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La peste nella letteratura.

Giulia Pilato

Created on March 27, 2024

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Transcript

La peste nella letteratura e nell'arte.

Dipinto olio su tela: Trionfo della morte di Pieter Briugel il Vecchio, 1562, conservato al museo di Madrid

Di cosa parleremo?

Giovanni Boccaccio, la sua vita e la sua celebre opera Decameron.

Lucrezio, la sua vita e il contesto storico in cui visse.

Il Coronavirus.

De Rerum Natura, la peste di Atene.

Lucrezio, la sua vita e il contesto storico-politico in cui visse.

Vita

Contesto storico-politico

De Rerum Natura

Dipinto: La peste di Atene di Michiel Sweerts,1652, conservato al Los Angeles Country Museum of Art

De Rerum Natura. La peste di Atene (VI 1138-1286)

"All'inizio avevano la testa accesa dal bollore ed entrambi gli occhi rosseggianti di luce soffusa. Anche la gola scura all'interno sudava sangue e la via della voce si chiudeva bloccata da ulcere e la lingua, interprete della mente, emanava sangue debilitata dai mali, lenta nel movimento, ruvida al tatto. Poi, quando attraverso la gola aveva riempito il petto e addirittura nel cuore mesto la violenza del male era confluita ai malati, allora poi tutte le difese della vita cedevano."

I sintomi.

La peste non risparmiava nessuno.

"Né si poteva trovare nessuno, che né il morbo né la morte né il lutto in tale periodo colpisse."

"Sopra bambini esanimi corpi esanimati di genitori talvolta avresti potuto vedere e al contrario figli sopra madri e padri esalare la vita."

La diffusione.
Scoinvolgimento delle abitudini.

"Né in minima parte dai campi in città confluì questa afflizione che la folla languente di contadini portò arrivando da ogni zona contagiata. Riempivano tutti i luoghi e gli edifici;"

"Né più la religione degli dei né i numi molto erano infatti tenuti in considerazione: il dolore presente era troppo. Né rimaneva nella città quel rito della sepoltura con cui questo popolo prima sempre aveva avuto l'abitudine di essere inumato."

Giovanni Boccaccio, la vita

Giovanni Boccaccio nasce probabilmente a Certaldo nel 1313, figlio illeggittimo di un ricco mercante e una donna di basso ceto. Sin da subito Giovanni manifesta il suo interesse per la letteratura studiando il latino e le opere classiche. Il padre contrario alla passione del figlio, lo mandò a Napoli affinchè imparasse il mestiere di mercante e si appassionasse a quest'ultimo ma il tentativo fù vano. Giovanni a Napoli infatti frequentò la corte angioina in cui si inserì sin da subito grazie al suo prestigioso nome. In questo periodo della sua vita Boccaccio si dedicò ai piaceri mondani e al suo primo amore: Fiammetta. Nel poeta cresce il desiderio di riportare in volgare la materia tratta dai classici latini, destinando le sue opere ad un pubblico amante dell'arte e sopratutto di donne. Durante la peste del 1348 muore il padre di Giovanni e per lui si apre un periodo caratterizzato da difficoltà economiche e cambiamenti stilistici nella sua attività letteraria. Giovanni si allontana dalla letteratura cortese e si avvicina a quella più realistica nella quale raggiunge il suo apice scrivendo il Decameron. Nel frattempo Boccaccio conobbe Petrarca il quale lo fece allontanare definitivamente dalla produzione in volgare, lo avvicinò agli studi dei classici greci e del greco stesso. Simbolo del cambiento e del distacco dalla precedente letteratura è l'opera il Corbaccio in cui il poeta si mostra fortemente misogino. Giovanni Boccaccio muore a Certaldo nel 1375.

La peste nel Decameron.

Miniatura nella copertina della Toggenburg Bible (manuscritto)

L'opera

Nell'introduzione della prima giornata del Decameron, Boccaccio spiega perchè il gruppo di giovani protagonisti della storia scappano da Firenze, racconta quindi del disastro provocato dalla peste, ne descrive i sintomi e racconta del radicale cambiamento delle abitudini delle persone.

La compassione e la pietà verso gli appestati vengono ignorate e dimenticate: i malati sono abbandonati in casa dai loro stessi parenti; i poveri muoiono in strada senza aiuto alcuno. L'amore e l'affetto per qualcuno passano in secondo piano.

I "gavoccioli" (bubboni) sul corpo, segno dell'infenzione da peste, preannunciavano la morte sicura dell'infetto poichè non vi era alcuna cura

"E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano."

"[...] nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, [...] le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide [...] E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno."

il Decameron e il Covid-19

Giovanni Boccaccio nel Decameron racconta di come i ricchi riuscissero più facilmente a scansare la peste rifuggiandosi in ville lontane dai centri abitati dove si divertivano e disponevano sempre di buon cibo e vino mentre fuori la malettia, la povertà e la morte devastavano la popolazione. Durante il periodo del covid chi poteva usufruire dello smart-working era meno esposto al possibile contagio rispetto a chi necessariamente doveva svolgere il suo lavoro in sede.

Boccaccio ci parla anche dell'allontanamento delle persone tra di loro, nessuno per paura accudiva un'appestato che questo fosse un parente o un amico. I morti spesso rimanevano insepolti o gettati in fosse comuni senza alcun rito funebre, inoltre ciò peggiorò la situazione igienica delle città. Fortunatamente durante il periodo del covid ciò non accadde inoltre molte persone si abilitarono per soccorrere i senzatetto che più avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse. Una brutta piaga durante la pandemia fù quella della sepoltura dei morti, in breve tempo i cimiteri furono pieni e le bare che non poterono essere sepolte vennero accantonate in magazzini o tendoni dove aumentava sempre più il degrado igienico. Si creò una situazione di disordine in cui i familiari che volovano prendere la bara del proprio defunto non poterono farlo perchè quest'ultima non era riconoscibile tra le altre.

Grazie per l'attenzione

Lavoro svolto da: Pilato Giulia.

Il contesto storico

L'incertezza delle notizie biografiche non ci permette di inquadrare bene il contesto politico-sociale in cui visse Lucrezio. Il poeta, rispettoso dei suggerimenti di Epicuro, si mantenne lontano dalla vita politica e non trattò questo argomento nemmeno nelle sue opere. L'unico accenno della situazione politica a lui contemporanea ce lo da nel proemio del primo libro dove parla delle difficoltà e le criticità che stava vivendo la sua patria. Lucrezio infatti visse in prima persona gli scoinvolgimenti della guerra tra Pompeo e Crasso che durò dal 45 .a.C al 49 .a.C . Lucrezio morì prima della fine delle lotte civili.

La vita.

Su Lucrezio sappiamo molto poco, di lui ce ne parla San Gerolamo nel Crhonicon che scrive: "Nasce il poeta Tito Lucrezio, che dopo essere impazzito per un filtro d'amore e aver scritto alcuni libri negli intervalli della follia, che Cicerone pubblicò postumi, si suicidò all'età di quarantaquattro anni". Secondo il teologo quindi Lucrezio sarebbe nato nel 94 a.C e sarebbe morto nel 50 a.C. Tuttavia la critica letteraria non è daccordo con queste date e afferma che Lucrezio è morto nel 53 a.C anno in cui Virgilio ricevette la toga virile. Non sappiamo nulla riguardo la provenienza di Lucrezio ne a quale ceto sociale appartenesse anche se si tende a pensare che egli fosse un'aristocratico.L'impazzimento per via di un filtro d'amore è da sempre un dato molto ribattuto e incerto. Certo è che nell'antichità circolassero misture alle quali venivano attribuiti poteri magici e magari il filtro di cui ci parla San Gerolamo è uno di quelli. Nessuno oltre San Gerolamo, nemmeno i "nemici", ha mai parlato della pazzia di Lucrezio. Le circostanze in cui morì il poeta sono ignote, il suicidio di cui ci parla il teologo è un dato incerto, sappiamo solo che scomparve lasciando i suoi fogli in modo disordinato.

De Rerum Natura

Il De Rerum Natura è l'opera maggiore di Lucrezio.Probabilmente l'opera non è stata terminata, la sua struttura è molto solida. L'opera è articolata in 6 libri divisi in tre diadi in cui Lucrezio affronta 3 differenti tematiche.

  • Libri I e II : la fisica di Epicuro e i suoi principi
  • Libri III e IV : l'essere umano e il rapporto tra l'anima e la conoscienza.
  • Libri V e VI : la cosmologia, i fenomeni naturali e l'origine del mondo.

Il linguaggio che utilizza Lucrezio è un linguaggio molto raffinato, sublime. Questa scelta serve ad evidenziare l'importanza e l'imponenza degli argomenti trattati nell'opera.

Decameron.

Struttura, trama, stile.

L'opera è strutturata in 100 novelle (100 erano i canti della divina commedia, cambia la numerologia).

Trama: Dieci giovani, tre ragazzi e sette ragazze, scappano da Firenze poichè la Peste persiste causando migliaia di morti. I ragazzi si rifugiano in una casa in aperta campagna e per trascorrere il tempo si raccontano a vicenda delle storie, 10 novelle al giorno per 10 giorni.

I principali temi trattati nelle novelle sono amore, etica, fortuna. Molto particolare è il tema del ruolo della donna che viene affrontato e indica un iniziale distaccamento dalla concezione della donna-angelo.

La lingua principalmente utilizzata è il volgare. Ogni personaggio, però, è caratterizzato da uno stile diverso di linguaggio, talvolta più semplice e colloquiale e a volte più complesso e legato al latino. Lo stile è elevato e tragico caratterizzato dall'ipotassi cioè l'utilizzo di una sintassi complessa in cui i periodi sono modellati sulla prosa latina e quindi lunghi e ricchi di subordinate.

Questo genere di malattie un tempo e una vampata mortifera nei territori di Cecropie rese funeste le campagne e spopolò le vie, svuotò di abitanti la città. Infatti venendo da lontano nata dai territori dell'Egitto dopo aver percorso molto spazio e campi ondeggianti, si abbatté infine su tutto il popolo di Pandione. Da quel momento a mucchi si arrendevano al morbo e alla morte. All'inizio avevano la testa accesa dal bollore ed entrambi gli occhi rosseggianti di luce soffusa. Anche la gola scura all'interno sudava sangue e la via della voce si chiudeva bloccata da ulcere e la lingua, interprete della mente, emanava sangue debilitata dai mali, lenta nel movimento, ruvida al tatto. Poi, quando attraverso la gola aveva riempito il petto e addirittura nel cuore mesto la violenza del male era confluita ai malati, allora poi tutte le difese della vita cedevano. Il respiro emetteva fuori dalla bocca un odore schifoso, nel modo in cui puzzano, maleodoranti, i cadaveri abbandonati. E subito le capacità della mente intera e tutto il corpo languivano ormai sul limitare stesso di morte. E ai mali intollerabili un'ansiosa angoscia era assiduamente compagna e un lamento misto a gemito. E spesso un singulto frequente durante la notte e il giorno costringendo ininterrottamente a contrarre nervi e membra li abbatteva, già prima stremati, affaticandoli. Né ad alcuno avresti potuto vedere di eccessivo ardore ribollire sulla superficie del corpo la zona superficiale, ma piuttosto offrire alle mani una sensazione tiepida e nello stesso tempo rosseggiare di ulcere quasi marchiate a fuoco tutto il corpo, come accade quando si diffonde il fuoco sacro per le membra. La parte più interna delle persone poi scottava fino alle ossa, scottava nello stomaco come fiamma dentro fornaci. Tanto che nulla di lieve e leggero avresti potuto ad alcuno per le membra rivolgere in utilità, ma sempre vento e cose fredde. In parte nei fiumi gelidi, infuocate per il male, affidavano le membra gettando il corpo nudo nelle onde. Molti precipitando su acque di pozzo dall'alto caddero arrivandoci addirittura con la bocca spalancata: l'arida sete implacabilmente, sommergendo i corpi, rendeva uguale molta pioggia a piccole gocce. Né c'era pausa alcuna del male: stremati giacevano i corpi. Bisbigliava la medicina con tacito timore, visto che tante volte spalancati volgevano i lumi degli occhi ardenti per i mali privi di sonno. E inoltre molti segni di morte allora si manifestavano, stato d'animo turbato nel pianto e nella paura, sopracciglio triste, espressione delirante e stravolta, orecchie poi eccitate e piene di suoni, respiro frequente o profondo e sorto raramente, e scintillante liquido di sudore attraverso il madido collo, tenui sputi minuti, intrisi di colore del croco e salati, a stento emessi attraverso la gola da una rauca tosse. Nelle mani poi i nervi si tendevano e tremavamo gli arti e dai piedi a diffondersi un po' alla volta il freddo non ritardava. Inoltre fino al tempo supremo poi compresse le narici, l'estremità della punta del naso tenue, gli occhi incavati, tempia scavate, pelle fredda e dura, nel viso stravolto il muso, la fronte tesa era tumefatta. E non molto dopo gli arti giacevano nella rigida morte. E quasi sempre nell'ottava candida luce del sole o anche nella nona fiaccola rendevano la vita. E se qualcuno tra loro, come accade, aveva evitato le esequie di morte, per ulcere schifose e nera proluvie di ventre più tardi tuttavia questo lo attendeva putrefazione e morte, o anche spesso con dolore di testa molto sangue corrotto se ne andava a piene narici: qui tutte le forze e il corpo della persona defluivano. Inoltre chi lo spiacevole proluvio di sangue schifoso aveva superato, tuttavia a costui il morbo nei nervi e negli arti se ne andava e nelle stesse parti genitali del corpo. E in parte gravemente temendo il limitare di morte vivevano privati col ferro della parte virile, e alcuni senza mani e piedi rimanevano tuttavia in vita, e parte perdevano la vista: fino a tal punto in costoro era penetrato doloroso il timore della morte. Ed alcuni anche li colse oblìo delle cose tutte, tanto che neppure potevano riconoscere se stessi. E poiché a terra giacevano insepolti molti corpi su corpi, tuttavia il genere dei volatili e delle fiere o saltava lontano, per evitare l'odore spiacevole, o, quando aveva assaggiato, languiva di morte imminente. Né tuttavia assolutamente in quei giorni senza ragione alcun uccello si faceva vedere, né le tristi specie delle fiere uscivano dalle selve. La maggior parte languivano per il male e morivano. Innanzitutto la fedele specie dei cani abbattuta lasciava miseramente la vita in tutte le strade; infatti la forza del male strappava la vita dalle membra. Funerali desolati gareggiavano a svolgersi rapidi senza accompagnamento. Né si dava un criterio certo di rimedio comune; infatti ciò che a uno aveva concesso che fosse possibile muovere in bocca le aure vitali dell'aria e vedere gli spazi del cielo, questo per altri era motivo di morte e procurava la fine. Quel fatto in queste situazioni era in particolare molto degno di compassione, (cioè) che quando ciascuno si vedeva attaccato dal morbo, tanto da essere condannato alla morte, venendo meno nell'animo giaceva col cuore triste, guardando funerali perdeva sùbito la vita. Poiché effettivamente in nessun momento smettevano di colpire dagli uni gli altri i contagi dell'avido morbo, come le greggi lanigere e le specie bovine. E questo addirittura in particolare cumulava funerale su funerale. Infatti tutti quelli che evitavano di far visita ai propri malati, troppo desiderosi della vita e timorosi della morte li puniva poco dopo con una morte brutta e spietata abbandonati, privi di aiuto, l'incuria letale. Quelli che invece erano stati presenti, se ne andavano per i contagi e la fatica che allora il senso del dovere induceva ad affrontare e la debole voce degli sventurati con voce mista di lamento. Tutti i migliori dunque subivano questo genere di morte * * * e uno sugli altri, gareggiando a seppellire il gruppo dei suoi: tornavano disperati con lacrime e pianto; poi in buona parte si abbattevano nel letto per il dolore. Né si poteva trovare nessuno, che né il morbo né la morte né il lutto in tale periodo colpisse. Inoltre ogni pastore e mandriano ormai e allo stesso modo il robusto guidatore del curvo aratro languiva, e in fondo nel tugurio giacevano ammassati corpi consegnati alla morte dalla miseria e dal morbo. Sopra bambini esanimi corpi esanimati di genitori talvolta avresti potuto vedere e al contrario figli sopra madri e padri esalare la vita. Né in minima parte dai campi in città confluì questa afflizione che la folla languente di contadini portò arrivando da ogni zona contagiata. Riempivano tutti i luoghi e gli edifici; per cui di più con la calura così ammassati la morte a mucchi li accumulava. Per la sete molti corpi distesi per strada e arrotolati presso le fonti d'acqua giacevano distesi col respiro bloccato per l'eccessivo desiderio di acqua, e molte a terra qua e là nei luoghi pubblici e nelle vie avresti potuto vedere languide membra con corpo quasi morto squallide, morire coperte di sudiciume e di stracci, nella sporcizia del corpo, con la sola pelle sopra le ossa, quasi già sepolte da piaghe schifose e da lordura. Infine tutti i sacri luoghi di culto degli dei aveva riempito di corpi esanimi la morte e qua e là caricati di cadaveri rimanevano tutti i templi dei celesti, luoghi che i custodi avevano riempito di ospiti. Né più la religione degli dei né i numi molto erano infatti tenuti in considerazione: il dolore presente era troppo. Né rimaneva nella città quel rito della sepoltura con cui questo popolo prima sempre aveva avuto l'abitudine di essere inumato; completamente turbato infatti trepidava, e ciascuno inumava mesto il proprio congiunto (dopo averlo) composto in base al momento. E molte azioni orrende indusse l'urgenza e la miseria. E infatti i propri consanguinei sui roghi altrui già innalzati collocavano con grande schiamazzo e ci mettevano sotto le fiaccole, spesso con molto sangue rissando piuttosto che i corpi fossero abbandonati.