Want to create interactive content? It’s easy in Genially!

Get started free

Analisi brani Iliade e Odissea

Aurora Amato

Created on January 27, 2024

Start designing with a free template

Discover more than 1500 professional designs like these:

Semicircle Mind Map

Team Retrospective

Fill in the Blanks

Museum Flipcards

Image Comparison Slider

Microcourse: Key Skills for the Professional Environment

The Meeting Microlearning

Transcript

Analisi di brani tratti dall'Iliade e dall'Odissea

Aurora Amato

Laura Ingargiola

Le lacrime di Achille

Il cane Argo

Ulisse a Itaca viene trasformato in un mendicante. Vuole vendicarsi dei Proci ma quando arriva nella reggia nessuno lo riconosce ad eccezione del suo fidato cane Argo.

Ritiratosi sulla riva del mare, Achille piange: Briseide è stata consegnata ad Agamennone. Teti accorre dal figlio, che la esorta a rivolgersi a Zeus.

Aurora Amato e Laura Ingargola

Demodoco canta l'episodio del cavallo di legno

Aurora Amato e Laura Ingargola

Author: Lorem Ipsum

Classe III N (MiT)

In casa di Alcinoo, Odisseo raggiunge gli altri a banchetto e chiede a Demodoco di cantare l'episodio del cavallo di Troia.

Editorial: Lorem Ipsum

Pages: 119

Language: Lorem ipsum

L'Iliade

L'Iliade è un poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l'ira di Achille è l'argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale.

Le lacrime di Achille

Iliade I, 348-395

Ritiratosi sulla riva del mare, Achille piange: la sua amante e schiava Briseide è stata consegnata ad Agamennone in sostituzione di Criseide, restituita al padre per placare l'ira di Apollo. La divina Teti accorre dal figlio, che la esorta a rivolgersi a Zeus.

Iliade I, 348-356

... e controvoglia con loro andava la donna. Intanto Achille sedeva piangendo, lontano dai suoi compagni, in riva al mare bianco, e guardava la distesa infinita, e pregava la madre, tendendo le mani: "Madre che mi hai generato a una vita brevissima, almeno Zeus olimpio tonante dovrebbe concedermi gloria, ma adesso non mi ha onorato. Il figlio di Atreo, il potente Agamennone, mi ha offeso, mi ha tolto il mio premio, e se lo tiene".

Iliade I, 357-361

Così diceva piangendo, e l'udì la nobile madre che stava negli abissi del mare, accanto al vecchio padre; subito emerse dal mare bianco, come la nebbia, e si sedette accanto a lui che piangeva, lo accarezzò con la mano, e gli disse:

Iliade I, 362-369

"Figlio mio, perché piangi? Quale pena ti ha invaso il cuore?Parla, non nasconderla dentro di te, anch'io la voglio sapere." Le rispose, profondamente gemendo, il veloce Achille: "Lo sai; perché dirtelo se sai già tutto? Andammo a Tebe, la sacra città di Eezione, la saccheggiammo e portammo via tutto il bottino, che i Greci divisero equamente tra loro, e Criseide dal bel viso la diedero ad Agamennone.

Iliade I, 370-375

Ma Crise, sacerdote di Apollo, il dio arciere, venne alle navi dei Greci vestiti di bronzo, per liberare la figlia, portando un enorme riscatto, e in mano aveva le bende sacre ad Apollo arciere, avvolte intorno allo scettro dorato, e pregava tutti gli Achei, ma soprattutto i due figli di Atreo, capi d'eserciti.

Iliade I, 376-384

Tutti i Greci approvavano che si rispettasse il sacerdote, e si accettasse il ricco riscatto; ma non piaceva al cuore di Agamennone figlio di Atreo;

lo cacciò malamente, ed aggiunse aspre parole. Il vecchio se ne andò irato, ma Apollo ascoltò la sua supplica, giacché gli era carissimo, e scagliò sui Greci le frecce malefiche: i soldati morivano a mucchi, mentre gli strali del dio volavano dappertutto nel vasto campo dei Greci.

Iliade I, 385-395

Il profeta sapiente svelò il responso del dio arciere. Per primo io consigliai che placassimo il dio, ma il figlio di Atreo fu preso da collera: levatosi in piedi, mi fece una minaccia che già si è compiuta. Quella su di una nave gli Achei dagli occhi vivi la conducono a Crisa, portando doni al sovrano; ma la figlia di Briseo, che mi donarono i figli dei Greci, gli araldi me l'hanno portata via dalla tenda. Tu dunque, se puoi, aiuta tuo figlio; sali all'Olimpo da Zeus, e pregalo, se mai una volta hai compiaciuto il suo cuore con fatti o parole".

L'0dissea

L'Odissea è composta da 24 libri e circa 12 mila esametri che narrano il viaggio per mare dell’eroe greco Ulisse, re di Itaca, di ritorno in patria al termine della guerra di Troia, a cui aveva posto fine con lo stratagemma del cavallo. Il suo viaggio di ritorno dura 10 anni, e passa attraverso numerose tappe e insidie.

Il cane Argo

Odisseo giunge a Itaca sotto le spoglie di un mendicante. L'eroe si fa ospitare dal custode dei maiali, Eumeo, e con questo si recherà verso il palazzo che era stato suo. Prima di entrare dentro il palazzo, scorgono il vecchio cane Argo, un cane anziano e malconcio. Nonostante la sua vecchiaia e il suo stato debole, Argo riconosce subito Ulisse e muore pacificamente poco dopo averlo visto per l'ultima volta, simboleggiando la fedeltà e il legame tra l'uomo e il cane.

Il cane Argo

Così essi facevano tra loro questi discorsi, e un cane che stava sdraiato sollevò la testa e le orecchie, Argo, un cane del paziente Odisseo , che lui stesso un tempo aveva allevato, ma non ne godette, perché andò prima alla sacra Ilio. In passato i giovani lo portavano a caccia di capre selvatiche, daini e lepri. Ma ora, partito il padrone, giaceva trascurato su molto letame di muli e di buoi che gli era stato ammucchiato davanti in gran quantità, finché i servi lo portassero per concimare il grande podere di Odisseo. Su di esso giaceva il cane Argo, tutto pieno di zecche.

Allora come si accorse di Odisseo che era lì accanto, scodinzolò con la coda e abbassò entrambe le orecchie, ma non fu più in grado di avvicinarsi maggiormente al suo padrone. Ulisse guardando da un’altra parte si asciugò il pianto, con destrezza di nascosto da Eumeo, e poi a un tratto gli chiese. "Eumeo, davvero è ammirevole questo cane steso sul letame. È bello nell’aspetto, ma non so bene questo: se era anche veloce a correre oltre a questa sua bellezza, o se era invece così come sono i cani da mensa dei signori, che i padronoi li curano per sfarzo".

E tu, a lui rispondendo gli dicesti, Eumeo porcaro: “Eppure, questo è il cane di un uomo morto lontano: se fosse nell'aspetto e nelle sue prestazioni così come quando Odisseo, partendo per Troia, lo lasciò, subito ne ammireresti, a vederlo, la velocità e il vigore: fiera da lui inseguita non fuggiva nel fitto remoto di densa boscaglia; era anche molto bravo a trovare le tracce. Ora è mal messo, il padrone gli è morto chissà dove, lontano dalla patria e le donne, disattente, non se ne prendono cura.

I servi, quando i padroni non comandano più, non vogliono più lavorare come si deve. Metà del suo valore Zeus dal vasto rimbombo a un uomo sottrae, quando lo colga il giorno della schiavitù" Detto così, entrò nella casa ben costruita, e andò dritto nella sala tra i nobili pretendenti. E Argo allora lo colse il destino di nera morte, quando ebbe visto Odisseo nel ventesimo anno.

Demodoco canta l'episodio del cavallo di legno

Odissea VIII, 485-531

In casa di Alcinoo, dopo un bagno caldo, Odisseo raggiunge altri a banchetto. Onorato e ammirato dalla stessa Nausicaa, non ha ancora svelato la propria identità e chiede a Demodoco di cantare l'episodio del cavallo di Troia. Ascoltando quel canto l'eroe piange, e di lì a poco rivelerà il suo nome agli ospiti.

Odissea VIII, 492-498

Ma, su, passa ad altro e canta la costruzione del cavallo di legno, che Epeo fece insieme con Atena, l'inganno che il divino Ulisse fece salire sulla rocca, e lo aveva riempito di uomini, quelli che distrussero Ilio. Se questo mi dirai per ordine dall'inizio sino alla fine, subito anche io parlerò e dirò agli uomini, a tutti, che davvero un dio benevolo ti diede il canto divino».

Odissea VIII, 485-491

Dopo che scacciarono la voglia di bere e di mangiare, allora disse a Demodoco il molto astuto Ulisse: «Demodoco, certo te io lodo più che tutti i mortali. O fu la Musa, figlia di Zeus, che ti ha istruito o fu Apollo. Tu sai cantare con ordine la sorte che agli Achei è toccata, quante cose fecero e patirono e quanti dolori soffrirono gli Achei, come se tu stesso ci fossi o da un altro tu lo abbia sentito.

Odissea VIII, 499-504

Disse. E quello, ispirato, dal dio prese l'avvio. Cominciò il suo canto, da quel punto attaccando, quando gli Achei appiccarono fuoco alle tende e salirono sulle navi ben fatte e salparono, una parte; ma altri, nascosti dentro il cavallo con il famoso Ulisse, stavan già nella piazza in mezzo ai Troiani: il cavallo gli stessi Troiani l'avevan tirato fin sopra la rocca.

Odissea VIII, 505-509

Il cavallo era lì collocato, e quelli stando all'intorno facevano molti confusi discorsi. In tre parti diviso era il loro consiglio: o spaccare il cavo legno col bronzo spietato o sul ciglio della rocca tirarlo e precipitarlo giù per le rupi, oppure lasciarlo come un gran voto che valesse a placare gli dèi.

Odissea VIII, 510-515

E proprio così, di lì a poco, doveva andare a finire; era destino che la città perisse quando avesse accolto il grande cavallo di legno nel quale stavano tutti i migliori degli Argivi, pronti a portare strage e morte ai Troiani.E cantava come la rocca distrussero i figli degli Achei, che fuori del cavallo si riversarono, lasciando il concavo agguato.

Odissea VIII, 516-522

Cantava come per svariati percorsi devastarono l'alta città, ma Ulisse andò alla dimora di Deifobo, lui pari ad Ares, insieme con Menelao simile a un dio. E diceva che lì, affrontato lo scontro più aspro, riuscì a vincere, anche allora, con l'aiuto dell'intrepida Atena. Queste cose cantava il famoso cantore; e si struggeva Ulisse, e il pianto giù dalle palpebre gli bagnava le guance.

Odissea VIII, 523-531

Come una donna giù a terra abbraccia e piange il suo caro sposo, che davanti alla sua città e alla sua gente è caduto, per tenere lontano dai figli e da tutti il giorno spietato, e lei, che l'ha visto dibattersi e morire, si abbandona su di lui, levando acuto lamento, ma quelli da dietro colpendola con le lance al dorso e le spalle se la portano via perché schiava fatichi e patisca, e a lei per l'infelice soffrire le si emaciano le guance; così Ulisse miserevole pianto versava da sotto le ciglia.

Demodoco

Demodoco è un aedo cieco che risiede presso la corte del re Alcinoo; egli canta gli amori di Ares e Afrodite e le imprese dei greci a Troia, suscitando il pianto in Odisseo. Gli antichi eruditi lo identificarono con l’aedo anonimo menzionato nell'Odissea e attivo presso la reggia di Agamennone; più spesso videro in lui una controfigura di Omero. Demodoco è l'altra grande figura di aedo immortalata dall'Odissea. L'Iliade, al contrario, non conosce alcun cantore di professione: l'unico riferimento alla poesia aedica si trova nel libro IX, in cui Achille viene ritratto mentre suona la cetra.

Gli aedi

Esaminando i due poemi, molti studiosi hanno riconosciuto la prova della diversa concezione che gli aedi avevano di sé: nell'Illiade, gli unici degni di cantare le gesta eroiche sono gli eroi stessi; nell'Odissea, invece, l'aedo sembra avere una coscienza più matura del proprio ruolo sociale, al punto da ritrarre se stesso nelle figure professionali di Femio e Demodoco.

Il cavallo

L'episodio era raccontato nella perduta "Piccola Iliade", dove l'ordine di costruire la trappola veniva impartito da Atena; è inoltre ben noto alla letteratura successiva, non solo greca (come a Virgilio), e fin da molto presto anche all'arte, a partire dal 700 a. C. ca.

Virgilio

L'inganno del cavallo

Eneide II, vv. 40-66; 145-234

Enea, accolto da Didone, è invitato a raccontare gli eventi conclusivi della guerra di Troia. Egli acconsente e rievoca l'inganno escogitato da Ulisse e dagli altri Greci per prendere la città.

Eneide II, vv. 40-52

aut hoc inclusi ligno occultantur Achivi,aut haec in nostros fabricata est machina muros, inspectura domos uenturaque desuper urbi, aut aliquis latet error; equo ne credite, Teucri.

O chiusi in questo legno si tengono nascosti Achei, o questa macchina è fabbricata a danno delle nostre mura, per spiare le case e sorprendere dall'alto la città, o cela un'altra insidia: Troiani, non credete al cavallo.

Eneide II, vv. 40-52

Laocoon ardens summa decurrit ab arce, et procul "o miseri, quae tanta insania, ciues? creditis avectos hostis? aut ulla putatis dona carere dolis Danaum? sic notus Ulixes?

e di lungi: "Sciagurati cittadini, quale così grande follia? credete partiti i nemici? o stimate alcun dono dei Danai privo d'inganni? Così conoscete Ulisse?

Per primo accorre, davanti a tutti, dall'altodella rocca Laocoonte adirato, seguito da una grande turba;

Eneide II, vv. 40-52

quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis."sic fatus validis ingentem viribus hastam in latus inque feri curvam compagibus alvum contorsit. Stetit illa tremens, uteroque recusso insonuere cavae gemitumque dedere cavernae.

Di qualunque cosa si tratti, ho timore dei Danai anche se recano doni". Disse, e avventò con vigore gagliardo la grande asta al fianco della fiera ed al ventre dalle curve giunture. Quella s'infisse vibrando e dall'alvo percosso risuonarono le cavità e diedero un gemito le caverne.

Eneide II, vv. 53-66

et, si fata deum, si mens non laeva fuisset,impulerat ferro Argolicas foedare latebras, Troiaque nunc staret, Priamique arx alta maneres. Ecce, manus iuvenem interea post terga revinctum pastores magno ad regem clamore trahebant Dardanidae,

E se i fati degli dei, se la nostra mente non era funesta, egli ci aveva sospinti a violare il nascondiglio argolico con il ferro; oggi Troia si ergerebbe, e tu, alta rocca di Priamo, dureresti ancora. Intanto dei pastori dardanidi traevano al re con grande clamore un giovane, con le mani legate sul dorso,

Eneide II, vv. 53-66

qui se ignotum venientibus ultro, hoc ipsum utTroiamque aperiret Achiuis, obtulerat, fidens animi atque in utrumque paratus, seu versare dolos seu certae occumbere morti.

che ignoto s'era offerto a chi veniva, per tramare proprio questo, aprire Troia agli Achei, risoluto d'animo e pronto ad entrambe le sorti, ordire inganni o incontrare sicura morte.

Eneide II, vv. 53-66

undique visendi studio Troiana iuventuscircumfusa ruit certantque inludere capto. Accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno disce omnis.

Per desiderio di vedere, la gioventù troiana s'affolla ed accorre da tutte le parti, e gareggiano a schernire il prigioniero. Ora ascolta le insidie dei Danai e dal crimine di uno solo, conoscili tutti.

Eneide II, vv. 67-194 (compendio)

Sinone, mentendo, racconta che Ulisse, a lui ostile, aveva spinto l'indovino Calcante a sceglierlo come vittima sacrificale per ottenere venti propizi al ritorno in patria. Egli tuttavia era riuscito a sottrarsi alla cerimonia già allestita, fuggendo tra le paludi. Il Greco conclude il suo racconto con un'appassionata richiesta di compassione per le proprie sciagure e spiega a Priamo che si tratta di una semplice offerta ad Atena perché Ulisse e Diomede si erano macchiati di una grave colpa nei confronti della stessa. Atena, che complotta con i Greci, dà un ulteriore segno.

Eneide II, vv. 195-208

Talibus insidis periurique arte Sinonis credita res, captique dolis lacrimisque coactis quos neque Tydides nec Larisaeus Achilles, non anni domuere decem, non mille carinae.

Grazie all'arte insidiosa dello spergiuro Sinonela storia fu creduta: e coloro che Achille e il Tidide e dieci anni e migliaia di navi non riuscirono a vincere, li vinsero la frode e le lagrime finte d'un Greco ingannatore.

Eneide II, vv. 195-208

Hic aliud maius miseris multoque tremendum obicitur magis atque improvida pectora turbat. Laocoon, ductus Neptuno sorte sacerdos, sollemnis taurum ingentem mactabat ad aras.

Qui un nuovo avvenimento, più grande e molto più orrendo, si offre agli sventurati, e turba i cuori sorpresi. Laocoonte, sacerdote tratto a sorte a Nettuno, immolava un grande toro presso le are solenni.

Eneide II, vv. 195-208

ecce autem gemini a Tenedo tranquilla per alta (horresco referens) immensis orbibus angues incumbunt pelago pariterque ad litora tendunt; pectora quorum inter fluctus arrecta iubaeque sanguineae superant undas, pars cetera pontum pone legit sinuatque immensa volumine terga.

Ma ecco da Tenedo in coppia per le profonde acque tranquille -inorridisco a raccontarlo- due serpenti con immense volute incombono sul mare, e parimenti si dirigono alla riva; i petti erti tra i flutti e le creste sanguigne sovrastano le onde; tutta l'altra parte sfiora il mare da tergo e incurva in spire gli enormi dorsi;

Eneide II, vv. 209- 223

Illi agmine certo Laocoonta petunt; et primum parva duorum corpora natorum serpens amplexus uterque implicat et miseros morsu depascitur artus; post ipsum auxilio subeuntem ac tela ferentem corripiunt spirisque ligant ingentibus; et iam bis medium amplexi, bis collo squamea circum terga dati superant capite et ceruicibus altis.

I serpenti con marcia sicura si dirigono su Laocoonte; e prima l'uno e l'altro serpente avvinghiano i piccoli corpi dei due figli e li serrano, e a morsi si pascono delle misere membra; poi afferrano e stringono in grandi spire lui che sopraggiunge in aiuto e brandisce le armi; avvintolo due volte alla vita, e attortisi al collo due volte con le terga squamose, sovrastano con il capo e con l'alte cervici.

Eneide II, vv. 209- 223

pars cetera pontum pone legit sinuatque immensa volumine terga.

fit sonitus spumante salo; iamque arva tenebantardentisque oculos suffecti sanguine et igni sibila lambebant linguis vibrantibus ora. Diffigimus visu exsangues.

tutta l'altra parte sfiora il mare da tergo e incurvain spire gli enormi dorsi; scroscia il gorgo schiumante.

E già approdavano, e iniettati di sangue e di fuoco gli occhi che ardevano, lambivano con lingue vibrate le bocche sibilanti. Fuggiamo esangui a quella vista.

Eneide II, vv. 209- 223

Ille simul manibus tendit divellere nodos perfusus sanie vittas atroque veneno, clamores simul horrendos ad sidera tollit:

Egli si sforza di svellere i nodi con la forza delle mani, cosparso le bende di sangue corrotto e di nero veleno, e leva orrendi clamori alle stelle:

Eneide II, vv. 223-234

qualis mugitus, fugit cum saucius aram taurus et incertam excussit cervice securim. At gemini lapsu delubra ad summa dracones effugiunt saevaeque petunt Tritonidis arcem, sub pedibusque deae clipeique sub orbe teguntur.

quali i muggiti d'un toro ferito che fugge dall'ara, e scuote via dal collo la scure malcerta. Scrisciando in coppia i due draghi fuggono verso l'alto santuario e muovono verso la rocca della crudele Tritonide; si acquattano ai piedi della dea e sotto il cerchio delo scudo.

Eneide II, vv. 223-234

tum vero tremefacta novus per pectora cunctis insinuat pavor, et scelus expendisse merentem Laocoonta ferunt, sacrum qui cuspide robur laeserit et tergo sceleratam intorserit hastam. Ducendum ad sedes simulacrum orandaque divae numina conclamant. Dividimus muros et moenia pandimus urbis.

Allora a tutti s'insinua nei petti tremanti un nuovo timore, e dicono che Laocoonte ha pagato giustamente il delitto, poiché ha violato con la punta il legno sacro, e avventato al fianco la lancia delittuosa. Gridano che si deve condurre al tempio il simulacro e pregare il nume della dea. Apriamo una breccia nelle mura e spalanchiamo la cinta della città.

I contenuti del testo

Ci sono tantissimi racconti del famosissimo evento del cavallo di Troia nell’Odissea. Uno di questi allieta il banchetto alla corte di Alcinoo, dove Odisseo è arrivato dopo aver fatto naufragio sull’isola. È l’aedo Demodoco che narra la vicenda in versi cantandola di fronte all’eroe di Itaca e a tanti altri commensali. Le sue parole sono riportate in maniera indiretta e occupano pochi versi (libro VIII, vv. 500-520), che però rievocano l’intera vicenda, dal momento in cui le navi salpano a quello della devastazione della rocca. I troiani, pur avendo qualche sospetto, non verificano se ci sia qualcosa nel cavo ventre dell’animale di legno: tra loro, infatti, prevale chi lo ritiene un semplice dono su chi vorrebbe trafiggerlo con delle lance.

F. Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo (1814-16)

"vecchio padre"

Teti, che ha partorito Achille dopo le nozze con il mortale Peleo, si è ritirata a vivere accanto al padre Nereo nella profondità delle acque del mar Egeo.

Pierre Rogat, Teti immerge Achille nello Stige, 1788, Parma, Accademia di Belle Arti.

Il gruppo statuario del Laocoonte

Venne ritrovato nel 1506 a Roma sull'Esquilino e subito identificato con il Laocoonte descritto da Plinio come il capolavoro degli scultori di Rodi Agesandros, Athanodoros e Polydoros. Giulio II (1503-1513) la acquistò per il Cortile delle Statue, facendone il fulcro ideologico del programma decorativo. Molto dibattuta è la cronologia del capolavoro marmoreo, per il quale sembra ora prevalere una datazione intorno al 40-30 a.C.

Deifobo

Secondo Apollodoro, Deifobo è il terzo figlio maschio di Priamo ed Ecuba, dopo Ettore e Paride, ovvero il loro sesto figlio. Sin da fanciullo mostrò un carattere piuttosto rude, ma soprattutto ben predisposto all'arte della guerra.

Achille uccide Ettore con Atena nelle vesti di Deifobo sopra di loro, dipinto di Rubens.

Il ghéras

La conquista del pubblico riconoscimento (il prestigio della timé) esige un segno tangibile ed evidente a tutti: può essere - come abbiamo visto - l’arma sottratta al nemico, oppure un «premio» (gheras), derivato dalla spartizione del bottino fra tutti coloro che hanno preso parte a un’impresa collettiva conclusa con successo. Il «premio» costituisce la certificazione visibile del valore dimostrato nel combattimento, è una sorta di “carta di identità” dell’eroe.

Il cane nei poemi è a volte disprezzato, è un mangiatore di cadaveri, altre volte considerato una presenza di casa (Telemaco ha dei cani, Eumeo ha dei cani, e questi animali accompagnano gli uomini a caccia). Odisseo ha già incontrato altri cani: quelli "magici" d'oro e d'argento creati da Efesto alla corte di Alcinoo nell'Odissea, i lupi che si comportano come cani presso la casa di Circe e quelli che gli abbaiano contro presso il capanno di Eumeo.

"Andammo a Tebe"

Tebe Ipoplacia, città a sud di Troia in una zona costiera di fronte a Lesbo governata da Eezione, padre di Andromaca.

Analisi del testo

Dopo la parte più sostanziale del pasto, era allora che l'aedo cantava, ed era in attesa di richieste. E la prima richiesta è fatta nei vv. 487-98 da colui che lo aveva gratificato. Demodoco lo riconosceva dalla voce. Ulisse rinvitò Demodoco a cambiare tema invito che Demodoco accetta ed esegue, non deve far pensare che si trattasse di improvvisazione. Sotto consiglio di Ulisse, Demodoco canterà la costruzione del cavallo di legno che Epeo fece insieme con Atena.

"[...] da quando l'empio Tidide e l'inventore di misfatti Ulisse, accinti a strappare dal sacro tempio il fatale Palladio, uccise le sentinelle del sommo della rocca, rapirono la sacra effigie e con le mani insanguinate osarono toccare le virginee bende della dea, da allora la speranza dei Danai rifluì e si ritrasse dileguando, infrante le forze, avversa la mente della dea. "

Giambattista Tiepolo e Villa Valmarana

Giambattista Tiepolo (Venezia, 1696 - Madrid, 1770) nel 1757 realizzò la decorazione di Villa Valmarana presso Vicenza, decorando nel corpo principale la sala centrale e i quattro ambienti attigui detti Sala dell'Iliade, Sala dell'Eneide, Sala dell'Orlando Furioso e Sala della Gerusalemme liberata.

Servi senza padrone: il sovvertimento di uno schema

Odisseo deve affrontare la riconquista della sua stessa casa, occupata non solo dai pretendenti ma anche da servitù votata da un altro servizi. Il brutale Melazio, il capraio che Odisseo ha appena incontrato è il simbolo di un avvenuto cambiamento nelle linee di comando del palazzo e del territorio, e lo stato di abbandono in cui versa Argo è sintomo del fatto che nessuno si occupa dell'oikos. Non c'è più il padrone in casa e le serve non si occupano più dell'animale; l'amara constatazione di Eumeo ai vv. 320-321, per cui i servi, in assenza del padrone, non lavorano come si deve, ha un'intonazione sentenziosa e proverbiale. Nella società omerica, solo se c'è un padrone che dà ordini il sottoposto è produttivo. Il cane fedele non vivrà abbastanza per assistere a un ulteriore, definitivo sovvertimento.

Servi senza padrone: il sovvertimento di uno schema

Odisseo deve affrontare la riconquista della sua stessa casa, occupata non solo dai pretendenti ma anche da servitù votata da un altro servizi. Il brutale Melazio, il capraio che Odisseo ha appena incontrato è il simbolo di un avvenuto cambiamento nelle linee di comando del palazzo e del territorio, e lo stato di abbandono in cui versa Argo è sintomo del fatto che nessuno si occupa dell'oikos. Non c'è più il padrone in casa e le serve non si occupano più dell'animale; l'amara constatazione di Eumeo ai vv. 320-321, per cui i servi, in assenza del padrone, non lavorano come si deve, ha un'intonazione sentenziosa e proverbiale. Nella società omerica, solo se c'è un padrone che dà ordini il sottoposto è produttivo. Il cane fedele non vivrà abbastanza per assistere a un ulteriore, definitivo sovvertimento.

"la donna"

Si tratta di Briseide, strappata ad Achille e condotta via dagli araldi, era un γέρας, una parte riservata ad Achille del bottino ricavato dalle scorribande nei territori attorno a Troia.

Vicenza, Villa Valmarana ai Nani, "Briseide viene condotta al cospetto di Agamennone". Affreschi di Giambattista Tiepolo, 1756 - 1757.

Epeo

Nell’Odissea egli è ricordato in due occasioni come il costruttore del cavallo di Troia. Nel primo passo l’eroe viene menzionato nella richiesta che Odisseo fa a Demodoco: «canta l’ideazione del cavallo di legno che una volta Epeo fabbricò con l’aiuto di Atena e che il nobile Ulisse portò a mo’di trappola sulla rocca, dopo averlo affollato di eroi che saccheggiarono Ilio» (Omero, Odissea, VIII, 492-495). Nel secondo passo invece Odisseo, sceso nell’Ade, narra ad Achille la sorte del figlio Neottolemo, ricordando come egli abbia preso posto, con grande coraggio, all’interno del cavallo fabbricato da Epeo (Omero, Odissea, XI, 523).

L'istinto di Argo

A Itaca nessuno riconosce Odisseo immediatamente, il cane Argo è il solo a cogliere subito, sebbene Odisseo abbia l'aspetto di un mendicante, che la persona che gli sta di fronte è il padrone rimasto lontano vent'anni. La poesia omerica mostra qui di non essere costruita solo attorno a epiche battaglie o viaggi meravigliosi, ma che riesce a registrare anche i segni impercettibili di una scena di vita quotidiana. Argo è un cane diverso dagli altri che troviamo nei poemi, l'unico a meritarsi un nome, e può essere letto anche come un alter ego dell'eroe: come lui è intelligente e scaltro ed è stato veloce nonostante le sue pessime condizioni.

Demodoco

Demodoco (Δημóδoκος) è un aedo che frequenta la corte di Alcinoo, il re dei Feaci dell'isola Scheria. Durante la permanenza di Odisseo sull'isola Demodoco canta tre episodi. Due di questi sono tratti dal ciclo della guerra di Troia.

Il gruppo statuario del Laocoonte

Venne ritrovato nel 1506 a Roma sull'Esquilino e subito identificato con il Laocoonte descritto da Plinio come il capolavoro degli scultori di Rodi Agesandros, Athanodoros e Polydoros. Giulio II (1503-1513) la acquistò per il Cortile delle Statue, facendone il fulcro ideologico del programma decorativo. Molto dibattuta è la cronologia del capolavoro marmoreo, per il quale sembra ora prevalere una datazione intorno al 40-30 a.C.

Apollo del Belvedere, 350 a. C., Musei Vaticani

Argo muore solo

La morte di Argo occupa un solo esametro ma ha il sapore di una morte da eroe dell'Iliade, perché lo prende "il destino di nera morte" (v.326). Il motivo della morte di una figura legata all'eroe nel momento del suo ritorno a casa è inoltre folclorico e diffuso.

Analizzando questa scena è stato messo in evidenza un aspetto che rende questa scena ancora più malinconica: nonostante le lacrime dell'eroe, Argo non riceve da Odisseo nessun segno di affetto. Odiesseo ne loda la bellezza ma è costretto a volgere lo sguardo altrove. Argo, alla fine, muore nella sua solitudine della sua vecchiaia: nessuno si rivolge a lui, nessuno lo chiama per nome.