francesco petrarca: il CANZONIERE
Signori Emma, Merelli Elena
indice
GENESI.....................................
pg. 3
STRUTTURA..................................
pg. 5
pg. 7
CONTENUTO..................................
pg. 9
TEMI.......................................
pg. 12
_Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono....
pg. 13
01. Quanto più m'avvicino al giorno estremo..
02. Solo et pensoso........................
pg. 16
pg. 19
03. Pace non trovo e non ho da far guerra..
pg. 22
04. Fiamma dal ciel su le tue treccie piova...
pg. 25
05. La vita fugge e non s'arresta un'ora......
pg. 28
06. O cameretta che già fosti un porto.....
07. Muovesi il vecchierel canuto e bianco..
pg. 31
01
LA GENESI
01
La ricostruzione della storia del Canzoniere si svolge per gran parte della vita del Petrarca, dal 1336 alla vigilia della morte. Petrarca, infatti, cominciò a scrivere testi in volgare sin dalla prima giovinezza e gli studiosi sono riusciti a ricostruire nove redazioni realizzate dal poeta (la cui sistemazione definitiva risale al 1374, anno della sua morte, ed è contenuta nel manoscritto Vaticano 3195, opera in parte autografa). Il manoscritto intitolato Frammenti di cose in volgare (Rerum vulgarium fragmenta) contiene stesure di vari componimenti ed esprime a pieno l'atteggiamento di sufficienza che il poeta mostrava nei confronti delle sue liriche. L'opera è anche nota con la formula Rime sparse (ricavata dal primo verso del sonetto che funge da proemio), o anche come Canzoniere.
02
LA STRUTTURA
02
La raccolta comprende 366 componimenti (365, come i giorni in un anno, più il proemio da considerarsi a sé stante), di cui 263 composti prima della morte di Laura e i rimanenti dopo la sua morte: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura; il titolo dei libri è legato al fatto che Petrarca scrisse le poesie in modo indipendente l'una dall'altra e solo poco prima della sua morte riuscì a riunirle. La maggior parte delle rime del Canzoniere è d'argomento amoroso, mentre una trentina sono di argomento morale, religioso o politico.
Secondo alcuni studiosi la struttura del Canzoniere istituirebbe uno stretto legame simbolico fra l'intera vita del poeta e l'anno solare: le rime del Canzoniere sono infatti 365 (escludendo il sonetto introduttivo), come i giorni che trascorrono dall'inizio di un anno (la vita terrena) al ritorno della medesima data (principio di una nuova esistenza dell'anima). Secondo queste ipotesi, alcune date acquisirebbero un valore particolare per la struttura dell'opera: • Il 6 aprile, giorno in cui Petrarca si innamorò, nell'anno 1327, ma anche giorno in cui, nel 1348, Laura morì • Il 20 luglio, anniversario della nascita di Petrarca • L'8 aprile, giorno della sua incoronazione poetica a Roma Tra un avvenimento e l'altro, trascorrono 263 giorni, numero delle rime che compongono la prima parte del Canzoniere.
03
I CONTENUTI
03
Il libro si presenta come un diario: i testi sono scritti in prima persona e si riferiscono ad esperienze e a sentimenti. L' opera è infatti un'autobiografia. Per lungo tempo, si è pensato che le due parti in cui risulta diviso il Canzoniere permettessero di distinguere le rime "in vita" dai componimenti "in morte" di Laura ma attualmente si crede invece che la bipartizione della raccolta rispecchi, in chiave simbolica, le distinte fasi di un tormentato percorso di maturazione del poeta: dall'infatuazione giovanile per l'Amore e la Gloria a una matura e più cristiana dedizione ai valori della Carità e della Virtù.
04
I TEMI
04
I TEMI DEL CANZONIERE
L’amore per Laura
Il tema dominante del Canzoniere è l’amore per Laura: essa è simbolo di una felicità terrena completa, che il poeta desiderava, ma che sentiva irraggiungibile. La morte della donna accresce il senso di precarietà di Petrarca.
I temi trattati quindi sono:
- amore infelice e non corrisposto, desiderio inappagato che porta il poeta a rifugiarsi nella solitudine e a fuggire la folla che lo deride.
- passione che si oppone al tormento e questo dissidio interno crea una forte inquietudine esistenziale
- la nostalgia del passato.
- dolore per la morte di Laura.
- senso di colpa e nel contempo attrazione per ciò che è terreno.
- precarietà dei piaceri terreni e brevità della vita umana.
05
i sonetti
La vita fugge e non s'arresta un' ora
O cameretta che già fosti un porto
Voi ch' ascoltate in rime sparse il suono
È il sonetto proemiale della raccolta, scritto probabilmente intorno al 1350 e quindi posteriore alla morte di Laura, come dimostra il fatto che l'autore guarda in modo retrospettivo al suo amore infelice: Petrarca lo definisce un "giovenile errore" dal quale si è in parte liberato con la maturità. La raffinatezza retorica della costruzione impreziosisce la lirica, che apre il "Canzoniere" con uno stile decisamente elevato e ricercato.
01
Quanto più m'avvicino al giorno estremo
Il sonetto è tutto incentrato su uno dei motivi più presenti nella poesia del Petrarca: il senso continuo della caducità della vita e della generale precarietà della condizione esistenziale dell’uomo. Tale sentimento genera una forte tensione verso Dio, visto come un punto fermo nell’instabilità di ogni cosa.
Il testo La parafrasi
Quanto più mi avvicino al giorno della morte che è solito rendere breve la misera esistenza umana, tanto più vedo scorrere il tempo veloce ed impalpabile, e scorgo falsa e vana la mia speranza. lo dico ai miei pensieri: "Non a lungo proseguirà il nostro ragionamento d'amore, poiché il corpo, peso oneroso va estinguendosi come fresca neve; cosicché ci toccherà alfine la pace eterna; con il corpo verrà meno la speranza che tanto a lungo mi fece vaneggiare, verrà meno il riso, il pianto e l'ira (ogni emozione); cosi vedrò chiaramente come spesso l'uomo si affatichi vanamente dietro cose incerte e quanto spesso si desiderino beni vani.
Quanto piú m'avicino al giorno extremo
che l'umana miseria suol far breve,
piú veggio il tempo andar veloce et leve,
e 'l mio di lui sperar fallace et scemo. I' dico a' miei pensier': Non molto andremo
d'amor parlando omai, ché 'l duro et greve
terreno incarco come frescha neve
si va struggendo; onde noi pace avremo: perché co llui cadrà quella speranza
che ne fe' vaneggiar sí lungamente,
e 'l riso e 'l pianto, et la paura et l'ira; sí vedrem chiaro poi come sovente
per le cose dubbiose altri s'avanza,
et come spesso indarno si sospira.
Le figure retoriche Il commento
In questo sonetto Petrarca medita sulla sua condizione di essere umano in quanto sente incombere la morte.
Il poeta percepisce il suo arrivo non tanto come una sensazione fisica, bensi come una condizione psicologica che lo porta a comprendere che tutti i beni e gli elementi terreni, come per esempio il tempo, sono completamente futili e privi di un effettivo significato.
Egli trova nel decesso il mezzo fondamentale per raggiungere la pace eterna distaccandosi dal corpo, che egli sente come un pesante fardello.
Infatti afferma che insieme al suo corpo egli perderà la speranza che tanto lo amigge. Il tema della morte é ricorrente nella poetica di Petrarca e questo componimento ne è un esempio in quanto fu scritto quando il poeta era ancora in giovane età.
Da questo sonetto, può essere tratto un importante insegnamento per tutte le persone, non fare troppo affidamento sui beni materiali in quanto essi, dopo la morte, andranno completamente persi e non ci serviranno più a nulla ed in oltre, non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, alle cattive emozioni ed i drammi della vita poiché essi, un domani, risulteranno completamente privi di spessore e significato.
• Enjambements:vv 5-6: andremo... d'amor parlando... vv 6-7: greve... terreno incarco... vv 7-8: fresca neve... si va struggendo... vv 12-13: sovente... per le cose dubbiose... • Perifrasi: morte -> giorno estremo vita umana-> umana miseria • Metafora: duro et greve/terreno incarco-> corpo • Similitudine: come fresca neve si va struggendo
02
Solo et pensoso
È uno dei sonetti più celebri del "Canzoniere", composto prima del 1337 e in cui Petrarca descrive se stesso intento a camminare in luoghi remoti e selvaggi, nel tentativo (vano) di evitare i suoi pensieri amorosi e, soprattutto, per non mostrare agli altri il suo aspetto afflitto rivelatore delle sue pene sentimentali presenta l'oggettivazione del sentimento interiore attraverso il paesaggio esterno, poiché la desolazione dei luoghi solitari percorsi dall'autore rispecchia pienamente la sua intima afflizione.
Il testo La parafrasi
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.
Essendo solo e pensieroso, percorro i campi più deserti a passi lenti e cadenzati, come se li misurassi, e porto gli occhi attenti a sfuggire i luoghi dove un'impronta umana segni il terreno.
Non trovo altra difesa per evitare che le persone si accorgano [della mia condizione, poiché negli atti privi di allegria si legge bene all'esterno come io bruci [d'amore] dentro:
a tal punto che credo che, ormai, monti, pianure, fiumi e selve sappiano di che qualità sia la mia vita, che è celata agli altri.
Eppure non so cercare vie così impervie e selvagge che Amore non venga sempre a parlare con me, e io con lui.
Le figure retoriche Il commento
Il tema principale del componimento è sicuramente la persecuzione dell’amore per Petrarca. Lui infatti non riesce a restare solo neanche per riflettere perché l’immagine di Laura gli appare in mente e lui non riesce a dissolverla. Lui vorrebbe fuggire dalla città, dalla vita, dalle persone e ritirarsi con se stesso.
Il registro utilizzato in questa poesia è molto più malinconico, pessimista e sofferente di altri sonetti da lui stesso composti, ad esempio in “Erano i capei…” lui è comunque triste a causa della decadenza della bellezza di Laura, ma non si perde d’animo e continua ad amarla; invece nel sonetto Solo et pensoso l’amore sembra per lui quasi una pena, una continua sofferenza, qualcosa che se non ci fosse sarebbe tanto meglio, da come lo descrive può sembrare ai nostri occhi una punizione inflittagli alla quale non riesce più a slegarsi.
• Enjambements:vv 1-3: polisindeto (caratterizzato dalla congiunzione "et") vv 1, 3: enjambement vv 1: allitterazioni vv 2: metafora vv 9-10: polisintoto vv 12-13: anastrofe • Metafora: vo mesurando-> come se li misurassi • Anafora: cercar non so
03
Pace non trovo e non ho da far guerra
Il sonetto Pace non trovo et non ò da far guerra si caratterizza per l’uso insistito di alcune figure retoriche (in partiolare l’antitesi) per presentare e descrivere il rapporto con Laura e, soprattutto, le sue implicazioni sull’io del protagonista, combattuto tra passione e disperazione, tra speranza e disillusione, tra Amore e Morte.
Il testo La parafrasi
Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; e ardo, e sono un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
e nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.
Tal m'à in pregion, che non m'apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio.
Veggio senza occhi, e non ò lingua et grido;
et bramo di perire, et chieggio aita;
e ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido ;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.
Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere,ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Laura mi tiene in prigione, non mi libera e non mi rinchiude, né mi tiene in suo possesso, né mi lascia libero; e non mi uccide Amore, né mi libera, non mi vuole vivo ma al contempo non mi salva. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Mi nutro della mia sofferenza, rido tra le lacrime; allo stesso modo ho in odio la morte e la vita: in questa condizione mi trovo, o Donna, a causa vostra.
Le figure retoriche Il commento
• Enjambements:vv 12: ossimoro • antitesi • anafora vv 1, 9: schiasmi vv 3-4: parallelismi • cesure
Questo sonetto mette in luce e sviluppa una tematica centrale in tutta la produzione poetica di Petrarca: il "dissidio interiore" che nasce dal fatto che Laura non ricambia i sentimenti del poeta, che si trova quindi combattuto tra gli slanci emotivi ed illusori della passione e l'amara coscienza della realtà. Quello che si evidenzia maggiormente, alla luce di questo conflitto, è la condizione di assoluta precarietà emotiva e psicologica in cui l'io poetico si ritrova, data dall’impossibilità di rendere concreto il proprio sogno d'amore.
04
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova
Il componimento fa parte di un gruppo di tre testi dedicati alla critica della corruzione ecclesiastica, in particolare della Curia papale di Avignone in cui l'autore aveva lavorato e che qui stigmatizza per l'avidità di denaro mostrata dagli ecclesiastici che, in questo senso, sono molto diversi dagli esponenti della Chiesa primitiva caratterizzata dalla povertà evangelica. Petrarca rappresenta la Curia come una donna perfida e corrotta invocando su di essa la punizione divina, proprio come nel sonetto successivo paragonerà Avignone a una "avara Babilonia" che ha colmato la misura suscitando l'ira di Dio.
Il testo La parafrasi
Una fiamma dal cielo possa cadere sulle tue trecce, o malvagia donna [Avignone], che sei diventata ricca e potente dopo aver bevuto l'acqua del fiume e aver mangiato le ghiande in passato, grazie all'impoverimento degli altri, dato che trai vantaggio dalle tue diaboliche operazioni; tu sei un nido di tradimenti, in cui alligna tutto il male che oggi è sparso per il mondo, sei una serva del vino, dei letti e del cibo, in cui la lussuria tocca il fondo della corruzione. Nelle tue stanze compiono tresche fanciulle e vecchi, mentre Belzebù sta al centro con i mantici, il fuoco e gli specchi. Tu non fosti allevata tra le comodità e al fresco, ma nuda ed esposta alle intemperie [poveramente], e scalza tra gli sterpi: ora vivi in modo tale da far arrivare la tua puzza a Dio.
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova,
malvagia, che dal fiume et da le ghiande
per l’altrui impoverir se’ ricca et grande,
poi che di mal oprar tanto ti giova;nido di tradimenti, in cui si cova
quanto mal per lo mondo oggi si spande,
de vin serva, di lecti et di vivande,
in cui Luxuria fa l’ultima prova. Per le camere tue fanciulle et vecchi
vanno trescando, et Belzebub in mezzo
co’ mantici et col foco et co li specchi. Già non fostú nudrita in piume al rezzo,
ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi:
or vivi sí ch’a Dio ne venga il lezzo.
Figure retoriche Il commento
Metafora: "fiamma dal ciel su le tue treccie piova" (verso 1) Anastrofe: "l'elmo e la spada e 'l destrier che 'ncontrava" (verso 6) Similitudine: "come ombra per l'aer tranquillo fletta" Apostrofe: "Amor, nell'alma mia già destinato" (verso 12) Allitterazione: "d'un foco eterno arder celeste" (verso 14
Il sonetto ricalca lo schema ABBA, ABBA, CDC, DCD. Si tratta di un’invettiva molto violenta contro la corte papale, che si inserisce nella tradizione di cui fanno parte Jacopone da Todi e lo stesso Dante. Con Petrarca lo spunto è tratto dalla presenza del Papa ad Avignone.Il sonetto è stato scritto, con tutta probabilità sotto il papato di Clemente V, fra il 1342 ed il 1352, ma comunque prima della morte di Laura morta nel 1348 perché Petrarca colloca il sonetto fra quelli – in vita-. La corte avignonese è rappresentata come una donna accusata di compiere azioni malvagie, di dedicarsi ai vizi capitali, primo fra tutti la lussuria, che nel testo essa viene personificata. Il linguaggio si ispira allo stile comico e a quello della tradizione delle invettive (de vin serva, di lecti e di vivande, per le camere tue fanciulle e vecchi, fiamma dal ciel…). Nonostante questo, si può notare con controllo da parte del poeta della forma espressiva: esso viene evidenziato nella struttura metrico-sintattica, nell’uso di coppie di termini o di termini fra loro coordinati (dal fiume et da le ghiande)e nella presenza di antitesi e di parallelismi
05
La vita fugge e non s'arresta un'ora
Petrarca nel sonetto La vita fugge, et non s’arresta una hora mette in rima tutta la sua disperazione per la morte di Laura, evento che scatena la riflessione sull’impotenza dell’uomo a fermare il tempo che trascorre inesorabilmente.
Sono versi molto tristi e disperati da cui emerge anche il riferimento al suicidio per porre fine al proprio tormento.
Il testo La parafrasi
La vita fugge, et non s’arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;
e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora,
or quinci or quindi, sí che ’n veritate,
se non ch’i’ ò di me stesso pietate,
i’ sarei già di questi pensier’ fora.
Tornami avanti, s’alcun dolce mai
ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;
veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.
La vita scorre e non si arresta un solo istante
e la morte ci rincorre rapidamente,
sia il presente che il passato
come pure il futuro, causano in me un conflitto interiore
il ricordo [delle cose passate] e l’attesa [delle cose future] mi angoscia,
ora da una parte ora dall’altra, a tal puto che, in verità,
se non provassi pietà per me stesso,
mi sarei già liberato da questi pensieri.
Mi ritornano in mente i momenti di dolcezza
se mai questo mio cuore infelice, ne ha avuto; e poi volgendomi verso il futuro
vedo la mia navigazione colta da venti tempestosi;
vedo una tempesta raggiungermi nel momento della fine della vita, e l’ ormai stanco
il timoniere, e le rotte le sartie e l’albero della nave,
e le belle luci che sono solito ammirare, sono spente.
Figure retoriche Il commento
Allitterazione vv. 11-12 -> allitterazione lettere ve Anafora vv. 2-3 -> et…et vv. 11-12 -> veggio…veggio Chiasmo vv. 13-14 -> et rotte arbore et sarte, / e i lumi bei che mirar soglio, spenti Metafora vv. 2 -> gran giornate vv. 4 -> mi dànno guerra vv. 11 -> mio navigar turbati i vènti vv. 12 -> fortuna in porto vv. 13 -> il mio nocchier, et rotte arbore et sarte vv. 14 -> lumi
La vita fugge, et non s’arresta una hora è un sonetto che fa parte dei primi componimenti scritti da Petrarca in morte di Laura che sono raccolti nella seconda sezione del Canzoniere.
Il topos del tempo che fugge, ricorrente nell’opera poetica di Petrarca, viene inserito nella sua vicenda amorosa. La riflessione su questo tema è infatti conseguenza della morte di Laura, avvenimento che porta il poeta a fare un bilancio della sua intera esistenza e a considerare la caducità della vita umana.
Il sonetto è costruito su tre piani temporali richiamati nelle strofe centrali: il presente, il passato e il futuro. Nei confronti di tutte e tre le situazioni l’atteggiamento del poeta è negativo, in ognuno di essi vede dolore e fatica. Nulla può portargli conforto:
né il passato tormentato,
né il presente in cui prevale la stanchezza di vivere,
né il futuro che vede senza speranze e prospettive.
L’ angoscia del poeta è quindi legata al tempo, al suo scorrere per non tornare più e alla prospettiva di un futuro dove senza Laura che rappresentava la sua luce, il suo faro, Petrarca si sente come un naufrago nel mare in tempesta.
Testo
06
O cameretta che già fosti un porto
Il sonetto esprime il dolore dell'autore per il suo amore infelice e la considerazione che la sua camera non gli offre più la pace durante le ore notturne: viene così rovesciato l'ideale classico del sapiente che vive nel suo isolamento e rifugge il contatto col "volgo profano" (delineato anche in opere come il "De vita solitaria"), per cui Petrarca arriva alla paradossale conclusione che proprio la folla gli consente di non abbandonarsi ai suoi pensieri e ritrovare un po' di serenità.
Il testo La parafrasi
O mia camera, che un tempo sei stata un rifugio sicuro dalle gravi angosce che provavo durante il giorno, ora durante la notte sei fonte di lacrime che il giorno cerco di nascondere per vergogna. O mio letto, che eri pace e conforto in tanti affanni, l'amore ti bagna con urne dolorose [con le mie lacrime] attraverso quelle mani di avorio [di Laura] che sono crudeli solo verso di me, così ingiustamente! E io non fuggo solo il mio segreto e il mio riposo, ma soprattutto me stesso e il mio pensiero, mentre talvolta seguendolo mi sono alzato in volo [ho realizzato opere egregie];
e invece cerco quale mio rifugio il popolo a me ostile e odioso (chi l'avrebbe mai pensato?): è tale la mia paura di ritrovarmi solo.
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne,
che ’l dí celate per vergogna porto. O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver ’me crudeli a sí gran torto! Né pur il mio secreto e ’l mio riposo
fuggo, ma più me stesso e ’l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo; e ’l vulgo a me nemico et odïoso
(chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.
Le figure retoriche Il commento
vv 1-2, 5-6, 6-7, 9= enjambements vv 1, 2, 3= metafore vv 7= personificazione • parallelismo tra "tempeste" e "lagrime", vv 2-3= anafora tra "diurne" e "nocturne" vv 1, 6, 11= allitterazioni vv 5-8= esclamazione • Metafore:-O cameretta che già fosti un porto -Le gravi tempeste mie diurne -Lagrime notturne• Personificazione:-Amor• Allitterazioni: -In tanti affanni (N) -Seguendol, talor levommi a volo (L) -Cameretta che già fosti un porto (T) • Esclamazione: -Di che dogliose urne ti bagna Amor, con quelle mani eburne, solo ver ’me crudeli a sí gran torto!
Nelle quartine l'autore si rivolge alla sua "cameretta" e al "letticciuol" attraverso il parallelismo "O... che", posto all'inizio delle due strofe, per dire che un tempo il raccoglimento interiore nelle ore notturne era fonte per lui di pace e serenità rispetto alle "tempeste" del giorno, mentre ora la solitudine gli causa ulteriore sofferenza per via dell'amore infelice per Laura, le cui mani "eburne" (d'avorio) e crudeli aiutano Amore a versare lacrime dalle "urne" (gli occhi di Petrarca). Nella prima quartina il poeta riprende la metafora della vita come viaggio in un mare in tempesta, rispetto alla quale la sua camera rappresentava un porto sicuro, mentre nella seconda l'antitesi ruota attorno ai termini "requie" e "conforto" che si oppongono agli "affanni", anche attraverso la crudeltà di Laura che respinge il corteggiamento di Petrarca.
Il testo rovescia in modo paradossale l'ideale classico del sapiente come uomo solitario che rifugge il contatto col popolo a lui estraneo e trova serenità nel raccoglimento interiore e nell'otium letterario (distacco dalla vita comune).
07
Muovesi il vecchierel canuto e bianco
Composto intorno al 1337 in occasione di un viaggio a Roma, il sonetto propone un paragone tra il poeta, che cerca nel volto delle altre donne le fattezze di quello di Laura, e un anziano pellegrino che va a S. Pietro a vedere il velo della Veronica, per scorgere nella reliquia i lineamenti del volto di Cristo.
Il testo La parafrasi
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal camino stanco;
et viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.
Il vecchietto dai capelli bianchi e il volto pallido parte dal dolce luogo dove ha trascorso la vita e dalla sua famigliola che, turbata, vede il caro padre che se ne va;
e da lì, trascinando il vecchio corpo negli ultimi giorni della sua vita, si aiuta con la buona volontà per quanto gli è possibile, fiaccato dagli anni e spossato dal lungo cammino;
e arriva a Roma, seguendo il suo desiderio di ammirare le fattezze di Colui [Cristo] che spera un giorno di vedere in Paradiso:
allo stesso modo, ahimè, talvolta anche io cerco, o donna, per quanto è possibile, il vostro autentico e desiderato aspetto in altre donne.
Le figure retoriche Il commento
Il sonetto trae spunto da un viaggio che Petrarca compì a Roma nel 1337 e in occasione del quale dovette forzatamente separarsi da Laura, circostanza cui accenna anche nel sonetto che precede questo nella raccolta, Io mi rivolgo indietro a ciascun passo: qui il poeta paragona se stesso a un anziano pellegrino che si incammina alla volta della città eterna per ammirare il velo della Veronica, il sudario con impresso il volto di Cristo conservato in S. Pietro, col dire che lui a Roma farà qualcosa di simile cercando le forme del volto di Laura in quello di altre donne. La similitudine è dunque tra Petrarca e il "vecchierel" e non tra Laura e Cristo, se non indirettamente e con un accostamento tra amor sacro ed amor profano che suona vagamente sacrilego e qualifica la passione del poeta per la donna come passionale e terrena, molto lontana dall'amore spiritualizzato degli stilnovisti. Il paragone con il pellegrino è poi per contrasto, in quanto quello è anziano mentre il poeta è ancora giovane (benché già "canuto" come il vecchietto descritto, cosa di cui abbiamo varie testimonianze), quello va a Roma "seguendo 'l desio" mentre Petrarca è costretto a partire, quello sa che probabilmente non tornerà più mentre l'autore tornerà.
vv 2, 11, 14: anastrofivv 5: sineddoche vv. 8: chiasmo • latinismi • Anastrofi: sua età fornita, nel ciel veder spera, disïata vostra forma vera • Sineddoche: antiquo fianco--> vecchio corpo
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EMMA SIGNORI
Created on February 26, 2024
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francesco petrarca: il CANZONIERE
Signori Emma, Merelli Elena
indice
GENESI.....................................
pg. 3
STRUTTURA..................................
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CONTENUTO..................................
pg. 9
TEMI.......................................
pg. 12
_Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono....
pg. 13
01. Quanto più m'avvicino al giorno estremo..
02. Solo et pensoso........................
pg. 16
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03. Pace non trovo e non ho da far guerra..
pg. 22
04. Fiamma dal ciel su le tue treccie piova...
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05. La vita fugge e non s'arresta un'ora......
pg. 28
06. O cameretta che già fosti un porto.....
07. Muovesi il vecchierel canuto e bianco..
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LA GENESI
01
La ricostruzione della storia del Canzoniere si svolge per gran parte della vita del Petrarca, dal 1336 alla vigilia della morte. Petrarca, infatti, cominciò a scrivere testi in volgare sin dalla prima giovinezza e gli studiosi sono riusciti a ricostruire nove redazioni realizzate dal poeta (la cui sistemazione definitiva risale al 1374, anno della sua morte, ed è contenuta nel manoscritto Vaticano 3195, opera in parte autografa). Il manoscritto intitolato Frammenti di cose in volgare (Rerum vulgarium fragmenta) contiene stesure di vari componimenti ed esprime a pieno l'atteggiamento di sufficienza che il poeta mostrava nei confronti delle sue liriche. L'opera è anche nota con la formula Rime sparse (ricavata dal primo verso del sonetto che funge da proemio), o anche come Canzoniere.
02
LA STRUTTURA
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La raccolta comprende 366 componimenti (365, come i giorni in un anno, più il proemio da considerarsi a sé stante), di cui 263 composti prima della morte di Laura e i rimanenti dopo la sua morte: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura; il titolo dei libri è legato al fatto che Petrarca scrisse le poesie in modo indipendente l'una dall'altra e solo poco prima della sua morte riuscì a riunirle. La maggior parte delle rime del Canzoniere è d'argomento amoroso, mentre una trentina sono di argomento morale, religioso o politico. Secondo alcuni studiosi la struttura del Canzoniere istituirebbe uno stretto legame simbolico fra l'intera vita del poeta e l'anno solare: le rime del Canzoniere sono infatti 365 (escludendo il sonetto introduttivo), come i giorni che trascorrono dall'inizio di un anno (la vita terrena) al ritorno della medesima data (principio di una nuova esistenza dell'anima). Secondo queste ipotesi, alcune date acquisirebbero un valore particolare per la struttura dell'opera: • Il 6 aprile, giorno in cui Petrarca si innamorò, nell'anno 1327, ma anche giorno in cui, nel 1348, Laura morì • Il 20 luglio, anniversario della nascita di Petrarca • L'8 aprile, giorno della sua incoronazione poetica a Roma Tra un avvenimento e l'altro, trascorrono 263 giorni, numero delle rime che compongono la prima parte del Canzoniere.
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I CONTENUTI
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Il libro si presenta come un diario: i testi sono scritti in prima persona e si riferiscono ad esperienze e a sentimenti. L' opera è infatti un'autobiografia. Per lungo tempo, si è pensato che le due parti in cui risulta diviso il Canzoniere permettessero di distinguere le rime "in vita" dai componimenti "in morte" di Laura ma attualmente si crede invece che la bipartizione della raccolta rispecchi, in chiave simbolica, le distinte fasi di un tormentato percorso di maturazione del poeta: dall'infatuazione giovanile per l'Amore e la Gloria a una matura e più cristiana dedizione ai valori della Carità e della Virtù.
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I TEMI
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I TEMI DEL CANZONIERE
L’amore per Laura
Il tema dominante del Canzoniere è l’amore per Laura: essa è simbolo di una felicità terrena completa, che il poeta desiderava, ma che sentiva irraggiungibile. La morte della donna accresce il senso di precarietà di Petrarca. I temi trattati quindi sono:
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i sonetti
La vita fugge e non s'arresta un' ora
O cameretta che già fosti un porto
Voi ch' ascoltate in rime sparse il suono
È il sonetto proemiale della raccolta, scritto probabilmente intorno al 1350 e quindi posteriore alla morte di Laura, come dimostra il fatto che l'autore guarda in modo retrospettivo al suo amore infelice: Petrarca lo definisce un "giovenile errore" dal quale si è in parte liberato con la maturità. La raffinatezza retorica della costruzione impreziosisce la lirica, che apre il "Canzoniere" con uno stile decisamente elevato e ricercato.
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Quanto più m'avvicino al giorno estremo
Il sonetto è tutto incentrato su uno dei motivi più presenti nella poesia del Petrarca: il senso continuo della caducità della vita e della generale precarietà della condizione esistenziale dell’uomo. Tale sentimento genera una forte tensione verso Dio, visto come un punto fermo nell’instabilità di ogni cosa.
Il testo La parafrasi
Quanto più mi avvicino al giorno della morte che è solito rendere breve la misera esistenza umana, tanto più vedo scorrere il tempo veloce ed impalpabile, e scorgo falsa e vana la mia speranza. lo dico ai miei pensieri: "Non a lungo proseguirà il nostro ragionamento d'amore, poiché il corpo, peso oneroso va estinguendosi come fresca neve; cosicché ci toccherà alfine la pace eterna; con il corpo verrà meno la speranza che tanto a lungo mi fece vaneggiare, verrà meno il riso, il pianto e l'ira (ogni emozione); cosi vedrò chiaramente come spesso l'uomo si affatichi vanamente dietro cose incerte e quanto spesso si desiderino beni vani.
Quanto piú m'avicino al giorno extremo che l'umana miseria suol far breve, piú veggio il tempo andar veloce et leve, e 'l mio di lui sperar fallace et scemo. I' dico a' miei pensier': Non molto andremo d'amor parlando omai, ché 'l duro et greve terreno incarco come frescha neve si va struggendo; onde noi pace avremo: perché co llui cadrà quella speranza che ne fe' vaneggiar sí lungamente, e 'l riso e 'l pianto, et la paura et l'ira; sí vedrem chiaro poi come sovente per le cose dubbiose altri s'avanza, et come spesso indarno si sospira.
Le figure retoriche Il commento
In questo sonetto Petrarca medita sulla sua condizione di essere umano in quanto sente incombere la morte. Il poeta percepisce il suo arrivo non tanto come una sensazione fisica, bensi come una condizione psicologica che lo porta a comprendere che tutti i beni e gli elementi terreni, come per esempio il tempo, sono completamente futili e privi di un effettivo significato. Egli trova nel decesso il mezzo fondamentale per raggiungere la pace eterna distaccandosi dal corpo, che egli sente come un pesante fardello. Infatti afferma che insieme al suo corpo egli perderà la speranza che tanto lo amigge. Il tema della morte é ricorrente nella poetica di Petrarca e questo componimento ne è un esempio in quanto fu scritto quando il poeta era ancora in giovane età. Da questo sonetto, può essere tratto un importante insegnamento per tutte le persone, non fare troppo affidamento sui beni materiali in quanto essi, dopo la morte, andranno completamente persi e non ci serviranno più a nulla ed in oltre, non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, alle cattive emozioni ed i drammi della vita poiché essi, un domani, risulteranno completamente privi di spessore e significato.
• Enjambements:vv 5-6: andremo... d'amor parlando... vv 6-7: greve... terreno incarco... vv 7-8: fresca neve... si va struggendo... vv 12-13: sovente... per le cose dubbiose... • Perifrasi: morte -> giorno estremo vita umana-> umana miseria • Metafora: duro et greve/terreno incarco-> corpo • Similitudine: come fresca neve si va struggendo
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Solo et pensoso
È uno dei sonetti più celebri del "Canzoniere", composto prima del 1337 e in cui Petrarca descrive se stesso intento a camminare in luoghi remoti e selvaggi, nel tentativo (vano) di evitare i suoi pensieri amorosi e, soprattutto, per non mostrare agli altri il suo aspetto afflitto rivelatore delle sue pene sentimentali presenta l'oggettivazione del sentimento interiore attraverso il paesaggio esterno, poiché la desolazione dei luoghi solitari percorsi dall'autore rispecchia pienamente la sua intima afflizione.
Il testo La parafrasi
Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi. Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d’alegrezza spenti di fuor si legge com’io dentro avampi: sì ch’io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co·llui.
Essendo solo e pensieroso, percorro i campi più deserti a passi lenti e cadenzati, come se li misurassi, e porto gli occhi attenti a sfuggire i luoghi dove un'impronta umana segni il terreno. Non trovo altra difesa per evitare che le persone si accorgano [della mia condizione, poiché negli atti privi di allegria si legge bene all'esterno come io bruci [d'amore] dentro: a tal punto che credo che, ormai, monti, pianure, fiumi e selve sappiano di che qualità sia la mia vita, che è celata agli altri. Eppure non so cercare vie così impervie e selvagge che Amore non venga sempre a parlare con me, e io con lui.
Le figure retoriche Il commento
Il tema principale del componimento è sicuramente la persecuzione dell’amore per Petrarca. Lui infatti non riesce a restare solo neanche per riflettere perché l’immagine di Laura gli appare in mente e lui non riesce a dissolverla. Lui vorrebbe fuggire dalla città, dalla vita, dalle persone e ritirarsi con se stesso. Il registro utilizzato in questa poesia è molto più malinconico, pessimista e sofferente di altri sonetti da lui stesso composti, ad esempio in “Erano i capei…” lui è comunque triste a causa della decadenza della bellezza di Laura, ma non si perde d’animo e continua ad amarla; invece nel sonetto Solo et pensoso l’amore sembra per lui quasi una pena, una continua sofferenza, qualcosa che se non ci fosse sarebbe tanto meglio, da come lo descrive può sembrare ai nostri occhi una punizione inflittagli alla quale non riesce più a slegarsi.
• Enjambements:vv 1-3: polisindeto (caratterizzato dalla congiunzione "et") vv 1, 3: enjambement vv 1: allitterazioni vv 2: metafora vv 9-10: polisintoto vv 12-13: anastrofe • Metafora: vo mesurando-> come se li misurassi • Anafora: cercar non so
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Pace non trovo e non ho da far guerra
Il sonetto Pace non trovo et non ò da far guerra si caratterizza per l’uso insistito di alcune figure retoriche (in partiolare l’antitesi) per presentare e descrivere il rapporto con Laura e, soprattutto, le sue implicazioni sull’io del protagonista, combattuto tra passione e disperazione, tra speranza e disillusione, tra Amore e Morte.
Il testo La parafrasi
Pace non trovo, et non ò da far guerra; e temo, et spero; e ardo, e sono un ghiaccio; et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra; e nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio. Tal m'à in pregion, che non m'apre né serra, né per suo mi riten né scioglie il laccio; e non m'ancide Amore, et non mi sferra, né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio. Veggio senza occhi, e non ò lingua et grido; et bramo di perire, et chieggio aita; e ò in odio me stesso, et amo altrui. Pascomi di dolor, piangendo rido ; egualmente mi spiace morte e vita: in questo stato son, donna, per voi.
Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere,ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Laura mi tiene in prigione, non mi libera e non mi rinchiude, né mi tiene in suo possesso, né mi lascia libero; e non mi uccide Amore, né mi libera, non mi vuole vivo ma al contempo non mi salva. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Mi nutro della mia sofferenza, rido tra le lacrime; allo stesso modo ho in odio la morte e la vita: in questa condizione mi trovo, o Donna, a causa vostra.
Le figure retoriche Il commento
• Enjambements:vv 12: ossimoro • antitesi • anafora vv 1, 9: schiasmi vv 3-4: parallelismi • cesure
Questo sonetto mette in luce e sviluppa una tematica centrale in tutta la produzione poetica di Petrarca: il "dissidio interiore" che nasce dal fatto che Laura non ricambia i sentimenti del poeta, che si trova quindi combattuto tra gli slanci emotivi ed illusori della passione e l'amara coscienza della realtà. Quello che si evidenzia maggiormente, alla luce di questo conflitto, è la condizione di assoluta precarietà emotiva e psicologica in cui l'io poetico si ritrova, data dall’impossibilità di rendere concreto il proprio sogno d'amore.
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Fiamma dal ciel su le tue treccie piova
Il componimento fa parte di un gruppo di tre testi dedicati alla critica della corruzione ecclesiastica, in particolare della Curia papale di Avignone in cui l'autore aveva lavorato e che qui stigmatizza per l'avidità di denaro mostrata dagli ecclesiastici che, in questo senso, sono molto diversi dagli esponenti della Chiesa primitiva caratterizzata dalla povertà evangelica. Petrarca rappresenta la Curia come una donna perfida e corrotta invocando su di essa la punizione divina, proprio come nel sonetto successivo paragonerà Avignone a una "avara Babilonia" che ha colmato la misura suscitando l'ira di Dio.
Il testo La parafrasi
Una fiamma dal cielo possa cadere sulle tue trecce, o malvagia donna [Avignone], che sei diventata ricca e potente dopo aver bevuto l'acqua del fiume e aver mangiato le ghiande in passato, grazie all'impoverimento degli altri, dato che trai vantaggio dalle tue diaboliche operazioni; tu sei un nido di tradimenti, in cui alligna tutto il male che oggi è sparso per il mondo, sei una serva del vino, dei letti e del cibo, in cui la lussuria tocca il fondo della corruzione. Nelle tue stanze compiono tresche fanciulle e vecchi, mentre Belzebù sta al centro con i mantici, il fuoco e gli specchi. Tu non fosti allevata tra le comodità e al fresco, ma nuda ed esposta alle intemperie [poveramente], e scalza tra gli sterpi: ora vivi in modo tale da far arrivare la tua puzza a Dio.
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova, malvagia, che dal fiume et da le ghiande per l’altrui impoverir se’ ricca et grande, poi che di mal oprar tanto ti giova;nido di tradimenti, in cui si cova quanto mal per lo mondo oggi si spande, de vin serva, di lecti et di vivande, in cui Luxuria fa l’ultima prova. Per le camere tue fanciulle et vecchi vanno trescando, et Belzebub in mezzo co’ mantici et col foco et co li specchi. Già non fostú nudrita in piume al rezzo, ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi: or vivi sí ch’a Dio ne venga il lezzo.
Figure retoriche Il commento
Metafora: "fiamma dal ciel su le tue treccie piova" (verso 1) Anastrofe: "l'elmo e la spada e 'l destrier che 'ncontrava" (verso 6) Similitudine: "come ombra per l'aer tranquillo fletta" Apostrofe: "Amor, nell'alma mia già destinato" (verso 12) Allitterazione: "d'un foco eterno arder celeste" (verso 14
Il sonetto ricalca lo schema ABBA, ABBA, CDC, DCD. Si tratta di un’invettiva molto violenta contro la corte papale, che si inserisce nella tradizione di cui fanno parte Jacopone da Todi e lo stesso Dante. Con Petrarca lo spunto è tratto dalla presenza del Papa ad Avignone.Il sonetto è stato scritto, con tutta probabilità sotto il papato di Clemente V, fra il 1342 ed il 1352, ma comunque prima della morte di Laura morta nel 1348 perché Petrarca colloca il sonetto fra quelli – in vita-. La corte avignonese è rappresentata come una donna accusata di compiere azioni malvagie, di dedicarsi ai vizi capitali, primo fra tutti la lussuria, che nel testo essa viene personificata. Il linguaggio si ispira allo stile comico e a quello della tradizione delle invettive (de vin serva, di lecti e di vivande, per le camere tue fanciulle e vecchi, fiamma dal ciel…). Nonostante questo, si può notare con controllo da parte del poeta della forma espressiva: esso viene evidenziato nella struttura metrico-sintattica, nell’uso di coppie di termini o di termini fra loro coordinati (dal fiume et da le ghiande)e nella presenza di antitesi e di parallelismi
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La vita fugge e non s'arresta un'ora
Petrarca nel sonetto La vita fugge, et non s’arresta una hora mette in rima tutta la sua disperazione per la morte di Laura, evento che scatena la riflessione sull’impotenza dell’uomo a fermare il tempo che trascorre inesorabilmente. Sono versi molto tristi e disperati da cui emerge anche il riferimento al suicidio per porre fine al proprio tormento.
Il testo La parafrasi
La vita fugge, et non s’arresta una hora, et la morte vien dietro a gran giornate, et le cose presenti et le passate mi dànno guerra, et le future anchora; e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora, or quinci or quindi, sí che ’n veritate, se non ch’i’ ò di me stesso pietate, i’ sarei già di questi pensier’ fora. Tornami avanti, s’alcun dolce mai ebbe ’l cor tristo; et poi da l’altra parte veggio al mio navigar turbati i vènti; veggio fortuna in porto, et stanco omai il mio nocchier, et rotte arbore et sarte, e i lumi bei che mirar soglio, spenti.
La vita scorre e non si arresta un solo istante e la morte ci rincorre rapidamente, sia il presente che il passato come pure il futuro, causano in me un conflitto interiore il ricordo [delle cose passate] e l’attesa [delle cose future] mi angoscia, ora da una parte ora dall’altra, a tal puto che, in verità, se non provassi pietà per me stesso, mi sarei già liberato da questi pensieri. Mi ritornano in mente i momenti di dolcezza se mai questo mio cuore infelice, ne ha avuto; e poi volgendomi verso il futuro vedo la mia navigazione colta da venti tempestosi; vedo una tempesta raggiungermi nel momento della fine della vita, e l’ ormai stanco il timoniere, e le rotte le sartie e l’albero della nave, e le belle luci che sono solito ammirare, sono spente.
Figure retoriche Il commento
Allitterazione vv. 11-12 -> allitterazione lettere ve Anafora vv. 2-3 -> et…et vv. 11-12 -> veggio…veggio Chiasmo vv. 13-14 -> et rotte arbore et sarte, / e i lumi bei che mirar soglio, spenti Metafora vv. 2 -> gran giornate vv. 4 -> mi dànno guerra vv. 11 -> mio navigar turbati i vènti vv. 12 -> fortuna in porto vv. 13 -> il mio nocchier, et rotte arbore et sarte vv. 14 -> lumi
La vita fugge, et non s’arresta una hora è un sonetto che fa parte dei primi componimenti scritti da Petrarca in morte di Laura che sono raccolti nella seconda sezione del Canzoniere. Il topos del tempo che fugge, ricorrente nell’opera poetica di Petrarca, viene inserito nella sua vicenda amorosa. La riflessione su questo tema è infatti conseguenza della morte di Laura, avvenimento che porta il poeta a fare un bilancio della sua intera esistenza e a considerare la caducità della vita umana. Il sonetto è costruito su tre piani temporali richiamati nelle strofe centrali: il presente, il passato e il futuro. Nei confronti di tutte e tre le situazioni l’atteggiamento del poeta è negativo, in ognuno di essi vede dolore e fatica. Nulla può portargli conforto: né il passato tormentato, né il presente in cui prevale la stanchezza di vivere, né il futuro che vede senza speranze e prospettive. L’ angoscia del poeta è quindi legata al tempo, al suo scorrere per non tornare più e alla prospettiva di un futuro dove senza Laura che rappresentava la sua luce, il suo faro, Petrarca si sente come un naufrago nel mare in tempesta.
Testo
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O cameretta che già fosti un porto
Il sonetto esprime il dolore dell'autore per il suo amore infelice e la considerazione che la sua camera non gli offre più la pace durante le ore notturne: viene così rovesciato l'ideale classico del sapiente che vive nel suo isolamento e rifugge il contatto col "volgo profano" (delineato anche in opere come il "De vita solitaria"), per cui Petrarca arriva alla paradossale conclusione che proprio la folla gli consente di non abbandonarsi ai suoi pensieri e ritrovare un po' di serenità.
Il testo La parafrasi
O mia camera, che un tempo sei stata un rifugio sicuro dalle gravi angosce che provavo durante il giorno, ora durante la notte sei fonte di lacrime che il giorno cerco di nascondere per vergogna. O mio letto, che eri pace e conforto in tanti affanni, l'amore ti bagna con urne dolorose [con le mie lacrime] attraverso quelle mani di avorio [di Laura] che sono crudeli solo verso di me, così ingiustamente! E io non fuggo solo il mio segreto e il mio riposo, ma soprattutto me stesso e il mio pensiero, mentre talvolta seguendolo mi sono alzato in volo [ho realizzato opere egregie]; e invece cerco quale mio rifugio il popolo a me ostile e odioso (chi l'avrebbe mai pensato?): è tale la mia paura di ritrovarmi solo.
O cameretta che già fosti un porto a le gravi tempeste mie diürne, fonte se’ or di lagrime nocturne, che ’l dí celate per vergogna porto. O letticciuol che requie eri et conforto in tanti affanni, di che dogliose urne ti bagna Amor, con quelle mani eburne, solo ver ’me crudeli a sí gran torto! Né pur il mio secreto e ’l mio riposo fuggo, ma più me stesso e ’l mio pensero, che, seguendol, talor levommi a volo; e ’l vulgo a me nemico et odïoso (chi ’l pensò mai?) per mio refugio chero: tal paura ò di ritrovarmi solo.
Le figure retoriche Il commento
vv 1-2, 5-6, 6-7, 9= enjambements vv 1, 2, 3= metafore vv 7= personificazione • parallelismo tra "tempeste" e "lagrime", vv 2-3= anafora tra "diurne" e "nocturne" vv 1, 6, 11= allitterazioni vv 5-8= esclamazione • Metafore:-O cameretta che già fosti un porto -Le gravi tempeste mie diurne -Lagrime notturne• Personificazione:-Amor• Allitterazioni: -In tanti affanni (N) -Seguendol, talor levommi a volo (L) -Cameretta che già fosti un porto (T) • Esclamazione: -Di che dogliose urne ti bagna Amor, con quelle mani eburne, solo ver ’me crudeli a sí gran torto!
Nelle quartine l'autore si rivolge alla sua "cameretta" e al "letticciuol" attraverso il parallelismo "O... che", posto all'inizio delle due strofe, per dire che un tempo il raccoglimento interiore nelle ore notturne era fonte per lui di pace e serenità rispetto alle "tempeste" del giorno, mentre ora la solitudine gli causa ulteriore sofferenza per via dell'amore infelice per Laura, le cui mani "eburne" (d'avorio) e crudeli aiutano Amore a versare lacrime dalle "urne" (gli occhi di Petrarca). Nella prima quartina il poeta riprende la metafora della vita come viaggio in un mare in tempesta, rispetto alla quale la sua camera rappresentava un porto sicuro, mentre nella seconda l'antitesi ruota attorno ai termini "requie" e "conforto" che si oppongono agli "affanni", anche attraverso la crudeltà di Laura che respinge il corteggiamento di Petrarca. Il testo rovescia in modo paradossale l'ideale classico del sapiente come uomo solitario che rifugge il contatto col popolo a lui estraneo e trova serenità nel raccoglimento interiore e nell'otium letterario (distacco dalla vita comune).
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Muovesi il vecchierel canuto e bianco
Composto intorno al 1337 in occasione di un viaggio a Roma, il sonetto propone un paragone tra il poeta, che cerca nel volto delle altre donne le fattezze di quello di Laura, e un anziano pellegrino che va a S. Pietro a vedere il velo della Veronica, per scorgere nella reliquia i lineamenti del volto di Cristo.
Il testo La parafrasi
Movesi il vecchierel canuto et biancho del dolce loco ov’à sua età fornita et da la famigliuola sbigottita che vede il caro padre venir manco; indi trahendo poi l’antiquo fianco per l’extreme giornate di sua vita, quanto piú pò, col buon voler s’aita, rotto dagli anni, et dal camino stanco; et viene a Roma, seguendo ’l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassú nel ciel vedere spera: cosí, lasso, talor vo cerchand’io, donna, quanto è possibile, in altrui la disïata vostra forma vera.
Il vecchietto dai capelli bianchi e il volto pallido parte dal dolce luogo dove ha trascorso la vita e dalla sua famigliola che, turbata, vede il caro padre che se ne va; e da lì, trascinando il vecchio corpo negli ultimi giorni della sua vita, si aiuta con la buona volontà per quanto gli è possibile, fiaccato dagli anni e spossato dal lungo cammino; e arriva a Roma, seguendo il suo desiderio di ammirare le fattezze di Colui [Cristo] che spera un giorno di vedere in Paradiso: allo stesso modo, ahimè, talvolta anche io cerco, o donna, per quanto è possibile, il vostro autentico e desiderato aspetto in altre donne.
Le figure retoriche Il commento
Il sonetto trae spunto da un viaggio che Petrarca compì a Roma nel 1337 e in occasione del quale dovette forzatamente separarsi da Laura, circostanza cui accenna anche nel sonetto che precede questo nella raccolta, Io mi rivolgo indietro a ciascun passo: qui il poeta paragona se stesso a un anziano pellegrino che si incammina alla volta della città eterna per ammirare il velo della Veronica, il sudario con impresso il volto di Cristo conservato in S. Pietro, col dire che lui a Roma farà qualcosa di simile cercando le forme del volto di Laura in quello di altre donne. La similitudine è dunque tra Petrarca e il "vecchierel" e non tra Laura e Cristo, se non indirettamente e con un accostamento tra amor sacro ed amor profano che suona vagamente sacrilego e qualifica la passione del poeta per la donna come passionale e terrena, molto lontana dall'amore spiritualizzato degli stilnovisti. Il paragone con il pellegrino è poi per contrasto, in quanto quello è anziano mentre il poeta è ancora giovane (benché già "canuto" come il vecchietto descritto, cosa di cui abbiamo varie testimonianze), quello va a Roma "seguendo 'l desio" mentre Petrarca è costretto a partire, quello sa che probabilmente non tornerà più mentre l'autore tornerà.
vv 2, 11, 14: anastrofivv 5: sineddoche vv. 8: chiasmo • latinismi • Anastrofi: sua età fornita, nel ciel veder spera, disïata vostra forma vera • Sineddoche: antiquo fianco--> vecchio corpo