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EPODO VII ORAZIO
Rita
Created on April 20, 2024
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orazio
Epodo VII
feppo rita
Index
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
INTRODUZIONE
TESTO
BIBLIOGRAFIA
ANALISI E COMMENTO
INTRODUZIONE
Unit 01
Orazio, per la sua eleganza, raffinatezza e ironia, è considerato uno dei più grandi poeti latini. Visse in un periodo molto complesso della storia di Roma, per via delle guerre civili del I secolo a.C., ma affrontò le difficoltà così come previsto dalla concezione epicurea del “lathe biosas”, ovvero tenendosi fuori dalla contesa politica, se si esclude la sfortunatissima esperienza militare della battaglia di Filippi. Alcuni critici hanno sottolineato punti di scissione tra Orazio uomo e Orazio poeta.
Il primo è un caro amico di Mecenate; il secondo invece non aderisce perfettamente all’ideale augusteo e cerca in tutti i modi di preservare la propria libertà intellettuale. Ringrazia Augusto e lo esalta, ma rispetto agli altri intellettuali del Circolo di Mecenate, lo fa in maniera molto più pacata. Tra il 42 e il 41 a.C. Orazio realizzò gli “Epodi”, suddivisi in 17 libri, ma li pubblicò soltanto intorno al 30 a.C. Gli “Epodi” sono composizioni derivate dalla metrica greca, che però attingono molto dalla poesia neoterica. Essi sono scritti prevalentemente in metro giambico: la struttura prevede coppie di versi, dei quali il secondo è più breve del primo, dando vita a un ritmo disarmonico e incerto.
INTRODUZIONE
Unit 01
Gli “Epodi” rivelano una seconda faccia del poeta, dal momento che si caratterizzano non solo per una maggiore varietà di contenuti, ma anche e soprattutto per la rinuncia a ogni intento moraleggiante: qui Orazio si limita a schernire e criticare.Sono degli scritti polemici, di invettiva personale e carichi di amarezza e sarcasmo, scritti in un momento difficile della sua vita: nel 41 a.C., al tempo della battaglia di Filippi egli era infatti divenuto “tribunus” (capo di una legione) nonostante la propria inesperienza e fu costretto a fuggire dopo che gran parte della sua legione aveva perso la vita.
EPODO VII
Unit 02
Quo, quò scelèsti ruìtis? Àut cur dèxteris
aptàntur ènses cònditi?
Parùmne càmpis àtque Nèptunò super
fus(um) èst Latìni sànguinis
non ùt supèrbas ìnvidaè Carthàginis
Romànus àrces ùreret,
intàctus àut Britànnus ùt descènderet
sacrà catènatùs via,
sed ùt secùndum vòta Pàrthorùm sua
urb(s) haèc perìret dèxtera?
Nequ(e) hìc lupìs mos nèc fuìt leònibus,
umquàm nis(i) ìn dispàr feris.
Furòrne caècus àn rapìt vis àcrior
an cùlpa? Rèsponsùm date.
Tacènt et àlbus òra pàllor ìnficit
clicca sui versi per leggere la traduzione
mentèsque pèrculsaè stupent.
Sic èst: acèrba fàta Ròmanòs agunt
scelùsque fràternaè necis,
ut ìmmerèntis flùxit ìn terràm Remi
sacèr nepòtibùs cruor.
ANALISI E COMMENTO
Unit 03
Il passo proposto corrisponde all’”Epòdon” VII, in cui Orazio si scaglia contro le guerre civili che continuavano a imperversare a Roma, il “furor caecus” che opponeva i Romani l’uno contro l’altro. L’intero componimento verte infatti sul seguente interrogativo: perché esiste il male? Da cosa si origina questo male che sta corrodendo l’intera città di Roma? L’originalità del componimento non consiste nel tema trattato - quello della guerra - bensì nel modo in cui questa viene presentata. Essa viene trattata non nel “come” ma nel “perché”, esponendo tre possibilità di guerra:
ANALISI E COMMENTO
Unit 03
Una sorte nefasta attende i Romani, una gente maledetta nata dal fratricidio di Romolo su Remo, il cui sangue ancora li contagia (v.20). Si comportano da meri scellerati, fin quando spinti dal “furor caecus” e da una barbara ferocia si scagliano l’uno contro l’altro, divenendo rovina di sé stessi. Interessante è a tal proposito l’utilizzo della seconda persona plurale, rendendo il testo un discorso diretto, a cui si aggiunge al v. 3 l’anastrofe “parumne”, che mette in rilievo quanto sangue romano sia stato versato inutilmente ed è riferito a “sanguinis”, che chiude il distico.
Il testo è bipartito. Nella prima sezione, oltre alla descrizione delle diverse accezioni che la guerra può assumere, bisogna focalizzare la propria attenzione su alcune scelte sintattiche e formali, come la strenua presenza di figure retoriche. Due in particolare sono volte ad attestare l’erudizione del poeta: la metonimia “Neptunò” indicante il mare al v. 3 e l’iperbato che separa l’aggettivo “superba” dal sostantivo “arces” - dovrebbero essere i Cartaginesi a essere superbi - al v. 5.
ANALISI E COMMENTO
Unit 03
Come è proprio dello stile oraziano, lo scritto è di una straordinaria apparenza e di un perfetto equilibrio, grazie ad un accurato “labor limae" e quella che si è soliti definire “callida iunctura". Ancora una volta speciale attenzione è rivolta al risparmio delle parole, rispettando i modelli della lirica greca arcaica, qui i più importanti giambografi greci Archiloco e Ipponatte. L’espressione “sua dextera” a conclusione dei versi 9-10 ha la funzione di sottolineare come siano i Romani stessi a procurare la propria sventura e disfatta, con un riferimento al corteo
trionfale che i vincitori erano soliti svolgere. Esso iniziava nei pressi dell’attuale Colosseo, attraversava la Velia (altura tra l’Esquilino e il Palatino), poi lungo il foro fino ai piedi del Campidoglio. Al verso 11, invece, la costruzione del dativo di possesso con il verbo “fuit” dei sostantivi “lupis” e “leonibus” accompagnata dall'aggettivo “dispar” sta ad indicare che gli uomini sono più feroci delle bestie perché mentre i secondi combattono solo contro chi non appartiene alla loro specie, l’uomo arriva a lottare contro sé stesso.
ANALISI E COMMENTO
Unit 03
La seconda sezione, invece, fornisce tre ipotesi per spiegare l’origine del male che continua a corrompere Roma. La risposta dei Romani viene presentata al v.15, quando con il verbo “tacent” (“tacciono”) si passa dalla seconda alla terza persona plurale, più distaccata. Orazio si rivolge a un pubblico più ampio per dare delle spiegazioni accurate a persone inconsapevoli di quanto sia accaduto. Non si erano mai posti il problema e quando questi viene effettivamente presentato restano turbati, “perculsae”. “Sic est” al v. 17 è la risposta del poeta al loro silenzio, scegliendo la terza delle ipotesi indicata con l’espressione “acerba fata”. Esso non è il destino di cui era solto parlare Virgilio, ma una condizione creatasi con Romolo e Remo, tanto che al verso seguente il genitivo “necis” corrisponde proprio alla morte provocata da un assassinio. Tuttavia, il passo non finisce qui perché al v.19 Orazio ribadisce l’innocenza di Remo: “inmerentis” è l’innocente, immeritevole dell’omicidio ed è collocato proprio all’inizio del verso.
Un destino acerbo conduce i Romani [...] quando il sangue dell'innocente Romolo colò a terra maledetto per i nipoti
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Unit 04
Nella letteratura antica non mancano le maledizioni della guerra. Eccone alcuni esempi:
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Unit 04
"Pace", Aristofane
"Acarnesi", Aristofane
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TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Unit 04
Anche il quarto stasimo dell’“Andromaca” di Euripide cantato dalle donne di Ftia mette in rilievo che la Grecia soffrì non meno di Troia per la guerra (vv. 1041-1046). La nefandezza massima della guerra di Troia è forse l’uccisione di Astianatte: nell’ammazzare un bambino i Greci si rivelano più barbari dei loro avversari.
Nella “Lisistrata” invece (411 a.C.) la donna non è causa della guerra, come nell’“Iliade”, ma fautrice della pace attraverso lo sciopero. Le donne “odiose a Euripide e a tutti gli dèi” - come le definisce il corifèo al v. 283 - hanno occupato l’Acropoli impedendo la continuazione della guerra. A capo dello sciopero vi è Lisistrata, il cui motto è: “bisogna astenersi dal bischero”. Interessanti nella commedia sono i motivi femministi ante litteram.
Unit 04
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Ogni guerra resta però una guerra civile e gli autori latini sono in grado di esporre al meglio il concetto. Nel “Bellum Catilinae” di Sallustio, Catone, discutendo in senato contro Cesare - che aveva chiesto di punire i congiurati confiscando i loro beni e tenendoli prigionieri in catene nei municipi - denuncia il cambiamento del valore delle parole: “iam pridem equidem nos vera vocabula rerum amisimus: quia bona aliena largiri liberalitas, malarum rerum audacia fortitudo vocatur, eo res publica in extremo sita est” (52,11)ù "già da tempo veramente abbiamo perduto la verità nel nominare le cose: poiché essere prodighi dei beni altrui si chiama liberalità, l’audacia nel male, coraggio, perciò la repubblica è ridotta allo stremo”.
Unit 04
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
La Repubblica è ridotta allo stremo perché lo stesso dibattito riguardante la guerra sta perdendo gradualmente il proprio valore. Cosa sono la liberalità se non lo sfruttamento dei beni altrui, il coraggio se non l’audacia nel fare del male?Perché non si è in grado di riconoscere che questi stanno stravolgendo l’intera società?In età imperiale, invece, Virgilio nella prima “Georgica” depreca “Mars impius” “al tempo della guerra civile infuria dovunque, come nell’età del ferro” (v. 511). Ancora una volta si ha un riferimento al dio della guerra, qui Marte, che da sempre infuria, sin dalla cosiddetta “età del ferro”. Lo stesso Orazio riprende il dio in ben quattro Odi: 13, 14, 17 e 28.
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Unit 04
Il civis Romanus deve essere in grado di stabilire delle leggi che salvaguardino la sua stessa pace, trattino con rispetto le popolazioni vinte. Petronio nel “Bellum civile” del “Satyricon” sostituisce alla prospettiva storica del poema lucaneo quella moralistica: i Romani avevano già occupato il mondo e ancora non bastava.
Appena la guerra si presentò agli occhi del genere umano molti conobbero la morte. Le sue origini vanno però ricercate nel desiderio di guadagno che incombe nell’animo di ognuno, veicolando e influenzando le proprie scelte. Un giudizio critico è presentato anche nel VI libro dell’“Eneide”, ai vv. 851-853:
“tu regere imperio populos, Romane, memento pacique imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos” “tu, Romano, ricorda di guidare i popoli con il tuo impero (queste saranno le tue arti) e di imporre una regola alla pace, risparmiare i sottomessi e sgominare i superbi.”
“orbem iam totum victor Romanus habebat,qua mare, qua terrae, qua sidus currit utrumque. Nec satiatus erat” (119, vv. 1-3) “il Romano vincitore possedeva già l’universo mondo, per dove il mare, per dove le terre, per dove corrono l’una e l’altra costellazione. E non era ancor sazio.”
TEMA DELLA GUERRA IN LETTERATURA
Unit 04
Quando i Romani rapinavano il mondo, cercavano oltre i mari e i deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’ Iddii de’ vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i loro ferri li ritorceano contro le proprie viscere.
Ormai la popolazione non è sopraffatta dalla sete di denaro quanto più da quella di conquista. Il passo si colloca perfettamente nella visione del mondo oraziana: i Romani non si accontentano più di nulla e a causa di un male originario sono spinti verso nuovi orizzonti, a scapito delle popolazioni conquistate. Si tratta di una condanna del loro imperialismo, di rapine e sterminio da loro attuati.Tale accusa è attuata in età romantica nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo, in cui l’autore riprende i primi versi del poema “Pharsalia” di Lucano:
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
Unit 05
13. Orazio.pdf (adrianodigregorio.it)
EPODON, LIBER VII – Orazio – testo, traduzione, metrica, analisi - Risorse per la scuola (atuttascuola.it)
https://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/letteratura-latina/augusto/orazio/CONTENUTO-DEGLI--I-EPODI--I-.
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ORAZIO EPODO VII
Fine
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Tre tipologie di guerra
- una guerra giusta, identificata con la mitica avversaria Cartagine, secondo un’inimicizia trattata anche nei poemi epici, basti pensare all’“Eneide”;
- una guerra di conquista, contro la Britannia, conquistata solo dopo il 54 d.C. grazie all’intervento dell’imperatore Claudio poiché Cesare non era stato in grado di farlo;
- una guerra civile: “facciamo un favore ai nostri nemici Parti, che ci vogliono morti”.
Perché Roma è invasa dalla cattiveria? Tre ipotesi:
- i Romani sono offuscati dal “furor caecus”, una follia che acceca la mente (non è un caso che lo stesso sostantivo sia utilizzato nell’ “Eneide” virgiliana con riferimento a Didone);
- i Romani sono oppressi da una potenza esterna all’uomo: si tratta della sorte, una forza divina incontrollabile;
- esiste una colpa originaria che lascia incapaci al bene.
Nel primo Stasimo dell’“Agamennone”, invece, Ares viene definito “cambiavalute dei corpi”, nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori. Secondo lo storico Gaetano De Sanctis, Eschilo con questa tragedia ha voluto “mettere in guardia gli Ateniesi” contro l’ingiustizia della guerra, da cui tornano non i cittadini partiti per combattere ma le urne recanti le loro ceneri. Nonostante il tragediografo non si sia interessato molto di politica nelle proprie opere, permane la volontà di partecipare a un dibattito preminente all’epoca, con riferimento alla sorte e all’aspetto divino. In parte la necessità di discutere della guerra era stata avvertita anche dal contemporaneo Sofocle. Nel terzo Stasimo dell’“Aiace” il Coro, composto dai marinai di Salamina, maledice l’inventore della guerra, augurandogli di patire le pene che un’eternità trascorsa nell’Ade ha da recare con sé:
“Oh fosse prima scomparso nelle profondità dell’immenso cielo o dentro l’Ade dimora comune d’ogni mortale, l’uomo che insegnò ai Greci la guerra che tutti coinvolge, con le sue armi odiose. O affanni progenitori d’affanni! Fu lui la rovina dell’umanità! [...] Agli amori ha posto termine, ahimè!” (vv. 1199-1210)
“Ares è un domatore di popoli che infuriando soffia con violenza e contamina la pietà” (vv. 343-344, "Sette contro Tebe" di Eschilo)
Nella Parodo dell’“Edipo re” Ares viene invece invece condannato dal religioso autore come “il dio disonorato tra gli dei”, poiché la guerra del Peloponneso dopo la morte di Pericle è stata condotta dal sanguinario Cleone (personaggio politico ripreso anche da Aristofane) senza rispetto dell’etica eroica e senza riguardo per l’umanità. Anche lo storiografo Tucidide fa dire dagli Ateniesi ai Meli, nel V libro delle “Historiae” di non volgersi “a quel senso dell’ onore che procura grandi rovine agli uomini”. Pochi versi prima la sofferenza delle donne per le guerre degli uomini è compianta dal Coro di vecchi Tebani:
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