Il Manierismo
Lucia Longobardi IV°BL
Un nuovo movimento
Il manierismo è una corrente culturale e artistica di passaggio, direttamente derivata dal Rinascimento e che pone le basi per il successivo stile Barocco.
Storicamente il manierismo nacque all’inizio del quarto decennio del XVI secolo e, come indica il nome stesso, è caratterizzato da un’arte “alla maniera dei” (cioè nello stile dei) grandi protagonisti del Rinascimento. I riferimenti sono in primis artisti del calibro di Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo. Gli artisti e pittori manieristi ne riprendono infatti lo stile, in alcuni casi semplicemente ricopiandolo e pertanto comportando inizialmente un’accezione negativa del termine. Altri furono invece in grado di rielaborare e adattare “la maniera” al proprio contesto storico e culturale.
Il Rinascimento fu infatti caratterizzato dalla centralità di un uomo e dal dominio del rigore scientifico, che nell’arte si tradusse nella rappresentazione prospettica e nella ricerca di naturalismo.
Il Cinquecento fu invece costellato da avvenimenti storici che influirono sul pensiero e sulla cultura, modificando inevitabilmente l’atteggiamento nei confronti delle arti.
Tra i fatti principali vi furono certamente le grandi epidemie di peste, il sacco di Roma del 1527, e la Controriforma, culminata nel Concilio di Trento (1545-1563), al fine di contrastare il Protestantesimo promulgato da Martin Lutero. I manieristi più importanti furono: Jacopo Pontormo, Rosso Fiorentino, Parmigianino e Tintoretto.
Jacopo Pontormo
Jacopo Carucci prende il nome di Jacopo da Pontormo, come spesso accadeva, a causa del suo luogo di nascita.
Nato a Pontormo nel 1494, il padre era Bartolomeo Carucci, un artista del ‘400 di cui purtroppo non ci sono giunte opere. Sappiamo soltanto che si formò e lavorò nella bottega del Ghirlandaio.
Jacopo rimase orfano di entrambi i genitori in età molto giovane e, ancora bambino, fu accudito dalla nonna materna. Ben presto si distinse come bambino prodigio e venne così incoraggiato a seguire le orme del padre. Grazie al suo talento poté andare a studiare pittura presso le più importanti botteghe dei maestri fiorentini tra cui quelle di Leonardo da Vinci, Piero di Cosimo, Mariotto Albertinelli ed Andrea del Sarto del quale diventa allievo.
La biografia di Jacopo Pontormo è arrivata fino a noi grazie al lavoro di Giorgio Vasari ma per il ritrovamento di un suo diario personale. L’idea che ne viene fuori è quella di una artista molto malinconico, forse depresso.
Jacopo Pontormo fu tormentato tutta la vita da un senso di solitudine e abbandono, probabilmente dovuto alla sua infanzia, che lo portò a importanti sperimentazioni nell’ambito della pittura, distaccandosi nettamente dal classicismo.
Sacra Famiglia con san Giovannino
L'opera databile alla fase giovanile dell'artista. Ne esiste un disegno preparatorio nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi.Su uno sfondo scuro, Maria seduta presenta il Bambino allo spettatore. Egli, accovacciato tra le braccia della madre, solleva un cardellino, prefiguazione della sua passione. Ai lati emergono dal buio san Giuseppe, che si volta schivo di spalle, e uno sbarazzino san Giovannino. Maria, che premonisce il tragico destino del figlio, appare fredda e distante, con gli occhi quasi umidi di lacrime, a differenza dell'allegria che sprigionano i volti dei due bambini.
La scena mostra una rottura rispetto ai principi del Rinascimento per le contraddizioni interne: il Bambino e il volto della Madonna, ad esempio, sono costruiti in modo da farne risaltare il volume, ma il panneggio ha un disegno delle pieghe piatto, quasi inconsistente. Molto intenso è il contrasto tra i colori complementari del verde e del rosso nella veste di Maria, il primo in una tonalità petrolio, il secondo di un'intensità quasi satura.
Rosso Fiorentino
Giovanni Battista di Jacopo nasce a Firenze nel mese di marzo 1494. Il Rosso, soprannome che gli deriva dal colore dei capelli, compirà la sua formazione con Andrea del Sarto e sarà fondamentale per lui lo studio della Battaglia di Cascina di Michelangelo. Nel 1512, a diciotto anni non ancora compiuti, insieme al Pontormo dipinge la predella dell’Annunciazione di San Gallo di Andrea del Sarto. Il dipinto di colui che fu il maestro del Rosso è oggi conservato a Palazzo Pitti. Il Rosso si conferma come artista di talento precoce quando nel 1513, a diciannove anni, inizia a dipingere la sua prima opera che si può datare con sicurezza, l’affresco dell’Assunzione nella basilica della Santissima Annunziata di Firenze, che sarà terminato l’anno successivo.
Nel 1515 il Rosso è coinvolto nella preparazione degli allestimenti per le feste in occasione dell’arrivo a Firenze di papa Leone X. Nel 1517 si iscrive all’Arte dei Medici e degli Speziali, mentre l’anno successivo realizza, per Leonardo Buonafede, l’opera nota oggi come la Pala dello Spedalingo, conservata agli Uffizi, uno dei suoi capolavori più noti e famosi. Attorno al 1523 dipinge uno dei suoi capolavori più noti, Mosè e le figlie di Ietro. Nello stesso anno si trasferisce a Roma dove lavora alla cappella Cesi nella chiesa di Santa Maria della Pace, lo stesso luogo dove alcuni anni prima aveva lavorato Raffaello Sanzio. Nel 1527, durante il sacco di Roma, viene fatto prigioniero dai tedeschi, ma riesce poi a liberarsi e ripara a Perugia. Nello stesso anno raggiunge la cittadina di Sansepolcro, dove dipinge il Compianto sul Cristo morto, altra opera chiave della sua produzione, nota anche come Deposizione di Sansepolcro.
Nel 1528 il Rosso Fiorentino è a Città di Castello dove, per la cattedrale locale, dipinge il Cristo in gloria. L’artista decide di andare a Venezia, dove viene accolto dall’amico Pietro Aretino, per poi partire per la Francia, luogo dove il pittore aveva sempre manifestato il desiderio di recarsi. In Francia, il Rosso Fiorentino diventa pittore di corte di Francesco I. Nel 1532, per Francesco I di Francia, inizia a dirigere i lavori nella cosiddetta Galleria di Francesco I nel castello di Fontainebleau, che doveva essere decorata con una serie di affreschi. L’artista scompare improvvisamente, a soli quarantasei anni, il 14 novembre del 1540 a Fontainebleau.
Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine venne eseguito, nel lontano 1523, da Rosso Fiorentino per la famiglia Ginori che aveva acquistato dai Masi, pochi anni addietro, il patronato di una cappella nella basilica di San Lorenzo. L’opera, firmata e datata, aveva alle spalle una lunga tradizione iconografica e vantava precedenti illustri nei dipinti di Raffaello Sanzio e di Pietro Perugino. La tavola mostra i due giovani sposi, Maria e Giuseppe, al culmine di una gradinata, mentre stanno per essere uniti in matrimonio da un barbuto Sacerdote, elegantemente vestito. Giuseppe, con l’attributo del bastone fiorito, sta infilando l’anello al dito della Vergine ed è rappresentato come un giovane aitante, in difformità con la tradizione che lo voleva generalmente anziano. La scena è particolarmente affollata intorno agli sposi, mentre il primo piano è occupato da due sante, riconoscibili, con molta probabilità, in Anna, la madre della Vergine, quella alla nostra sinistra, e in Apollonia, la giovane sulla destra che tiene aperto un grande libro dove è la firma del pittore.
Parmigianino
Girolamo Francesco Maria Mazzola nasce a Parma l’11 gennaio, ottavo di nove figli, da Filippo, di professione pittore. Il padre muore già nel 1505 e il piccolo Francesco viene affidato alle cure degli zii Michele e Pietro Ilario Mazzola, anch’essi pittori, con cui il giovane compirà il suo apprendistato artistico. Nel 1519, a soli sedici anni, l’artista esegue la sua prima opera nota, il Battesimo di Cristo destinato alla chiesa dell’Annunziata di Parma. Attorno al 1520, insieme agli zii e ad altri artisti inizia a lavorare agli affreschi della chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma in qualità di collaboratore del Correggio, mettendosi in particolare luce e dimostrando il suo precocissimo talento.
Nel 1524 l’artista inizia ad attendere a una delle sue più grandi imprese: è infatti alla Rocca di Fontanellato, chiamato dal signore locale, Galeazzo Sanvitale. Qui l’artista esegue capolavori importanti come le Storie di Diana e Atteone (il ciclo di affreschi che decora la “Stufetta” della Rocca), e il ritratto di Sanvitale. Sempre nel 1524 soggiorna, insieme a Pietro Ilario, a Roma, dove ha modo di entrare in contatto con l’arte di Raffaello e di Michelangelo Buonarroti.
Nel 1527, per evitare il sacco di Roma, come molti altri artisti lascia la città: si trasferisce dunque a Bologna. Il 1529 è l’anno della visita di papa Clemente VII. L’anno successivo l’artista viene incaricato della decorazione ad affresco della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma: si tratta di una delle sue imprese più note e importanti, ma anche di quella più sofferta. Nel 1534 comincia a dipingere il suo capolavoro forse più famoso, la celeberrima Madonna dal collo lungo, opera rimasta incompiuta, e oggi conservata alla Galleria degli Uffizi. Nel 1539, decide di lasciare la città natale per trasferirsi a Casalmaggiore, appena fuori dai confini del ducato di Parma. A Casalmaggiore il Parmigianino muore però il 24 agosto del 1540, forse di malaria, contratta il 5 agosto.
Madonna dal collo lungo
La Madonna dal collo lungo gli fu commissionata nel 1534 da Elena Baiardi Tagliaferri per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Parma.
Una Vergine dalla monumentalità michelangiolesca, ma dalle forme innaturalmente allungate, contempla Gesù addormentato sul suo grembo. Il sonno del Bambino è una prefigurazione della morte sulla Croce, poiché nell’urna che l’angelo mostra alla Madonna si rispecchia l’immagine della Crocifissione. La colonna alla sinistra di Maria ne enfatizza la flessuosità del busto e del collo, ma potrebbe anche alludere all’incorruttibile purezza della Vergine.
La figurina in basso a destra è San Girolamo che dispiega il suo rotolo volgendosi verso San Francesco, di cui l’artista fece in tempo a dipingere solo un piede. La presenza di quest’ultimo potrebbe far riferimento al dogma dell’Immacolata Concezione il cui culto fu divulgato dall’ordine francescano.
Pur nella raffigurazione di un tema sacro, l’artista non rinuncia alla sensualità tipica della sua produzione artistica: le figure dalle membra allungate e dalle pose ricercate, interpretate con sofistica eleganza, sono permeate da un sottile erotismo, percepibile nei panneggi che aderiscono al corpo della Vergine evidenziandone le forme, nella mano affusolata portata al seno, nella flessuosità della gamba nuda del giovane angelo in primo piano.
Entrato nelle collezioni medicee nel 1698, il dipinto fa parte di quelle pale d’altare che il Gran Principe Ferdinando volle acquistare per incrementare la sua collezione di capolavori dal Rinascimento al primo Seicento.
Tintoretto
Jacopo Robusti, conosciuto come il Tintoretto, nasce tra il settembre e l’ottobre del 1518 a Venezia. Lo pseudonimo dell’artista deriva dalla professione di tintore di tessuti di seta svolta dal padre Giovanni Battista. È proprio nella bottega del padre che il giovane Jacopo comincia ad appassionarsi ai colori e al disegno. Nel 1530, favorendo l’inclinazione del figlio, Giovanni Battista riesce ad inserirlo all’interno della bottega di Tiziano, che in quel periodo è pittore ufficiale della Repubblica di Venezia. Nel 1541 Tintoretto ottiene la prima commessa dal banchiere Vettor Pisani, il quale gli commissiona delle tavole raffiguranti episodi delle Metamorfosi di Ovidio e gli paga un viaggio a Mantova per visitare Palazzo Te in modo da studiare i lavori di Giulio Romano e trarne ispirazione. La collaborazione con la Scuola di San Marco si protrarrà fino al 1556. Nel 1549 Tintoretto comincia la collaborazione con la Scuola Grande di San Rocco per la quale realizza circa cinquanta tele fino al 1587. Verso la metà del secolo, Tiziano muore a causa della peste e Tintoretto si ritrova a contendersi il primato della scena artistica veneziana con il collega e rivale Paolo Veronese. L’artista ottiene incarichi per la chiesa di San Marziale, la Scuola della Trinità, la chiesa della Madonna dell'Orto. Nel 1588 Tintoretto esegue l’enorme dipinto Il Paradiso per la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Negli anni Novanta del Cinquecento realizza i suoi ultimi lavori per la Basilica di San Giorgio Maggiore. Tintoretto muore il 31 maggio 1594 a causa di una febbre.
L'Ultima Cena
Nella tela prevale una prospettiva angolare, in cui gli apostoli non vengono messi al centro della scena, che invece viene occupata da personaggi accidentali, come la donna che cerca un piatto in una tinozza o i servitori che prendono i piatti dal tavolo.
Questo particolare momento dell'Ultima Cena non rappresenta il momento del tradimento, come l'Ultima Cena dipinta da Leonardo, bensì il momento dell'istituzione dell'eucaristia.
Tintoretto dà una certa umanità al dipinto, ambientandolo in una sorta di taverna veneziana, la volontà del pittore era infatti quella di ambientare l'ultima cena nell'epoca in cui l'artista stesso viveva. Ci sono tre livelli di luminosità: profana, religiosa e spirituale. La luminosità profana è rappresentata dalla lampada a soffitto che irraggia l'ambiente e colpisce i vari personaggi. La luminosità religiosa è data dall'aureola degli apostoli e di Gesù Cristo. La luminosità spirituale deriva dalle figure fatte solo di luce, usate dal pittore per conferire spiritualità alla scena.
Forti contrasti chiaroscurali e la presenza di una luce di scorcio fanno apparire il quadro come una rappresentazione teatrale immortalata.
Barocco
Il Barocco è uno stile artistico che ha avuto origine a Roma, Italia, nel tardo XVI secolo . Questa città è considerata il centro del Barocco, ed è qui che molte delle caratteristiche distintive di questo stile artistico hanno preso forma. I vari temi di questo movimento sono:Esuberanza e teatralità: Il Barocco è noto per la sua esuberanza, il suo senso del teatro e il desiderio di impressionare lo spettatore. Questo si riflette nelle opere d arte barocche attraverso l uso di dettagli intricati, prospettive suggestive e giochi di luce e ombra.
Contrasto tra luce e ombra: Una delle caratteristiche distintive del Barocco è la tecnica del chiaroscuro, in cui l artista sfrutta il contrasto tra luci brillanti e ombre profonde per creare un effetto drammatico nelle opere d arte. Questo rende le opere barocche molto suggestive e coinvolgenti.
Influenze religiose: Il Barocco ha avuto una forte connessione con la Chiesa cattolica e molte delle sue opere più celebri sono opere religiose. Gli artisti barocchi spesso cercavano di trasmettere l intensità e la spiritualità attraverso le loro opere.
Stucchi e decorazioni sontuose: Gli interni delle chiese barocche erano spesso caratterizzati da decorazioni sontuose, stucchi elaborati e affreschi intricati. Questi elementi decorativi contribuivano a creare un atmosfera di grandiosità e sacralità.
Grandi maestri del Barocco: Tra i grandi artisti barocchi ci sono figure come Gian Lorenzo Bernini e Caravaggio.
Caravaggio
Michelangelo Merisi detto Caravaggio è nato il 29 settembre 1571 a Milano. A causa di una peste che imperversa nella città lombarda nel 1577, l’artista e la sua famiglia si trasferiscono nel paese di Caravaggio dove il piccolo Michelangelo trascorre la sua infanzia. Il padre e lo zio però si ammalano e muoiono poco dopo. A tredici anni, Michelangelo viene mandato dalla madre presso la bottega di Simone Peterzano, pittore manierista e allievo di Tiziano Vecellio. Nello studio di Peterzano resta circa quattro anni: qui ha l’occasione di apprendere gli insegnamenti dei pittori lombardi e veneti. Probabilmente nel 1592, poco dopo la morte della madre, l’artista decide di trasferirsi fuori regione.
Nell’ambiente romano conosce il pittore siciliano Lorenzo Carli che lo ospita e lo assume presso la sua bottega in via della Scrofa. Concluso il sodalizio con Carli frequenta per alcuni mesi la bottega di Giuseppe Cesari, uno dei pittori maggiori del tardo Manierismo. Dopo essere stato dimesso dall’Ospedale della Consolazione per una malattia, Caravaggio conosce nel 1597 il cardinale Francesco Maria del Monte che diventa per alcuni anni suo mecenate. Durante questi anni la sua fama a Roma cresce e la sua pittura inizia a farsi conoscere dalla nobiltà romana. A causa del suo carattere irascibile viene denunciato più volte per risse e violenza, e incarcerato diverse volte tra il 1600 e il 1606. Nel 1606, nel corso di una di queste risse, Caravaggio uccide un suo rivale, Ranuccio Tommasini da Terni, durante una partita di pallacorda, ma il movente riguarda probabilmente questioni economiche. Caravaggio viene condannato alla decapitazione, tema molto ricorrente nelle sue future opere in cui si autoritrae come il decapitato. Dopo la terribile condanna Caravaggio fugge verso Napoli grazie anche all’aiuto di conoscenti come Filippo I Colonna. Si stabilisce a Napoli nel 1606 e ci resta per circa un anno. Nel 1607 si trasferisce a Malta sperando di diventare un cavaliere per ottenere l’immunità dalla condanna di decapitazione. Qui l’artista dipinge la Decollazione di san Giovanni Battista (1608) eSan Girolamo scrivente (1607-1608). Alla fine il 14 luglio 1608 ottiene la carica di Cavaliere di grazia.
Muore a soli trentotto anni a Porto d’Ercole a seguito di una malattia, il 18 luglio del 1610.
Vocazione di San Matteo
La Vocazione di San Matteo è un dipinto a olio. Il dipinto è caratterizzato da una forte espressione del chiaroscuro. La scena è ambientata in una stanza spoglia e malandata, con la figura di Gesù che entra da una finestra laterale illuminata da una luce dorata, in netto contrasto con il resto dell'ambiente scuro. Sono diverse le interpretazioni su chi sia la figura che rappresenta San Matteo. Per alcuni, San Matteo è posto al centro della composizione, intento a conteggiare denaro su un tavolo, mentre Gesù lo chiama con un gesto della mano. Per altri studiosi, invece, sarebbe da ricondurre al personaggio più anziano, con la barba, che si sente chiamare con aria sorpresa. Altre figure, tra cui un giovane in piedi e un anziano che osserva da un angolo, completano la scena. L'opera è stata molto apprezzata per la sua innovativa tecnica e la forte carica emotiva che trasmette, diventando un punto di riferimento per l'arte barocca e influenzando numerosi artisti successivi.
Bernini
Gian Lorenzo Bernini fu a Roma con la famiglia nel 1605.
Affiancando inizialmente il padre, si inserì presto nell’orbita del cardinale Scipione Borghese e di suo zio, il potente pontefice Paolo V.
Testimonianza dei suoi inizi è la Capra Amaltea (1615, Galleria Borghese), in cui il giovane scultore dimostrò di saper ben imitare le sculture classiche arrivando a farla credere un'opera ellenistica.
Tra il 1621 e il 1625 fu impegnato nei quattro gruppi scultorei realizzati per il Casino Borghese: l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David e l’Apollo e Dafne.
Si occupò anche di restauri di opere classiche, come il celebre Ares Ludovisi, e si distinse nei ritratti, come i due che eseguì per il suo protettore Scipione Borghese.
Durante i pontificati successivi, da Urbano VIII Barberini a Clemente X Altieri, cambierà il volto di Roma con capolavori assoluti quali il Baldacchino, il Colonnato, la Scala Regia nella Basilica di San Pietro; l’Abacuc e l’Angelo in Santa Maria del Popolo.
Nel 1665 andò in Francia dove eseguì progetti per il Louvre, realizzò il Busto di Luigi XIV e iniziò il Monumento equestre di Luigi XIV. La sua ultima opera è il Busto di Cristo per San Sebastiano fuori le mura (1680).
Apollo e Dafne
Realizzato tra il 1622 e il 1625, con Apollo e Dafne Bernini osa sfidare l’impossibile raffigurando attraverso il marmo un corpo che si trasforma in albero. Il mito di Apollo e Dafne è qui ripreso dalla Metamorfosi di Ovidio in cui si racconta del dio Apollo che, per vendetta, viene colpito da una delle frecce di Eros che lo fa innamorare della ninfa Dafne, seguace di Diana, che invece viene colpita da una freccia di piombo, per cui rifiuta categoricamente l’amore del dio al punto di chiedere al padre Peneo di farle cambiare aspetto pur di sfuggirgli. Il Bernini nel suo marmo cattura proprio l’attimo in cui Dafne si sta trasformando in un albero di alloro attraverso una messinscena quasi teatrale grazie alla quale lo spettatore riesce a seguire facilmente tutta la trasformazione della ninfa. Il dio Apollo viene raffigurato mentre corre dietro alla giovane: il senso del movimento viene dato dal piede destro poggiato a terra mentre il sinistro resta sospeso in aria. A contribuire al moto anche l’ondulazione del drappo che gli copre fianchi e spalla e si accompagna all’azione principale. Nel momento in cui Apollo riesce ad afferrare la sua ninfa, questa viene bloccata dalla trasformazione in corso, per cui protende le braccia rigidamente verso l’alto mentre piedi e gambe si tramutano in radici. Riesce a volgere appena il viso verso il suo inseguitore, in un gesto quasi automatico, che i capelli stanno diventando fronde impedendole di completare la torsione. Allo spettatore non resta altro che ammirare il bel corpo e il dolce viso della giovane prima della sua metamorfosi.
Il Settecento
Il settecento è uno dei secoli in cui si formano le premesse dell’età moderna, è il secolo dell’illuminismo, ovvero quel movimento culturale-filosofico (nato in Inghilterra) che cerca di capire la realtà tramite la ragione.
Dal punto di vista artistico ciò sta a rappresentare l’opposizione al barocco, e inoltre il recupero della luminosità che porterà allo schiarimento dei colori, permane comunque la vocazione per il teatro: le architetture appaiono come scene ,i temi pittorici sembrano rappresentazioni teatrali e i personaggi attori. Questa ricerca di chiarezza condurrà gradualmente dal barocco al neoclassicismo, il periodo intermedio prende il nome di “rococò” o “barocchetto”. Questo termine sta quindi a simboleggiare il naturalismo, il carattere bizzarro e comunque elegante dell’epoca. Invece il termine barocchetto riprende la tesi del neoclassicismo che definisce spregiativamente il barocco, accentua la maggior leggerezza e raffinatezza.
Vanvitelli
Figlio del pittore olandese Gaspar Van Wittel, Luigi Vanvitelli fu uno dei massimi esponenti dell'architettura italiana del Settecento. Dopo iniziali esperienze pittoriche si dedicò all'architettura divenendo nel 1726 architetto della fabbrica di San Pietro. Nel 1750 fu chiamato a Napoli da Carlo di Borbone e qui lavorò intensamente fino alla morte. La sua opera più importante è il Palazzo Reale di Caserta, mirabile sintesi tra forme barocche e cultura neoclassica. Per Caserta Vanvitelli progettò anche un’altissima opera di ingegneria idraulica: l'Acquedotto Carolino con i Ponti della Valle, destinato a portare acqua al Parco e all’intero territorio. A Napoli, chiamato ad occuparsi di numerosi progetti da parte della committenza reale, nobiliare e religiosa, restaurò diversi palazzi patrizi e lo stesso Palazzo Reale (1753). Fra le sue opere di maggior impegno si annoverano: la Cavallerizza al ponte della Maddalena (1757), la chiesa dei Padri della Missione (1760), il Foro Carolino (1760-65), la chiesa della SS. Annunziata (1761) e la Villa Campolieto a Resina (1763).
La Reggia di Caserta
L'opera deve essere progettata prendendo a ispirazione il palazzo di Versailles e il palazzo dell'Escorial, ma l’obiettivo è superarli in magnificenza.
L’area si rivela strategica perché facilmente raggiungibile dalla capitale ma vicina a una città più piccola, modificabile ed espandibile secondo i futuri progetti del sovrano di farne una città-capitale.Viene realizzata una costruzione con queste caratteristiche: a pianta rettangolare con quattro enormi cortili interni;
una facciata regolare ritmata da colonne classiche e archi a tutto sesto;
al centro dell’edificio corre una lunga galleria che collega l’entrata principale all’ingresso del parco;
la gallerie è intramezzata dalla scalinata d’onore che porta al piano superiore dotato di 1200 stanze, di una cappella e di un teatro. Quella che verrà considerata la più grande architettura barocca europea si affaccia su un grande giardino all’italiana progettato dallo stesso Vanvitelli, un parco scenografico che sfrutta la naturale inclinazione del terreno per creare una serie di vasche e fontane alimentate da una cascata artificiale, accanto a un viale lungo 3 chilometri.
Tiebolo
Giambattista Tiepolo nasce il 5 marzo 1696 da Domenico, piccolo armatore, e Orsetta Marangon, in una famiglia benestante ma di nessuna tradizione artistica. Nel 1770 l’artista risulta già attivo presso la bottega di Gregorio Lazzarini. Importanti per la sua formazione saranno anche i tenebristi come Giovanni Battista Piazzetta e Federico Bencovich. Nel 1715 lavora a una delle sue primissime opere, i soprarchi della chiesa dell’Ospedaletto a Venezia. Giambattista per la prima volta compare nella Fraglia dei pittori veneziani nel 1707. Nel 1719 inizia a lavorare agli affreschi della villa di Giovanni Battista Baglioni a Massanzago, tra Venezia e Padova: saranno terminati l’anno successivo.
Nel 1721 la chiesa di Sant’Aponal gli commissiona la Madonna del Carmelo.
L’artista dipinge nel 1737 il Martirio di sant’Agata per la Basilica di Sant’Antonio a Padova, mentre nel 1740 è di nuovo a Milano, dove gli viene affidata la decorazione ad affresco degli ambienti di Palazzo Clerici, dimora della nobile famiglia omonima. A Venezia, nel 1747, inizia a lavorare alla decorazione ad affresco di Palazzo Labia con le storie di Marcantonio e Cleopatra, terminate nel 1750. L’anno seguente, nel 1751, il principe-vescovo di Würzburg, Carl Philipp von Greiffenklau, lo chiama a decorare ad affresco alcune sale della celebre Residenza di Würzburg. Nel 1761 inizia a dipingere l’Apoteosi della famiglia Pisani, capolavoro della fase matura che si trova nella villa Pisani a Stra, vicino a Venezia. L’opera verrà conclusa l’anno seguente e si tratta dell’ultima opera del pittore eseguita sul suolo italiano. Nel 1762, Carlo III di Spagna lo chiama a Madrid dove diventa pittore di corte succedendo nell’incarico a un altro artista veneziano, Jacopo Amigoni. Il pittore si stabilisce definitivamente in Spagna dove esegue numerosi lavori per la corte. L’artista scompare a Madrid in data 27 gennaio 1770. Viene sepolto nella chiesa di San Martín, ma la tomba dell’artista è andata perduta.
Venere e Cronos
Questo enorme dipinto di forma ovale, lungo circa 3 metri, è stato commissionato per decorare un soffitto in un palazzo appartenente alla famiglia Contarini. La scala delle figure e la sensazione che siano sopra di noi suggeriscono la destinazione prevista: quest'opera è stata fatta per essere vista dal basso, e a grande distanza. Le immagini suggeriscono che è stato fatto per celebrare un nuovo erede. Venere, la dea dell'amore e della fertilità, gesticola amorevolmente verso un bambino, che è tenuto da una figura alata – una personificazione del Tempo, che ha qui messo da parte la sua falce. L'atto simboleggia l'immortalità, anche se la clessidra in vita suggerisce l'inevitabile passare del tempo. Nelle nuvole soprastanti, le Tre Grazie benedicono il bambino spargendo fiori. La caratteristica manipolazione sciolta della vernice di Tiepolo può essere vista nelle ali piumate di Time, e la sua delicata colorazione nella carne pallida di Venere e nel sorprendente drappeggio rosa, in contrasto con la pelle marrone del Time e il brillante intimo blu.
Grazie per l'attenzione!
Manierismo, Barocco e Settecento Lucia Longobardi IV°BL
lucia longobardi
Created on April 15, 2024
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Un nuovo movimento
Il manierismo è una corrente culturale e artistica di passaggio, direttamente derivata dal Rinascimento e che pone le basi per il successivo stile Barocco. Storicamente il manierismo nacque all’inizio del quarto decennio del XVI secolo e, come indica il nome stesso, è caratterizzato da un’arte “alla maniera dei” (cioè nello stile dei) grandi protagonisti del Rinascimento. I riferimenti sono in primis artisti del calibro di Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo. Gli artisti e pittori manieristi ne riprendono infatti lo stile, in alcuni casi semplicemente ricopiandolo e pertanto comportando inizialmente un’accezione negativa del termine. Altri furono invece in grado di rielaborare e adattare “la maniera” al proprio contesto storico e culturale. Il Rinascimento fu infatti caratterizzato dalla centralità di un uomo e dal dominio del rigore scientifico, che nell’arte si tradusse nella rappresentazione prospettica e nella ricerca di naturalismo. Il Cinquecento fu invece costellato da avvenimenti storici che influirono sul pensiero e sulla cultura, modificando inevitabilmente l’atteggiamento nei confronti delle arti. Tra i fatti principali vi furono certamente le grandi epidemie di peste, il sacco di Roma del 1527, e la Controriforma, culminata nel Concilio di Trento (1545-1563), al fine di contrastare il Protestantesimo promulgato da Martin Lutero. I manieristi più importanti furono: Jacopo Pontormo, Rosso Fiorentino, Parmigianino e Tintoretto.
Jacopo Pontormo
Jacopo Carucci prende il nome di Jacopo da Pontormo, come spesso accadeva, a causa del suo luogo di nascita. Nato a Pontormo nel 1494, il padre era Bartolomeo Carucci, un artista del ‘400 di cui purtroppo non ci sono giunte opere. Sappiamo soltanto che si formò e lavorò nella bottega del Ghirlandaio. Jacopo rimase orfano di entrambi i genitori in età molto giovane e, ancora bambino, fu accudito dalla nonna materna. Ben presto si distinse come bambino prodigio e venne così incoraggiato a seguire le orme del padre. Grazie al suo talento poté andare a studiare pittura presso le più importanti botteghe dei maestri fiorentini tra cui quelle di Leonardo da Vinci, Piero di Cosimo, Mariotto Albertinelli ed Andrea del Sarto del quale diventa allievo. La biografia di Jacopo Pontormo è arrivata fino a noi grazie al lavoro di Giorgio Vasari ma per il ritrovamento di un suo diario personale. L’idea che ne viene fuori è quella di una artista molto malinconico, forse depresso. Jacopo Pontormo fu tormentato tutta la vita da un senso di solitudine e abbandono, probabilmente dovuto alla sua infanzia, che lo portò a importanti sperimentazioni nell’ambito della pittura, distaccandosi nettamente dal classicismo.
Sacra Famiglia con san Giovannino
L'opera databile alla fase giovanile dell'artista. Ne esiste un disegno preparatorio nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi.Su uno sfondo scuro, Maria seduta presenta il Bambino allo spettatore. Egli, accovacciato tra le braccia della madre, solleva un cardellino, prefiguazione della sua passione. Ai lati emergono dal buio san Giuseppe, che si volta schivo di spalle, e uno sbarazzino san Giovannino. Maria, che premonisce il tragico destino del figlio, appare fredda e distante, con gli occhi quasi umidi di lacrime, a differenza dell'allegria che sprigionano i volti dei due bambini. La scena mostra una rottura rispetto ai principi del Rinascimento per le contraddizioni interne: il Bambino e il volto della Madonna, ad esempio, sono costruiti in modo da farne risaltare il volume, ma il panneggio ha un disegno delle pieghe piatto, quasi inconsistente. Molto intenso è il contrasto tra i colori complementari del verde e del rosso nella veste di Maria, il primo in una tonalità petrolio, il secondo di un'intensità quasi satura.
Rosso Fiorentino
Giovanni Battista di Jacopo nasce a Firenze nel mese di marzo 1494. Il Rosso, soprannome che gli deriva dal colore dei capelli, compirà la sua formazione con Andrea del Sarto e sarà fondamentale per lui lo studio della Battaglia di Cascina di Michelangelo. Nel 1512, a diciotto anni non ancora compiuti, insieme al Pontormo dipinge la predella dell’Annunciazione di San Gallo di Andrea del Sarto. Il dipinto di colui che fu il maestro del Rosso è oggi conservato a Palazzo Pitti. Il Rosso si conferma come artista di talento precoce quando nel 1513, a diciannove anni, inizia a dipingere la sua prima opera che si può datare con sicurezza, l’affresco dell’Assunzione nella basilica della Santissima Annunziata di Firenze, che sarà terminato l’anno successivo. Nel 1515 il Rosso è coinvolto nella preparazione degli allestimenti per le feste in occasione dell’arrivo a Firenze di papa Leone X. Nel 1517 si iscrive all’Arte dei Medici e degli Speziali, mentre l’anno successivo realizza, per Leonardo Buonafede, l’opera nota oggi come la Pala dello Spedalingo, conservata agli Uffizi, uno dei suoi capolavori più noti e famosi. Attorno al 1523 dipinge uno dei suoi capolavori più noti, Mosè e le figlie di Ietro. Nello stesso anno si trasferisce a Roma dove lavora alla cappella Cesi nella chiesa di Santa Maria della Pace, lo stesso luogo dove alcuni anni prima aveva lavorato Raffaello Sanzio. Nel 1527, durante il sacco di Roma, viene fatto prigioniero dai tedeschi, ma riesce poi a liberarsi e ripara a Perugia. Nello stesso anno raggiunge la cittadina di Sansepolcro, dove dipinge il Compianto sul Cristo morto, altra opera chiave della sua produzione, nota anche come Deposizione di Sansepolcro. Nel 1528 il Rosso Fiorentino è a Città di Castello dove, per la cattedrale locale, dipinge il Cristo in gloria. L’artista decide di andare a Venezia, dove viene accolto dall’amico Pietro Aretino, per poi partire per la Francia, luogo dove il pittore aveva sempre manifestato il desiderio di recarsi. In Francia, il Rosso Fiorentino diventa pittore di corte di Francesco I. Nel 1532, per Francesco I di Francia, inizia a dirigere i lavori nella cosiddetta Galleria di Francesco I nel castello di Fontainebleau, che doveva essere decorata con una serie di affreschi. L’artista scompare improvvisamente, a soli quarantasei anni, il 14 novembre del 1540 a Fontainebleau.
Sposalizio della Vergine
Lo Sposalizio della Vergine venne eseguito, nel lontano 1523, da Rosso Fiorentino per la famiglia Ginori che aveva acquistato dai Masi, pochi anni addietro, il patronato di una cappella nella basilica di San Lorenzo. L’opera, firmata e datata, aveva alle spalle una lunga tradizione iconografica e vantava precedenti illustri nei dipinti di Raffaello Sanzio e di Pietro Perugino. La tavola mostra i due giovani sposi, Maria e Giuseppe, al culmine di una gradinata, mentre stanno per essere uniti in matrimonio da un barbuto Sacerdote, elegantemente vestito. Giuseppe, con l’attributo del bastone fiorito, sta infilando l’anello al dito della Vergine ed è rappresentato come un giovane aitante, in difformità con la tradizione che lo voleva generalmente anziano. La scena è particolarmente affollata intorno agli sposi, mentre il primo piano è occupato da due sante, riconoscibili, con molta probabilità, in Anna, la madre della Vergine, quella alla nostra sinistra, e in Apollonia, la giovane sulla destra che tiene aperto un grande libro dove è la firma del pittore.
Parmigianino
Girolamo Francesco Maria Mazzola nasce a Parma l’11 gennaio, ottavo di nove figli, da Filippo, di professione pittore. Il padre muore già nel 1505 e il piccolo Francesco viene affidato alle cure degli zii Michele e Pietro Ilario Mazzola, anch’essi pittori, con cui il giovane compirà il suo apprendistato artistico. Nel 1519, a soli sedici anni, l’artista esegue la sua prima opera nota, il Battesimo di Cristo destinato alla chiesa dell’Annunziata di Parma. Attorno al 1520, insieme agli zii e ad altri artisti inizia a lavorare agli affreschi della chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma in qualità di collaboratore del Correggio, mettendosi in particolare luce e dimostrando il suo precocissimo talento. Nel 1524 l’artista inizia ad attendere a una delle sue più grandi imprese: è infatti alla Rocca di Fontanellato, chiamato dal signore locale, Galeazzo Sanvitale. Qui l’artista esegue capolavori importanti come le Storie di Diana e Atteone (il ciclo di affreschi che decora la “Stufetta” della Rocca), e il ritratto di Sanvitale. Sempre nel 1524 soggiorna, insieme a Pietro Ilario, a Roma, dove ha modo di entrare in contatto con l’arte di Raffaello e di Michelangelo Buonarroti. Nel 1527, per evitare il sacco di Roma, come molti altri artisti lascia la città: si trasferisce dunque a Bologna. Il 1529 è l’anno della visita di papa Clemente VII. L’anno successivo l’artista viene incaricato della decorazione ad affresco della chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma: si tratta di una delle sue imprese più note e importanti, ma anche di quella più sofferta. Nel 1534 comincia a dipingere il suo capolavoro forse più famoso, la celeberrima Madonna dal collo lungo, opera rimasta incompiuta, e oggi conservata alla Galleria degli Uffizi. Nel 1539, decide di lasciare la città natale per trasferirsi a Casalmaggiore, appena fuori dai confini del ducato di Parma. A Casalmaggiore il Parmigianino muore però il 24 agosto del 1540, forse di malaria, contratta il 5 agosto.
Madonna dal collo lungo
La Madonna dal collo lungo gli fu commissionata nel 1534 da Elena Baiardi Tagliaferri per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Parma. Una Vergine dalla monumentalità michelangiolesca, ma dalle forme innaturalmente allungate, contempla Gesù addormentato sul suo grembo. Il sonno del Bambino è una prefigurazione della morte sulla Croce, poiché nell’urna che l’angelo mostra alla Madonna si rispecchia l’immagine della Crocifissione. La colonna alla sinistra di Maria ne enfatizza la flessuosità del busto e del collo, ma potrebbe anche alludere all’incorruttibile purezza della Vergine. La figurina in basso a destra è San Girolamo che dispiega il suo rotolo volgendosi verso San Francesco, di cui l’artista fece in tempo a dipingere solo un piede. La presenza di quest’ultimo potrebbe far riferimento al dogma dell’Immacolata Concezione il cui culto fu divulgato dall’ordine francescano. Pur nella raffigurazione di un tema sacro, l’artista non rinuncia alla sensualità tipica della sua produzione artistica: le figure dalle membra allungate e dalle pose ricercate, interpretate con sofistica eleganza, sono permeate da un sottile erotismo, percepibile nei panneggi che aderiscono al corpo della Vergine evidenziandone le forme, nella mano affusolata portata al seno, nella flessuosità della gamba nuda del giovane angelo in primo piano. Entrato nelle collezioni medicee nel 1698, il dipinto fa parte di quelle pale d’altare che il Gran Principe Ferdinando volle acquistare per incrementare la sua collezione di capolavori dal Rinascimento al primo Seicento.
Tintoretto
Jacopo Robusti, conosciuto come il Tintoretto, nasce tra il settembre e l’ottobre del 1518 a Venezia. Lo pseudonimo dell’artista deriva dalla professione di tintore di tessuti di seta svolta dal padre Giovanni Battista. È proprio nella bottega del padre che il giovane Jacopo comincia ad appassionarsi ai colori e al disegno. Nel 1530, favorendo l’inclinazione del figlio, Giovanni Battista riesce ad inserirlo all’interno della bottega di Tiziano, che in quel periodo è pittore ufficiale della Repubblica di Venezia. Nel 1541 Tintoretto ottiene la prima commessa dal banchiere Vettor Pisani, il quale gli commissiona delle tavole raffiguranti episodi delle Metamorfosi di Ovidio e gli paga un viaggio a Mantova per visitare Palazzo Te in modo da studiare i lavori di Giulio Romano e trarne ispirazione. La collaborazione con la Scuola di San Marco si protrarrà fino al 1556. Nel 1549 Tintoretto comincia la collaborazione con la Scuola Grande di San Rocco per la quale realizza circa cinquanta tele fino al 1587. Verso la metà del secolo, Tiziano muore a causa della peste e Tintoretto si ritrova a contendersi il primato della scena artistica veneziana con il collega e rivale Paolo Veronese. L’artista ottiene incarichi per la chiesa di San Marziale, la Scuola della Trinità, la chiesa della Madonna dell'Orto. Nel 1588 Tintoretto esegue l’enorme dipinto Il Paradiso per la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Negli anni Novanta del Cinquecento realizza i suoi ultimi lavori per la Basilica di San Giorgio Maggiore. Tintoretto muore il 31 maggio 1594 a causa di una febbre.
L'Ultima Cena
Nella tela prevale una prospettiva angolare, in cui gli apostoli non vengono messi al centro della scena, che invece viene occupata da personaggi accidentali, come la donna che cerca un piatto in una tinozza o i servitori che prendono i piatti dal tavolo. Questo particolare momento dell'Ultima Cena non rappresenta il momento del tradimento, come l'Ultima Cena dipinta da Leonardo, bensì il momento dell'istituzione dell'eucaristia. Tintoretto dà una certa umanità al dipinto, ambientandolo in una sorta di taverna veneziana, la volontà del pittore era infatti quella di ambientare l'ultima cena nell'epoca in cui l'artista stesso viveva. Ci sono tre livelli di luminosità: profana, religiosa e spirituale. La luminosità profana è rappresentata dalla lampada a soffitto che irraggia l'ambiente e colpisce i vari personaggi. La luminosità religiosa è data dall'aureola degli apostoli e di Gesù Cristo. La luminosità spirituale deriva dalle figure fatte solo di luce, usate dal pittore per conferire spiritualità alla scena. Forti contrasti chiaroscurali e la presenza di una luce di scorcio fanno apparire il quadro come una rappresentazione teatrale immortalata.
Barocco
Il Barocco è uno stile artistico che ha avuto origine a Roma, Italia, nel tardo XVI secolo . Questa città è considerata il centro del Barocco, ed è qui che molte delle caratteristiche distintive di questo stile artistico hanno preso forma. I vari temi di questo movimento sono:Esuberanza e teatralità: Il Barocco è noto per la sua esuberanza, il suo senso del teatro e il desiderio di impressionare lo spettatore. Questo si riflette nelle opere d arte barocche attraverso l uso di dettagli intricati, prospettive suggestive e giochi di luce e ombra. Contrasto tra luce e ombra: Una delle caratteristiche distintive del Barocco è la tecnica del chiaroscuro, in cui l artista sfrutta il contrasto tra luci brillanti e ombre profonde per creare un effetto drammatico nelle opere d arte. Questo rende le opere barocche molto suggestive e coinvolgenti. Influenze religiose: Il Barocco ha avuto una forte connessione con la Chiesa cattolica e molte delle sue opere più celebri sono opere religiose. Gli artisti barocchi spesso cercavano di trasmettere l intensità e la spiritualità attraverso le loro opere. Stucchi e decorazioni sontuose: Gli interni delle chiese barocche erano spesso caratterizzati da decorazioni sontuose, stucchi elaborati e affreschi intricati. Questi elementi decorativi contribuivano a creare un atmosfera di grandiosità e sacralità. Grandi maestri del Barocco: Tra i grandi artisti barocchi ci sono figure come Gian Lorenzo Bernini e Caravaggio.
Caravaggio
Michelangelo Merisi detto Caravaggio è nato il 29 settembre 1571 a Milano. A causa di una peste che imperversa nella città lombarda nel 1577, l’artista e la sua famiglia si trasferiscono nel paese di Caravaggio dove il piccolo Michelangelo trascorre la sua infanzia. Il padre e lo zio però si ammalano e muoiono poco dopo. A tredici anni, Michelangelo viene mandato dalla madre presso la bottega di Simone Peterzano, pittore manierista e allievo di Tiziano Vecellio. Nello studio di Peterzano resta circa quattro anni: qui ha l’occasione di apprendere gli insegnamenti dei pittori lombardi e veneti. Probabilmente nel 1592, poco dopo la morte della madre, l’artista decide di trasferirsi fuori regione. Nell’ambiente romano conosce il pittore siciliano Lorenzo Carli che lo ospita e lo assume presso la sua bottega in via della Scrofa. Concluso il sodalizio con Carli frequenta per alcuni mesi la bottega di Giuseppe Cesari, uno dei pittori maggiori del tardo Manierismo. Dopo essere stato dimesso dall’Ospedale della Consolazione per una malattia, Caravaggio conosce nel 1597 il cardinale Francesco Maria del Monte che diventa per alcuni anni suo mecenate. Durante questi anni la sua fama a Roma cresce e la sua pittura inizia a farsi conoscere dalla nobiltà romana. A causa del suo carattere irascibile viene denunciato più volte per risse e violenza, e incarcerato diverse volte tra il 1600 e il 1606. Nel 1606, nel corso di una di queste risse, Caravaggio uccide un suo rivale, Ranuccio Tommasini da Terni, durante una partita di pallacorda, ma il movente riguarda probabilmente questioni economiche. Caravaggio viene condannato alla decapitazione, tema molto ricorrente nelle sue future opere in cui si autoritrae come il decapitato. Dopo la terribile condanna Caravaggio fugge verso Napoli grazie anche all’aiuto di conoscenti come Filippo I Colonna. Si stabilisce a Napoli nel 1606 e ci resta per circa un anno. Nel 1607 si trasferisce a Malta sperando di diventare un cavaliere per ottenere l’immunità dalla condanna di decapitazione. Qui l’artista dipinge la Decollazione di san Giovanni Battista (1608) eSan Girolamo scrivente (1607-1608). Alla fine il 14 luglio 1608 ottiene la carica di Cavaliere di grazia. Muore a soli trentotto anni a Porto d’Ercole a seguito di una malattia, il 18 luglio del 1610.
Vocazione di San Matteo
La Vocazione di San Matteo è un dipinto a olio. Il dipinto è caratterizzato da una forte espressione del chiaroscuro. La scena è ambientata in una stanza spoglia e malandata, con la figura di Gesù che entra da una finestra laterale illuminata da una luce dorata, in netto contrasto con il resto dell'ambiente scuro. Sono diverse le interpretazioni su chi sia la figura che rappresenta San Matteo. Per alcuni, San Matteo è posto al centro della composizione, intento a conteggiare denaro su un tavolo, mentre Gesù lo chiama con un gesto della mano. Per altri studiosi, invece, sarebbe da ricondurre al personaggio più anziano, con la barba, che si sente chiamare con aria sorpresa. Altre figure, tra cui un giovane in piedi e un anziano che osserva da un angolo, completano la scena. L'opera è stata molto apprezzata per la sua innovativa tecnica e la forte carica emotiva che trasmette, diventando un punto di riferimento per l'arte barocca e influenzando numerosi artisti successivi.
Bernini
Gian Lorenzo Bernini fu a Roma con la famiglia nel 1605. Affiancando inizialmente il padre, si inserì presto nell’orbita del cardinale Scipione Borghese e di suo zio, il potente pontefice Paolo V. Testimonianza dei suoi inizi è la Capra Amaltea (1615, Galleria Borghese), in cui il giovane scultore dimostrò di saper ben imitare le sculture classiche arrivando a farla credere un'opera ellenistica. Tra il 1621 e il 1625 fu impegnato nei quattro gruppi scultorei realizzati per il Casino Borghese: l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David e l’Apollo e Dafne. Si occupò anche di restauri di opere classiche, come il celebre Ares Ludovisi, e si distinse nei ritratti, come i due che eseguì per il suo protettore Scipione Borghese. Durante i pontificati successivi, da Urbano VIII Barberini a Clemente X Altieri, cambierà il volto di Roma con capolavori assoluti quali il Baldacchino, il Colonnato, la Scala Regia nella Basilica di San Pietro; l’Abacuc e l’Angelo in Santa Maria del Popolo. Nel 1665 andò in Francia dove eseguì progetti per il Louvre, realizzò il Busto di Luigi XIV e iniziò il Monumento equestre di Luigi XIV. La sua ultima opera è il Busto di Cristo per San Sebastiano fuori le mura (1680).
Apollo e Dafne
Realizzato tra il 1622 e il 1625, con Apollo e Dafne Bernini osa sfidare l’impossibile raffigurando attraverso il marmo un corpo che si trasforma in albero. Il mito di Apollo e Dafne è qui ripreso dalla Metamorfosi di Ovidio in cui si racconta del dio Apollo che, per vendetta, viene colpito da una delle frecce di Eros che lo fa innamorare della ninfa Dafne, seguace di Diana, che invece viene colpita da una freccia di piombo, per cui rifiuta categoricamente l’amore del dio al punto di chiedere al padre Peneo di farle cambiare aspetto pur di sfuggirgli. Il Bernini nel suo marmo cattura proprio l’attimo in cui Dafne si sta trasformando in un albero di alloro attraverso una messinscena quasi teatrale grazie alla quale lo spettatore riesce a seguire facilmente tutta la trasformazione della ninfa. Il dio Apollo viene raffigurato mentre corre dietro alla giovane: il senso del movimento viene dato dal piede destro poggiato a terra mentre il sinistro resta sospeso in aria. A contribuire al moto anche l’ondulazione del drappo che gli copre fianchi e spalla e si accompagna all’azione principale. Nel momento in cui Apollo riesce ad afferrare la sua ninfa, questa viene bloccata dalla trasformazione in corso, per cui protende le braccia rigidamente verso l’alto mentre piedi e gambe si tramutano in radici. Riesce a volgere appena il viso verso il suo inseguitore, in un gesto quasi automatico, che i capelli stanno diventando fronde impedendole di completare la torsione. Allo spettatore non resta altro che ammirare il bel corpo e il dolce viso della giovane prima della sua metamorfosi.
Il Settecento
Il settecento è uno dei secoli in cui si formano le premesse dell’età moderna, è il secolo dell’illuminismo, ovvero quel movimento culturale-filosofico (nato in Inghilterra) che cerca di capire la realtà tramite la ragione. Dal punto di vista artistico ciò sta a rappresentare l’opposizione al barocco, e inoltre il recupero della luminosità che porterà allo schiarimento dei colori, permane comunque la vocazione per il teatro: le architetture appaiono come scene ,i temi pittorici sembrano rappresentazioni teatrali e i personaggi attori. Questa ricerca di chiarezza condurrà gradualmente dal barocco al neoclassicismo, il periodo intermedio prende il nome di “rococò” o “barocchetto”. Questo termine sta quindi a simboleggiare il naturalismo, il carattere bizzarro e comunque elegante dell’epoca. Invece il termine barocchetto riprende la tesi del neoclassicismo che definisce spregiativamente il barocco, accentua la maggior leggerezza e raffinatezza.
Vanvitelli
Figlio del pittore olandese Gaspar Van Wittel, Luigi Vanvitelli fu uno dei massimi esponenti dell'architettura italiana del Settecento. Dopo iniziali esperienze pittoriche si dedicò all'architettura divenendo nel 1726 architetto della fabbrica di San Pietro. Nel 1750 fu chiamato a Napoli da Carlo di Borbone e qui lavorò intensamente fino alla morte. La sua opera più importante è il Palazzo Reale di Caserta, mirabile sintesi tra forme barocche e cultura neoclassica. Per Caserta Vanvitelli progettò anche un’altissima opera di ingegneria idraulica: l'Acquedotto Carolino con i Ponti della Valle, destinato a portare acqua al Parco e all’intero territorio. A Napoli, chiamato ad occuparsi di numerosi progetti da parte della committenza reale, nobiliare e religiosa, restaurò diversi palazzi patrizi e lo stesso Palazzo Reale (1753). Fra le sue opere di maggior impegno si annoverano: la Cavallerizza al ponte della Maddalena (1757), la chiesa dei Padri della Missione (1760), il Foro Carolino (1760-65), la chiesa della SS. Annunziata (1761) e la Villa Campolieto a Resina (1763).
La Reggia di Caserta
L'opera deve essere progettata prendendo a ispirazione il palazzo di Versailles e il palazzo dell'Escorial, ma l’obiettivo è superarli in magnificenza. L’area si rivela strategica perché facilmente raggiungibile dalla capitale ma vicina a una città più piccola, modificabile ed espandibile secondo i futuri progetti del sovrano di farne una città-capitale.Viene realizzata una costruzione con queste caratteristiche: a pianta rettangolare con quattro enormi cortili interni; una facciata regolare ritmata da colonne classiche e archi a tutto sesto; al centro dell’edificio corre una lunga galleria che collega l’entrata principale all’ingresso del parco; la gallerie è intramezzata dalla scalinata d’onore che porta al piano superiore dotato di 1200 stanze, di una cappella e di un teatro. Quella che verrà considerata la più grande architettura barocca europea si affaccia su un grande giardino all’italiana progettato dallo stesso Vanvitelli, un parco scenografico che sfrutta la naturale inclinazione del terreno per creare una serie di vasche e fontane alimentate da una cascata artificiale, accanto a un viale lungo 3 chilometri.
Tiebolo
Giambattista Tiepolo nasce il 5 marzo 1696 da Domenico, piccolo armatore, e Orsetta Marangon, in una famiglia benestante ma di nessuna tradizione artistica. Nel 1770 l’artista risulta già attivo presso la bottega di Gregorio Lazzarini. Importanti per la sua formazione saranno anche i tenebristi come Giovanni Battista Piazzetta e Federico Bencovich. Nel 1715 lavora a una delle sue primissime opere, i soprarchi della chiesa dell’Ospedaletto a Venezia. Giambattista per la prima volta compare nella Fraglia dei pittori veneziani nel 1707. Nel 1719 inizia a lavorare agli affreschi della villa di Giovanni Battista Baglioni a Massanzago, tra Venezia e Padova: saranno terminati l’anno successivo. Nel 1721 la chiesa di Sant’Aponal gli commissiona la Madonna del Carmelo. L’artista dipinge nel 1737 il Martirio di sant’Agata per la Basilica di Sant’Antonio a Padova, mentre nel 1740 è di nuovo a Milano, dove gli viene affidata la decorazione ad affresco degli ambienti di Palazzo Clerici, dimora della nobile famiglia omonima. A Venezia, nel 1747, inizia a lavorare alla decorazione ad affresco di Palazzo Labia con le storie di Marcantonio e Cleopatra, terminate nel 1750. L’anno seguente, nel 1751, il principe-vescovo di Würzburg, Carl Philipp von Greiffenklau, lo chiama a decorare ad affresco alcune sale della celebre Residenza di Würzburg. Nel 1761 inizia a dipingere l’Apoteosi della famiglia Pisani, capolavoro della fase matura che si trova nella villa Pisani a Stra, vicino a Venezia. L’opera verrà conclusa l’anno seguente e si tratta dell’ultima opera del pittore eseguita sul suolo italiano. Nel 1762, Carlo III di Spagna lo chiama a Madrid dove diventa pittore di corte succedendo nell’incarico a un altro artista veneziano, Jacopo Amigoni. Il pittore si stabilisce definitivamente in Spagna dove esegue numerosi lavori per la corte. L’artista scompare a Madrid in data 27 gennaio 1770. Viene sepolto nella chiesa di San Martín, ma la tomba dell’artista è andata perduta.
Venere e Cronos
Questo enorme dipinto di forma ovale, lungo circa 3 metri, è stato commissionato per decorare un soffitto in un palazzo appartenente alla famiglia Contarini. La scala delle figure e la sensazione che siano sopra di noi suggeriscono la destinazione prevista: quest'opera è stata fatta per essere vista dal basso, e a grande distanza. Le immagini suggeriscono che è stato fatto per celebrare un nuovo erede. Venere, la dea dell'amore e della fertilità, gesticola amorevolmente verso un bambino, che è tenuto da una figura alata – una personificazione del Tempo, che ha qui messo da parte la sua falce. L'atto simboleggia l'immortalità, anche se la clessidra in vita suggerisce l'inevitabile passare del tempo. Nelle nuvole soprastanti, le Tre Grazie benedicono il bambino spargendo fiori. La caratteristica manipolazione sciolta della vernice di Tiepolo può essere vista nelle ali piumate di Time, e la sua delicata colorazione nella carne pallida di Venere e nel sorprendente drappeggio rosa, in contrasto con la pelle marrone del Time e il brillante intimo blu.
Grazie per l'attenzione!