Atlante Farnese
Nalesso Arianna
La figura di Atlante
Atlante, dal greco Ἄτλας (Atlas), letteralmente “infaticabile” o “colui che sopporta”,
figlio del Titano Giapeto e della Ninfa Climene, fratello di Prometeo ed Epimeteo, era
un astuto e scaltro Titano. Durante la Titanomachia si schierò con Crono e contro
Zeus, ma, sconfitto, fu condannato per il resto dei suoi giorni a sorreggere la volta
del cielo sul proprio capo e con le proprie mani. Il mito sembra forse nascere dalla
sensazione visiva che gli antichi avevano, di una volta celeste poggiata sulle cime
delle montagne più alte e da queste sostenuta. Una diversa, e rara, versione del
mito, racconta che la condanna di Atlante fu opera di Perseo. L’eroe greco giunse
dal Titano in cerca di aiuto e di protezione, ma poiché questi gli vennero rifiutati, si vendicò utilizzando la testa della gorgone Medusa per pietrificarlo. Così trasformò
Atlante nell’omonima catena montuosa, sulla cui alta cima si poggiarono il cielo e le
stelle.
La scultura
La scultura, datata II secolo d.C., è alta 1,91 m e conservata nel Salone della Meridiana nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Essa apparteneva alla collezione privata di Paolo del Bufalo, viene successivamente acquistata
da Alessandro Farnese per 255 scudi, come recita un atto notarile, ed entra a far
parte della Collezione di famiglia nel 1562. Si pensa sia stata ritrovata presso le Terme di Caracalla a Roma, ma che in epoca latina appartenesse alla biblioteca Ulpia, voluta da Traiano.
Alessandro Farnese
Terme di Caracalla
Il corpo del titano
La scultura riproduce il Titano Atlante curvo e inginocchiato, mentre sembra
soccombere sotto il peso del globo che lo sovrasta e che, con difficoltà,
tenta di sorreggere sulle sue spalle, aiutandosi con entrambe le mani. Raffigurato
con il corpo nudo di un uomo maturo, la struttura anatomica è accentuata dall’enfasi
espressa nella resa dei muscoli e dall’impianto scheletrico, specialmente quello
toracico, che traspare sotto l’epidermide asciutta e tesa. Contribuisce
a dare l’idea dell’immane fatica poi il capo piegato
e volto a sinistra, sovrastato dalla mole della sfera; il volto, contornato da capelli
arricciati ed una folta barba, risulta scavato al di sotto degli zigomi,
ritraendo una struttura facciale tormentata. Dalla spalla sinitra pende un pesante mantello con profonde pieghe verticali.
Nella resa del nudo e
della barba si evidenzia una pertinenza con la scuola rodia, ma di produzione tarda,
come lascia intendere il panneggio gonfio e pesante del mantello e l’uso del trapano
nella parte originale della barba.
Pegaso
Il globo
Leone
Questo, che simboleggia la sfera del cielo, risulta essere una delle più complete e antiche
descrizioni della volta celeste e dello Zodiaco giunte sino a noi. Nello specifico, sono
raffigurati in rilievo i due meridiani che passano
per i poli e per i punti dei solstizi e degli equinozi, l’equatore celeste, l’eclittica con
la fascia dello Zodiaco, un circolo artico ed antartico, le costellazioni Boreali e
Australi e, infine, i dodici
segni dello Zodiaco. Alla sommità del globo è presente una cavità, traccia
di un intervento secondario per un suo utilizzo come fontana o per l'inserimento di uno gnomone metallico (orologio solare), per
utilizzare la scultura come meridiana.
Sagittario
Toro e Gemelli
Astronomia oltre che arte
La scultura, già a partire dal ‘500, godette di grande fama, non solo per l’indiscutibile
aspetto artistico, ma soprattutto per quello astronomico e scientifico, tanto da
diventare un modello per il disegno delle costellazioni e dello Zodiaco. Nel XVII
secolo gli astronomi Gian Domenico Cassini e Francesco Bianchini ebbero modo
di vedere la scultura e di fare considerazioni e valutazioni sulle posizioni stellari
che si potevano dedurre dagli asterismi del globo. Il Bianchini, inoltre, attraverso
il calcolo degli equinozi fissò una possibile data per la realizzazione del globo al
periodo antonino (II sec. d.C.).
Francesco Bianchini
Gian Domenico Cassini
Tipo iconografico
Il tipo iconografico è abbastanza diffuso su rilievi e bronzetti di
età romana, ma sono poche le repliche marmoree, tutte diverse dalla scultura Farnese, per dimensioni ridotte e perché spesso concepite
come semplici figure di sostegno. La mancanza di repliche esatte e di
un modello originale (forse un esemplare bronzeo di età ellenistica - II sec.
a.C.), rende più complesso valutare l’opera, che è considerata un unicum. La scultura aveva finalità didascaliche: divulgare le conoscenze dell’epoca in merito
all’astronomia, seguendo la teoria dell’astronomo alessandrino Tolomeo, autore dell’Almagesto (150 a.C. ca.). Rispetto al suo catalogo però,
sul globo sono assenti alcune costellazioni, inoltre l’Orsa Minore e gran parte della Maggiore
mancano a causa del foro presente sulla parte superiore della sfera. Tuttavia, la scultura aveva anche finalità estetiche di un certo rilievo,
visto l’uso del marmo asiatico e le dimensioni quasi colossali, che richiamano una
committenza di rango elevato, forse imperiale, ed una destinazione pubblica.
Atlante Farnese
Nalesso Arianna
Created on April 11, 2024
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Atlante Farnese
Nalesso Arianna
La figura di Atlante
Atlante, dal greco Ἄτλας (Atlas), letteralmente “infaticabile” o “colui che sopporta”, figlio del Titano Giapeto e della Ninfa Climene, fratello di Prometeo ed Epimeteo, era un astuto e scaltro Titano. Durante la Titanomachia si schierò con Crono e contro Zeus, ma, sconfitto, fu condannato per il resto dei suoi giorni a sorreggere la volta del cielo sul proprio capo e con le proprie mani. Il mito sembra forse nascere dalla sensazione visiva che gli antichi avevano, di una volta celeste poggiata sulle cime delle montagne più alte e da queste sostenuta. Una diversa, e rara, versione del mito, racconta che la condanna di Atlante fu opera di Perseo. L’eroe greco giunse dal Titano in cerca di aiuto e di protezione, ma poiché questi gli vennero rifiutati, si vendicò utilizzando la testa della gorgone Medusa per pietrificarlo. Così trasformò Atlante nell’omonima catena montuosa, sulla cui alta cima si poggiarono il cielo e le stelle.
La scultura
La scultura, datata II secolo d.C., è alta 1,91 m e conservata nel Salone della Meridiana nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Essa apparteneva alla collezione privata di Paolo del Bufalo, viene successivamente acquistata da Alessandro Farnese per 255 scudi, come recita un atto notarile, ed entra a far parte della Collezione di famiglia nel 1562. Si pensa sia stata ritrovata presso le Terme di Caracalla a Roma, ma che in epoca latina appartenesse alla biblioteca Ulpia, voluta da Traiano.
Alessandro Farnese
Terme di Caracalla
Il corpo del titano
La scultura riproduce il Titano Atlante curvo e inginocchiato, mentre sembra soccombere sotto il peso del globo che lo sovrasta e che, con difficoltà, tenta di sorreggere sulle sue spalle, aiutandosi con entrambe le mani. Raffigurato con il corpo nudo di un uomo maturo, la struttura anatomica è accentuata dall’enfasi espressa nella resa dei muscoli e dall’impianto scheletrico, specialmente quello toracico, che traspare sotto l’epidermide asciutta e tesa. Contribuisce a dare l’idea dell’immane fatica poi il capo piegato e volto a sinistra, sovrastato dalla mole della sfera; il volto, contornato da capelli arricciati ed una folta barba, risulta scavato al di sotto degli zigomi, ritraendo una struttura facciale tormentata. Dalla spalla sinitra pende un pesante mantello con profonde pieghe verticali.
Nella resa del nudo e della barba si evidenzia una pertinenza con la scuola rodia, ma di produzione tarda, come lascia intendere il panneggio gonfio e pesante del mantello e l’uso del trapano nella parte originale della barba.
Pegaso
Il globo
Leone
Questo, che simboleggia la sfera del cielo, risulta essere una delle più complete e antiche descrizioni della volta celeste e dello Zodiaco giunte sino a noi. Nello specifico, sono raffigurati in rilievo i due meridiani che passano per i poli e per i punti dei solstizi e degli equinozi, l’equatore celeste, l’eclittica con la fascia dello Zodiaco, un circolo artico ed antartico, le costellazioni Boreali e Australi e, infine, i dodici segni dello Zodiaco. Alla sommità del globo è presente una cavità, traccia di un intervento secondario per un suo utilizzo come fontana o per l'inserimento di uno gnomone metallico (orologio solare), per utilizzare la scultura come meridiana.
Sagittario
Toro e Gemelli
Astronomia oltre che arte
La scultura, già a partire dal ‘500, godette di grande fama, non solo per l’indiscutibile aspetto artistico, ma soprattutto per quello astronomico e scientifico, tanto da diventare un modello per il disegno delle costellazioni e dello Zodiaco. Nel XVII secolo gli astronomi Gian Domenico Cassini e Francesco Bianchini ebbero modo di vedere la scultura e di fare considerazioni e valutazioni sulle posizioni stellari che si potevano dedurre dagli asterismi del globo. Il Bianchini, inoltre, attraverso il calcolo degli equinozi fissò una possibile data per la realizzazione del globo al periodo antonino (II sec. d.C.).
Francesco Bianchini
Gian Domenico Cassini
Tipo iconografico
Il tipo iconografico è abbastanza diffuso su rilievi e bronzetti di età romana, ma sono poche le repliche marmoree, tutte diverse dalla scultura Farnese, per dimensioni ridotte e perché spesso concepite come semplici figure di sostegno. La mancanza di repliche esatte e di un modello originale (forse un esemplare bronzeo di età ellenistica - II sec. a.C.), rende più complesso valutare l’opera, che è considerata un unicum. La scultura aveva finalità didascaliche: divulgare le conoscenze dell’epoca in merito all’astronomia, seguendo la teoria dell’astronomo alessandrino Tolomeo, autore dell’Almagesto (150 a.C. ca.). Rispetto al suo catalogo però, sul globo sono assenti alcune costellazioni, inoltre l’Orsa Minore e gran parte della Maggiore mancano a causa del foro presente sulla parte superiore della sfera. Tuttavia, la scultura aveva anche finalità estetiche di un certo rilievo, visto l’uso del marmo asiatico e le dimensioni quasi colossali, che richiamano una committenza di rango elevato, forse imperiale, ed una destinazione pubblica.