, che viene ricordata con il nome di Ab Urbe Condita libri, cioè i libri dalla fondazione della città.

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E’ facile che abbia ricevuto una formazione filosofica e retorica, Seneca parla di molti suoi trattati filosofici, tuttavia non pervenutici. I rapporti con Augusto sono di amicizia, dice Tacito che Livio era chiamato “pompeiano” dal princeps ma questo non nocque alla loro amicizia. Ci conferma così il carattere indipendente e l’imparzialità dello storico. Ci indica anche l’orientamento repubblicano di Livio, che aveva parlato di Bruto e Cassio come uomini insigni ed eroi, rifiutandosi di definirli “latrones et parricidi” – la fonte è sempre Tacito.

3. STILE

Lo stile di Livio è caratterizzato, secondo Quintiliano, dalla lactea ubertas, da uno stile fluido e ampio, ricco di chiarezza.

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Il tono è amareggiato, e Livio sottolinea che non ci si trovi in una nuova età dell’oro e Augusto non è un uomo della provvidenza, un novello Saturno. Il meglio era già nel passato e qualcosa a un certo punto ha incrinato il meccanismo della formidabile civiltà romana. Il pessimismo acuto e quasi fatalistico, diverso da quello di Sallustio. Livio ritiene che Roma deve la rovina alla sua stessa grandezzae nulla potrà sanare questa situazione.

4. PENSIERO POLITICO

Livio porta i nostri occhi a guardare alla gloria antica e ai valori della Roma delle origini.

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L’opera comprendeva 142 libri, pubblicati gradualmente in gruppi di dieci (decadi) o di cinque (pentadi), spesso preceduti da prefazioni. Livio iniziò a comporre l’opera probabilmente fra il 31 a.C. e il 27 a.C. e vi dedicò tutta la vita. La narrazione dei fatti partiva dalle origini leggendarie di Roma, a cominciare dal mitico arrivo di Enea (secondo quanto esposto anche nell’Eneide di Virgilio), e giungeva fino alla morte di Druso (fratello di Tiberio e figliastro di Augusto) avvenuta in Germania nel 9 a.C.

5. AB URBE CONDITA

«dalla fondazione di Roma».si riferisce a un sistema di calcolo degli anni che prese piede tra i Romani

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Livio alternò la cronologia storica alla narrazione, spesso interrompendo il racconto per annunciare l'elezione di un nuovo console, il sistema utilizzato dai Romani per tener conto degli anni. Si può evincere un senso di nostalgia verso quest’ultima che si prova a ripristinare con il reggime Augusteo, del quale Livio era un forte sostenitore proprio per l’intento di Augusto di restaurare il mos maiorum.

5. LIVIO E IL SUO TEMPO

Livio denuncia spesso la decadenza dei costumi esaltando i valori su cui si era basata la Roma eterna.

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In quella terra poteva stabilirsi in maniera stabile; fà fondare così la città di Lavinio dandole il nome della moglie per omaggiarla ed onorarla, questa città altri non era che la odierna Pratica di Mare. Ma Turno non gioisce del rifiuto ricevuto, ancor di più per essere stato preferito ad uno straniero, e ne scaturisce una guerra tra le due popolazioni, Enea per non essere sopraffatto si allea con gli aborigeni e per averne la fiducia ed il comando li pone al pari dei suoi compagni troiani, chiamandoli entrambi con un sol nome, "Latini". La guerra vede vincitori i nuovi latini seppur con un'amara conclusione, infatti il re, Latino, rimane ucciso ed Enea adesso si trova solo al comando, si creano di fatto delle condizioni per la nascita del futuro popolo romano, ed a rafforzarle è l'arrivo del figlio di Enea e Lavinia, al quale daranno il nome di Ascanio.

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Livio si inserisce nell’atmosfera di tolleranza e liberalità verso gli intellettuali che caratterizzò la prima fase del governo di Ottaviano; del resto condivide con Augusto la nostalgia per la vecchia Roma e per gli antiqui mores, e ammira la pax. Allontanandosi dalla brevitas sallustiana, Livio realizza l’ideale ciceroniano della storia come genere che ha uno “stile scorrevole e largo, che si riversa con dolcezza, seguendo un corso regolare”. Lo stile liviano, privo di asperità e dai periodi ampi, maestosi e scorrevoli, è definito da Quintiliano lactea ubertas, “abbondanza dolce come il latte”. Nella prima decade si osserva un certo indulgere all’arcaismo (per conferire solennità a eventi remoti); ovunque è presente una soffusa sfumatura poetica

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L’unica consolazione possibile è guardare all’antico e trarne gli esempi più fulgidi della perduta virtus. Del resto, è stato solo grazie alle straordinarie doti morali dei suoi antenati, che Roma ha potuto diventare così potente e Augusto ha sicuramente il merito di voler restaurare i valori etici del mos maiorum. Secondo Livio, la storia può insegnare secondo l’antico adagio Historia magistra vitae. Possiamo così apprendere ciò che è giusto per la patria e possiamo prendere esempi comportamentali sia dai personaggi reali sia da quelli leggendari o mitologicipoiché, tratteggiati in modo da acquistare un valore esemplare, rappresentano di volta in volta, i boni mores come la fides la gravitas, la pietaso, al contrario, i vizi da evitare. Livio mostra di essere un grande scrittore e un fine conoscitore dell’animo umano: il carattere dei personaggi emerge con chiarezza e la narrazione degli eventi procede con grande vivacità, anche grazie alla ricchezza delle fonti da cui attinge le notizie e da cui trae i dettagli che rendono la lettura più appassionante e umana. è appassionato più dai grandi eventi e dai grandi personaggi che non dai processi storici veri e propri. Infatti è molto meno attento ad analizzare le questioni economiche o sociali, quasi estranee alle vicende romane. Anche l’obiettività nei confronti del popolo romano (sconfitte memorabili, comportamenti irriguardosi etc.) viene spesso meno.

Tito Livio, di origini plebee, nacque nel 59 a.C. a Padova, dove venne educato come da consuetudine per l’epoca: riceve un’educazione tradizionale, fondata sui valori del mos maiorum e legata alla libertas repubblicana, imparò i rudimenti di latino e greco, poi studiò retorica. Per completare gli studi da Padova, dove era nato, nel 30 a.C. (ca.), si trasferì a Roma per svolgere le sue indagini storiografiche: così, come un topo di biblioteca, Livio si mise a scartabellare le fonti e a studiare le opere degli altri storiografi: era la documentazione necessaria alla sua grande opera e fu l’opera della sua vita, l’unica cui attese e che cominciò a pubblicare tra il 27 e il 25 a.C., quando uscì il primo libro. Questo ambizioso progetto – romanamente ambizioso, potremmo dire – attirò l’attenzione dello stesso Augusto. A quanto sembra, il Princeps gli affidò anche l’educazione del nipote adottivo Claudio, il futuro imperatore. Muore a Padova nel 17 d.C.