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La scoperta del Nuovo Mondo

Giulia Franzese

Created on April 11, 2024

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Oltre al rinnovamento artistico e culturale, l’Età del Rinascimento è segnata da un altro grande fenomeno: le esplorazioni e le scoperte geografiche. Alla base dei viaggi che portano alle nuove scoperte geografiche c'erano obiettivi di carattere economico. Nessuno si proponeva di scoprire nuove terre (o addirittura nuovi continenti), bensì di aprire nuove vie commerciali: i Turchi continuavano a dominare le vie terrestri del commercio con i Paesi orientali, quindi era necessario trovare nuove rotte per raggiungere le merci preziose (spezie, oro, tessuti e sete) tanto desiderate dagli Europei, e, in generale, altri sbocchi per aumentare traffici e guadagni.

A permetterlo sono state le innovazioni tecnologiche in ambito navale: in particolare, all’inizio del XV secolo compare la caravella, un’imbarcazione, agile e leggera, adatta ai viaggi di esplorazione. Anche la tecnica cartografica si arricchisce: nascono le carte nautiche e i portolani, che erano carte speciali o libri contenenti descrizioni minuziose delle caratteristiche meteorologiche, idrografiche e nautiche delle coste, con indicazioni sui punti di attracco e sulle zone pericolose. Il perfezionamento della bussola e dell’astrolabio permette di calcolare la posizione della nave senza punti di riferimento costieri, consentendo così la navigazione in alto mare.

I Portoghesi sono i primi a spingersi in mare aperto. Spinto dalla passione per le esplorazioni, ma anche per favorire il nuovo ceto emergente mercantile, il principe portoghese Enrico il Navigatore, figlio del re Giovanni I, elabora un coraggioso piano di esplorazioni geografiche lungo le coste atlantiche dell’Africa: vengono scoperte le isole Canarie, Madeira e le Azzorre; alla metà del XV secolo, la scoperta delle isole del Capo Verde convince i Portoghesi che le Indie potevano essere raggiunte aggirando il continente africano, per accedere direttamente al mercato delle spezie senza passare per i territori controllati dai mercanti arabi.

La possibilità di circumnavigare l’Africa si concretizza nel 1488, quando Bartolomeo Diaz doppia la punta estrema dell’Africa, il Capo di Buona Speranza. La rotta viene completata dieci anni più tardi da Vasco da Gama, che raggiunge l’India nel 1498, permettendo così al Portogallo di controllare il commercio marittimo con l’Oriente. A differenza dell’espansione portoghese, quella spagnola avvenne per merito della tenacia di un navigatore di origini genovesi, Cristoforo Colombo, che era convinto che fosse possibile raggiungere le Indie navigando verso occidente.

Respinto dal re portoghese, impegnato sulle rotte orientali, il progetto di Colombo trova l’appoggio finanziario dei re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che mettono a sua disposizione tre caravelle con 120 uomini di equipaggio. La prima spedizione guidata da Cristoforo Colombo salpa dal porto di Palos il 3 agosto 1492 e raggiunge, circa due mesi più tardi, il 12 ottobre 1492, un’isola dell’arcipelago delle Antille, che fu da lui denominata San Salvador, nell’America centrale. Compie altri tre viaggi, da cui rientra con la convinzione incrollabile di aver raggiunto l'India.

Solo più tardi, in seguito alle esplorazioni in America meridionale compiute dal navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, al servizio del Portogallo, i navigatori europei si rendono conto di aver toccato un nuovo continente, che venne chiamato “America” (proprio in onore di Vespucci) per la prima volta da uno stampatore tedesco nel 1507. Le esplorazioni in America proseguono con le imprese dei veneziani Giovanni e Sebastiano Caboto, al servizio dell’Inghilterra, del fiorentino Giovanni da Verrazzano, al servizio della Francia, e del francese Jacques Cartier, che si spinse in Canada.

Le grandi scoperte geografiche sono completate dal primo viaggio di circumnavigazione del mondo compiuto da Ferdinando Magellano nel 1519, ancora per conto del re di Spagna, Carlo d’Asburgo (Carlo V). Partito da Siviglia, Magellano attraversa l’Atlantico, tocca l’America meridionale e cerca un passaggio verso sud in direzione del Pacifico, che attraversa in più di tre mesi, fino a raggiungere le Filippine. Dei 238 marinai salpati con Magellano nel 1519, solo 8 tornano in Portogallo nel 1522. Fra questi c'è l’italiano Antonio Pigafetta, che racconta in un diario di viaggio la straordinaria avventura. Magellano muore in uno scontro con gli indigeni nelle isole del Pacifico.

LE CIVILTÀ DEI CONTINENTI AMERICANI I MAYA A partire dal II millennio a.C., nello Yucatàn, si sviluppa la civiltà dei Maya, costituita prevalentemente da agricoltori, commercianti e grandi costruttori. I Maya svilupparono la matematica: usavano lo zero ben prima degli Europei e sapevano fare calcoli molto complessi, anche nell’osservazione astronomica, tanto che costruirono un calendario estremamente preciso. Non conoscevano la metallurgia né l’allevamento degli animali. L’organizzazione sociale ruotava intorno ai sacerdoti-astronomi, i quali, in quanto depositari delle conoscenze astronomiche, detenevano potere e prestigio.

Verso il 900 d.C. la civiltà maya entrò in crisi per cause ancora sconosciute, mentre emergeva il popolo degli Aztechi e, nell’America meridionale, quello degli Incas. GLI AZTECHIProvenivano dal Messico. La loro società, al tempo stesso agricola e guerriera, era fortemente religiosa e governata in modo teocratico. L’Impero azteco raggiunse la sua massima estensione nei secoli XIV e XV, con la conquista di tutta la regione del Centroamerica.

GLI INCAS nell’America meridionale si afferma, invece, a partire dal XIII secolo, la popolazione degli Incas che, come potenza egemone, costituice un vasto impero lungo la costa pacifica, per una lunghezza superiore ai 4000 chilometri. La società inca, essenzialmente militare, era fortemente gerarchizzata e suddivisa in caste (aristocratici, sacerdoti, militari). In tempo di pace la popolazione era dedita all’agricoltura e all’artigianato (prodotti in oro, argento e ceramica), nonché alla costruzione di grandi fortificazioni in pietra.

La competizione per la conquista dei nuovi territori costringe Spagna e Portogallo a stipulare nel 1494 un accordo che regoli la reciproca espansione, il Trattato di Tordesillas. Esso tracciava nell’Atlantico una linea ideale (la raya) che divideva il mondo in due grandi blocchi: tutte le terre a ovest appartenevano alla Spagna, quelle a est al Portogallo. Il trattato viene rispettato in parte. I Portoghesi si limitano alla conquista del Brasile, che rientrava nella loro zona d’influenza, ma altre potenze europee iniziano a impadronirsi dei nuovi territori: gli Olandesi si appropriano di territori di dominio portoghese in India e in Estremo Oriente; Inglesi e Francesi conquistano territori dell’America settentrionale.

La Spagna è la prima potenza europea a costruirsi un impero di colonie, in particolare nell’America centrale e meridionale, sfruttando l’iniziativa di conquistadores senza scrupoli che combattono con facilità contro le popolazioni azteca e inca, che non conoscevano le armi da fuoco ed erano terrorizzate dai cavalli, animali a loro sconosciuti. Nel 1519 il re azteco Montezuma II, dopo aver accolto con benevolenza le truppe del conquistatore Hernán Cortés, sbarcate sulle coste del Messico, capisce che l’obiettivo degli Spagnoli era la conquista dei territori e dell’oro: prima tenta di giungere a un compromesso, ma si trova poi a dover combattere contro gli invasori.

La strenua resistenza azteca viene piegata dalla superiorità militare di Cortés, che approfitta anche delle divisioni che regnavano tra le popolazioni sottomesse dagli Aztechi. Tenochtitlán, la capitale del Regno azteco, è distrutta e la regione conquistata viene chiamata Nuova Spagna.Sorte analoga tocca agli Inca del Perù, aggrediti nel 1531 da Francisco Pizarro. Più tardi, un’altra spedizione spagnola occupa le Filippine, che restano colonia spagnola fino alla fine dell’Ottocento.

Inizialmente, i conquistadores si spartiscono i territori americani e ne iniziano lo sfruttamento sistematico. La loro incapacità di governo, tuttavia, spinge la Spagna a intervenire: in madrepatria viene creato il Consiglio delle Indie, mentre nel continente americano vennero insediati due viceré, uno nella zona messicana e uno in quella delle Ande, e le attività economiche di queste regioni vengono poste sotto il controllo diretto della corona spagnola. I territori vengono divisi tra i coloni, delegati del re con ampi poteri sulle popolazioni indigene, che vengono sfruttate nella ricerca dei metalli preziosi e nella coltivazione delle piantagioni.

Sottoposti a un trattamento disumano ed esposti a malattie a loro sconosciute, gli indigeni vengono letteralmente decimati. In meno di un secolo la popolazione del Messico e del Perù passa da 21 milioni complessivi a 2 milioni e mezzo di abitanti: un genocidio. Anche l’organizzazione sociale originaria degli Amerindi si sgretola, poiché gli Spagnoli impongono le proprie consuetudini. Contro le stragi commesse dagli Europei si levano (poche) proteste di intellettuali e religiosi.

Il colono Bartolomeo de Las Casas, diventato frate domenicano, denuncia le atrocità dei conquistadores e tenta di creare delle aziende agricole dove, non dovendo sottostare al lavoro forzato o alla schiavitù, le condizioni di vita degli indigeni fossero migliori. Queste idee vengono riprese dai Francescani e dai Gesuiti, che cercano di insegnare agli Indios le tecniche agricole europee, da applicare in villaggi lontani dai conquistatori bianchi. I dominatori spagnoli, però, non tollerano questi interventi, poiché mettevano in crisi sia l’organizzazione del lavoro imposta, sia lo sfruttamento della schiavitù dei ''Neri d’Africa'', il cui mercato si stava allargando notevolmente.

La scoperta delle Americhe inaugura una particolare organizzazione dei commerci, il commercio triangolare. Questa espressione è dovuta al fatto che le rotte commerciali dall’Europa andavano in Africa, da qui in America e di nuovo in Europa. Gli europei salpavano dai porti atlantici con navi cariche di armi, mobili, suppellettili, alcol e si dirigevano verso i porti dell’Africa occidentale, dove scambiavano le merci con uomini schiavizzati. Questi venivano scaricati nei porti dell’America centrale e settentrionale e venduti ai proprietari delle piantagioni di tabacco, cotone, canna da zucchero, in cambio di prodotti tropicali (tabacco, rhum, cotone, indaco) con cui tornavano in Europa.

Era un commercio molto redditizio. I capi-tribù africani con le armi avute dagli Europei potevano gestire in modo autoritario il loro potere, oltre che pavoneggiarsi con banali (ma per loro sorprendenti) prodotti europei; i grandi proprietari terrieri americani sfruttavano al massimo la forza degli schiavi e aumentavano così i loro introiti; i negrieri e gli armatori (cioè i proprietari delle navi) percepivano elevate somme di denaro per il loro servizio di trasporto. Le ricchezze maggiori, poi, finivano nelle mani delle grandi compagnie commerciali, soprattutto quelle olandesi e inglesi.