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canto vi inferno

Camilla Radi

Created on April 8, 2024

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Transcript

PRIMI 78 VERSI VI CANTO INFERNO

Dopo aver incontrato le due anime di Paolo e Francesca nel secondo cerchio, tra i lussuriosi, svenuto, Dante non ci descrive il passaggio al III cerchio, dove si ambienta tutto il VI canto e dove avviene l'incontro con le anime dei golosi qui punite. In questo nuovo girone infernale Dante incontra un altro mostro della letteratura pagana, Cerbero e incontra poi un'anima che si offre di parlare con lui, Ciacco.

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LEGGE DEL CONTRAPPASSO

TESTO

La legge del contrappasso in questo canto è di tipo analogico: come in vita la gola ha causato infermità fisiche, così nell'Inferno la pioggia incessante e la melma putrida immobilizzano le anime dei peccatori. Anche la puzza tipica del III cerchio fa parte della pena del contrappasso: mette a contrasto i profumi degli ottimi cibi che mangiavano in vita, con la puzza che sono costretti ad odorare in morte.

Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d’i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch’io mi mova e ch’io mi volga, e come che io guati. Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualità mai non l’è nova. Grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve.

CERBERO

Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ’l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. Urlar li fa la pioggia come cani; de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro che tenesse fermo. E ’l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne. Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, e si racqueta poi che ’l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ’ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Cerbero, mostro della mitologia latina, figlio di Echidna e Tifeo, guardiano dell'Ade, ha le sembianze di cane a tre teste e come cane viene descritto anche da Dante. Le caratteristiche del mostro pagano, sottolineano però anche quelle che erano le conseguenze del vizio della gola e lo accosta quindi semore di più ai peccatori.

E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa". E più non fé parola. Io li rispuosi: "Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione per che l’ ha tanta discordia assalita". E quelli a me: "Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l’altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’ hanno i cuori accesi". Qui puose fine al lagrimabil suono. E io a lui: "Ancor vo’ che mi ’nsegni e che di più parlar mi facci dono.

Noi passavam su per l’ombre che adonala greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante, fuor d’una ch’a seder si levò, ratto ch’ella ci vide passarsi davante. "O tu che se’ per questo ’nferno tratto", mi disse, "riconoscimi, se sai: tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto". E io a lui: "L’angoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente loco se’ messo, e hai sì fatta pena, che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".

Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena d’invidia sì che già trabocca il sacco,seco mi tenne in la vita serena. Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

Ciacco riferisce a Dante che è l'invidia ad agitare Firenze e i suoi abitanti e sarà sempre l'invidia a portarla al fallimento. Caccio infatti, fa una previsione a Dante riguardo il destino della loro città: dopo una sanguinosa lotta, i guelfi neri scacceranno i bianchi da Firenze e li sottometteranno per lungo tempo. Pochi sono li animi dei cittadini non ancora incendiati dalla superbia, dall'invidia e dall'avarizia. Il futuro della città è dunque quello di distruzione e morte.

CIACCO

La figura di Ciacco emerge subito come personaggio apprezzato da dante e utilizzato da lui per esporre la situazione problematica della sua amata Firenze. Argomenti politici riguardo la lenta distruzione della città ritorneranno in tutti i canti numero VI di tutte e tre le cantiche dantesche. In questo caso il poeta decide di utilizzare la figura di un noto goloso di Firenze, nonchè buon politico e intenditore della città, Caccio, personaggio con cui Dante si rivede profondamente: come anche Dante, Caccio ha nostalgia della propria Firenze, alla quale è stato allontanato con la morte. La figura di Ciacco è molto sintetica e si limita a rispondere alle domande che il poeta gli pone, fino a che non si immerge volontariamente nella melma infernale, accettando la sua pena.

PROFEZIA

Ciacco riferisce a Dante che è l'invidia ad agitare Firenze e i suoi abitanti e sarà sempre l'invidia a portarla al fallimento. Caccio infatti, fa una previsione