CANTO VI-PURGATORIO
MARIA SILVIA DI MATTEOMIRIAM DURANTE ROBERTA PASCARELLA ANGELICA CIARAMELLA
Gioco della zara
PERSONAGGI-Benincasa da Laterina -Ghino di Tacco -Guccio dei Tarlati di Pietramala -Federigo Novelo -Gano -conte Orso -Pier della Broccia Maria di Brabante -Sordello da Goito
Vv. 1-33
Quando il gioco della zara ha fine, quello che ha perso rimane da solo e addolorato, mentre ripensa alle giocate fatte e impara tristemente; tutta la gente segue il vincitore; quello tira dritto, e uno gli si mette di fronte, un altro lo tira da dietro, un altro lo segue affiancandolo; quello non si ferma e ascolta l'uno e l'altro; dà la mancia a uno e questo non lo assilla più, e così di difende dalla calca. Così facevo io in mezzo a quella folla di anime, volgendo il viso a loro qua e là, e promettendo mi separavo dalla calca. Qui c'era l'Aretino (Benincasa da Laterina) che fu ucciso dalle feroci braccia di Ghino di Tacco, e l'altro (Guccio de' Tarlati) che annegò mentre era inseguito (o inseguiva). Qui pregava a mani giunte Federico Novello, e il pisano (Gano o Farinata degli Scornigiani) che fece apparire forte il buon Marzucco, suo padre.
Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l’altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s’arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende. Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa. Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l’altro ch’annegò correndo in caccia. Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte.
Vv. 1-33
Vidi il conte Orso (degli Alberti) e l'anima divisa dal suo corpo per astio e invidia, non per aver commesso una colpa, come diceva; intendo dire Pierre de la Brosse; e a questo riguardo Maria di Brabante, finché è in vita, farebbe bene a pentirsi, per non finire in un gregge peggiore (tra i dannati). Non appena mi fui liberato da tutte quelle anime che pregavano perché altri pregassero per permetter loro di purificarsi più in fretta, io cominciai: «Mi sembra che tu neghi, o mio maestro, espressamente in una tua opera, che una preghiera possa piegare una decisione divina; e queste anime pregano proprio per questo: dunque la loro speranza è vana, o le tue parole non mi sono chiare?» .
Vidi conte Orso e l’anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com’e’ dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr’è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia. Come libero fui da tutte quante quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, sì che s’avacci lor divenir sante, io cominciai: «El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi; e questa gente prega pur di questo: sarebbe dunque loro speme vana, o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».
Vv. 34-75
E lui a me: “Il mio testo è semplice,
e la loro speranza non è vana,
se la si considera con la mente sgombra da eresie; perché l'altezza del giudizio di Dio non si abbassa
perché le preghiere ardenti dei vivi modifichino
in un istante ciò che ha lunga durata per chi qui dimora; e dove io parlai di questo argomento,
non esisteva il compenso della colpa con la preghiera,
perchè la preghiera era fatta da un pagano. Davvero non fermare il tuo intelletto
ad un dubbio così profondo, se non te lo dice
colei che porterà la luce tra il vero e l’intelletto. Non so se capisci: mi riferisco a Beatrice;
tu la vedrai più in alto, sulla vetta
di questo monte, ridere e felice”. Ed io: “Signore, andiamo con più fretta,
chè già mi stanco meno di prima,
e vedi che il monte proietta già la sua ombra”.
Ed elli a me: "La mia scrittura è piana;
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana; ché cima di giudicio non s’avvalla perché foco d’amor compia in un punto
ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; e là dov’io fermai cotesto punto, non s’ammendava, per pregar, difetto,
perché ’l priego da Dio era disgiunto. Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice". E io: "Segnore, andiamo a maggior fretta, ché già non m’affatico come dianzi,
e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta".
Vv. 34-75
“Continueremo a camminare finchè ci sarà
luce” rispose “fino a che ci sarà possibile;
ma sarà più difficile di quanto credi. Prima di essere là su, vedrai tornare
colui che già si nasconde dietro il monte,
così che tu non interrompi più i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, guarda verso di noi:
lei ci indicherà la via più veloce”. Andammo verso di lei: o anima lombarda,
che stavi fiera e schiva
e lenta e orgogliosa nel muovere gli occhi! Lei non disse nulla, ma ci lasciava
andare in giro, guardava solo
come se fosse un leone mentre si riposa.
"Noi anderem con questo giorno innanzi", rispuose, "quanto più potremo omai;
ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. Prima che sie là sù, tornar vedrai colui che già si cuopre de la costa,
sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta". Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicëa alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.
Vv. 34-75
Anche Virgilio si avvicinò a lei, chiedendo
umilmente che indicasse loro la strada;
quella non rispose alla sua domanda, ma lei ci chiese da dove venissimo
e chi fossimo; e la mia giuda iniziò dicendo:
“Mantova…” e l’anima, chiusa in se stessa, si alzò verso di lui da dove stava prima,
dicendo: “O Mantovano, io sono Sordello,
della tua terra!” e si abbracciarono.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando, ma di nostro paese e de la vita ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
"Mantüa..." e l’ombra, tutta in sé romita, surse ver’ lui del loco ove pria stava, dicendo: "O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!"; e l’un l’altro abbracciava.
Vv. 76-117
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell’anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode di quei ch’un muro e una fossa serra. Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s’alcuna parte in te di pace gode. Che val perché ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella è vota? Sanz’esso fora la vergogna meno. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota,
Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province ma bordello! Quell'anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l'un l'altro. Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell'interno, se alcuna parte di te si trova in pace. A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)? Senza di esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore. Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che Cesare (l'imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la parola di Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere tenuta a bada dagli sproni, dal momento che la conduci a mano per le briglie.
Vv. 76-117
guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella. O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto. Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!
O Alberto d'Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni (governare l'Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore! Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell'Impero (l'Italia) sia abbandonato, rimanendo in Germania per cupidigia. Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e gli altri sul punto di cadervi!
Vv. 76-117
Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai come è oscura Santa Fiora! Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché non hai qui la tua sede?» Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione.
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com’è oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m’accompagne?». Vieni a veder la gente quanto s’ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama.
Vv. 118-151
Ora rallegrati, visto che ne hai motivo: tu sei ricca, sei in pace, sei assennata! Se dico la verità, i fatti non lo nascondono. Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civili, diedero un piccolo contributo alla giustizia in confronto a te, che emani provvedimenti tanto sottili (elaborati, ma anche fragili) che quelli emessi a ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte, a memoria d'uomo, hai tu mutato leggi, moneta e costumi, e rinnovato la popolazione (grazie agli esili)! E se tu ti ricordi bene e vedi chiaramente, riconoscerai di esser simile a quell'ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma rigirandosi di continuo cerca di alleviare il dolore.
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace, e tu con senno! S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde. Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili. Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.
Vv. 118-151
E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti altrove? Oppure nell'abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l'Italia) di cui non possiamo renderci conto? Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello. Firenze mia, puoi davvero esser contenta del fatto che questa digressione non ti tocca, grazie al tuo popolo che si ingegna. Molti hanno la giustizia in cuore, ma questa si esprime tardi con le parole per non rischiare di non essere ponderata; ma il tuo popolo se ne riempie sempre la bocca. Molti rifiutano le cariche pubbliche, ma il tuo popolo risponde sollecito senza essere chiamato, e grida: «Me ne incarico io!»
E se licito m’è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O è preparazion che ne l’abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l’accorger nostro scisso? Ché le città d’Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta. Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l’arco; ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
CANTO VI purgatorio
MARIA SILVIA DI MATTEO
Created on February 14, 2024
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CANTO VI-PURGATORIO
MARIA SILVIA DI MATTEOMIRIAM DURANTE ROBERTA PASCARELLA ANGELICA CIARAMELLA
Gioco della zara
PERSONAGGI-Benincasa da Laterina -Ghino di Tacco -Guccio dei Tarlati di Pietramala -Federigo Novelo -Gano -conte Orso -Pier della Broccia Maria di Brabante -Sordello da Goito
Vv. 1-33
Quando il gioco della zara ha fine, quello che ha perso rimane da solo e addolorato, mentre ripensa alle giocate fatte e impara tristemente; tutta la gente segue il vincitore; quello tira dritto, e uno gli si mette di fronte, un altro lo tira da dietro, un altro lo segue affiancandolo; quello non si ferma e ascolta l'uno e l'altro; dà la mancia a uno e questo non lo assilla più, e così di difende dalla calca. Così facevo io in mezzo a quella folla di anime, volgendo il viso a loro qua e là, e promettendo mi separavo dalla calca. Qui c'era l'Aretino (Benincasa da Laterina) che fu ucciso dalle feroci braccia di Ghino di Tacco, e l'altro (Guccio de' Tarlati) che annegò mentre era inseguito (o inseguiva). Qui pregava a mani giunte Federico Novello, e il pisano (Gano o Farinata degli Scornigiani) che fece apparire forte il buon Marzucco, suo padre.
Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara; con l’altro se ne va tutta la gente; qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, e qual dallato li si reca a mente; el non s’arresta, e questo e quello intende; a cui porge la man, più non fa pressa; e così da la calca si difende. Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa. Quiv’era l’Aretin che da le braccia fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, e l’altro ch’annegò correndo in caccia. Quivi pregava con le mani sporte Federigo Novello, e quel da Pisa che fé parer lo buon Marzucco forte.
Vv. 1-33
Vidi il conte Orso (degli Alberti) e l'anima divisa dal suo corpo per astio e invidia, non per aver commesso una colpa, come diceva; intendo dire Pierre de la Brosse; e a questo riguardo Maria di Brabante, finché è in vita, farebbe bene a pentirsi, per non finire in un gregge peggiore (tra i dannati). Non appena mi fui liberato da tutte quelle anime che pregavano perché altri pregassero per permetter loro di purificarsi più in fretta, io cominciai: «Mi sembra che tu neghi, o mio maestro, espressamente in una tua opera, che una preghiera possa piegare una decisione divina; e queste anime pregano proprio per questo: dunque la loro speranza è vana, o le tue parole non mi sono chiare?» .
Vidi conte Orso e l’anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia, com’e’ dicea, non per colpa commisa; Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, mentr’è di qua, la donna di Brabante, sì che però non sia di peggior greggia. Come libero fui da tutte quante quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, sì che s’avacci lor divenir sante, io cominciai: «El par che tu mi nieghi, o luce mia, espresso in alcun testo che decreto del cielo orazion pieghi; e questa gente prega pur di questo: sarebbe dunque loro speme vana, o non m’è ‘l detto tuo ben manifesto?».
Vv. 34-75
E lui a me: “Il mio testo è semplice, e la loro speranza non è vana, se la si considera con la mente sgombra da eresie; perché l'altezza del giudizio di Dio non si abbassa perché le preghiere ardenti dei vivi modifichino in un istante ciò che ha lunga durata per chi qui dimora; e dove io parlai di questo argomento, non esisteva il compenso della colpa con la preghiera, perchè la preghiera era fatta da un pagano. Davvero non fermare il tuo intelletto ad un dubbio così profondo, se non te lo dice colei che porterà la luce tra il vero e l’intelletto. Non so se capisci: mi riferisco a Beatrice; tu la vedrai più in alto, sulla vetta di questo monte, ridere e felice”. Ed io: “Signore, andiamo con più fretta, chè già mi stanco meno di prima, e vedi che il monte proietta già la sua ombra”.
Ed elli a me: "La mia scrittura è piana; e la speranza di costor non falla, se ben si guarda con la mente sana; ché cima di giudicio non s’avvalla perché foco d’amor compia in un punto ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; e là dov’io fermai cotesto punto, non s’ammendava, per pregar, difetto, perché ’l priego da Dio era disgiunto. Veramente a così alto sospetto non ti fermar, se quella nol ti dice che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; tu la vedrai di sopra, in su la vetta di questo monte, ridere e felice". E io: "Segnore, andiamo a maggior fretta, ché già non m’affatico come dianzi, e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta".
Vv. 34-75
“Continueremo a camminare finchè ci sarà luce” rispose “fino a che ci sarà possibile; ma sarà più difficile di quanto credi. Prima di essere là su, vedrai tornare colui che già si nasconde dietro il monte, così che tu non interrompi più i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, guarda verso di noi: lei ci indicherà la via più veloce”. Andammo verso di lei: o anima lombarda, che stavi fiera e schiva e lenta e orgogliosa nel muovere gli occhi! Lei non disse nulla, ma ci lasciava andare in giro, guardava solo come se fosse un leone mentre si riposa.
"Noi anderem con questo giorno innanzi", rispuose, "quanto più potremo omai; ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. Prima che sie là sù, tornar vedrai colui che già si cuopre de la costa, sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne ’nsegnerà la via più tosta". Venimmo a lei: o anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda! Ella non ci dicëa alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa.
Vv. 34-75
Anche Virgilio si avvicinò a lei, chiedendo umilmente che indicasse loro la strada; quella non rispose alla sua domanda, ma lei ci chiese da dove venissimo e chi fossimo; e la mia giuda iniziò dicendo: “Mantova…” e l’anima, chiusa in se stessa, si alzò verso di lui da dove stava prima, dicendo: “O Mantovano, io sono Sordello, della tua terra!” e si abbracciarono.
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando che ne mostrasse la miglior salita; e quella non rispuose al suo dimando, ma di nostro paese e de la vita ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava "Mantüa..." e l’ombra, tutta in sé romita, surse ver’ lui del loco ove pria stava, dicendo: "O Mantoano, io son Sordello de la tua terra!"; e l’un l’altro abbracciava.
Vv. 76-117
Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! Quell’anima gentil fu così presta, sol per lo dolce suon de la sua terra, di fare al cittadin suo quivi festa; e ora in te non stanno sanza guerra li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode di quei ch’un muro e una fossa serra. Cerca, misera, intorno da le prode le tue marine, e poi ti guarda in seno, s’alcuna parte in te di pace gode. Che val perché ti racconciasse il freno Iustiniano, se la sella è vota? Sanz’esso fora la vergogna meno. Ahi gente che dovresti esser devota, e lasciar seder Cesare in la sella, se bene intendi ciò che Dio ti nota,
Ahimè, Italia schiava, sede del dolore, nave senza timoniere in una gran tempesta, non più signora delle province ma bordello! Quell'anima nobile fu così sollecita a fare festa al suo concittadino, solo per il dolce suono della sua terra, e adesso i tuoi abitanti in vita non smettono di farsi la guerra, e anche quelli che abitano la stessa città si rodono l'un l'altro. Cerca, o infelice, intorno alle tue coste e poi guarda nell'interno, se alcuna parte di te si trova in pace. A che è servito che Giustiniano ti aggiustasse il freno (emanasse le leggi), se la sella è vuota (nessuno le fa rispettare)? Senza di esso (senza le leggi) la vergogna sarebbe minore. Oh gente (di Chiesa), che dovresti essere devota e lasciare che Cesare (l'imperatore) sieda sulla sella, se capisci bene la parola di Dio, guarda come è diventata ribelle questa bestia per non essere tenuta a bada dagli sproni, dal momento che la conduci a mano per le briglie.
Vv. 76-117
guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni, poi che ponesti mano a la predella. O Alberto tedesco ch’abbandoni costei ch’è fatta indomita e selvaggia, e dovresti inforcar li suoi arcioni, giusto giudicio da le stelle caggia sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, per cupidigia di costà distretti, che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto. Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: color già tristi, e questi con sospetti!
O Alberto d'Asburgo, che abbandoni questa bestia divenuta indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni (governare l'Italia), possa cadere dal cielo contro di te e la tua famiglia un giusto castigo, e sia straordinario ed evidente, così che il tuo successore (Arrigo VII) ne abbia timore! Infatti tu e tuo padre (Rodolfo I) avete lasciato che il giardino dell'Impero (l'Italia) sia abbandonato, rimanendo in Germania per cupidigia. Vieni (o Alberto) a vedere i Montecchi e i Cappelletti, i Monaldi e i Filippeschi, uomo negligente, i primi già in rovina e gli altri sul punto di cadervi!
Vv. 76-117
Vieni, o crudele, e vedi le oppressioni compiute (o subìte) dai tuoi feudatari, e cura le loro colpe (o danni); e vedrai come è oscura Santa Fiora! Vieni a vedere la tua città di Roma che piange, vedova e abbandonata, e giorno e notte invoca: «Cesare mio, perché non hai qui la tua sede?» Vieni a vedere quanto si amano gli Italiani! e se non hai alcuna pietà di noi, vieni almeno a vergognarti della tua reputazione.
Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; e vedrai Santafior com’è oscura! Vieni a veder la tua Roma che piagne vedova e sola, e dì e notte chiama: «Cesare mio, perché non m’accompagne?». Vieni a veder la gente quanto s’ama! e se nulla di noi pietà ti move, a vergognar ti vien de la tua fama.
Vv. 118-151
Ora rallegrati, visto che ne hai motivo: tu sei ricca, sei in pace, sei assennata! Se dico la verità, i fatti non lo nascondono. Atene e Sparta, che scrissero le antiche leggi e furono così civili, diedero un piccolo contributo alla giustizia in confronto a te, che emani provvedimenti tanto sottili (elaborati, ma anche fragili) che quelli emessi a ottobre non arrivano a metà novembre. Quante volte, a memoria d'uomo, hai tu mutato leggi, moneta e costumi, e rinnovato la popolazione (grazie agli esili)! E se tu ti ricordi bene e vedi chiaramente, riconoscerai di esser simile a quell'ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma rigirandosi di continuo cerca di alleviare il dolore.
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: tu ricca, tu con pace, e tu con senno! S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde. Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili. Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma.
Vv. 118-151
E se mi è consentito, o altissimo Giove (Cristo), che fosti crocifisso per noi in Terra, i tuoi occhi giusti sono forse rivolti altrove? Oppure nell'abisso della tua saggezza stai preparando un bene (per l'Italia) di cui non possiamo renderci conto? Infatti tutte le città italiane sono piene di tiranni, e ogni contadino che si mette a capo di una fazione politica diventa un Marcello. Firenze mia, puoi davvero esser contenta del fatto che questa digressione non ti tocca, grazie al tuo popolo che si ingegna. Molti hanno la giustizia in cuore, ma questa si esprime tardi con le parole per non rischiare di non essere ponderata; ma il tuo popolo se ne riempie sempre la bocca. Molti rifiutano le cariche pubbliche, ma il tuo popolo risponde sollecito senza essere chiamato, e grida: «Me ne incarico io!»
E se licito m’è, o sommo Giove che fosti in terra per noi crucifisso, son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? O è preparazion che ne l’abisso del tuo consiglio fai per alcun bene in tutto de l’accorger nostro scisso? Ché le città d’Italia tutte piene son di tiranni, e un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene. Fiorenza mia, ben puoi esser contenta di questa digression che non ti tocca, mercé del popol tuo che si argomenta. Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca per non venir sanza consiglio a l’arco; ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. Molti rifiutan lo comune incarco; ma il popol tuo solicito risponde sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».