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Natalia Ginzburg, vita e poetica

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Created on February 1, 2024

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Transcript

Natalia Ginzburg Vita, opere e poetica

CENNI BIOGRAFICI

  • 14 luglio 1916= nascita a Palermo dalla milanese Lidia Tanzi e dal celebre scienziato e docente universitario Giuseppe Levi (di origine ebrea), ultima di 3 fratelli e una sorella;
  • Il padre e i tre fratelli maggiori, dichiaratamente ANTIFASCISTI, finiscono più volte in carcere, mentre Natalia trascorre un'infanzia molto appartata, letteralmente circoscritta alle quattro mura di casa: è qui, infatti, che consegue la licenza alimentare con degli insegnanti privati;
  • Dopo il conseguimento del diploma al Liceo-Ginnasio Vittorio Alfieri di Torino, si iscrive alla facoltà di Lettere che, però, lascia presto; in compenso, a soli 18 anni, pubblica il suo primo racconto: I bambini;

I GENITORI DI NATALIA

LA PASSIONE DI BEPPE LEVI PER LA MONTAGNA

Natalia ci regala alcune esilaranti descrizioni delle sue vacanze "forzate in montagna" (di cui il padre è un patito) proprio nel romanzo Lessico famigliare, che sarà oggetto del nostro successivo approfondimento.

sull'infanzia della ginzburg, tra timidezza, pareti casalinghe e la malinconica atmosfera torinese

I genitori della Ginzburg

Estratti dal romanzo Natalia, la forza delle parole, Giuliana Racca, Ed. Effatà, 2014)

sull'infanzia della ginzburg, tra timidezza, pareti casalinghe e la malinconica atmosfera torinese

Estratti dal romanzo Natalia, la forza delle parole, Giuliana Racca, Ed. Effatà, 2014)

sull'infanzia della ginzburg, tra timidezza, pareti casalinghe e la malinconica atmosfera torinese

«La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore[…]. Se c’è un po’ di sole, e risplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiume scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è un’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni. La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara (ovvero Cesare Pavese, ndr); è, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei suoi versi, la città […]» (Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi)

CENNI BIOGRAFICI

  • 1938= Natalia sposa il famoso intellettuale antifascista ebreo Leone Ginzburg, docente di Letteratura russa a Torino; egli è reduce da una delle tante esperienze di incarcerazione conclusasi solo due anni prima, nel 1936;
  • 1939- 1943= la coppia ha presto tre figli: Carlo (storico e docente universitario), Andrea (economista) e Alessandra (nota psicanalista italiana);
  • 1940= Leone viene mandato al confino in Abruzzo, località Pizzoli, a causa delle leggi razziali; Natalia, tuttavia, non rinuncia a stare al suo fianco, con figlioletti piccoli al seguito;
I 3 figli della coppia durante il confino a Pizzoli

«quasi tutti gli uomini scomparivano dopo gli ultimi raccolti: andavano a lavorare a Terni, a Sulmona, a Roma. Quello era un paese di muratori» (Natalia Ginzburg parla di Pizzoli)

i 3 figli della ginzburg

Carlo Ginzburg
Andrea Ginzburg
Alessandra Ginzburg

L'ESPERIENZA DEL CONFINO A PIZZOLI

Estratti dal racconto Inverno in Abruzzo, contenuto in "Le piccole virtù", Einaudi

RITRATTO DI UNA GIOVANE NATALIA

(Passaggio estrapolato dalla prefazione al romanzo Le piccole virtù, di Adriano Sofri, ET Editori, Nuova edizione)

CENNI BIOGRAFICI

  • 1943= Natalia, Leone e i tre figli si trasferiscono a Roma. La ricerca di una tana accogliente e dotata, possibilmente, di giardino, occupa i due per un certo periodo di tempo, come racconta Natalia tra le pagine del suo romanzo Mai devi domandarmi:
"

Anni fa, venduto un alloggio che avevamo a Torino, ci mettemmo a cercare casa a Roma; e la ricerca di questa casa durò lungo tempo. Io desideravo da anni una casa con un giardino. Avevo vissuto, da bambina, in una casa col giardino, a Torino: e la casa che immaginavo e desideravo assomigliava a quella. […]

Tornando stanchi alla nostra casa d’affitto dai pavimenti gialli, noi ci chiedevamo se ci importava tanto, davvero, cambiare di casa. In fondo, non ce ne importava un gran che. Anche lì, in fondo, si stava abbastanza bene. Io conoscevo, di quella casa, ogni macchia sulla parete, ogni crepa nel muro, gli aloni scuri che s’eran formati al di sopra dei termosifoni; [....]

CENNI BIOGRAFICI

Io mi ero scavata, in quella casa, la mia tana. Era una tana dove, quando ero triste, mi rimpiattavo come un cane malato, bevendo le mie lacrime, leccando le mie ferite. Ci stavo dentro come una calza vecchia. Perché cambiare casa? Qualsiasi altra casa mi sarebbe stata nemica e io ci avrei vissuto con ribrezzo. Vedevo sfilare davanti a me, come in un incubo, tutte le case che avevamo visto e che per qualche momento avevamo pensato di poter comprare. Tutte mi ispiravano un senso di repulsione. Avevamo pensato di comperarle, ma nel momento che avevamo deciso di rinunciarvi, avevamo sentito un profondo sollievo, una leggerezza, come chi è sfuggito, per miracolo, a un rischio mortale. Ma forse ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? E accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?"

(Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi, Einaudi, Torino, pagg. 3-9)

CENNI BIOGRAFICI

  • 4 febbraio 1944= Leone Ginzburg muore in circostanze poco chiare nel carcere di Regina Coeli, lasciando a Natalia un'ultima, dolente lettera d'amore (fotocopie da ditribuire a lezione). Viene ritrovato deceduto in infermeria, dopo svariati tentativi di richiesta d'aiuto. Scrive la stessa Ginzburg in merito al tragico evento:

NATALIA & LEONE

Memoria: la poesia dedicata al marito morto

Gli uomini vanno e vengono per le strade della città. Comprano cibo e giornali, muovono a imprese diverse. Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene. Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso, ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto. Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto, solo un poco più stanco. E il vestito era quello di sempre.

E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani erano quelle che spezzavano il pane e versavano il vino. Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo a guardare il suo viso per l’ultima volta. Se cammini per strada, nessuno ti è accanto, se hai paura, nessuno ti prende la mano.

E non è tua la strada, non è tua la città. Non è tua la città illuminata: la città illuminata è degli altri, degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e giornali. Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra, e guardare in silenzio il giardino nel buio. Allora quando piangevi c’era la sua voce serena; e allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.

Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre; e deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa.

CENNI BIOGRAFICI

  • 1945= Natalia si ritrova a Torino con i genitori e i 3 figli che, nel frattempo, durante il periodo bellico, avevano riparato in Toscana; nell'ottobre dello stesso anno, viene assunta come redattrice alla casa editrice Einaudi, col preciso compito di scovare giovani talenti. Celebre è, a questo proposito, l'aneddoto sul conto di Primo Levi, che viene rifiutato nel 1947 dalla casa editrice per tramite di una lettera anonima, redatta proprio da Natalia (come Giulio Einaudi dichiarerà tempo dopo);

«Pensavo che, se avessi chiesto di lavorare in quella casa editrice, m’avrebbero dato lavoro; e tuttavia di chiederlo mi pesava perché pensavo che mi sarebbe stato dato un posto per compassione, essendo io vedova, e con figli da mantenere; avrei voluto che qualcuno mi desse un posto senza conoscermi e per mie competenze. Il male era che io competenze non ne avevo». (Natalia Ginzburg, "La pigrizia", in Un’assenza – Racconti, memorie, cronache, Einaudi 2016)

Natalia, Italo Calvino, Giulio Einaudi e altri dipendenti della casa editrice piemontese

CENNI BIOGRAFICI

  • 1950= la Ginzburg sposa il docente di letteratura inglese Gabriele Baldini, col quale vivrà per un breve periodo di tempo a Londra e dal quale avrà due figli: Susanna (1954, idrocefala) e Antonio (morto a neppure un anno di vita), entrambi affetti da gravi deformazioni. In questo stesso anno, il suo migliore amico nonchè collega all'interno della Einaudi, Cesare Pavese, si suicida in una camera d'albergo;
  • 1969= muore anche il suo secondo marito;
  • La sua carriera da scrittrice diviene, già nel decennio 1940-1950, inarrestabile: dapprima, assistiamo alla pubblicazione di La strada che và in città (1942), per poi passare rapidamente a due romanzi dai toni molto cupi come E' stato così (1961) e Tutti i nostri ieri (1952). A seguire, nel corso degli anni '60, la scrittrice partorisce un meraviglioso trittico formato da Le voci della sera (1961), Le piccole virtù (1962) e il suo indiscusso capolavoro, Lessico famigliare (1963);
Gabriele Baldini, anglista

crocE e deliziA del mestiere di scrittore

«Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca. Uno non può sperare di scrivere qualcosa di serio così alla leggera, come con una mano sola, svolazzando via fresco fresco. Non si può cavarsela così con poco. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi […]» (Le piccole virtù, 1962). E ancora, «Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lagrime e stringere i denti e asciugare il sangue dalle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta sempre di darci retta quando abbiamo bisogno di lui» (Le piccole virtù, 1962).

«Se faccio qualunque altra cosa, se studio una lingua straniera, se mi provo a imparare la storia o la geografia o la stenografia o se mi provo a parlare in pubblico o a lavorare a maglia o a viaggiare, soffro e mi chiedo di continuo come gli altri facciano queste stesse cose, mi pare sempre che ci debba essere un modo giusto di fare queste stesse cose che è noto agli altri e sconosciuto a me. E mi pare d’esser sorda e cieca e ho come una nausea in fondo a me. Quando scrivo invece non penso mai che c’è forse un modo più giusto di cui si servono gli altri scrittori. Non me ne importa niente di come fanno gli altri scrittori» (Le piccole virtù, 1962).

croci e delizie del mestiere di scrittore

"Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere, mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e familiari e li sento ben fermi nelle mie mani. [...]

"Quando scrivo qualcosa, di solito penso che è molto importante e che io sono un grandissimo scrittore, credo succeda a tutti. Ma c’è un angolo della mia anima dove so molto bene e sempre quello che sono, cioè un piccolo, piccolo scrittore. Giuro che lo so." (Estratto da Le piccole virtù, 1962)

Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo della mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia. Questo è il mio mestiere, e io lo farò fino alla morte. Sono molto contenta di questo mestiere e non lo cambierei per niente al mondo." (N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1984)

sul mestiere di "genitore"

(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, 2012)

«Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell’orgoglio, frustrati d’una soddisfazione. Se il meglio del loro ingegno non hanno l’aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti. Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell’energia e dell’impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito. Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell’insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani. Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d’attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?»

CENNI BIOGRAFICI

  • Anni '70= la Ginzburg si accosta con curiosità ed entusiasmo al mondo tetarale scrivendo, tra le sceneggiature maggiormente riuscite, quella della commedia Ti ho sposato per allegria (1967), da cui è stato tratto il film con Monica Vitti e Giorgio Albertazzi;
  • 1977= esce il suo romanzo la famiglia che chiude, come in un cerchio ideale, la poetica ginzburghiana delle PICCOLE COSE e della VITA QUOTIDIANA;
  • 1983: viene eletta al Parlamento tra le liste del Partito Comunista Italiano;
  • 1991: muore a Roma a causa di un tumore.
natalia ginzburg nelle vesti di parlamentare

«Conoscevo, già da molti anni, Natalia Ginzburg e le dissi, con molta semplicità, quale era la ragione della mia visita e il fatto che i miei compagni mi avevano chiesto di andare da lei per chiederle di accettare la candidatura nelle nostre liste [...]. Natalia mi parve spaventata di queste proposta e mi disse subito: "Ma no! Non mi sono mai occupata di politica, non saprei; io faccio la scrittrice, la consulente editoriale: questo è il mio lavoro ed io sento, in questo lavoro, di poter dare qualcosa. Che cosa farei sui banchi di Montecitorio?"». (Nilde Iotti (Presidente della Camera dei deputati) in Ricordo di Natalia Ginzburg 1997 p. 26)

«[...] l'onorevole Levi Baldini - con questo nome stava fra noi - aveva preso terribilmente sul serio il suo nuovo mestiere. Non soltanto credo che non vi sia stato deputato o deputata della Repubblica che abbia raggiunto così alte percentuali di presenza in Aula, ma anche mi commuoveva la sua attenzione ad ogni dibattito, persino quello che poteva essere giudicato lontanissimo dai suoi interessi. Questa attenzione e le riflessioni che ne derivavano si traducevano poi in grande libertà e autonomia di giudizi [...]

(Ettore Masina (collega deputato della Ginzburg)in Ricordo di Natalia Ginzburg 1997, p. 14)

UNO DEI PRIMI DISCORSI DELLA GINZBURG IN PARLAMENTO

«Ma è noto che oggi in Italia chiunque pensi o decida di iniziare un'attività anche modesta e umile subito incontra delle forze oscure che gli chiudono il passo. Là dove nasce un'idea creativa, un progetto utile, mafia e camorra insorgono a chiudere il passo, ed ogni idea, ogni impresa, grande o piccola, ne è subito strangolata. Erano mali antichi, ma adesso sono diventati immensamente più forti e si sono estesi in ogni luogo. Diffondono ovunque un senso costante di insicurezza e paura. Si sa che a pagare saranno sempre i più deboli, i più sprovveduti ed anche i più onesti e limpidi, coloro che vogliono pensare, agire, vivere nella gran luce del giorno. Quando si è saputo della loggia P2 ci si è resi conto che eravamo circondati da forze occulte, le quali si muovevano in ogni punto della vita del nostro paese e che il loro potere occulto mirava a devastarlo nel profondo. Esiste dunque ancora un'altra separazione, in Italia, fra la gente: quelli che agiscono e vogliono nella gran luce del giorno e quelli che si muovono nella notte. Molti fra quelli che agiscono e vogliono agire nella gran luce del giorno e molti fra quelli che vogliono veder chiaro nella notte e avventurarvisi con torce e fiaccole e parlare a voce alta e chiamare a voce alta la giustizia, ben sovente, come si sa, vengono trovati morti. Mafia, camorra, terrorismo, sequestri di persona, corruzione pubblica, traffico di droga e di armi: questi sono i mali dell'Italia. Come siano sorti e come siano diventati così rigogliosi, così pericolosi e così diffusi è difficile dirlo. Certo, covavano nel paese da tempo e sono esplosi negli ultimi anni. Secondo quelle parole attribuite ad Agnelli, "tutto ciò che deve morire in Italia, muore molto lentamente". Ma in verità noi abbiamo visto invece in Italia nascere, crescere e proliferare un mondo di cose spaventose, e l'Italia trasformarsi e deturparsi con una rapidità straordinaria, e fulmineamente sparire alcuni suoi connotati che ritenevamo indistruttibili.»

NATALIA & FRIENDS

Focus su Lessico famigliare (1963)

Focus su Lessico famigliare (1963)

«Un romanzo di pura, nuda, scoperta e dichiarata memoria [...] scritto in assoluta libertà» (Prefazione, in Ginzburg 1964, p. 17)

Il linguaggio, il lessico caratteristico usato nella famiglia Levi come legante indissolubile tra i fratelli, come magico strumento di un riconoscimento reciproco immediato che annulla le barriere spazio-temporali. Il suo potere evocativo, assieme alla vita quotidiana minuziosamente descritta e al culto delle "piccole cose", costituiscono lo zoccolo duro di quella tribù chiamata famiglia Levi.

Focus su Lessico famigliare (1963)

Esempi di questo lessico, attraverso le seguenti immagini, cui seguirà la lettura di alcuni brani tratti dall'infanzia della Ginsburg nell'ambito di Lessico famigliare

XE'= in dialetto triestino (ma lo incontriamo anche in Veneto), corrisponde all'ausiliare "é"

SBRODEGHEZZI= Significa “pasticci, malefatte, scarabocchi”.

NEGRIGURA= Atto o gesto inappropriato, maleducato, senza creanza o anche sciocco, stupido, compiuto senza riflettere

ASPETTI CRUCIALI DELLA POETICA DI NATALIA GINZBURG

FAMIGLIA

AMORE PER LA VITA QUOTIDIANA

FEDELTA' ALLE PICCOLE COSE

La famiglia come piccola e affiatata TRIBU', in cui ogni ruolo é bene delineato e coerente con la sua struttura tradizionale;

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ASPETTI CRUCIALI DELLA POETICA DI NATALIA GINZBURG

1. In contrapposizione ad un mondo esterno che - ricordiamolo -, è totalmente alieno e spaventoso alla Ginzburg (relegata in casa anche per lo studio fino agli anni del Ginnasio), essa costruisce con amore, dedizione puntiglio il CULTO DELLA CASA e della FAMIGLIA, fissate nella memoria attraverso RITUALI e un LESSICO del tutto caratteristici della sua "tribù";2. Il linguaggio, il lessico, piano e scorrevole, si increspa e si carica di un'ironia libera e, alle volte, spensierata, quando l'autrice rievoca le esternazioni paterne, o le storielle familiari che la madre é solita raccontare a ciclo continuo per intrattenere e divertire l'uditorio; 3. In conclusione, sono "LE PICCOLE COSE" e la "VITA QUOTIDIANA" che rendono la sua storia familiare degna di essere raccontata, in antitesi all'emergente, nuova classe media, tutta votata al successo: un successo che non premia necessariamente i migliori e che, assieme ai media e al nuovo benessere post-bellico, alienano l'individuo.
PERCORSO DI LETTURA PROPOSTO:
  • Natalia Ginzburg, Io e la scuola, da "Mai devi domandarmi", 1970, Milano, Garzanti, 1970;
  • Natalia Ginzburg, Ultima lettera di Leone a Natalia prima di morire (4 Febbraio 1944);
  • Natalia Ginzburg, L'amico e collega Cesare Pavese, da "Le piccole virtù", Torino, Einaudi, 1962;
  • Natalia Ginzburg, Discorso sulle donne, dalla rivista "Tuttestorie", n°6/7, Dicembre 1992;
  • Percorso antologico sul romanzo Lessico famigliare (1963);

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