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Purgatorio canto V
Valeria Almanza
Created on February 21, 2024
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Transcript
Canto v purgatorio
Sofia Mattei-Sofia Francia-Valeria Almanza-Rita Pizzoli
introduzioine
Il canto V del Purgatorio, ambientato nell'Antipurgatorio, vede Dante raffrontarsi con quelle anime che, morte di morte violenta, si sono pentite in fin di vita.L'auctor inscena il dialogo con questi spiriti attraverso un pretesto narrativo. Queste anime mostrano un dinamismo, avvicinandosi e quasi rincorrendo i due poeti con l'intento di riuscire a dialogare con Dante per far sì che egli le ricordi una volta tornato nel mondo dei vivi. la dinamicità è richiamata anche dal susseguirsi dei racconti dei tre spiriti - Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia Senese - che portano in scena tre diverse tipologie di morte violenta, accomunate dal territorio in cui sonoo state perpetrate, l'Italia.
I PERSONAGGI
Le tre anime di morti di morte violenta che prendono parola all'interno del Canto V del Purgatorio, sono accomunate dallo stesso destino di salvezza: per questo i drammi individuali sono messi in scena con gesti, desideri e parole simili.
Jacopo del cassero
Il primo dei tre personaggi morti di morte violenta a prendere parola nel Canto V del Purgatorio è Jacopo del Cassero, esponente di una nota famiglia marchigiana guelfa. Fu valoroso uomo d'armi e importante uomo poloitico. Prese parte con i Guelfi marchigiani alla Battaglia di Campaldino; fu in quest'occasione che conobbe Dante. Nel 1296 divenne podestà di Bologna, opponendosi alle mire espansionistiche sulla città di Azzo VIII d'Este, di cui si attirò l'odio. Fu raggiunto dai sicari di Azzo VIII e ucciso a Oriago.
bonconte da montefeltro
Bonconte prese parte alla cacciata dei Guelfi dalla città e l'anno seguente si pose a comando dei Ghibellini aretini nell'imboscata di Pieve del Toppo contro i senesi.Prese anche parte alla Battaglia di Campaldino del 1289, alla quale parteciparono anche Dante e Jacopo del Cassero. Qui venne ucciso, il suo corpo non venne più ritrovato. Bonconte, macchiatosi in vita di diverse malefatte, è l'unico che - all'interno del Canto V del Purgatorio - racconta del suo pentimento in fin di vita.
PIA DE TOLOMEI
Secondo i primi commentatori di Dante si tratterebbe della moglie di Nello di Inghiramo dei Pannocchieschi, ella pare fosse una donna appartenente alla influente casata senese dei Tolomei.Molti dubbi vi sarebbero anche sulla causa del delitto della donna, e due sarebbero le ipotesi più accreditate: da una parte la punizione di un'infedeltà, dall'altra il desiderio da parte di Nello di sposare un'altra donna. La donna pronuncia poche parole, mantenendo il fascino dell’ignoto e assumendo un tono quasi elegiaco. Inevitabile il confronto con la protagonista del Canto V dell’Inferno, Francesca: entrambe vittime della violenza del marito, le due donne però sono sottoposte ad una pena decisamente diversa; se Pia, pentitasi in punto di morte per le proprie colpe, è destinata alla salvezza, Francesca, non pentitasi e ancora presa dal «piacer sì forte» per Paolo, alla dannazione eterna.
Testo
Che potea io ridir, se non «Io vegno»? Dissilo, alquanto del color consperso che fa l’uom di perdon talvolta degno. E ’ntanto per la costa di traverso venivan genti innanzi a noi un poco, cantando ‘Miserere’ a verso a verso. Quando s’accorser ch’i’ non dava loco per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; e due di loro, in forma di messaggi, corsero incontr’a noi e dimandarne: «Di vostra condizion fatene saggi» .E ’l mio maestro: «Voi potete andarne e ritrarre a color che vi mandaro che ’l corpo di costui è vera carne. Se per veder la sua ombra restaro, com’io avviso, assai è lor risposto: fàccianli onore, ed esser può lor caro».
Io era già da quell’ombre partito, e seguitava l’orme del mio duca, quando di retro a me, drizzando ’l dito, una gridò: «Ve’ che non par che luca lo raggio da sinistra a quel di sotto, e come vivo par che si conduca!». Li occhi rivolsi al suon di questo motto, e vidile guardar per maraviglia pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. «Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», disse ’l maestro, «che l’andare allenti? che ti fa ciò che quivi si pispiglia? Vien dietro a me, e lascia dir le genti: sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti; ché sempre l’omo in cui pensier rampolla sovra pensier, da sé dilunga il segno, perché la foga l’un de l’altro insolla».
testo
sì che, pentendo e perdonando, fora di vita uscimmo a Dio pacificati, che del disio di sé veder n’accora». E io: «Perché ne’ vostri visi guati, non riconosco alcun; ma s’a voi piace cosa ch’io possa, spiriti ben nati, voi dite, e io farò per quella pace che, dietro a’ piedi di sì fatta guida di mondo in mondo cercar mi si face». E uno incominciò: «Ciascun si fida del beneficio tuo sanza giurarlo, pur che ‘l voler nonpossa non ricida. Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo, ti priego, se mai vedi quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo, che tu mi sie di tuoi prieghi cortese in Fano, sì che ben per me s’adori pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
Vapori accesi non vid’io sì tosto di prima notte mai fender sereno, né, sol calando, nuvole d’agosto, che color non tornasser suso in meno; e, giunti là, con li altri a noi dier volta come schiera che scorre sanza freno. «Questa gente che preme a noi è molta, e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta: «però pur va, e in andando ascolta». «O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti», venian gridando, «un poco il passo queta. Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, sì che di lui di là novella porti: deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? Noi fummo tutti già per forza morti, e peccatori infino a l’ultima ora; quivi lume del ciel ne fece accorti,
testo
«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, che sovra l’Ermo nasce in Apennino. Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano, arriva’ io forato ne la gola, fuggendo a piede e sanguinando il piano. Quivi perdei la vista e la parola; nel nome di Maria fini’, e quivi caddi, e rimase la mia carne sola. Io dirò vero e tu ‘l ridì tra’ vivi: l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno gridava: "O tu del ciel, perché mi privi? Tu te ne porti di costui l’etterno per una lagrimetta che ‘l mi toglie; ma io farò de l’altro altro governo!". Ben sai come ne l’aere si raccoglie quell’umido vapor che in acqua riede, tosto che sale dove ‘l freddo il coglie
Quindi fu’ io; ma li profondi fóri ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea, fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, là dov’io più sicuro esser credea: quel da Esti il fé far, che m’avea in ira assai più là che dritto non volea. Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, quando fu’ sovragiunto ad Oriaco, ancor sarei di là dove si spira. Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io de le mie vene farsi in terra laco». Poi disse un altro: «Deh, se quel disio si compia che ti tragge a l’alto monte, con buona pietate aiuta il mio! Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; Giovanna o altri non ha di me cura; per ch’io vo tra costor con bassa fronte». E io a lui: «Qual forza o qual ventura ti traviò sì fuor di Campaldino, che non si seppe mai tua sepultura?».
testo
Lo corpo mio gelato in su la foce trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse; voltòmmi per le ripe e per lo fondo, poi di sua preda mi coperse e cinse». «Deh, quando tu sarai tornato al mondo, e riposato de la lunga via», seguitò ‘l terzo spirito al secondo, «ricorditi di me, che son la Pia: Siena mi fé, disfecemi Maremma: salsi colui che ‘nnanellata pria disposando m’avea con la sua gemma».
.Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento per la virtù che sua natura diede. Indi la valle, come ‘l dì fu spento, da Pratomagno al gran giogo coperse di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento, sì che ‘l pregno aere in acqua si converse; la pioggia cadde e a’ fossati venne di lei ciò che la terra non sofferse; e come ai rivi grandi si convenne, ver’ lo fiume real tanto veloce si ruinò, che nulla la ritenne.
ANALISI DEL TESTO
Dante ha ripreso il cammino con Virgilio, quando un'esclamazione di stupore di una di quelle anime gli fa volgere lo sguardo. Un particolare viene colto ora: l'ombra di Dante proietta, segno fisico visibile della propria corporeità. L'accenno all'inizio del canto, al motivo dello'ombra e quindi del corpo intende introdurre uno dei temi fondamentali e ricorrenti del canto medesimo. L'energico rimprovero del mastro richiama bruscamente Dante al proprio dovere di non "allentare l'andare". Virgilio deve essersi ricordato del precedente ammonimento di Catone nel corso dell'audizione di Casella; egli rappresenta ance la Ragione, che ha il compito di riportare l'uomo sulla retta via, qualora devii da essa. Stride il tono aspro in rapporto alla venialità dell'errore: forse Dante con tale contrasto ha ricercato un effetto contrappuntistico. All'atmosfera lievee e comica della scena dei pigri fa seguire infatti l'intonazione epica e solenne dell'ammonimento di Virgilio. Nell'incontro con le nuove anime dei morti di morte violenta, il tono cambia ancora e volge al patetico, Queste anime cantano coralmente, come avviene di consueto nel purgatorio, un salmo consono alla loro vicenda umana e spirituale: in questo caso il Miserere, salmo di pentimento. L'atmosfera raccolta e compunta viene turbata ancora una volta dal motivo dell'ombra che appare così straordinario in quel luogo ultraterreno. S'insinua di nuovo e prepotentemente il tema del corpo, di cui Dante è involontario strumento. L'effetto immediato sulle anime è l'interruzione del canto che dà luogo a una lunga esclamazione di meraviglia. Poi inviano delle staffette a chiedere informazioni presso Virgilio, il quale conferma la giustezza della loro imressione visiva e li incoraggia ad accogliere cortesemente il suo discepolo. Incomincia ad essere chiara, e si chiarisce sempre più, questa insistenza sulla corporeità. Queste anime infatti, che hanno perso da poco il proprio corpo in modo vilento, corpo quindi straziato e violato, subiscono come un fascino instintivo al rivedere chi ne è ancora in possesso, chi rappresenta per loro la perfezione. Quest'ultima consiste dell'unione della parte spirituale con quella materiale.