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Eraclito e Democrito

Sara Aversa

Created on February 13, 2024

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Transcript

Eraclito e Democrito a confronto

Bramante

Moreelse

Ribera

BRAMANTE

Bramante raffigura Eraclito sul lato sinistro mentre piange e Democrito sul lato destro mentre ride. Il pittore, nel raffigurare i due filosofi, si ispira ad una tradizione iconografica di cui ci da testimonianza il vescovo Sidonio Apollinare: già nel V secolo in molti edifici erano rappresentati il pianto di uno e il riso dell'altro.

Moreelse

L'invenzione compositiva risale al pittore olandese Johannes Moreelse, il cui prototipo è conservato presso la Schorr Collection, Regno Unito. Il tema iconografico dei due filosofi fu molto amato e più volte riprodotto.

Ribera

Il terzo ed ultimo quadro che vedremo è quello dell’artista spagnolo José de Ribera (1591-1652), detto “lo Spagnoletto”. Ribera raffigura qui il solo Democrito ma capovolgendo l'interpretazione tradizionale.

Seneca opera una distinzione tra i due protagonisti di questo dipinto. Ad Eraclito è associato il pianto, come simbolo di turbamento e inquietudine poiché compassionevole alle disgrazie. A Democrito, al quale Seneca ci invita ad affidarci, è associato il riso, in quanto simbolo di un atteggiamento di stabilità e pace interiore. L’atteggiamento di Democrito è considerato virtuoso proprio perché il filosofo ride delle loro vane preoccupazioni, prendendo con leggerezza la vita.

Democrito è raffigurato mentre ride sul mondo: secondo la sua filosofia infatti tutto il reale è solo una danza di atomi nel vuoto, pertanto ogni vicenda umana è risibile ed inutile appare lo sforzo di trovare un senso all'esistenza. Al riso del filosofo cui la ragione insegna a prendere distanza dalle passioni del mondo, fa da contrappunto il pianto di Eraclito, il filosofo del divenire, che non può distogliere gli occhi dalla caducità degli eventi, e che nel tempo che travolge tutto avverte la tragicità del destino umano.

Un altro riferimento nella cultura letteraria del tempo è ricavato da Luciano di Samosata, scrittore greco del II secolo d.C. Nel dialogo “Vendita di vite all’incanto“, Luciano narra di Giove e Mercurio nell’intento di vendere le vite di alcuni filosofi. Ritrovatisi di fronte ad uno scrupoloso acquirente, questi chiede di poter interrogare singolarmente i filosofi, così da fare le giuste valutazioni. Dialogando con Eraclito, viene a conoscenza che il filosofo "oscuro" piange il destino degli uomini che non possono sottrarsi all’incessante divenire, incapaci ascoltatori della voce della verità: il “Logos“.

Egli ritrae Democrito come un vecchio con indosso vesti strappate. Il riso, stavolta, non è per nulla pregno di una fiera e distaccata consapevolezza, ma l’osservatore viene rapito dall’enigmaticità della sua espressione. Il riso diventa inquietante. Il quaderno bianco che il filosofo tiene in mano e mostra allo spettatore, la penna inutilizzata sul tavolo, danno l’idea del nulla. Il riso del saggio di fronte all’insensatezza del mondo ha perso il suo salutare distacco, facendosi anch’esso insensato: dalla follia del mondo e degli uomini, osservata “da lontano” grazie agli strumenti della ragione, si è passati alla follia del filosofo. Il riso ora nasconde il pianto.