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La selva del peccato

Giulia Galbiati

Created on February 20, 2024

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Transcript

La selva del peccato

Inferno - Canto I

Proemio

Il primo canto ha la funzione di proemio.A metà della sua vita, Dante si ritrova smarrito nella selva oscura, allegoria del peccato. Tenta di risalire un colle illuminato dalla luce del sole, allegoria della grazia di Dio, ma non ci riesce, perchè le tre fiere gli sbarrano la strada.

Le tre fiere

Lupa

Leone

Lonza

Corrisponde, secondo i bestiari medievali, alla lince. Allegoria della lussuria, ossia l'incapacità di resistere alla passione fisica sfrenata.

Allegoria della cupidigia, ossia la smania di ricchezze e potere.

Allegoria della superbia.

Arriva in soccorso la prima guida di Dante, Virgilio, che rappresenta la ragione.Virgilio è il più famoso poeta della letteratura latina e per Dante era un'auctoritas (= autorità, esempio da imitare).Nell'immaginare la struttura dell'inferno, Dante si ispira, infatti, all'inferno descritto da Virgilio nell'Eneide, quando Enea compie la catabasi. Virgilio spiega a Dante che, per poter arrivare alla grazia divina, dovrà purificarsi dal peccato compiendo un viaggio attraverso i regni dell'aldilà: inferno, purgatorio, paradiso.

Virgilio

Nel Medioevo i testi classici non venivano interpretati secondo l'intenzione con cui erano stati scritti, ma sempre in un'ottica cristiana. Virgilio, nonostante appartenesse a una cultura pagana, era considerato un profeta nel Medioevo, perchè in una delle sue opere (la quarta Bucolica) aveva parlato della nascita di un puer (fanciullo), che i medievali identificavano con il figlio di Dio. In realtà si trattava del figlio del politico Asinio Pollione.

Per Dante , Virgilio è il più grande modello e fonte di ispirazione.L'inferno di Dante è una commistione di elementi classici (presi dall'Eneide) e cristiani. La catabasi, come abbiamo visto, era un topos letterario dell'epica classica, ma qui Dante la propone in una dimensione cristiana.

L'Inferno di Dante

L'Ade nell'Eneide

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, là dove terminava quella valle che m’avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m’era durata la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

Trova l'allitterazione: quale consonante si ripete in parole vicine?Che effetto provoca?

A 35 anni, a metà della mia vita, mi ritrovai in una selva buia (= allegoria del peccato), poichè avevo smarrito la via della rettitudine. Ah, quanto è difficile spiegare come fosse questa foresta selvaggia, intricata e ostile, (e = polisindeto) tale che solo a pensarci mi fa provare ancora paura! Era così spaventosa, che la morte lo è poco di più; ma per parlare del bene che io ho trovato in quel luogo, racconterò altre cose che ho visto al suo interno. Io non so spiegare bene come riuscii ad entrarci, talmente ero in preda al sonno quando abbandonai la via della verità (sonno = peccato). Ma dopo che fui arrivato ai piedi di un colle, là dove terminava quella valle che mi aveva riempito il cuore di paura, guardai in alto e vidi i suoi pendii già illuminati dai raggi del pianeta che guida ogni uomo sulla retta via. (= Sole, la cui luce è il simbolo della grazia di Dio che illumina gli uomini) Allora si acquietò un po' la paura che avevo provato nel profondo del cuore nel corso della notte che passai con così tanta angoscia.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai. Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, là dove terminava quella valle che m’avea di paura il cor compunto, guardai in alto e vidi le sue spalle vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle. Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m’era durata la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva

E come il naufrago che con respiro affannato,sballottato a riva dal mare, si rivolge verso le acque pericolose da cui si è salvato e le guarda, così il mio animo, mentre ancora fuggivo dalla selva, si voltò indietro per riguardare il passaggio che non lasciò mai passare alcun uomo in vita.

E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva

Quale figura retorica che conosci è presente in questi versi?

Dopo questi versi, Dante racconta il tentativo di risalire il colle, l'incontro con le tre fiere e l'arrivo di Virgilio.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,una lonza leggiera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto, anzi ’mpediva tanto il mio cammino, ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. Temp’era dal principio del mattino, e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle ch’eran con lui quando l’amor divino mosse di prima quelle cose belle; sì ch’a bene sperar m’era cagione di quella fiera a la gaetta pelle l’ora del tempo e la dolce stagione; ma non sì che paura non mi desse la vista che m’apparve d’un leone. Questi parea che contra me venisse con la test’alta e con rabbiosa fame, sì che parea che l’aere ne tremesse. Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza.

[...]Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,dinanzi agli occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco. Quando vidi costui nel gran diserto, «Miserere di me,» gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui. Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto al tempo de li dei falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise che venne di Troia poi che il superbo Ilïón fu combusto. Ma tu perché ritorni a tanta noia? perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?» «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?», rispuos’io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume, vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore che m’ha fatto cercar lo tuo volume. Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore, tu se’ solo colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore. Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». «A te convien tenere altro viaggio,» rispuose, poi che lagrimar mi vide, «se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; [...]

Come si rivolge Dante a Virgilio? Quale tecnica usa?

Dante si mostra umile e riverente nei confronti di Virgilio, rivela l'emozione di averlo come guida.Spesso nel procedere del viaggio assistiamo ad un Dante impaurito, sconfortato, che cerca aiuto in Virgilio come in un padre, un maestro. Gli fa domande, gli chiede spiegazioni, gli mostra le sue perplessità e i suoi sentimenti di ftonte all'orrore dell'inferno. Dante, infatti, si rivolge di frequente al poeta latino con appellativi come "maestro" e "lo duca mio" (da dux, comandante, qui inteso come guida). Virgilio si comporta in maniera bonaria, paziente e affettuosa. Infonde coraggio in Dante, risolve i suoi dubbi e lo guida con dolcezza e, al tempo stesso, con fermezza.

Topos della selva

Quello dello smarrimento in un bosco infestato da creature magiche o belve feroci è un topos letterario, ossia un "luogo letterario" molto diffuso, dall'antichità alle fiabe dell'Ottocento.Un topos che già conosci è quello del locus amoenus, cioè del luogo bellissimo, naturale e incontaminato, come l'isola di Calipso nell'Odissea.

Dopo l'angoscia provocata dalla selva e dalla vista delle fiere, Virgilio rassicura Dante. Si conclude il canto I e inizia il canto II, in cui è presente il cosiddetto "prologo in cielo", cioè un passaggio nel quale Virgilio spiega a Dante chi in Paradiso è intervenuto per fargli compiere questo viaggio oltremondano (Beatrice, la Madonna, Santa Lucia) e qual è lo scopo del percorso che sta per intraprendere.

La porta dell'inferno

Inferno - Canto III

Dante e Virgilio valicano la porta dell'Inferno.Una scritta inquietante campeggia sulla porta e turba il poeta.

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo d’una porta; per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto che tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

Quale figura retorica è presente nei primi tre versi? Che effetto provoca?

Attraverso me si va nella città dove si soffre, attraverso me si va nell'eterno dolore, attraverso me si va tra le anime perdute dei dannati. Il senso di giustizia mosse colui che mi creò (= Dio): mi costruirono la potenza divina, la massima sapienza e il primo amore (= Padre, Figlio e Spirito Santo) Prima di me non fu creato nient'altro, se non ciò che è eterno, e io duro per l'eternità. Lasciate ogni speranza, voi che entrate". Io vidi queste parole scritte in colore scuro sulla sommità di una porta; perciò chiesi : «Maestro, il senso di queste parole mi è difficile da comprendere». Ed egli mi rispose, da persona saggia: «Qui bisogna abbandonare ogni esitazione; non bisogna essere vili (= bisogna avere coraggio). Siamo arrivati nel luogo dove ti ho detto che vedrai le anime dannate che hanno perso Dio».

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate". Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo d’una porta; per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». Ed elli a me, come persona accorta: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta. Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto che tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose. Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.

Quale figura retorica è presente nell'ultimo verso?

E dopo che tese la sua mano verso la mia con volto sereno, motivo per cui io mi tranquillizzai, mi condusse dentro quel luogo segreto. Laggiù sospiri, pianti e lamenti risuonavano attraverso l'aria senza luce (= l'inferno è buio), per cui io, appena li sentii, piansi. Lingue diverse, espressioni orribili, parole di dolore, esclamazioni di rabbia, urla e sospiri, insieme al rumore delle percosse, creavano un frastuono che rimbombava continuamente in quell'atmosfera buia dove il tempo non scorre (= l'inferno e il paradiso sono mondi in cui non esiste il tempo, la condizione delle anime è eterna), come la sabbia quando soffia il vento.

E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond’io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose. Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.

Caronte, il traghettatore infernale

Inferno - Canto III

Dante e Virgilio arrivano nell'Antinferno.Vedono il fiume Acheronte, che le anime dovranno attraversare per entrare nell'Inferno vero e proprio e scoprire il loro destino. Nell'Antinferno, però, ci sono già altri dannati ...

Questi non hanno speranza di morte e la lor cieca vita è tanto bassa, che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa". E io, che riguardai, vidi una 'nsegna che girando correva tanto ratta, che d'ogne posa mi parea indegna; e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch'i' non averei creduto che morte tanta n'avesse disfatta. Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto. Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d'i cattivi, a Dio spiacenti e a' nemici sui. Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

Quivi sospiri, pianti e alti guairisonavan per l'aere sanza stelle, per ch'io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell'aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira. E io ch'avea d'error la testa cinta, dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo? e che gent'è che par nel duol sì vinta?". Ed elli a me: "Questo misero modo tegnon l'anime triste di coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Mischiate sono a quel cattivo coro de li angeli che non furon ribelli né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli". E io: "Maestro, che è tanto greve a lor, che lamentar li fa sì forte?". Rispuose: "Dicerolti molto breve.

Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: "Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti". Ma poi che vide ch’io non mi partiva, disse: "Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti". E ’l duca lui: "Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare". Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ed ecco giungere verso di noi su una nave un vecchio, con capelli e barba bianchi per la vecchiaia, che gridava: «Guai a voi, anime crudeli! Non sperate mai più di veder il cielo: io vengo per condurvi sull’altra riva, nel buio eterno, tra il fuoco e il ghiaccio. E tu che sei lì, anima viva, allontanati da questi che sono già morti». Ma, avendo visto che non me ne andavo, disse: «Attraverso un’altra via, attraverso altri porti giungerai alla riva [dell’Aldilà]; non da qui: conviene che ti porti una barca più leggera». E la mia guida a lui: «Caronte, non preoccuparti: così si vuole là [in Paradiso] dove si può [ottenere] ciò che si vuole; non chiedere altro». Da quel momento si calmarono le guance barbute del nocchiero della palude scura, che attorno agli occhi aveva cerchi infuocati.

Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: "Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. E tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti". Ma poi che vide ch’io non mi partiva, disse: "Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti". E ’l duca lui: "Caron, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare". Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che ’nteser le parole crude. Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme di lor semenza e di lor nascimenti. Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch’attende ciascun uom che Dio non teme. Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia. Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme d’Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo. Così sen vanno su per l’onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s’auna.

Che figura retorica è presente in questi versi? Quali elementi vengono paragonati tra loro?

Ma quelle anime, che erano impaurite e nude, cambiarono colore e batterono i denti, non appena compresero le parole crudeli. Bestemmiavano Dio e i loro genitori, il genere umano e il luogo e il tempo e l’origine del loro concepimento e della loro nascita. Poi si raccolsero tutte quante insieme, piangendo fortemente, lungo la riva malvagia che attende ogni uomo che non ha timore di Dio (= dannati). Il demonio Caronte, con gli occhi come brace, facendo cenni verso di loro, le raduna tutte; colpisce con il remo chiunque si adagia. Come in autunno cadono le foglie, una dopo l’altra, fin quando il ramo vede per terra tutte le sue spoglie, similmente i malvagi discendenti di Adamo si gettano da quella riva [sulla barca] una ad una, ai cenni [di Caronte] come un uccello quando sente il suo richiamo. Così se ne vanno sul fiume cupo, e prima che siano scese sull’altra riva, già di qua una nuova schiera si raduna.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che ’nteser le parole crude. Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme di lor semenza e di lor nascimenti. Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia ch’attende ciascun uom che Dio non teme. Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s'adagia. Come d’autunno si levan le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme d’Adamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo. Così sen vanno su per l’onda bruna, e avanti che sien di là discese, anche di qua nuova schiera s’auna.

Sul quaderno:1) Riassumi l'episodio. 2) Descrivi il personaggio di Caronte, individuandone gli elementi fisici e caratteriali. Come si comporta con Dante e con le anime? Come regisce alle parole di Virgilio? 3)Quali espressioni usa Dante per riferisi alle anime dei dannati in attesa di essere trasportati sull'altra riva? A che cosa vengono paragonate attraverso la similitudine.

Caronte virgilio vs dante

Inferno - Canto III

Eneide, libro VI Orrendo nocchiero custodisce queste acque e il fiume Caronte, di squallore terribile,a cui una barba bianca, lunga folta e non curata invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sporco il mantello pende annodato dalle spalle. Egli spinge la barca con un lungo bastone e governa le vele, e trasporta i corpi sullo scafo di color ferrigno, vecchio, ma dio di cruda e verde vecchiezza. Qui una grande folla si precipita sulle rive, donne e uomini, corpi morti di grandi eroi, fanciulli e vergini intatte, e giovani morti sul rogo davanti agli occhi dei padri: quante foglie, scosse nei boschi cadono al primo freddo d’autunno o quanti uccelli dal mare si raccolgono sulla terra, se la fredda stagione li metta in fuga nelle regioni assolate. Stavano dritti pregando di essere traghettati per primi e allungavano le mani per il desiderio di andare sull’altra sponda. Ma il barcaiolo accoglie gli uni o gli altri, quelli che non riesce a prendere li sospinge lontano e li caccia dalla spiaggia.

Caronte è una figura mitologica classica: figlio di Erebo e della Notte, è il vecchio e cupo nocchiero (= traghettatore) che trasporta le anime dei morti da una sponda all’altra dell’Acheronte, dove avranno accesso al mondo dell’Oltretomba. Nella tradizione classica, per avere accesso alla sua barca, ogni defunto deve pagargli un obolo, la monetina che i parenti hanno provveduto a collocargli sotto la lingua al momento delle onoranze funebri. Ai defunti sprovvisti di moneta, perché non hanno ricevuto le debite esequie funebri, non resta che aspettare sulla riva per l’eternità. Caronte viene citato anche da Virgilio nell’Eneide, quando Enea compie la catabasi. Virgilio lo rappresenta come una figura squallida («di squallore terribile»), sporca, ripugnante. Il Caronte virgiliano è, però, prima di tutto un dio, è anziano, ma ancora vigoroso (“vegliardo, ma di crude e verde vecchiezza”), ha la barba bianca e incolta, gli occhi di fiamma e un lurido mantello annodato al collo che gli pende dalle spalle. Inoltre, la sua barca è dotata di una vela che lui governa, mentre la barca del Caronte dantesco ne è sprovvista. Nell’Eneide, sulle rive dell’Acheronte si trovano le anime di tutti i defunti in attesa di entrare nell’aldilà: uomini e donne di ogni età, anche fanciulli e fanciulle morti ben prima dei loro stessi genitori. La folla cerca di farsi spazio per essere traghettata il prima possibile verso l’oltretomba. Caronte, però, li accoglie senza un ordine preciso, alla rinfusa, e li trasporta dall'altra parte, facendo passare solo coloro che in vita avevano ricevuto una degna sepoltura e a cui era stata lasciata accanto al corpo la monetina per il viaggio. Nell’Eneide Caronte, anche se all’inizio era restio nel far salire Enea sulla sua barca, alla vista del ramoscello d’oro immediatamente si convince che gli Dei sono favorevoli al viaggio del troiano nel mondo destinato ai defunti e lo fa salire, scacciando le altre anime.

Il Caronte di Dante, invece, è il traghettatore solo delle anime dei dannati, perché quelle destinate al Purgatorio o al Paradiso arriveranno in diverso modo nell’oltretomba (con “più lieve legno”, come predice Caronte stesso a Dante). Il Caronte di Dante è presentato come demonio, non come dio. Egli raduna le anime ordinatamente per traghettarle e le picchia con il suo remo. Inoltre, Dante lo descrive con più particolari fisici e caratteriali e lo rende più protagonista della vicenda: Caronte si rivolge con astio a Dante, ma quando Virgilio interviene è costretto a lasciarlo passare e se la prende con le anime dei dannati.

La similitudine delle foglie

Inferno - Canto III

Similitudine = figura retorica che crea un paragone esplicito fra due termini; il paragone è costruito con espressioni specifiche (es. come ... così, simile a ..., sembra ..., pare ...) La similitudine delle foglie è presente nella letteratura da ben prima di Dante. Molti autori l'hanno ripresa, arricchendola di significati sempre nuovi. Dante la inserisce nel passaggio di Caronte per descrivere la processione ordinata e inesorabile delle anime che una dopo l'altra vanno incontro al loro destino di dolore.

Leggi i seguenti componimenti o passi di opere e prova a interpretare la similitudine delle foglie.

Mimnermo, poeta greco del VI sec. a.C. (traduzione di Salvatore Quasimodo)

Al mondo delle foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, noi simili a quelle per un attimo abbiamo diletto del fiore dell'età, ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno a fianco, l'una con il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo precipita il frutto di giovinezza, come la luce d'un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato è meglio la morte che la vita.

Al mondo delle foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, noi simili a quelle per un attimo abbiamo diletto del fiore dell'età, ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno a fianco, l'una con il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo . precipita il frutto di giovinezza, come la luce d'un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato è meglio la morte che la vita.

Omero Iliade

Magnanimo figlio di Tideo , perché domandi della mia stirpe? Come è la stirpe delle foglie, cosi quella degli uomini. Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva fiorendo ne genera, quando torna la primavera; così le stirpi degli uomini, l'una cresce e l'altra declina. Però se tu vuoi puoi conoscere bene la nostra stirpe, la conoscono in molti. [...]

Al mondo delle foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, noi simili a quelle per un attimo abbiamo diletto del fiore dell'età, ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno a fianco, l'una con il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo . precipita il frutto di giovinezza, come la luce d'un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato è meglio la morte che la vita.

Virgilio Eneide

Qui una grande folla si precipita sulle rive, donne e uomini, corpi morti di grandi eroi, fanciulli e vergini intatte, e giovani morti sul rogo davanti agli occhi dei padri: quante foglie, scosse nei boschi cadono al primo freddo d’autunno o quanti uccelli dal mare si raccolgono sulla terra, se la fredda stagione li metta in fuga nelle regioni assolate. Stavano dritti pregando di essere traghettati per primi e allungavano le mani per il desiderio di andare sull’altra sponda. Ma il barcaiolo accoglie gli uni o gli altri, quelli che non riesce a prendere li sospinge lontano e li caccia dalla spiaggia.

Al mondo delle foglie che nel tempo fiorito della primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono, noi simili a quelle per un attimo abbiamo diletto del fiore dell'età, ignorando il bene e il male per dono dei Celesti. Ma le nere dee ci stanno a fianco, l'una con il segno della grave vecchiaia e l'altra della morte. Fulmineo . precipita il frutto di giovinezza, come la luce d'un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato è meglio la morte che la vita.

Giacomo Leopardi Imitazione (libera traduzione di Le feuille di Antoine-Vincent Arnault)

Lungi dal proprio ramo, povera foglia frale, dove vai tu? – Dal faggio là dov’io nacqui, mi divise il vento. Esso, tornando, a volo dal bosco alla campagna, dalla valle mi porta alla montagna. Seco perpetuamente vo pellegrino, e tutto l’altro ignoro. Vo dove ogni altra cosa, dove naturalmente va la foglia di rosa, e la foglia d’alloro.

Giuseppe Ungaretti Soldati

Si stacome d'autunnosugli alberi le foglie.

Bosco di Courton luglio 1918

Grazie per l'attenzione

Questa è un'espressione formulare, cioè una sorta di formula che spesso Dante usa nella Commedia. La fa pronunciare a Virgilio quando un dannato o un mostro infernale si oppone alla presenza di Dante.

Duca, dal latino dux (= comandante), significa guida In che altri modi Virgilio si rivolgeva a Dante?

Che figura retorica è presente al verso più lieve legno convien che ti porti ? In cosa consiste questa figura retorica? Dove l'hai già incontrata?

Con questa espressione, Caronte intende dire che Dante arriverà al Purgatorio, dove le anime destinate alla purificazione, cioè ad un destino migliore, venivano trasportate dal vascello dell'angelo nocchiero.

Celestino V Papa che abdicò perchè si sentiva inadeguato e aprì la strada all'elezione di Benedetto Caetani, Papa Bonifacio VIII. Dante lo accusa di non essersi preso le proprie responsabilità.