Giovanni lovrovich & Le Foibe
Indice
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Fine
Villagio giuliano
Norma Cossetto
Giovanni Lovrovich
Giovanni Lovrovich
Esodo
foibe
Poesia
Storia istria
Testimonianza foibe
Giovanni Lovrovich
Giovanni Lovrovich
Giovanni Lovrovich nacque a Sebenico, importante città della Dalmazia all'epoca parte dell'Impero austro-ungarico, da Nicolò Lovrovich, funzionario governativo di origine italiana, e Petronilla Borchich, nata nella vicina Lissa. Il cognome stesso della famiglia, come affermerà in seguito lo stesso sacerdote, era in realtà la traduzione slava del cognome italiano "Lorenzi" o "Di Lorenzi". In seguito alla cessione di buona parte della Dalmazia alla Jugoslavia in forza del Trattato di Rapallo, nel 1923 i Lovrovich si spostarono a Zara, rimasta in territorio italiano. L'intera famiglia fu costretta a spostarsi nuovamente ad Ala, in provincia di Trento, al seguito di Nicolò che aveva ottenuto un incarico nella località trentina: fu proprio in Trentino che morì Petronilla, ancora giovane, il 23 luglio 1924. Nicolò e i figli, tra cui il piccolo Giovanni, tornarono infine a Zara, dove Giovanni terminò gli studi elementari.
Norma Cossetto
Norma Cossetto
parte 1
Parte 2
Esodo
Esodo
Durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, un certo numero di italiani fu soppresso dai partigiani titini. Le stime sul numero di vittime variano da 3000 a 30 000 italiani trucidati, come parte di un processo più ampio di eliminazione postbellica degli oppositori del regime comunista jugoslavo, con stime totali delle vittime che variano da 350 000 a 800 000. Alcuni esponenti del PCI criticarono duramente gli autori di tali crimini, mentre Vittorio Vidali, figura del comunismo italiano, si riferì ai "trozkisti titini" come "una banda di spie e assassini". Ci sono testimonianze riguardo a un processo di slavizzazione forzata, inclusa quella di Milovan Đilas, braccio destro di Tito, che affermò di essere andato in Istria nel 1946 per organizzare la propaganda anti-italiana.
Tuttavia, la testimonianza di Đilas è considerata di limitata attendibilità da alcuni storici. Altri storici contestano l'esistenza di una politica preordinata di pulizia etnica attuata dai jugoslavi ai danni della comunità italiana e non considerano l'esodo giuliano-dalmata come diretta conseguenza dei massacri delle foibe. Alcuni rilevano che l'atteggiamento delle organizzazioni filoitaliane avrebbe caldeggiato un "esodo di massa" per ottenere la revisione dei confini. L'esodo si intensificò con la firma del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione di gran parte dell'Istria alla Jugoslavia. Questo portò la gran maggioranza degli italiani residenti ad intraprendere la via dell'esilio.
testimonianza
testimonianza
parte 1
Parte 2
Villaggio Giuliano
Villaggio Giuliano
Il Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma ha origine dalla destinazione dell'area per le maestranze che avrebbero costruito i palazzi dell'Esposizione Universale di Roma nel 1942, oggi conosciuta come l'EUR.L'area adiacente all'EUR fu chiamata Villaggio Operaio E42 e comprendeva case basse organizzate in padiglioni a ferro di cavallo. A causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'Esposizione Universale non fu realizzata e gli operai abbandonarono i padiglioni. Nel 1945, la Jugoslavia occupò l'Istria e la Dalmazia, confiscando e nazionalizzando i beni degli italiani, avviando così il travaglio delle popolazioni Giuliano-Dalmata. Nel 1947, con la firma del Trattato di Pace tra gli Alleati e l'Italia, venne sancita la rinuncia dell'Italia in favore della Jugoslavia di 186 comuni, inclusa buona parte della Venezia Giulia, tutta l'Istria, l'intero Quarnaro e la Dalmazia veneziana.
Nel 1948, i padiglioni furono trasformati in circa 150 appartamenti provvisori, inaugurando ufficialmente il Villaggio Giuliano-Dalmata a Roma. La comunità iniziò a ricostruire la propria vita, avviando piccole attività commerciali per mantenere vive le tradizioni e fornire occupazione alla propria collettività.Il Quartiere Giuliano-Dalmata è oggi il simbolo a Roma della triste storia dell'Esodo e delle atrocità perpetrate nei confronti di quelle popolazioni, ma testimonia anche la rinascita di persone attaccate alle proprie radici.
foibe
foibe
Click!
Cosa sono le foibe? Sono profonde spaccature naturali del terreno tipiche delle montagne del Carso, diffuse in Friuli-Venezia Giulia.Le foibe furono il palcoscenico di un orrendo spettacolo che si svolse tra il 1943 ed il 1947: migliaia di uomini furono gettati all’interno di queste fosse. La tragedia delle foibe è stata analizzata e documentata dal giornalista e storico Gianni Oliva. Egli ha scoperto che le foibe non erano solo luoghi di esecuzioni, ma anche di disperazione, poiché i soldati nemici, i cristiani e i partigiani arrestati erano detenuti nelle foibe prima di essere uccisi. L’obiettivo principale di questa tragedia era quello di cancellare un intero gruppo di persone dalla storia, ed è una tragedia che non può essere facilmente dimenticata.
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Film
Poesia
Poesia
Questa e' una poesia per ricordare il massacro delle foibe
Sito da dove abbamo preso la poesia
https://www.museoresistenza.it/materiale-didattico
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1990
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1992
1992
Grazie per l'attenzione
Grazie per l'attenzione
Creato da:
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Grazie al comue di marino per averci fatto partecipare.
Parte 1
La guerra era finita. “Per l'Italia era una benedizione, ma per noi una maledizione. Ma di foibe ancora non si parlava. Fu a metà di ottobre che le voci diventarono tragiche certezze. Si arriva al 1945. Pochi giorni dopo il 25 aprile, il sottotenente Udovisi, sciolto il presidio, decise di consegnarsi al comando dei partigiani slavi che erano entrati in Pola. Venni subito imprigionato e ammanettato con del filo di ferro. Il primo trasferimento a piedi fu a Dignano, a 10 km da Pola. Durante gli interrogatori mi ruppero i timpani facendomi esplodere dei colpi di fucile vicinissimo alla testa. Proseguimmo fino al borgo detto di Pozzo Littorio, ai piedi di Albona. Venimmo rinchiusi nella palestra di una scuola dove stavano altri giovani soprattutto italiani, che erano costretti a correre a testa bassa e a schiantarsi contro la parete. Fatti rinvenire a secchi d'acqua e calci, dovevano ripetere la corsa. La notte del 12 maggio siamo arrivati a Fianona. Ci hanno spogliato di tutto, lasciando ci solo i pantaloni, e rinchiuso in una stanzetta di quattro metri per tre, in trenta, privi di cibo. Disidratati, imploravamo dell'acqua e ci hanno allungato un fiasco pieno d’urina."
Parte 1
Norma Cossetto, studentessa universitaria istriana, torturata, violentata e gettata in una foiba. È stata uccisa dai partigiani di Josip Broz, meglio conosciuto come Maresciallo Tito, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.Il 25 settembre un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Il giorno successivo prelevano Norma che viene portata nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i partigiani la tormentano, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione. Al netto rifiuto, viene rinchiusa con altri parenti, conoscenti ed amici nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo. La mattina seguente alcuni membri della famiglia Cossetto cercano di farle visita portando cibo e vestiario di ricambio ma vengono allontanati con la scusa che l’indomani tutti gli arrestati sarebbero ritornati alle proprie abitazioni. È il 30 settembre e la mattina seguente invece della liberazione giunge un nuovo ed inaspettato trasferimento.
Parte 2
Alla sera del giorno dopo hanno iniziato a torturare l'ufficiale italiano con una verga di fil di ferro piegato in cima, a mo' d'uncino. Una donna tra gli aguzzini lo colpisce col calcio di una pistola, fratturandogli la mascella. “Quindi ci le gano in sei, l'ultimo dei quali era a terra svenuto e viene trascinato con il filo di ferro legato al collo. Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all'ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott'acqua e una mano s'è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pala allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi.
Parte 2
Tedeschi sono in procinto di arrivare a Parenzo e uno degli ultimi autocarri a lasciare la città prima della colonna germanica è quello dei prigionieri che il Comitato Popolare di Liberazione manda ad Antignana, dove vengono rinchiusi, prima nella ex caserma dei Carabinieri, ed in seguito nell’edificio della locale scuola. La situazione repentinamente precipita perché i componenti del presidio partigiano iniziano a torturare e malmenare tutti i detenuti. Tutte le donne vengono violentate e seviziate. Norma, che continua a rifiutare ogni collaborazione con il Movimento Popolare di Liberazione, viene portata in una stanza a parte dell’edificio, spogliata e legata ad un tavolo. Qui è ripetutamente violentata da diciassette aguzzini, e dopo giorni di sevizie viene gettata nuda nella foiba di Villa Surani, sita alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al villaggio agricolo di Montreo. È la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.
Giovanni Lovrovich e le foibe
Marco D'Arcangelo
Created on February 5, 2024
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Storia istria
Testimonianza foibe
Giovanni Lovrovich
Giovanni Lovrovich
Giovanni Lovrovich nacque a Sebenico, importante città della Dalmazia all'epoca parte dell'Impero austro-ungarico, da Nicolò Lovrovich, funzionario governativo di origine italiana, e Petronilla Borchich, nata nella vicina Lissa. Il cognome stesso della famiglia, come affermerà in seguito lo stesso sacerdote, era in realtà la traduzione slava del cognome italiano "Lorenzi" o "Di Lorenzi". In seguito alla cessione di buona parte della Dalmazia alla Jugoslavia in forza del Trattato di Rapallo, nel 1923 i Lovrovich si spostarono a Zara, rimasta in territorio italiano. L'intera famiglia fu costretta a spostarsi nuovamente ad Ala, in provincia di Trento, al seguito di Nicolò che aveva ottenuto un incarico nella località trentina: fu proprio in Trentino che morì Petronilla, ancora giovane, il 23 luglio 1924. Nicolò e i figli, tra cui il piccolo Giovanni, tornarono infine a Zara, dove Giovanni terminò gli studi elementari.
Norma Cossetto
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Parte 2
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Durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, un certo numero di italiani fu soppresso dai partigiani titini. Le stime sul numero di vittime variano da 3000 a 30 000 italiani trucidati, come parte di un processo più ampio di eliminazione postbellica degli oppositori del regime comunista jugoslavo, con stime totali delle vittime che variano da 350 000 a 800 000. Alcuni esponenti del PCI criticarono duramente gli autori di tali crimini, mentre Vittorio Vidali, figura del comunismo italiano, si riferì ai "trozkisti titini" come "una banda di spie e assassini". Ci sono testimonianze riguardo a un processo di slavizzazione forzata, inclusa quella di Milovan Đilas, braccio destro di Tito, che affermò di essere andato in Istria nel 1946 per organizzare la propaganda anti-italiana.
Tuttavia, la testimonianza di Đilas è considerata di limitata attendibilità da alcuni storici. Altri storici contestano l'esistenza di una politica preordinata di pulizia etnica attuata dai jugoslavi ai danni della comunità italiana e non considerano l'esodo giuliano-dalmata come diretta conseguenza dei massacri delle foibe. Alcuni rilevano che l'atteggiamento delle organizzazioni filoitaliane avrebbe caldeggiato un "esodo di massa" per ottenere la revisione dei confini. L'esodo si intensificò con la firma del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione di gran parte dell'Istria alla Jugoslavia. Questo portò la gran maggioranza degli italiani residenti ad intraprendere la via dell'esilio.
testimonianza
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Parte 2
Villaggio Giuliano
Villaggio Giuliano
Il Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma ha origine dalla destinazione dell'area per le maestranze che avrebbero costruito i palazzi dell'Esposizione Universale di Roma nel 1942, oggi conosciuta come l'EUR.L'area adiacente all'EUR fu chiamata Villaggio Operaio E42 e comprendeva case basse organizzate in padiglioni a ferro di cavallo. A causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'Esposizione Universale non fu realizzata e gli operai abbandonarono i padiglioni. Nel 1945, la Jugoslavia occupò l'Istria e la Dalmazia, confiscando e nazionalizzando i beni degli italiani, avviando così il travaglio delle popolazioni Giuliano-Dalmata. Nel 1947, con la firma del Trattato di Pace tra gli Alleati e l'Italia, venne sancita la rinuncia dell'Italia in favore della Jugoslavia di 186 comuni, inclusa buona parte della Venezia Giulia, tutta l'Istria, l'intero Quarnaro e la Dalmazia veneziana.
Nel 1948, i padiglioni furono trasformati in circa 150 appartamenti provvisori, inaugurando ufficialmente il Villaggio Giuliano-Dalmata a Roma. La comunità iniziò a ricostruire la propria vita, avviando piccole attività commerciali per mantenere vive le tradizioni e fornire occupazione alla propria collettività.Il Quartiere Giuliano-Dalmata è oggi il simbolo a Roma della triste storia dell'Esodo e delle atrocità perpetrate nei confronti di quelle popolazioni, ma testimonia anche la rinascita di persone attaccate alle proprie radici.
foibe
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Cosa sono le foibe? Sono profonde spaccature naturali del terreno tipiche delle montagne del Carso, diffuse in Friuli-Venezia Giulia.Le foibe furono il palcoscenico di un orrendo spettacolo che si svolse tra il 1943 ed il 1947: migliaia di uomini furono gettati all’interno di queste fosse. La tragedia delle foibe è stata analizzata e documentata dal giornalista e storico Gianni Oliva. Egli ha scoperto che le foibe non erano solo luoghi di esecuzioni, ma anche di disperazione, poiché i soldati nemici, i cristiani e i partigiani arrestati erano detenuti nelle foibe prima di essere uccisi. L’obiettivo principale di questa tragedia era quello di cancellare un intero gruppo di persone dalla storia, ed è una tragedia che non può essere facilmente dimenticata.
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La guerra era finita. “Per l'Italia era una benedizione, ma per noi una maledizione. Ma di foibe ancora non si parlava. Fu a metà di ottobre che le voci diventarono tragiche certezze. Si arriva al 1945. Pochi giorni dopo il 25 aprile, il sottotenente Udovisi, sciolto il presidio, decise di consegnarsi al comando dei partigiani slavi che erano entrati in Pola. Venni subito imprigionato e ammanettato con del filo di ferro. Il primo trasferimento a piedi fu a Dignano, a 10 km da Pola. Durante gli interrogatori mi ruppero i timpani facendomi esplodere dei colpi di fucile vicinissimo alla testa. Proseguimmo fino al borgo detto di Pozzo Littorio, ai piedi di Albona. Venimmo rinchiusi nella palestra di una scuola dove stavano altri giovani soprattutto italiani, che erano costretti a correre a testa bassa e a schiantarsi contro la parete. Fatti rinvenire a secchi d'acqua e calci, dovevano ripetere la corsa. La notte del 12 maggio siamo arrivati a Fianona. Ci hanno spogliato di tutto, lasciando ci solo i pantaloni, e rinchiuso in una stanzetta di quattro metri per tre, in trenta, privi di cibo. Disidratati, imploravamo dell'acqua e ci hanno allungato un fiasco pieno d’urina."
Parte 1
Norma Cossetto, studentessa universitaria istriana, torturata, violentata e gettata in una foiba. È stata uccisa dai partigiani di Josip Broz, meglio conosciuto come Maresciallo Tito, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.Il 25 settembre un gruppo di partigiani titini irrompe in casa Cossetto razziando ogni cosa. Il giorno successivo prelevano Norma che viene portata nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i partigiani la tormentano, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare con il Movimento Popolare di Liberazione. Al netto rifiuto, viene rinchiusa con altri parenti, conoscenti ed amici nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo. La mattina seguente alcuni membri della famiglia Cossetto cercano di farle visita portando cibo e vestiario di ricambio ma vengono allontanati con la scusa che l’indomani tutti gli arrestati sarebbero ritornati alle proprie abitazioni. È il 30 settembre e la mattina seguente invece della liberazione giunge un nuovo ed inaspettato trasferimento.
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Alla sera del giorno dopo hanno iniziato a torturare l'ufficiale italiano con una verga di fil di ferro piegato in cima, a mo' d'uncino. Una donna tra gli aguzzini lo colpisce col calcio di una pistola, fratturandogli la mascella. “Quindi ci le gano in sei, l'ultimo dei quali era a terra svenuto e viene trascinato con il filo di ferro legato al collo. Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all'ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott'acqua e una mano s'è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pala allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi.
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Tedeschi sono in procinto di arrivare a Parenzo e uno degli ultimi autocarri a lasciare la città prima della colonna germanica è quello dei prigionieri che il Comitato Popolare di Liberazione manda ad Antignana, dove vengono rinchiusi, prima nella ex caserma dei Carabinieri, ed in seguito nell’edificio della locale scuola. La situazione repentinamente precipita perché i componenti del presidio partigiano iniziano a torturare e malmenare tutti i detenuti. Tutte le donne vengono violentate e seviziate. Norma, che continua a rifiutare ogni collaborazione con il Movimento Popolare di Liberazione, viene portata in una stanza a parte dell’edificio, spogliata e legata ad un tavolo. Qui è ripetutamente violentata da diciassette aguzzini, e dopo giorni di sevizie viene gettata nuda nella foiba di Villa Surani, sita alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al villaggio agricolo di Montreo. È la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943.