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Presentazione Storia dell'arte - Rinascimento

Miryam Catania

Created on February 5, 2024

Il Rinascimento a Padova e a Mantova

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Transcript

IL RINASCIMENTO a padova e A mantova

Realizzato da: Miryam Catania, Gloria Failla, Sofia Granvillano e Stephane LoSardo.

INIZIO

indice

ANDREA MANTEGNA A MANTOVA

IL RINASCIMENTO A PADOVA

1. La vocazione antiquaria

1. Palazzo Ducale

2. Camera degli sposi

2. La bottega di Francesco Squarcione

3. Cristo morto

4. Pala di San Zeno

3. Donatello

IL RINASCIMENTO A MANTOVA

ANDREA MANTEGNA A PADOVA

1. Federico Gonzaga II

1. Andrea Mantegna

2. Palazzo Te

2. Lo squarcione

3. Cappella Ovetari

IL RINASCIMENTO a padova

la vocazione antiquaria

La passione antiquaria, dunque, ha svolto un ruolo centrale per la caratterizzazione dell'umanesimo padovano; personalità diverse di studiosi, artisti o viaggiatori hanno sviluppato fruttuose relazioni culturali basate sul comune interesse per l'antico, raccogliendo epigrafi, monete, manoscritti latini, sculture e frammenti architettonici. Di centrale importanza per comprendere l'identità culturale di Padova è poi lo specifico orientamento dell'università, in cui prevale una cultura laica e logica, attenta allo studio del mondo naturale, all'approccio filologico nell'analisi dei testi, e in cui si sviluppò una delle principali correnti di pensiero aristotelico.

In Italia settentrionale, Padova accoglie per prima la cultura umanistica. Centro culturale vivacissimo, dal 1222 la città era sede di una delle maggiori università europee e punto di riferimento per letterati e artisti. Fin dal Trecento ha rappresentato un anello fondamentale per la diffusione dell'arte figurativa toscana nell'Italia settentrionale, se si pensa alla permanenza di Giotto, che vi ha lasciato il suo capolavoro nella Cappella degli Scrovegni e un ciclo di affreschi a tema astrologico nel Palazzo della Ragione, oggi perduto. L'orientamento culturale di Padova, poi, si era precisato in senso protoumanistico nel corso del Trecento, da un lato con la presenza in città di Francesco Petrarca e degli intellettuali riuniti attorno a lui; dall'altro lato tale orientamento si era definito con lo specifico interesse per l'antichità romano-imperiale da parte della stessa signoria dei Carraresi, i quali erano impegnati nell'affermare l'origine romana della città e la propria autonomia culturale dalla 'bizantina' Venezia.

la bottega di francesco squarcione

La principale bottega pittorica operante a Padova è quella di Francesco Squarcione (Padova 1397-1468), figura complessa e in parte romanzata dai biografi. Di lui restano pochissime opere, due soltanto attribuite con certezza; fu in stretto contatto con gli umanisti e sviluppò un profondo interesse per l'antichità. Nella sua bottega egli aveva raccolto un gran numero di calchi in gesso, sculture, medaglie, disegni, alcuni realizzati durante il presunto viaggio compiuto in Italia centro-meridionale e in Grecia negli anni Venti del Quattrocento. Esercitò una straordinaria influenza sui suoi discepoli: ben centotrentasette, a quanto riferisce lo scrittore padovano Bernardino Scardeone, che lo inserisce tra gli uomini illustri della storia di Padova. Presso di lui i giovani allievi potevano imparare il mestiere e sviluppare una cultura antiquaria attraverso la copia di modelli antichi.

la bottega di francesco squarcione

Tra i pittori che si formarono alla sua bottega ci furono Nicolò Pizzolo e Andrea Mantegna, Marco Zoppo, Giorgio Schiavone, artisti tra i più interessanti del Rinascimento settentrionale. Squarcione rappresenta in modo esemplare la professione dell'artista nella prima metà del secolo, al tempo stesso creatore e artigiano, collezionista e imprenditore. Squarcione trasmetterà ai suoi allievi caratteri stilistici e motivi iconografici riconoscibili, tanto che viene usato il termine 'squarcionismo'. Lo squarcionismo rappresenta un capitolo importante della cultura figurativa dell'italia settentrionale del Quattrocento e si estende ben al di fuori dei confini territoriali di Padova, come dimostra la provenienza di due tra i più importanti allievi. L'insegnamento dello Squarcione, comunque, darà origine a esperienze differenziate, dal classicismo rigoroso di Mantegna alle interpretazioni irrealistiche ed espressive degli allievi che nella seconda metà del Quattrocento si sposteranno in aree provinciali, lasciando il passo alla più radicale novità del Rinascimento settentrionale: il naturalismo veneziano.

donatello

Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto “Donatello” per via della sua corporatura esile ma anche per la sua eleganza, nasce a Firenze da Niccolò di Betto Bardi, modesto cardatore di lana (la famiglia non era imparentata con l’omonima dinastia di banchieri) e Orsa. Secondo Giorgio Vasari, Donatello viene educato nella casa di Roberto Martelli, ma la prima menzione che lo riguarda risale al 1401, quando viene citato a Pistoia per aver picchiato un tedesco. Si forma nella bottega del Ghiberti e nell’ambito dei cantieri del Duomo, e probabilmente è qui che conosce e diventa amico di Filippo Brunelleschi. Donatello insieme a Brunelleschi compie il suo primo viaggio a Roma: qui ammira da vicino le opere scultoree della tradizione classica. L’attività artistica principale di Donatello si svolge a Firenze ma lavora anche a Pisa e a Prato, in cui esprime la sua arte attraverso il Pulpito del Duomo, e lavora alla decorazione del Battistero e del Duomo di Siena.

donatello

Donatello, scultore, architetto e pittore straordinario, modesto e instancabile, riuscì con le sue opere a ottenere risultati irripetibili perché fu il primo a superare la tradizione scultorea greco-romana, dando ai personaggi umanità, introspezione psicologica e i valori dell’uomo, sperimentando tutte le tecniche e materiali possibili. Il suo percorso stilistico è molto complesso: anticlassico e, talvolta, antinaturalistico, dà prova di saper indagare le emozioni umane per dar vita alle sue sculture. Il distacco stilistico e qualitativo rispetto agli altri scultori della sua epoca, lo rendono l'artista più isolato e meno seguito del Rinascimento; nemmeno i suoi allievi più diretti, riescono a seguirne gli insegnamenti dopo la sua morte. Donatello scompare a Firenze il 13 dicembre 1466.

IL DAVID

le opere: IL DAVID

La prima opera importante di Donatello è il David marmoreo del 1408, eseguito quando lo scultore aveva appena ventidue anni: i retaggi del tardogotico cominciano a venire meno, e al contrario inizia a emergere una sensibilità classica che contraddistinguerà in seguito tutte le realizzazioni di Donatello. I retaggi tardogotici (gli stessi che caratterizzano un’altra famosa opera giovanile, il San Giorgio del 1416 eseguito per la chiesa di Orsanmichele) si trovano soprattutto nel volto, che sembra quasi privo di espressività, e nelle proporzioni allungate e snelle della figura, così come nelle vesti che rimandano ancora a una cultura tipicamente gotica. Le novità rinascimentali si notano nella posa, con la gamba destra portata in avanti in modo tale da far scaricare il peso sulla gamba sinistra (un dettaglio che rivela come lo scultore abbia dedicato una particolare cura allo studio dell’anatomia umana), nel senso di grandiosità e di forza morale.

le opere: IL DAVID

Il successivo David in bronzo, del 1430 circa, è un’opera molto originale perché la concezione è frutto di un’invenzione di Donatello, poiché l’artista non sembra essersi ispirato a modelli precedenti per questa scultura: un’impostazione unica, con la figura di un Davide che denota anche una certa sensualità palesandosi agli occhi del riguardante in una posa languida. Con questo David, Donatello offre una prova di grande realismo, perché non solo le fattezze del personaggio denotano una grande cura per lo studio dell’anatomia, ma i dettagli delle decorazioni, per esempio quelle dell’elmo, mostrano come l’artista abbia dedicato una particolare attenzione anche ai dettagli. Il fisico piuttosto minuto di questo David è simbolo delle sue qualità morali, perché trasmette l’idea di un ragazzo giovane che vince l’avversario con l’intelligenza e con la ragione, doti che quindi prevalgono sulla forza. Si tratta inoltre di una statua che mostra anche una grande vitalità, superando così il David giovanile in marmo.

IL banchetto di erode

le opere: IL banchetto di erode

Nel 1427, Donatello realizzò il rilievo del Banchetto di Erode per il fonte battesimale del Battistero di Siena, opera che ebbe una gestazione piuttosto complicata perché la realizzazione iniziò nel 1414 ma l’opera fu conclusa solo nel 1430 (conosciamo le vicende grazie alla documentazione che è sopravvissuta). Alla realizzazione parteciparono alcuni tra i più importanti scultori dell’epoca: la vasca del fonte aveva forma esagonale e doveva essere decorata con sei pannelli in bronzo, che furono inizialmente assegnati, nel 1417, a Jacopo della Quercia, Lorenzo Ghiberti, Turino di Sano e al figlio di quest’ultimo, Giovanni di Turino. I pannelli dovevano avere come tema le storie di San Giovanni Battista. La realizzazione delle formelle si protrasse per diversi anni, e uno dei due rilievi he erano stati assegnati a Jacopo della Quercia fu poi affidato a Donatello: è proprio quello con il Banchetto di Erode. Donatello qui riesce a comunicare in modo magistrale i sentimenti e gli stati d’animo dei propri personaggi, e riesce a donare un’espressività nuova alle sue figure: ognuna di esse ha una propria individualità, una propria personalità, è studiata con cura e attenzione.

le opere: IL banchetto di erode

Si tratta poi di un’opera pienamente rinascimentale anche per la concezione dello spazio, dove trova largo impiego la tecnica dello stiacciato. Donatello applica in modo sapiente le regole della prospettiva dell’amico Brunelleschi: il Banchetto di Erode è connotato da una costruzione prospettica scientifica, con le ortogonali della composizione che convergono verso un unico punto di fuga, da individuarsi all’incirca al centro della composizione. Il senso della profondità è garantito anche dall’uso dello stiacciato (“schiacciato” in toscano), inventato da Donatello: è una tecnica che consiste in una graduale diminuzione del rilievo delle figure man mano che si allontanano: ne consegue quindi che, per esempio, la testa del servo con il vassoio è realizzata a tutto tondo, il gruppo dei commensali sulla sinistra è realizzato ad alto rilievo e al contrario le figure in secondo e in terzo piano sono solo leggermente sbalzate. Quindi, via via che la profondità aumenta, il rilievo diminuisce e le figure più in lontananza sono quasi piane. Oltre che una valenza tecnica, lo stiacciato ha anche una valenza espressiva, perché con questa tecnica le figure risultano “schiacciate”, e risultando schiacciate e quindi deformate, ne viene accentuato il carico emotivo e drammatico.

monumento equestre al gattamelata

le opere: monumentoequestre al gattamelata

Donatello seppe innovare anche durante il suo soggiorno a Padova: secondo quanto ci riporta Giorgio Vasari fu chiamato a Padova dalla Repubblica di Venezia per eseguire il monumento a Erasmo da Narni, detto il Gattamelata forse per via del nome della madre, Melania Gattelli. Sappiamo tuttavia che in realtà il monumento, realizzato tra il 1445 e il 1453, gli fu commissionato dalla moglie e dal figlio del Gattamelata, e per erigerlo fu necessario il beneplacito del Senato veneziano, che lo concesse poco dopo. Il Gattamelata era un condottiero che aveva servito per diversi anni la Repubblica di Venezia ed era scomparso proprio a Padova nel 1443, e il monumento che lo ricorda e che ancora oggi si può ammirare in Piazza del Santo davanti alla Basilica di Sant’Antonio (benché di prossima musealizzazione) è di una sorprendente modernità. La concezione è inedita: si tratta infatti del primo monumento equestre dopo l’antichità classica a non essere concepito per ornare una tomba, come per esempio accadeva nel Trecento per i monumenti equestri delle arche scaligere di Verona. Il monumento al Gattamelata nasce invece con l’unico scopo di onorare la memoria del condottiero e celebrarne la gloria. In scultura è il primo in questo senso, perché in pittura c’erano già state realizzazioni nate con lo stesso intento, per esempio il monumento a Giovanni Acuto di Paolo Uccello.

le opere: monumento equestre al gattamelata

Anche nella realizzazione è molto distante dai monumenti equestri precedenti, quelli che sormontavano le tombe: se questi ultimi erano connotati da una certa rigidità, il monumento al Gattamelata dimostra un plasticismo e uno studio accurato delle proporzioni e dei volumi senza precedenti. È possibile, anzi quasi certo, rintracciare il modello di Donatello nel monumento equestre a Marco Aurelio, anch’esso in bronzo come quello di Donatello, ma è possibile che l’artista si sia ispirato anche ai cavalli, anch’essi di epoca classica, che ornano la Basilica di San Marco e che furono portati a Venezia da Costantinopoli. Donatello però non imita semplicemente l’arte classica, ma si ispira all’arte classica e cerca di dare alle sue opere ispirate all’antichità un significato nuovo e originale: è anche ipotizzabile che per alcune sue opere, tra le quali anche questo monumento, abbia tratto ispirazione dalla realtà, e questo consentiva a Donatello di rappresentare una grande quantità di pose diverse e di stati d’animo diversi.

il marzocco

le opere: il marzocco

Il Marzocco è un'opera di Donatello in pietra serena (135,5x38x60 cm) custodita nel Museo del Bargello di Firenze. Anticamente si trovava in piazza della Signoria, dove oggi, per preservarla dagli agenti atmosferici, è sostituita da una copia. Risale al 1419-1420.La statua venne commissionata dalla Repubblica fiorentina in occasione della visita di papa Martino V in città. Essa era destinata a decorare lo scalone degli appartamenti papali in Santa Maria Novella. In seguito venne spostata nella piazza cittadina, come simbolo della repubblica stessa.La statua raffigura il simbolo del marzocco, un leone araldico che poggia una zampa su uno scudo, in questo caso lo stemma di Firenze col giglio fiorentino: questa particolare rappresentazione era infatti sin dal medioevo simbolo della città ed il leone era il suo animale totemico. Donatello trattò il soggetto in maniera rivoluzionaria, riuscendo a infondere anche nella figura animale tutta quella maestosità delle sue opere di quegli anni (si pensi al volto del Profeta pensieroso o al gesto del Profeta imberbe, entrambe per il campanile di Giotto) l'espressione vivacemente contratta del muso, accentuata da effetti chiaroscurali e tramite il gesto, pacato e solenne, di poggiare la zampa sullo scudo.

l'altare di sant'antonio

le opere: l'altare di sant'antonio

A Padova, Donatello si occupò anche dell’Altare del Santo, che ancor oggi si trova all’interno della Basilica di Sant’Antonio: gli fu commissionato nel 1446 ed è formato da un altare con un gruppo scultoreo con al centro la statua della Madonna con il Bambino e ai lati quelle di Sant’Antonio e di San Francesco, che sovrastano l’altare. Ci sono poi altre statue a tutto tondo che decorano l’altare, e sono quelle di San Daniele, santa Giustina, san Luigi e san Prosdocimo. L’altare è decorato con quattro rilievi in bronzo che rappresentano i miracoli di sant’Antonio. I rilievi con i miracoli sono opere di grande modernità: hanno un impianto prospettico impeccabile che dimostra in modo inequivocabile l’assimilazione, da parte di Donatello, delle regole della prospettiva di Filippo Brunelleschi, ma anche la sua capacità nel descrivere i sentimenti dando luogo a opere estremamente coinvolgenti.

la maddalena penitente

le opere: la maddalena penitente

Tra le opere degli ultimi anni, oltre alla Maddalena eseguita per il Battistero, la più drammatica opera di Donatello, dove il soggetto si carica di un’espressività mai vista prima e quasi sconcertante, offrendo il senso di tutte le sofferenze patite dalla santa, è possibile menzionare la Giuditta in bronzo conservata a Firenze in Palazzo Vecchio. Le opere degli ultimi anni sono caratterizzate da un sentimento religioso piuttosto acceso che accresce la carica drammatica ed emotiva delle opere di Donatello, anche alla luce delle implicazioni filosofiche dell’umanesimo che scopre non soltanto la grandezza dell’essere umano, bensì anche il fatto che si trova in balia degli eventi.

giuditta e oloferne

le opere: giuditta e oloferne

Gli stessi elementi presenti nella Maddalena si trovano anche nella Giuditta: anche questa infatti è un’opera molto teatrale, con la Giuditta che con una mano tiene ferma la testa di Oloferne, che è ai suoi piedi, e con l’altra si appresta a colpirlo. I personaggi sono resi in modo molto naturalistico, e la scultura nasce concepita come una statua libera nell’atmosfera, quindi Donatello si pone il problema della rappresentazione della scultura nello spazio per essere osservata da più punti di vista, tant’è che se si osserva il volto di Giuditta si riesce a vedere solo metà di quello di Oloferne, che si può vedere interamente solo da un’altra angolazione. È una realizzazione che si colloca fuori dagli schemi tradizionali, un punto fermo per comprendere l’ultima fase della carriera di Donatello, ed evidenza del fatto che Donatello innovò fino alle fasi più estreme della sua carriera.

LA COMPETIZIONE DEL CROCIFISSO

Uno degli aneddoti più particolari su Donatello è quello riguardante il Crocifisso “contadino” di Santa Croce a Firenze, che il Vasari racconta essere stato al centro di una competizione artistica con Brunelleschi. Dopo aver visto la scultura lignea di Donatello, Brunelleschi ironizzò con l’amico, accusandolo di aver messo in croce un “contadino” e di aver dimenticato la solennità e la bellezza proporzionale necessaria alla rappresentazione di un soggetto così sacro. Donatello, ferito nell’orgoglio dalle parole di Brunelleschi, lo sfidò a fare di meglio. Brunelleschi accettò la sfida in silenzio e, con alcuni mesi di lavoro, scolpì il Crocifisso di Santa Maria Novella, impostandolo secondo una studiata gravitas e conferendo al corpo del Cristo una perfezione quasi assoluta.

LA COMPETIZIONE DEL CROCIFISSO

Successivamente invitò Donatello a casa per un pasto tra amici e, con uno stratagemma, si fece precedere all’abitazione. Donatello, giunto nella casa di Brunelleschi, vide il Crocifisso e rimase senza parole, talmente colpito dalla perfezione della scultura da lasciar cadere le vettovaglie che stava portando per il pasto con l’amico. Quando Brunelleschi giunse a casa, chiese ironicamente a Donatello cosa avrebbero mangiato, dato che il cibo era finito in terra, e Donatello rispose che lui era sazio, e aggiunse che a lui non era più concesso di fare contadini, e all’amico di fare Cristi. A parte l’aneddoto in se, il confronto tra i due crocifissi è una dimostrazione emblematica delle enormi differenze personali, di indole e di sensibilità che esistevano tra i due padri del Rinascimento fiorentino, i quali, nonostante la comunanza d’intenti, avevano concezioni artistiche assolutamente personali e distanti tra loro, spesso opposte.

andrea mantegna a padova

ANDREA MANTEGNA

Andrea Mantegna nacque nel 1431da Biagio, falegname. Luogo di nascita è Isola di Carturo (oggi denominata Isola Mantegna, frazione di Piazzola sul Brenta), un borgo nei pressi di Padova. Giovanissimo, già nel 1441 è citato nei documenti padovani come apprendista e figlio adottivo dello Squarcione; verso il 1442 si iscrive alla fraglia padovana dei pittori, con l'appellativo di "fiiulo" (figlio) di Squarcione . Secondo i contratti stipulati da Squarcione con i suoi allievi, nella sua bottega si impegnava a insegnare: costruzione prospettica, presentazione di modelli, composizione di personaggi e oggetti, proporzionamento della figura umana. Padova Mantegna trovò inoltre un vivace clima umanistico e poté ricevere un'educazione classica, che arricchì con l'osservazione diretta di opere classiche. La permanenza di Mantegna presso la bottega dello Squarcione durò sei anni. Nel 1448 si liberò definitivamente della tutela del padre adottivo.

FRANCESCO SQUARCIONE

Francesco Squarcione (Padova, 1397 – 1468) è stato un pittore e collezionista d'arte italiano. Fu maestro, tra gli altri, di Andrea Mantegna. Non si sa niente della sua formazione. Secondo i contratti stipulati con i suoi allievi nella sua bottega si impegnava a insegnare: costruzione prospettica, presentazione di modelli, e altro. Probabilmente il suo metodo d'insegnamento consisteva nel far copiare frammenti antichi, disegni e quadri di varie parti d'Italia soprattutto toscani e romani, raccolti nella sua collezione, come dice il Vasari nella vita del Mantegna.

MADONNA COL BAMBINO

le opere: MADONNA COL BAMBINO

Maria è ritratta davanti a un drappo rosso, che ai lati lascia intravedere un paesaggio occupato quasi interamente da un cielo punteggiato di nuvolette. In primo piano si trova un basso ripiano ligneo, dove si trova anche la firma del maestro. Vi si trova appoggiata una mela, e anche il Bambino vi tende una gamba nel suo slancio verso la madre. La Vergine, di profilo, ha un velo scuro col bordo rosso, che avvolge il figlio sulla sinistra, creando un ampio risvolto. Più in basso si intravede la sua veste rossa.

POLITTICO DI LAZZARA

le opere: POLITTICO DI LAZZARA

L'opera, iniziata nel 1449 per la cappella della famiglia di Leone de Lazara nella chiesa di Santa Maria del Carmine, venne terminata nel 1452. Il polittico, in condizioni di conservazione compromesse in ampie parti, assieme alla Madonna col Bambino della Gemäldegalerie di Berlino, rappresenta l'unica opera certa dello Squarcione, figura emblematica e per molti versi misteriosa della cultura padovana, la cui bottega fu un fondamentale snodo per la diffusione del Rinascimento in Italia settentrionale, con allievi del calibro di Andrea Mantegna. La matrice dell'opera è tardogotica, con il ricorso al fondo oro punzonato, le anatomie longilinee e sinuose, le diverse proporzioni dei personaggi e il gusto per la linea ondeggiante dei panneggi, ma vi si leggono alcuni primi influssi della scultura di Donatello, attivo proprio in quegli anni a Padova. Tra questi spicca l'intensa espressività dei santi, la forza poderosa della figura centrale di Girolamo e alcuni accenni di prospettiva nei piedistalli su cui poggiano i santi laterali. La forma dell'abside alle spalle di san Girolamo, così severa in confronto al fiammeggiare della cornice lignea, nel pannello centrale sembra citare gli affreschi nella cappella Ovetari che i migliori allievi di Squarcione realizzavano in quegli stessi anni. I colori sono intensi e smaltati; le linee, elaborate e taglienti, sbalzano le figure come fossero statue.

CAPPELLA OVETARI

DI ANDREA MANTEGNA

CAPPELLA OVETARI: STORIA

Il notaio Antonio Ovetari morendo lasciò una cospicua somma di denaro per la decorazione della cappella di famiglia nella Chiesa degli Eremitani. Dell'attuazione della disposizione si occupò la vedova Imperatrice Ovetari, che nel 1448 incaricò un gruppo eterogeneo di artisti, tra cui il Mantegna. La cappella Ovetari si trova nel braccio destro del transetto della chiesa degli Eremitani a Padova. È celebre per aver ospitato un ciclo di affreschi di Andrea Mantegna e altri, dipinto tra il 1450 e il 1460. Opera chiave del Rinascimento padovano.

CAPPELLA OVETARI: STORIA

Opera chiave del Rinascimento padovano. La cappella era dedicata ai santi Giacomo Maggiore e Cristoforo, con le due pareti laterali dedicate alle storie di ciascuno dei due santi, composte da sei episodi disposti su tre registri sovrapposti: registro inferiore, mediano e superiore, quest'ultimo composto da una lunetta a tutto tondo. lo schema compositivo dell'intero ciclo viene riferito a Mantegna, che ideò probabilmente il sistema unitario di cornici architettoniche. Le storie raffigurate dipendevano dalla Leggenda aurea. La parete sud (lato destro guardando l'altare) comprende le Storie di san Cristoforo, la parete nord (lato sinistro guardando l'altare) era interamente dipinta da Mantegna, dedicata alle storie di san Giacomo. Sulla parete centrale, dove si apre la finestrella, si trova una stretta e alta rappresentazione dell'Assunzione della Vergine di Mantegna. La volta era decorata dai quattro Evangelisti di Antonio Vivarini tra i festoni di Giovanni d'Alemania, mentre il catino absidale era diviso in sottili spicchi, dove Mantegna aveva affrescato i santi Pietro, Paolo e Cristoforo entro una cornice in pietra impreziosita da festoni di frutta.

andrea mantegna a mantova

ANDREA MANTEGNA

RIFLESSIONE SULL'ANTICO

L'ATTIVITà A MANTOVA

Andrea Mantegna intrattenne per tutta la vita rapporti con gli umanisti incontrati nelle città in cui visse, anche per brevi periodi (Padova, Venezia, Ferrara e Mantova), ma la sua opera rivela un legame particolare con quella di Leon Battista Alberti. Nonostante l’architetto abbia soggiornato a Mantova più volte le fonti non parlano esplicitamente di un loro incontro nella città ducale; la loro affinità teorica appare, tuttavia, evidente. Entrambi hanno rappresentato precocemente la nuova figura dell’artista intellettuale, capace di unire la concreta pratica artistica alla riflessione teorica.

Dal 1460 Andrea Mantegna è a Mantova come pittore di corte. L'artista lavorerà per tre generazioni della famiglia Gonzaga: Ludovico III, Federico e Francesco II, gli affidano ruoli importanti, tra cui quello di curatore delle raccolte artistiche e consulente in materia antiquaria e progettuale, in linea con il loro desiderio di riqualificare la città in senso rinascimentale. Saggio straordinario di virtuosismo prospettico è la piccola tavola raffigurante Cristo morto (“Cristo in scurto”, come viene indicato nei documenti dell'epoca), destinata alla devozione privata.

PALAZZO DUCALE

Il Palazzo Ducale di Mantova, noto anche come reggia dei Gonzaga, è uno dei principali edifici storici cittadini. Dal 1308 è stata la residenza principale dei Gonzaga, signori, marchesi ed infine duchi della città virgiliana. Ogni duca ha voluto aggiungere un'ala per sé e per le proprie opere d'arte, il risultato è un'area di più di 35.000 m² che ne fanno una delle regge più estese d'Europa. Ha più di 500 stanze e racchiude 7 giardini e 8 cortili.

CAMERA DEGLI SPOSI

La “camera picta”, denominata successivamente “Camera degli Sposi”, rappresenta uno dei punti più alti dell’opera di Mantegna. Il piccolo ambiente, posto nella torre nord-orientale del Castello di San Giorgio, aveva funzioni di rappresentanza, e per questo motivo Ludovico ne commissionò la decorazione con soggetti celebrativi della casata, dei suoi valori ideologici e delle virtù di governo. Un’iscrizione posta sopra una delle porte dedica il lavoro a Ludovico e alla moglie e attesta la data di conclusione dell’opera, il 1474. Spazio reale e spazio illusorio La sala consiste in un ambiente quasi cubico sormontato da una volta ribassata a padiglione. Mantegna dipinge le pareti e il soffitto in modo da simulare una loggia sostenuta da pilastri, aperta sul paesaggio esterno. La volta viene suddivisa in vele in cui campeggiano emblemi dei Gonzaga, ritratti di imperatori romani entro ghirlande e figure mitologiche a monocromo; al centro, un oculo apre l’ambiente verso il cielo. Mantegna studia per la “camera” artifici ottici e prospettici che dilatano percettivamente lo spazio. Questi elementi architettonici segnano il limite tra spazio realmente praticabile e lo spazio dipinto, che prosegue illusoriamente verso l’esterno.

CAMERA DEGLI SPOSI

Inoltre, l’intera decorazione è concepita in perfetta unità con l’architettura: Mantegna sfrutta gli elementi funzionali della stanza (le porte, le finestre, il caminetto) e quelli strutturali (i piani d’imposta della volta), integrandoli all’affresco. Anche la luce è modulata in modo da accentuare la coincidenza tra ambiente reale e immaginato: a partire dall’oculo al centro del soffitto, essa sembra inondare la stanza in una calcolatissima gradazione chiaroscurale, lasciando in penombra le due pareti con le tende abbassate. Si osservino gli scorci della balaustra ad anelli marmorei, dai quali sporgono putti giocosi; si osservi il bastone che sorregge il vaso d’aranci, riferimento per l’occhio oltre che saggio di perizia tecnica, e ancora i volti delle serve affacciate, che introducono una componente di verità quotidiana nella rappresentazione ufficiale.

CAMERA DEGLI SPOSI

La scena di corte raffigurante la famiglia Gonzaga è incentrata sul gesto del segretario ducale, Marsilio Andreasi, colto nell’atto di consegnare una lettera al Signore, forse l’annuncio dell’investitura a cardinale del secondogenito Francesco. Si tratta di un evento fondamentale nella storia della signoria dei Gonzaga, che trovava così un riconoscimento politico da parte del papa. Il secondo episodio riguarda l’incontro di Ludovico con il figlio durante il viaggio verso Milano, dove il marchese si stava recando in quanto lungotenente generale di Ludovico Sforza. Nello spazio immaginario della sala, la vita della corte quattrocentesca è nobilitata dalla sua identificazione con il passato e da questo acquisisce legittimità storica e continuità ideologica.

CAMERA DEGLI SPOSI

Mantegna non sceglie soluzioni enfatiche; egli identifica con esattezza i singoli personaggi e li affida alla storia semplicemente attraverso la solennità della sua pittura. Essi hanno una qualità scultorea eppure sono percorsi da una “reale” e viva umanità; la luce chiara tornisce le forme, secondo l’insegnamento di Piero della Francesca, inondando l’insieme di un’atmosfera ferma eppure rassicurante. Per questo motivo, non stupisce che il pittore abbia scelto di intervenire nella scena principale con una tecnica diversa dall’affresco, ovvero con tempera grassa sovrapposta a secco, che consente una migliore resa dei dettagli e colori più luminosi. Accanto ad episodi di vita familiare emergono particolari legati al tema coniugale. Come simboli nuziali vanno letti, ad esempio, il vaso d’aranci e il pavone, sporgenti dall’oculo, o i putti giocosi, abilmente posti nella balaustra circolare. La “camera picta”, dunque, esprime compiutamente l’identità culturale del Signore di Mantova, in un ambiente illusorio eppure verosimile, che diviene addirittura realistico grazie ad alcune discrete annotazioni cronachistiche.

CRISTO MORTO

Il Cristo morto è uno dei più celebri dipinti di Andrea Mantegna, tempera su tela, conservato nella Pinacoteca di Brera a Milano. Cristo è sdraiato sulla pietra dell'unzione, semicoperta dal sudario, e la presenza del vasetto degli unguenti in alto a destra dimostra che è già stato cosparso di profumi. Il forte contrasto di luce, proveniente da destra, origina un profondo senso di pathos. Il drappo che copre parzialmente il corpo crea un panneggio bagnato molto rigido sul corpo del Cristo, tanto da metterne in risalto le forme; questo è considerato un modo di "scolpire" con la pittura.

CRISTO MORTO

Mantegna strutturò la composizione per produrre un inedito impatto emotivo, con i piedi di Cristo proiettati verso lo spettatore e la fuga di linee convergenti che trascina l'occhio di chi guarda al centro del dramma. Tuttavia in questo dipinto l'artista non segue alla perfezione le regole della prospettiva: infatti i piedi sarebbero apparsi in primo piano rispetto al resto del corpo dando un'immagine "grottesca", quindi vengono rappresentati più piccoli del normale così come le gambe che appaiono più corte. Le braccia invece sembrano eccessivamente lunghe e il costato molto largo rispetto al resto della figura.

CRISTO MORTO

A sinistra si trovano tre figure dolenti: la Vergine Maria che si asciuga le lacrime con un fazzoletto, san Giovanni che piange e tiene le mani unite e, in ombra sullo sfondo, la figura di una donna che si dispera, in tutta probabilità Maria Maddalena. Pochi accenni rivelano l'ambiente in cui si svolge la scena: a destra si vede un tratto di pavimento e un'apertura che introduce in una stanza buia.

PALA DI SAN ZENO

La Pala di San Zeno è un dipinto, tempera su tavola, di Andrea Mantegna che gli è stato commissionato da Gregorio Corner. Datata tra il 1456 e il 1459 e custodita nella sua collocazione originaria sull'altare maggiore della basilica di San Zeno a Verona. Si tratta della prima pala d'altare pienamente rinascimentale dipinta in Italia settentrionale. Fu oggetto delle spoliazioni napoleoniche della Repubblica di Venezia, venne portata in Francia come bottino e smembrata; nel 1815, a seguito degli accordi seguiti al Congresso di Vienna, venne restituita all'Italia solo la tavola principale; le rimanenti parti sono conservate a Parigi e a Tours e sostituite nel dipinto di Verona con copie settecentesche.

PALA DI SAN ZENO

La pala d'altare presenta un impianto compositivo che deriva dal trittico gotico ma in realtà tutto, comprese le colonne lignee classiche, concorre a creare un'ambientazione spaziale unitaria. L'unicità dello spazio è sottolineata dal pavimento a scacchiera bianca e nera, dal giardino di rose fiorite e dal cielo, l'hortus conclusus, simbolo di Maria che si trova al centro col Bambino seduta su un trono ispirato a un sarcofago antico, simbolo della morte e resurrezione del Figlio. Ai suoi piedi si trova un tappeto, vero lusso esotico per l'epoca ed è contornata da angeli musici e cantori, e quattro santi su ciascuno dei lati.

PALA DI SAN ZENO

I santi sono disposti in maniera simmetrica, lungo direttrici spaziali diagonali prestabilite e con i loro gesti ed atteggiamenti sembrano interagire l'un con l'altro. Mantegna si è occupato anche della collocazione della pala sull'altare, facendo aprire una finestra a destra del presbitero allo scopo da coincidere la luce naturale con quella simulata nel dipinto.

Partendo da sinistra i santi sono: San Pietro, San Paolo, San Giovanni Evangelista, San Zeno.

A destra troviamo: San Benedetto, San Lorenzo, San Gregorio Magno e infine San Giovanni Battista.

PALA DI SAN ZENO

L'ATTUALIZZAZIONE DELL'ANTICO

L'artista utilizza nuovamente un documentato repertorio d'antichità: la loggia, nelle decorazioni scultoree e nel rigoroso impianto geometrico, richiama un tempio pagano. Sul fregio e sui pilastri si succedono rilievi a tema funerario o onorario, tra cui i putti reggi ghirlande a monocromo (a grisaille), che risaltano sulle screziature policrome del marmo. Festoni coloratissimi si inseriscono tra le semicolonne della cornice e i pilastri dipinti, accentuando un'illusoria profondità.

PALA DI SAN ZENO

LA PREDELLA

La predella è articolata in tre scomparti: • Orazione nell'orto • Crocifissione • Resurrezione di Cristo Qui noteremo come nelle sue città si sommino edifici recenti ad altri più antichi, medievali o classici, a ruderi di fortezze e a templi dal perduto splendore; le architetture si sovrappongono cercando spazio tra rocce inospitali e scoscese.

PALA DI SAN ZENO

Nell'Orazione il paesaggio è pietrificato e desertico; Gesù prega su una roccia simile ad un altare, sulla destra. Sullo sfondo si vede una Gerusalemme ideale, i cui edifici ricordano Roma e Venezia ma allude al rapporto tra l'uomo e la Storia. La memoria dell'antico consente la trasmissione dei valori eroici appartenenti ad una trascorsa età dell'oro di cui si affеrma la continuità nel presente. La città mostra i segni della propria trasformazione anche se ruderi e rocce incombenti lasciano trapelare incertezza e inquietudine rispetto al presente.

PALA DI SAN ZENO

La Crocifissione mostra la profonda penetrazione psicologica dei personaggi (si pensi allo straziante dolore di Maria) e con l'effetto di rappresentazione casuale della vita sotto i nostri occhi, con la presenza di comparse come i due personaggi dimezzati in primo piano, che sembrano colti di sorpresa nel loro passaggio casuale.

PALA DI SAN ZENO

Nella Resurrezione l'abbigliamento all'antica dei soldati è molto curato e dimostra la volontà di Mantegna di ricreare con precisione l'ambientazione nel mondo classico.

il rinascimento a mantova

federico ii gonzaga

Il committente del palazzo è Federico II Gonzaga (1500-1540), figlio di Francesco II e Isabella d’Este. Federico regge Mantova come marchese dal 1519 al 1530; quell’anno è elevato a duca dall’imperatore Carlo V. Condottiero di non grande abilità, a parere del Guicciardini, si ritira presto dalle armi per dedicarsi al governo del suo piccolo stato e agli interessi personali, tra i quali spiccano le arti e la collezione di opere antiche. Segue quindi la tradizione familiare che vede nella madre una colta mecenate e collezionista e anche nel padre un attento committente (fa costruire il Palazzo di San Sebastiano, poco lontano dall’isola del Te, e vi colloca i celebri Trionfi del Mantegna). Con l’aiuto di Baldassarre Castiglione, ambasciatore gonzaghesco a Roma, Federico riesce a far arrivare a Mantova, nel 1524, il migliore degli allievi di Raffaello. Il Gonzaga trasmette a Giulio Romano il suo sogno, quello di esaltare la vita della corte mantovana grazie al genio di un artista che progetta “non abitazioni di uomini, ma case degli Dei” come ci dice Vasari nelle sue Vite.

palazzo te

Anticamente situato su un’isola posta al centro del quarto lago di Mantova ora prosciugato, Palazzo Te è uno dei più straordinari esempi di villa rinascimentale suburbana manierista. L’intero complesso, decorato tra il 1525 e il 1535, fu ideato e realizzato da Giulio Romano (1499 – 1546) per l'amico Federico II Gonzaga (1500 – 1540) come luogo destinato all’ozio del principe e ai fastosi ricevimenti. Sin dall’origine il Palazzo si apriva, attraverso ampie logge, su vasti giardini destinati a rendere gradevole il soggiorno nel palazzo pensato su imitazione delle antiche ville romane. La struttura architettonica delle facciate esterne dell’edificio è caratterizzata dalla lavorazione a bugnato delle superfici murarie e dalla presenza dell’ordine gigante di paraste lisce doriche che ne scandiscono il ritmo. All’interno il palazzo appare organizzato attorno ad un grande cortile quadrato chiuso sui quattro lati da paramenti murari a bugnato liscio scanditi dall’ordine unico di semicolonne doriche che sorreggono una trabeazione classica a metope e triglifi.

palazzo te: origine del nome

Mantova era anticamente circondata da quattro laghi formati dal corso del fiume Mincio. Poco distante dall’isola su cui sorse la città si trovava un’altra isola denominata sin dal medioevo Tejeto (poi abbreviato in Te) collegata con un ponte alle mura meridionali della città. Due sono le ipotesi più attendibili sul significato del termine Tejeto: esso potrebbe derivare da tiglieto, località di tigli, oppure essere collegato a tegia, dal latino attegia, che significa capanna. L’isola, che possiamo immaginare verdeggiante e tranquilla, divenne ben presto luogo di svago per la famiglia Gonzaga; numerosi sono i documenti che attestano già dalla metà del Quattrocento l’uso di questo contesto naturale. Agli inizi del 1500 Francesco II Gonzaga, marito di Isabella d’Este, vi fece costruire stalle per gli amati cavalli di razza e anche una casa padronale. Rimangono infatti tracce di un edificio di pregio con pitture murali nei sottotetti dell’attuale palazzo. Un affresco reca la data 1502 e le iniziali del committente.

palazzo te: le sale

Palazzo Te a Mantova presenta una struttura a ferro di cavallo e al suo interno sono diverse le sale da visitare, particolarmente famose per la presenza di immensi e sontuosi affreschi, ricchi di simboli chiave. Le sale del pianterreno, destinate ad accogliere gli appartamenti di Federico Gonzaga e dei suoi ospiti, conservano ancora oggi quasi integralmente le preziose decorazioni ad affresco e a stucco originali. tra le sal più famose dell’arte manierista sono in particolare la Camera di Amore e Psiche e la Camera dei Giganti.

La Camera dei Giganti è una stanza a cupola in cui gli affreschi ricoprono ogni centimetro di parete con le figure svettanti dei giganti ribelli che si fanno strada artigliando il Monte Olimpo (simbolo di Carlo V) solo per essere abbattuti dal fulmine di Giove.

Nella Camera di Amore e Psiche viene ripercorsa la storia del mito, mentre un’ iscrizione latina lungo le pareti: “per l’onesto ozio e ritemprare l’animo nella tranquillità” spiega il perché Federico Gonzaga scelse di costruire questo palazzo.

GRAZIE DELL'ATTENZIONE

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