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Antichi mestieri del fiume

LEONARDO MENICHETTI

Created on February 17, 2024

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GLI ANTICHI MESTIERI DEL FIUME

di Leonardo Menichetti
Passa sui pulsanti interattivi per scoprire gli antichi mestieri, clicca per i riferimenti storici.

Sul fiume Arno

Nell'anno mille i primi insediamenti lungo le rive dell'Arno sfruttano i vantaggi commerciali delle acque. In questo periodo nascono numerose figure professionali (navicellai, calafati, vetturali, maestri d'ascia e renaioli), che andranno a sparire con la realizzazione della linea ferroviaria Leopolda. Tra il XVI e XVII secolo i commerci aumentarono permettendo lo sviluppo di insediamenti e scali fluviali che permettevano la gestione del traffico di cereali e prodotti agricoli delle campagne limitrofe. La località di Capraia sfruttò le risorse del fiume Arno e del territorio circostante, un esempio importante è stato l'estrazione delle argille e delle crete che fecero nascere l'industria della terracotta, della maiolica e della ceramica. Sull'Arno venivano trasportati i manufatti provenienti dalle fornaci. Il trasporto delle merci lungo l'Arno verso Firenze o verso la costa toscana sviluppò un'industria navale a Capraia e Limite i cui "navicellai" erano considerati i migliori navigatori dell'Arno.
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Renaioli sul Mugnone

Odoardo Borrani (Pisa 1833 - Firenze 1905)
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Sul fiume Sile

Nei secoli sulle sponde del fiume Sile si sono trasmessi antichi mestieri (barcari, mugnai, lavandaie, cariolanti, cavallanti, squerarioli). L'importanza nella vita economica e sociale del territorio rimase immutata fino al secondo dopoguerra. Dagli anni '50 in poi però lo sviluppo industriale fece dimenticare il Sile e i suoi mestieri. La pesca fluviale era, fino ai primi decenni di questo secolo, uno tra i più diffusi mestieri praticati lungo il Sile. Pescavano abitualmente nel fiume contadini che vivevano nelle vicinanze e anche i mugnai, per i quali il prelievo del pesce era agevole in quanto collocavano manufatti di legno o reti a valle delle paratoie di scarico dei mulini. La particolare vegetazione rivierasca del Sile ha, da sempre, attirato la gente di fiume a raccogliere le erbe palustri, utili come foraggio e strame per le stalle, ma anche materia prima per l'artigianato rurale: impagliare sedie, fare scope, rivestire fiaschi, costruire stuoie e borse. L'esigenza di spostarsi sviluppò la navigazione a bordo di modesti natanti a fondo piatto con l'uso di una pertica come mezzo di propulsione (la Pátana). Queste imbarcazioni erano costruite da falegnami o contadini e servivano per la caccia e la pesca, per la raccolta delle erbe, per il trasporto di modeste quantità di granaglie ai mulini, per traghettare persone e animali da una sponda all'altra.
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Mulino sul Sile

Paesaggio presso Motta di Livenza
Ciardi Guglielmo (1842 - 1917)

I Passi a Barca (traghetti) sono stati per molti secoli l’unico modo per attraversare il Sile.

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Sul fiume Tevere 1/2

Nella Roma preunitaria, mancando una rete viaria e ferroviaria sicura e affidabile, il Tevere viene usato come via di comunicazione per traffici e scambi commerciali. Sulla sponda sinistra (a nord di Roma) approdano le piccole imbarcazioni di scarso tonnellaggio provenienti da Toscana, Umbria e alto Lazio, trasportando derrate alimentari come vino, olio, cereali, frutta secca e altre mercanzie come stracci, carta, carbone e legna da bruciare o da costruzione. Verso sud invece, approdano le grandi imbarcazioni provenienti dal Mar Mediterraneo colme di merci e di pescato, quest'ultimo destinato ai mercati di pesce della città. Le imbarcazioni sono tirate controcorrente mediante robuste funi da uomini detti "pilorciatori" o da bufali. Il servizio di alaggio scompare proggressivamente con il servizio dei battelli a vapore. E' compito dei "legnaroli" scaricare la legna dalle "barcacce", come sono chiamate le imbarcazioni adibite al trasporto, per portarla nelle legnare, nome con cui si indicavano i depositi di legname. Nella prima metà dell'Ottocento, laddove non ci sono ponti, funzionano le barche "traiettizie", traghetti che a volte usufruiscono di una lunga corda attaccata sulle rive opposte.
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Sul fiume Tevere 2/2

Tra le altre imbarcazioni che solcano il fiume si possono trovare anche i "sandali" che con i loro conducenti, detti "sandalarii", trafficano specialmente intorno ai molini. Sono barconi a fondo piatto adatti a scivolare più che a navigare. Alla fine dell'Ottocento sono circa una ventina i molini presenti su entrambe le sponde, dove trovavano impiego i "molinari", titolari della mola, i "caricatori"che si recavano con le bestie da soma a ritirare il grano presso i clienti e poi a riportare loro la farina e vari aiutanti e servitori. I molini hanno garantito il fabbisogno di grano di Roma nonostante il pericolo rappresentanto dalle piene del fiume quando, rompendo gli ormeggi, ostruivano i fornici dei ponti ostacolando il libero reflusso delle acque. La struttura del molino si compone di due imbarcazioni affiancate, in mezzo alle quali è collocata una grande ruota di legno, molto larga. La barca esterna, la più piccola, è detta "barchetto", l'altra, vicino alla riva, è notevolmente più grande e sormontata da un casotto realizzato con tavole di legno, munito di porte e finestre. La barca più grande è collegata alla terraferma dalla "scala" ovvero un pontile composto da una parte fissa e una mobile.
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Roma sparita

Gaspar van Wittel (Amersfoort, 1653 – Roma, 13 settembre 1736)

Non c’erano argini, le case arrivavano fin quasi nell’acqua, sulle rive nasceva una vegetazione rigogliosa e nel corso del fiume si formavano isolette e si intravedevano i resti di ponti antichi. Il fiume Tevere a Roma era selvaggio e libero di seguire il suo corso, le sue piene ricorrenti erano capaci di mettere sott’acqua gran parte del centro storico.
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Sul fiume Po 1/2

Il "barcaro" era "l'uomo del Po", il termine barcaro, di origine veneta, indicava il proprietario e conduttore di barche. Affiancavano la figura del barcaro, il "barcarolo", capo barca, ma non proprietario, il marinaio, il mozzo e il "peota", figura professionale nata per aiutare l'equipaggio a superare più facilmente gli ostacoli presenti nel corso d'acqua.Il barcaro aveva la roncola sempre a portata di mano e la capacità di remare anche controcorrente; viveva all'aria aperta e spesso dormiva in barca. Si dedicava anche al trasporto di merci e persone da una sponda all'altra, essenziale per consentire la mobilità interterritoriale in un periodo in cui ponti e imbarcazioni a motore non esistevano. Durante le piene d'autunno e di primavera compito essenziale era la pulizia dai tronchi più grossi, che con appositi arpioni venivano agganciati e trasportati a riva dove venivano fatti seccare al sole. Un'altra attività era la pesca: alla sera il barcaiolo stendeva le reti sul fondo del fiume e al mattino presto le issava sulla barca e le portava a riva per lo svuotamento. Qui ad attenderlo c'era la moglie o una figlia pronta a dividere i vari generi di pescato. Raramente si portava il pesce al mercato perchè i dazzieri erano in attesa di tassare la preziosa merce. L'occupazione più redditizzia ma faticosa, era la raccolta di sabbia e pietrame per uso edilizio.
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Sul fiume Po 2/2

Il cosiddetto "sabbiaiolo" era colui che con grossi mestoli scavava sul fondo del fiume, estraendo sabbia e ghiaia che veniva poi passata in grandi setacci per la selezione.Il trasporto di tali materiali inerti era spesso aiutato da animali da tiro o da uomini che dalla riva trainavano l'imbarcazione. Anche la creazione di fascine in seguito alla raccolta di vari ramoscelli, soprattutto di salici, utilizzate dagli "scariolanti" per sistemare e irrobustire gli argini, era compito dei barcaioli.
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Lavandare
Barcaroli
Sabbiaioli
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