SPORT E FASCISMO:
LE DONNE
Milianta Michela e Camerlengo Giorgia 5D a.s. 2023/2024
LO SPORT COME STRUMENTO
Durante l'epoca fascista in Italia l'atteggiamento nei confronti delle donne e dello sport fu influenzato dalla visione del regime fascista sulla società e sui ruoli di genere. Il regime di Benito Mussolini promuoveva un'ideologia autoritaria e tradizionalista che vedeva le donne principalmente come madri e custodi della famiglia. Tuttavia, la propaganda fascista riconobbe l'importanza dello sport come strumento di coesione sociale e nazionale oltre che come aiuto per la fertilità. Quando una donna sta bene fa più figli e questo non poteva essere altro che un beneficio. L'obiettivo era utilizzare lo sport per forgiare un corpo sano e disciplinato, oltre a promuovere un senso di appartenenza e lealtà al regime. Quindi il coinvolgimento delle donne nello sport venne promosso, ma con limiti e restrizioni imposti dal regime.
GLI SPORT PERMESSI
Alcune attività sportive furono incoraggiate per le donne, come la ginnastica e il nuoto e la prima pallacanestro, considerate adatte alla formazione del corpo femminile secondo gli ideali fascisti. Tuttavia, le donne erano generalmente escluse da molte discipline sportive considerate più "maschili" o competitive. Le donne che partecipavano agli sport erano spesso incoraggiate a farlo per migliorare la salute e la bellezza, piuttosto che per perseguire l'eccellenza sportiva. Durante questo periodo, fu istituito il "Centro Sportivo Femminile" nel 1934, un'organizzazione che supervisionava le attività sportive femminili. Il centro cercò di promuovere un'immagine della donna italiana, combinando aspetti di salute fisica, estetica e morale. Le attività sportive furono organizzate in modo da rispettare le concezioni fasciste della femminilità, sottolineando valori come la disciplina, la dedizione e la fedeltà al regime.
L'ABBIGLIAMENTO
L'apertura alle donne, doveva però essere sottoposta ad alcuni vincoli per evitare di rendersi nemico la Chiesa, sua alleata, da un lato e, dall’altro, per evitare, attraverso l’eccessiva sportivizzazione, di accelerare l’emancipazione femminile. Lasciare troppa libertà di movimento avrebbe fatto passare il messaggio che la donna non dovesse rispettare il compito di “sposa fedele e madre esemplare”. Per conciliare l'attività sportiva mantenendo però una figura femminile e casalinga della donna, l’opzione scelta fu divisa tra gonna-pantalone o calzoncini corti. Le donne chiesero che, siccome stavano iniziando a conoscere il loro corpo in questo altro mondo, venissero ascoltate per cercare di stare nella comodità e mantenerte allo stesso tempo intatta la figura che il regime voleva far passare. Non potevano esserci però spalle e pancia scoperte.
SPORT E FASCISMO: LE DONNE
Milianta Michela
Created on February 18, 2024
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SPORT E FASCISMO:
LE DONNE
Milianta Michela e Camerlengo Giorgia 5D a.s. 2023/2024
LO SPORT COME STRUMENTO
Durante l'epoca fascista in Italia l'atteggiamento nei confronti delle donne e dello sport fu influenzato dalla visione del regime fascista sulla società e sui ruoli di genere. Il regime di Benito Mussolini promuoveva un'ideologia autoritaria e tradizionalista che vedeva le donne principalmente come madri e custodi della famiglia. Tuttavia, la propaganda fascista riconobbe l'importanza dello sport come strumento di coesione sociale e nazionale oltre che come aiuto per la fertilità. Quando una donna sta bene fa più figli e questo non poteva essere altro che un beneficio. L'obiettivo era utilizzare lo sport per forgiare un corpo sano e disciplinato, oltre a promuovere un senso di appartenenza e lealtà al regime. Quindi il coinvolgimento delle donne nello sport venne promosso, ma con limiti e restrizioni imposti dal regime.
GLI SPORT PERMESSI
Alcune attività sportive furono incoraggiate per le donne, come la ginnastica e il nuoto e la prima pallacanestro, considerate adatte alla formazione del corpo femminile secondo gli ideali fascisti. Tuttavia, le donne erano generalmente escluse da molte discipline sportive considerate più "maschili" o competitive. Le donne che partecipavano agli sport erano spesso incoraggiate a farlo per migliorare la salute e la bellezza, piuttosto che per perseguire l'eccellenza sportiva. Durante questo periodo, fu istituito il "Centro Sportivo Femminile" nel 1934, un'organizzazione che supervisionava le attività sportive femminili. Il centro cercò di promuovere un'immagine della donna italiana, combinando aspetti di salute fisica, estetica e morale. Le attività sportive furono organizzate in modo da rispettare le concezioni fasciste della femminilità, sottolineando valori come la disciplina, la dedizione e la fedeltà al regime.
L'ABBIGLIAMENTO
L'apertura alle donne, doveva però essere sottoposta ad alcuni vincoli per evitare di rendersi nemico la Chiesa, sua alleata, da un lato e, dall’altro, per evitare, attraverso l’eccessiva sportivizzazione, di accelerare l’emancipazione femminile. Lasciare troppa libertà di movimento avrebbe fatto passare il messaggio che la donna non dovesse rispettare il compito di “sposa fedele e madre esemplare”. Per conciliare l'attività sportiva mantenendo però una figura femminile e casalinga della donna, l’opzione scelta fu divisa tra gonna-pantalone o calzoncini corti. Le donne chiesero che, siccome stavano iniziando a conoscere il loro corpo in questo altro mondo, venissero ascoltate per cercare di stare nella comodità e mantenerte allo stesso tempo intatta la figura che il regime voleva far passare. Non potevano esserci però spalle e pancia scoperte.