Miti e leggende della nostra amata Sicilia
INDICE LEGGENDARIO
Leggenda bonus
La ninfa Zizza e il pastore Lembasi
La costruzione della Chiesa del Mazzaro
Luoghi tipici di San Cataldo
La leggenda delle tre ninfe
Alla scoperta dei tesori di Gela
La leggenda del lago di Biviere
Leggende siciliane: dame e cavalieri
Castelluccio di Gela
corsista maria ciancio
INIZIA
la ninfa zizza e il pastore lembasi
Leggende e miti popolari
La leggenda narra di una storia impossibile tra Zizza una fanciulla semplice ma molto bella e il pastorello Lembasi.
Si narra che in un antico borgo una fanciulla di nome Zizza ed un pstorello di nome Lembasi si amavano alla follia ma ...
il prepotente ricco signore Mieliteio fece rapire la bella Zizza per averla tutta per se. Zizza per sfuggire al bruto signore che l'aveva fatta rapire, implorò la dea Diana di trasformarla in una fontana. Lembasi disperato per aver perso per sempre la sua amata Zizza chiese al dio Zeus di trasformarlo in un fiume per riabbracciare la sua amata per sempre.
La leggenda delle tre Ninfe: Ecco come è nata la Sicilia di Graziella Di Re
INIZIA
La leggenda delle tre Ninfe: Ecco come è nata la Sicilia di Graziella Di Re
IL MITO
Secondo un antico mito,si narra che la Sicilia è nata dalla danza di tre Ninfe.Andavano in giro per il mondo attraversando il mare,danzando e rafforzando ogni giorno ognuna un proprio dono per la Terra da destinare. Finalmente un giorno,le tre Ninfe dopo tanto peregrinare si imbatterono in una regione dal cielo azzurro e limpido e nè restarono affascinate. Attrate da questa terra luminosa, queste divinità iniziarono a danzare lanciando contemporaneamente sulla terra il proprio dono che avevano custodito e maturato durante il loro viaggio nella vita. Iniziarono così a ballare sulla terra e sulle acque del mare, formando un triangolo. E' allora che dalla loro danza inizia ad emergere un' isola con i suoi tre promontori, ognuno nei punti in cui ciascuna ninfa aveva danzato. I promontori di cui si parla sono le punte più estreme della Sicilia, proprio quelle che le danno la famosa forma triangolare.
Capo Peloro a Nord-Est,Capo Passero a Sud- Est e Capo Lilibeo ad Ovest. I doni delle ninfe che le Ninfe avevano custodito per tanto tempo formarono,secondo questa antica leggenda, i tre promontori che oggi tutti conosciamo.Proprio così nasce la Sicilia,una terra sempre soleggiata a forma di triangolo rovesciato, dal clima mite e dalla terra fertile. Da qui, probabilmente, nasce uno degli antichi nomi della Sicilia, Trinacria, proprio per far riferimento ai tre vertici del triangolo da cui è nata l' isola.
Per ringraziare le ninfe, gli dei decisero di creare la Sicilia come dimora eterna per loro, donando all'isola la bellezza dei paesaggi, la ricchezza naturale e la protezione divina.
Alla scoperta dei tesori di Gela
INIZIA
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Le leggende Siciliane: Dame e Cavalieri di Drogo Silvia
PARTE 1
uesta è la storia di un amore perduto, che ha come luogo Naro un paese della nostra bella sicilia dove si racconta che: tanto tempo fa una giovane e bellissima ragazza che si chiamava Giselda, dai capelli neri e gli occhi azzurri viveva in un bellissimo castello, il castello Chiaramonte di Naro, un paese della provincia di Agrigento, questa giovane donna era sposata a un uomo duro di cuore che era il signorotto del luogo, si chiamava Giovanni Calvello.
PARTE 2
a giovane Giselda ben presto si allontanò da lui e si innamorò del suo paggio. Giovane e di umili origini di grande bellezza il suo nome era Beltrando. I due giovani cominciarono a vedersi in segreto, ma una notte mentre Beltrando stava suonando una melodia con il liuto alla sua amata, viene catturato e ucciso dal marito di lei.
PARTE 3
iovanni poi, chiude Giselda nella torre più alta del castello, e da ordini che la moglie venga isolata da tutti e che nemmeno la servitù abbia contatti con lei, a quel punto il dolore della giovane è tale che lei decide di lasciarsi morire. ancora oggi si racconta che il suo bianco fantasma nelle notti di luna piena vaghi sulla terrazza e in cima alle torri in cerca del suo amore perduto.
Teresa Faraci da Mazzarino
INIZIA
Si narra che tali oggetti sacri furono sotterrati per evitarne la distruzione, a seguiuto dell'editto iconoclasta del 730 d.C. dell'imperatore di Costantinopoli Leone lll. E nonostante fossero passati quasi 4 secoli, miracolosamente la candela era ancora accesa e il dipinto non era affatto logoro o segnato dal tempo.
Leggende mazzarinesi. Parte 1: uno strano ritrovamento.
orreva l'anno 1125, in un bosco, dove ora si trova l'odierno Mazzarino, un pastore mentre faceva pascolare i suoi maialini nel bosco, godendosi nella propria semplicità la verdeggiante collina e le sottostanti campagne, si accorse che una di quelle bestie si stava allontanado dalle altre, e piegata sulle gambe anteriori, scavava col grugno nel suolo. Il pastore cercò di smuoverla, di spingerla, ma nulla il maialino non si fermava. Scavando scavando aveva perforato il suolo facendo un buco. Curiosando e guardando dentro, rimase stupito nel vedere che il buco portava ad un sotterraneo, vi scese e vide il chiarore di una candela ancora accesa con accanto l'immagine della Madonna delle Grazie dipinta sul legno seduta fra le sante siciliane Agata e Lucia. Sbigottito il pastore corre ad annunziare l'accaduto a chiunque incontra. E roprio lì dove fu rinvenuto il dipinto, gli abitanti della città eressero un Santuario.
Leggende mazzarinesi. Parte 2: la costruzione del santuario
Dopo alcuni giorni di lavoro e molti viaggi, con carichi pesantissimi sulle spalle, i somarelli sembravano piuttosto affaticati, così gli operai, per compassione o pietà, tolsero le selle e i carichi pesanti per farli un po' riposare. In un atimo che le selle furono tolte i somarelli sparirono in una fiammata. Quelli infatti non erano somarelli ma diavoli che erano stati catturati e trasformati. Non potendo più usurfuruire dei magigi somarelli, la costruzione del santuario andò un po' a rilento.
econdo la leggenda, nel tempo in cui si costruiva il tempio della Madonna del Mazzaro, venivano trasportate legna, pietre e calce alla fornace di Papparella e da questa veniva trasportata la calce al luogo della costruzione. Per il trasporto venivano utilizzati dei somari. Il Reverendo Ludovico Napoli disse agli operai di caricare i somari pure con pesi enormi e raccomandò che mai, in nessun caso, dovevano togliare la sella ai somarelli. Questo destò parecchia curiosità, ma gli operai obbediono, anzi durante i vari viaggi si divertirono a duplicare e triplicare i pesi. Le bestie non sembravano avere problemi, solo ogni tanto mostravano segni di affaticamento.
Leggende mazzarinesi. Parte 3: Martinello torna a belare
Quando poi il Reverendo ritornò, con premura iniziò a cercare il suo grazioso agnellino. Gira e rigira, chiama e richiama, ma di Martinelllo non c'è traccia. Provò anche a chiedere agli operai, ma questi affermarono di averlo visto cadere nella fornace e di non aver fatto in tempo a salvarlo. Il servo di Dio preoccupatissimo si avvicinò alla fornace e chiamò "Martinello, Martinello!". Un brivido di terrore percorse gli operai quando videro la bestiola saltare fuori incolume.
l Rev. Napoli era solito condurre con se un agnellino, verso cui nutriva un particolare affetto. Un giorno, esattamente un lunedì, mentre si trovava vicino la fornace di calce, avvertì forti dolori al fianco che lo costrinsero a tornare in Convento. Martinello, così si chiamava la bestiolina, era rimasto a brucare l'erba vicino la fornace. Il santuario non era ancora affatto pronto, e gli operai, forse stimolati salla fame, vedendo l'agnellino ben nutrito, non ci pensarono due volte a prenderlo, ad ucciderlo, arrostirlo e mangiarlo allegramente. Poi, per eliminare le prove, gettarno le sue ossa, gli avanzi e persino la campanella che l'agellino aveva al collo nella fornace con la calce.
LUOGHI TIPICI DI SAN CATALDO (Foresta Maria Anna)
INIZIA
"Quartiere Forca"
Inizialmente San Cataldo era formata da casolari che erano situati attorno al palazzo del principe, poi si trasformò in villaggio, dopo in paese e adesso in una città. Le prime abitazioni furono costruite in una collinetta denominata "quartiere Forca" situato su uno sperone roccioso dove c'erano anche delle grotte sottostanti. Da leggende popolari si racconta che in prossimità del palazzo c'era anche una forca che serviva a scoraggiare i malviventi a compiere azioni illegali. Il paese con il trascorrere del tempo cresceva in estensione e la popolazione aumentava.
TORRE CIVICA
Difficilmente a dirsi quando fu innalzata la torre civica, benchè la sua funzione fosse legata al controllo del territorio e alla scansione del tempo. Nel 1780 fu installato l'orologio con quattro quadranti e nel 1959 la torre fu abbattuta e successivamente ricostruita. Il flusso quadrangolare, coronato da una merlatura guelfa, poggia su un ampio basamento composto da quattro riquadri, l'ultimo dei quali si fregia di ospotare l'orologio. In precisi momenti della giornata le tre campane intonano il fischio dei sancataldesi, "vagabunnu va travaglia", un invito ai fannulloni a darsi da fare per non tradire la nomea degli abitanti conosciuti per essere persone laboriose. La posizione panoramica permette di spaziare verso i quartieri del centro storico quali la Madrice, il Rosario, Cristo Re, Monte Babbaurra e allungare lo sguardo verso l'Etna e Calascibetta.
La leggenda del LAGO BIVIERE Gela
INIZIA
Un ricco possidente di Manfria aveva molti figli tra i quali spiccava una giovane fanciulla bionda dall’aspetto esile e con occhi azzurri.
Era di una bellezza come poche se ne vedevano in terra siciliana.
Non molto lontano, viveva un’altra famiglia dedita alla pastorizia.
Un giorno la bella fanciulla sentí dalla finestra una dolce melodia provenire dalla campagna e vi scorse un bel giovanotto che faceva pascolare il suo gregge e suonava con lo zufolo.
La fanciulla scese di corsa per incontrarlo e farsi dire il nome di quella musica ma il contadino le rispose che lui suonava semplicemente quello che il suo cuore gli dettava. I due si strinsero la mano per salutarsi prima di tornare a casa e in quel frangente in cui le loro mani si sfiorarono, sentirono una strana sensazione che li fece arrossire.
Ogni giorno che passava, la fanciulla usciva di casa per incontrarlo e poter ascoltare la sua musica fino a che i due si innamorarono perdutamente l’uno dell’altra.
Un giorno il padre di lei, fece ritorno a casa prima del previsto e li sorprese insieme. L’ira del padre, che mal vedeva il legame della figlia con un semplice pastorello, fu tale che decise di imprigionarli nella fossa sotterranea dove di solito tenevano il frumento, con solo pane e acqua. I due non riuscivano a fare a meno l’uno dell’altra e perciò il padre decise di mandare dei malfattori nella casa del giovane pastore per uccidere tutta la sua famiglia ma questi uccisero solo i genitori mentre i figli riuscirono a fuggire e a trovare riparo presso la contrada Mignechi, tra i canneti. Purtroppo peró furono poi trovati e uccisi.
L’uccisione fu talmente crudele che perfino gli Angeli irruppero in un pianto a dirotto fino a far nascere un grande lago con le loro lacrime. Dal sangue di quei due giovani innocenti e dalle lacrime degli Angeli nacquero delle bellissime piante. Quel luogo fu chiamato” Biviere” dal latino “Vivarium” ossia vivaio.
Da quel giorno tante specie animali sono attratti dalla bellezza di quel lago e qui vi si rifugiano poiché si sentono sicuri e protetti.
INIZIA
CASTELLUCCIO DI GELA
Il Castelluccio di Gela: luogo misterioso tra leggenda e realtà
C’era una volta una bella Castellana dalla lunga chioma nera che viveva in un misterioso maniero, il Castelluccio di Gela, collocato a pochi chilometri dalla città. Indossava un meraviglioso manto bicolore, azzurro all’interno e verde all’esterno, allietando contadini e passanti con i suoi canti melodiosi. La bella Castellana si occupava della servitù e si prendeva cura dei cavalli che raggiungevano numerosi il maniero durante le riunioni del padrone, suo marito. Gli uomini ne erano irresistibilmente attratti, ma chiunque tentasse di avvicinarla scompariva nel nulla. La leggenda della bella Castellana lo ha infatti reso immortale e affascinante, senza contare che da qui si gode un panorama mozzafiato. Il Castelluccio, posizionato com’è sulla sommità di un colle, domina infatti la piana di Gela. La leggenda del Castelluccio di Gela narra di un cavaliere armato che si aggirava spesso intorno a questo luogo misterioso, senza che mai nessuno, tra i contadini che lavoravano nei dintorni, fosse riuscito ad avvicinarlo. Anche la bella Castellana, nonostante la sua avvenenza, destava timore perché chiunque provasse a raggiungerla non faceva più ritorno.Era una figura singolare, bella, ma anche crudele, severissima con i servitori, ambigua, sfuggente.
Fatta eccezione per le riunioni d’armi del Signorotto, nessuno faceva visita al Castelluccio. I nobili che volevano discutere di affari con lei preferivano inviarle dei messaggeri, che puntualmente scomparivano nel nulla prima di far ritorno. Stessa sorte capitava ai colombi viaggiatori.
Non solo, secondo i contadini tra le mura del castello si aggiravano strane ombre, forse spaventosi fantasmi di epoche lontane. Forse per proteggere, secondo i locali, a trovatura, il prezioso tesoro. Tuttavia nessuno è mai riuscito, nel corso dei secoli, a trovare l’ambito forziere o alcun documento in merito, nemmeno spulciando le tante leggende popolari di Gela.
STAGIONI
IL
DELLE
MITO
INIZIA
Autunno
Inverno
Primavera
Estate
Il mito delle stagioni nasce proprio qui in Sicilia, ed in particolare a Enna presso il lago di pergusa
I protaginisti di questa leggenda sono:
Quando Persefone, figlia di Demetra, Dea della natura e di Zeus, re degli Dei, era ancora piccola venne portata dalla mamma a vivere in Sicilia e lì crebbe in mezzo ai campi, ai boschi, in mezzo alla natura. All'età di 17 anni Persefone è diventata ormai una ragazza bellissima e un giorno come tanti, andò a raccogliere dei fiori e lei era felice.
All'improvviso la terra si squarciò, e ne uscì Ade, Dio degli Inferi, appena vide la bella Persefone, se ne immamorò e decise di rapirla e portarla nel suo oscuro regno con la sua carrozza e il suo temibile cavallo infernale.
Demetra girò tutta l'intera isola della Sicilia per cercare la figlia e girò addirittura tutto il mondo. Demetra era la dea dell'agricoltura e in questo viaggio trascura la cura dei campi, la vegetazione e i raccolti iniziano a morire. Un giorno, incontra Ermes che le racconta di aver visto sua figlia Persefone nel mondo dei morti, lei è diventata la moglie di Ade, a questo punto Demetra si precipita verso il cancello degli inferi per riavere sua figlia.
Persefone si è ambientata abbastanza in fretta, pure il temibile Cerbero, il cane infernale a tre teste, si è affezionata a lei. Anche Ade sembra divertirsi finchè il suo fidato corvo non arriva per consegnare un messaggio.
Ade fa mangiare a Persefone chicchi di melograno. Ma Quando Demetra arriva, è ormai troppo tardi, chi mangia il cibo degli Inferi è costretto a rimanerci.
Demetra allora andò dal sovrano degli Dei, il potente Zeus, per chiedere aiuto.
Zeus convocò Ade per trovare una soluzione in ordine alle lamentele rappresentate da Demetra e sentite le due parti, Zeus sentenziò:
Nei mesi in cui Persefone è con il marito Ade negli Inferi, ovvero durante l'autunno e l'inverno, Demetra è molto triste, gli alberi perdono le foglie, e tutto diviene freddo e i raccolti muoiono.
Nei mesi in cui Persefone ritorna dalla madre, ovvero durante la primavera e l'estate Demetra è molto felice, gli alberi rifioriscono, la natura diviene rigogliosa e i fiori iniziano a sbocciare.
Persefone..
Ma il tempo avanza inesorable, e ben presto fu il 23 settembre, giorno del sostizio d'inverno, il giorno in cui, il freddo e crudele Ade, dio degli Inferi, potrà finalmente riabbracciare la sua consorte. Ed il ciclo continua...
GRAZIE PER L'ATTENZIONE
Ciancio Maria
Di Re Graziella
Saluti dal sottogruppo 3 infanzia
Di Silvestre Melinda
Drogo Silvia
Faraci Teresa
Foresta Maria Anna
Strazzeri Calogera Luana
Trufolo Viviana
Chi mangia il cibo degli inferi è condannato a restarci, tuttavia Persefone ha mangiato solo 6 chicchi di melograno, quindi per accontentare tutti, io Zeus, Re degli Dei, dispongo che la suddetta Persefone resterà sei mesi con suo consorte Ade, divenendo a tutti gli effetti Regina dell'Oltretomba, e gli altri 6 mesi tornerà in superfice dalla madre Demetra.
Zeus.
Per presa visione
Ade
Persefone
Demetra
IL GIUDICANTE
SENTENZA
Demetra sta venendo a riprendersi sua figlia
Persefone è la mia adorata figlia, lei deve stare con me o smetterò di occuparmi della natura e ogni cosa marcirà e i tuoi cari umani senza i frutti della terra moriranno!
Il numero 22 è associato alla follia.
https://sancataldoesancataldesi.altervista.org/la-rivalita-fra-san-cataldo-e-caltanissetta.html
Il mio dono per la Terra è prosperità del mare
Zeus
Re dei Dei, dio dei fenomeni atmosferici, padre di Persefone e fratello di Ade
Credo che sia da quella parte
Persefone è mia moglie e la mia amata Regina, deve stare con me, la sua casa ora sono gli Inferi
Demetra
Dea della natura, dei raccolti e delle messi
Persefone
Dea della Primavera e Regina degli Inferi, figlia di Demetra e Zeus, sposa di Ade
Ermes
Dio messaggero, figlio di Zeus
Questo è lo splendido lago di Pergusa, è chiamato anche lago di sangue
Il mio dono per la Terra è la fertilità
Ade
Dio degli inferi, fratello di Zeus e sposo di Persefone
Nella navata laterale sulla sinistra ci sono le tombe di Marianna Amico Roxas e di Monsignor Cataldo Naro
Il mio dono per la Terra è la saggezza e la protezione
Basilica santuario di Maria Santissima del Mazzaro finalmente completata
Miti e leggende della nostra amata Sicilia
FARACI TERESA
Created on January 23, 2024
Ecco 9 particolari leggende siciliane
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Transcript
Miti e leggende della nostra amata Sicilia
INDICE LEGGENDARIO
Leggenda bonus
La ninfa Zizza e il pastore Lembasi
La costruzione della Chiesa del Mazzaro
Luoghi tipici di San Cataldo
La leggenda delle tre ninfe
Alla scoperta dei tesori di Gela
La leggenda del lago di Biviere
Leggende siciliane: dame e cavalieri
Castelluccio di Gela
corsista maria ciancio
INIZIA
la ninfa zizza e il pastore lembasi
Leggende e miti popolari
La leggenda narra di una storia impossibile tra Zizza una fanciulla semplice ma molto bella e il pastorello Lembasi.
Si narra che in un antico borgo una fanciulla di nome Zizza ed un pstorello di nome Lembasi si amavano alla follia ma ...
il prepotente ricco signore Mieliteio fece rapire la bella Zizza per averla tutta per se. Zizza per sfuggire al bruto signore che l'aveva fatta rapire, implorò la dea Diana di trasformarla in una fontana. Lembasi disperato per aver perso per sempre la sua amata Zizza chiese al dio Zeus di trasformarlo in un fiume per riabbracciare la sua amata per sempre.
La leggenda delle tre Ninfe: Ecco come è nata la Sicilia di Graziella Di Re
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La leggenda delle tre Ninfe: Ecco come è nata la Sicilia di Graziella Di Re
IL MITO
Secondo un antico mito,si narra che la Sicilia è nata dalla danza di tre Ninfe.Andavano in giro per il mondo attraversando il mare,danzando e rafforzando ogni giorno ognuna un proprio dono per la Terra da destinare. Finalmente un giorno,le tre Ninfe dopo tanto peregrinare si imbatterono in una regione dal cielo azzurro e limpido e nè restarono affascinate. Attrate da questa terra luminosa, queste divinità iniziarono a danzare lanciando contemporaneamente sulla terra il proprio dono che avevano custodito e maturato durante il loro viaggio nella vita. Iniziarono così a ballare sulla terra e sulle acque del mare, formando un triangolo. E' allora che dalla loro danza inizia ad emergere un' isola con i suoi tre promontori, ognuno nei punti in cui ciascuna ninfa aveva danzato. I promontori di cui si parla sono le punte più estreme della Sicilia, proprio quelle che le danno la famosa forma triangolare.
Capo Peloro a Nord-Est,Capo Passero a Sud- Est e Capo Lilibeo ad Ovest. I doni delle ninfe che le Ninfe avevano custodito per tanto tempo formarono,secondo questa antica leggenda, i tre promontori che oggi tutti conosciamo.Proprio così nasce la Sicilia,una terra sempre soleggiata a forma di triangolo rovesciato, dal clima mite e dalla terra fertile. Da qui, probabilmente, nasce uno degli antichi nomi della Sicilia, Trinacria, proprio per far riferimento ai tre vertici del triangolo da cui è nata l' isola.
Per ringraziare le ninfe, gli dei decisero di creare la Sicilia come dimora eterna per loro, donando all'isola la bellezza dei paesaggi, la ricchezza naturale e la protezione divina.
Alla scoperta dei tesori di Gela
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Le leggende Siciliane: Dame e Cavalieri di Drogo Silvia
PARTE 1
uesta è la storia di un amore perduto, che ha come luogo Naro un paese della nostra bella sicilia dove si racconta che: tanto tempo fa una giovane e bellissima ragazza che si chiamava Giselda, dai capelli neri e gli occhi azzurri viveva in un bellissimo castello, il castello Chiaramonte di Naro, un paese della provincia di Agrigento, questa giovane donna era sposata a un uomo duro di cuore che era il signorotto del luogo, si chiamava Giovanni Calvello.
PARTE 2
a giovane Giselda ben presto si allontanò da lui e si innamorò del suo paggio. Giovane e di umili origini di grande bellezza il suo nome era Beltrando. I due giovani cominciarono a vedersi in segreto, ma una notte mentre Beltrando stava suonando una melodia con il liuto alla sua amata, viene catturato e ucciso dal marito di lei.
PARTE 3
iovanni poi, chiude Giselda nella torre più alta del castello, e da ordini che la moglie venga isolata da tutti e che nemmeno la servitù abbia contatti con lei, a quel punto il dolore della giovane è tale che lei decide di lasciarsi morire. ancora oggi si racconta che il suo bianco fantasma nelle notti di luna piena vaghi sulla terrazza e in cima alle torri in cerca del suo amore perduto.
Teresa Faraci da Mazzarino
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Si narra che tali oggetti sacri furono sotterrati per evitarne la distruzione, a seguiuto dell'editto iconoclasta del 730 d.C. dell'imperatore di Costantinopoli Leone lll. E nonostante fossero passati quasi 4 secoli, miracolosamente la candela era ancora accesa e il dipinto non era affatto logoro o segnato dal tempo.
Leggende mazzarinesi. Parte 1: uno strano ritrovamento.
orreva l'anno 1125, in un bosco, dove ora si trova l'odierno Mazzarino, un pastore mentre faceva pascolare i suoi maialini nel bosco, godendosi nella propria semplicità la verdeggiante collina e le sottostanti campagne, si accorse che una di quelle bestie si stava allontanado dalle altre, e piegata sulle gambe anteriori, scavava col grugno nel suolo. Il pastore cercò di smuoverla, di spingerla, ma nulla il maialino non si fermava. Scavando scavando aveva perforato il suolo facendo un buco. Curiosando e guardando dentro, rimase stupito nel vedere che il buco portava ad un sotterraneo, vi scese e vide il chiarore di una candela ancora accesa con accanto l'immagine della Madonna delle Grazie dipinta sul legno seduta fra le sante siciliane Agata e Lucia. Sbigottito il pastore corre ad annunziare l'accaduto a chiunque incontra. E roprio lì dove fu rinvenuto il dipinto, gli abitanti della città eressero un Santuario.
Leggende mazzarinesi. Parte 2: la costruzione del santuario
Dopo alcuni giorni di lavoro e molti viaggi, con carichi pesantissimi sulle spalle, i somarelli sembravano piuttosto affaticati, così gli operai, per compassione o pietà, tolsero le selle e i carichi pesanti per farli un po' riposare. In un atimo che le selle furono tolte i somarelli sparirono in una fiammata. Quelli infatti non erano somarelli ma diavoli che erano stati catturati e trasformati. Non potendo più usurfuruire dei magigi somarelli, la costruzione del santuario andò un po' a rilento.
econdo la leggenda, nel tempo in cui si costruiva il tempio della Madonna del Mazzaro, venivano trasportate legna, pietre e calce alla fornace di Papparella e da questa veniva trasportata la calce al luogo della costruzione. Per il trasporto venivano utilizzati dei somari. Il Reverendo Ludovico Napoli disse agli operai di caricare i somari pure con pesi enormi e raccomandò che mai, in nessun caso, dovevano togliare la sella ai somarelli. Questo destò parecchia curiosità, ma gli operai obbediono, anzi durante i vari viaggi si divertirono a duplicare e triplicare i pesi. Le bestie non sembravano avere problemi, solo ogni tanto mostravano segni di affaticamento.
Leggende mazzarinesi. Parte 3: Martinello torna a belare
Quando poi il Reverendo ritornò, con premura iniziò a cercare il suo grazioso agnellino. Gira e rigira, chiama e richiama, ma di Martinelllo non c'è traccia. Provò anche a chiedere agli operai, ma questi affermarono di averlo visto cadere nella fornace e di non aver fatto in tempo a salvarlo. Il servo di Dio preoccupatissimo si avvicinò alla fornace e chiamò "Martinello, Martinello!". Un brivido di terrore percorse gli operai quando videro la bestiola saltare fuori incolume.
l Rev. Napoli era solito condurre con se un agnellino, verso cui nutriva un particolare affetto. Un giorno, esattamente un lunedì, mentre si trovava vicino la fornace di calce, avvertì forti dolori al fianco che lo costrinsero a tornare in Convento. Martinello, così si chiamava la bestiolina, era rimasto a brucare l'erba vicino la fornace. Il santuario non era ancora affatto pronto, e gli operai, forse stimolati salla fame, vedendo l'agnellino ben nutrito, non ci pensarono due volte a prenderlo, ad ucciderlo, arrostirlo e mangiarlo allegramente. Poi, per eliminare le prove, gettarno le sue ossa, gli avanzi e persino la campanella che l'agellino aveva al collo nella fornace con la calce.
LUOGHI TIPICI DI SAN CATALDO (Foresta Maria Anna)
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"Quartiere Forca"
Inizialmente San Cataldo era formata da casolari che erano situati attorno al palazzo del principe, poi si trasformò in villaggio, dopo in paese e adesso in una città. Le prime abitazioni furono costruite in una collinetta denominata "quartiere Forca" situato su uno sperone roccioso dove c'erano anche delle grotte sottostanti. Da leggende popolari si racconta che in prossimità del palazzo c'era anche una forca che serviva a scoraggiare i malviventi a compiere azioni illegali. Il paese con il trascorrere del tempo cresceva in estensione e la popolazione aumentava.
TORRE CIVICA
Difficilmente a dirsi quando fu innalzata la torre civica, benchè la sua funzione fosse legata al controllo del territorio e alla scansione del tempo. Nel 1780 fu installato l'orologio con quattro quadranti e nel 1959 la torre fu abbattuta e successivamente ricostruita. Il flusso quadrangolare, coronato da una merlatura guelfa, poggia su un ampio basamento composto da quattro riquadri, l'ultimo dei quali si fregia di ospotare l'orologio. In precisi momenti della giornata le tre campane intonano il fischio dei sancataldesi, "vagabunnu va travaglia", un invito ai fannulloni a darsi da fare per non tradire la nomea degli abitanti conosciuti per essere persone laboriose. La posizione panoramica permette di spaziare verso i quartieri del centro storico quali la Madrice, il Rosario, Cristo Re, Monte Babbaurra e allungare lo sguardo verso l'Etna e Calascibetta.
La leggenda del LAGO BIVIERE Gela
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Un ricco possidente di Manfria aveva molti figli tra i quali spiccava una giovane fanciulla bionda dall’aspetto esile e con occhi azzurri. Era di una bellezza come poche se ne vedevano in terra siciliana. Non molto lontano, viveva un’altra famiglia dedita alla pastorizia. Un giorno la bella fanciulla sentí dalla finestra una dolce melodia provenire dalla campagna e vi scorse un bel giovanotto che faceva pascolare il suo gregge e suonava con lo zufolo. La fanciulla scese di corsa per incontrarlo e farsi dire il nome di quella musica ma il contadino le rispose che lui suonava semplicemente quello che il suo cuore gli dettava. I due si strinsero la mano per salutarsi prima di tornare a casa e in quel frangente in cui le loro mani si sfiorarono, sentirono una strana sensazione che li fece arrossire.
Ogni giorno che passava, la fanciulla usciva di casa per incontrarlo e poter ascoltare la sua musica fino a che i due si innamorarono perdutamente l’uno dell’altra. Un giorno il padre di lei, fece ritorno a casa prima del previsto e li sorprese insieme. L’ira del padre, che mal vedeva il legame della figlia con un semplice pastorello, fu tale che decise di imprigionarli nella fossa sotterranea dove di solito tenevano il frumento, con solo pane e acqua. I due non riuscivano a fare a meno l’uno dell’altra e perciò il padre decise di mandare dei malfattori nella casa del giovane pastore per uccidere tutta la sua famiglia ma questi uccisero solo i genitori mentre i figli riuscirono a fuggire e a trovare riparo presso la contrada Mignechi, tra i canneti. Purtroppo peró furono poi trovati e uccisi. L’uccisione fu talmente crudele che perfino gli Angeli irruppero in un pianto a dirotto fino a far nascere un grande lago con le loro lacrime. Dal sangue di quei due giovani innocenti e dalle lacrime degli Angeli nacquero delle bellissime piante. Quel luogo fu chiamato” Biviere” dal latino “Vivarium” ossia vivaio. Da quel giorno tante specie animali sono attratti dalla bellezza di quel lago e qui vi si rifugiano poiché si sentono sicuri e protetti.
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CASTELLUCCIO DI GELA
Il Castelluccio di Gela: luogo misterioso tra leggenda e realtà
C’era una volta una bella Castellana dalla lunga chioma nera che viveva in un misterioso maniero, il Castelluccio di Gela, collocato a pochi chilometri dalla città. Indossava un meraviglioso manto bicolore, azzurro all’interno e verde all’esterno, allietando contadini e passanti con i suoi canti melodiosi. La bella Castellana si occupava della servitù e si prendeva cura dei cavalli che raggiungevano numerosi il maniero durante le riunioni del padrone, suo marito. Gli uomini ne erano irresistibilmente attratti, ma chiunque tentasse di avvicinarla scompariva nel nulla. La leggenda della bella Castellana lo ha infatti reso immortale e affascinante, senza contare che da qui si gode un panorama mozzafiato. Il Castelluccio, posizionato com’è sulla sommità di un colle, domina infatti la piana di Gela. La leggenda del Castelluccio di Gela narra di un cavaliere armato che si aggirava spesso intorno a questo luogo misterioso, senza che mai nessuno, tra i contadini che lavoravano nei dintorni, fosse riuscito ad avvicinarlo. Anche la bella Castellana, nonostante la sua avvenenza, destava timore perché chiunque provasse a raggiungerla non faceva più ritorno.Era una figura singolare, bella, ma anche crudele, severissima con i servitori, ambigua, sfuggente. Fatta eccezione per le riunioni d’armi del Signorotto, nessuno faceva visita al Castelluccio. I nobili che volevano discutere di affari con lei preferivano inviarle dei messaggeri, che puntualmente scomparivano nel nulla prima di far ritorno. Stessa sorte capitava ai colombi viaggiatori. Non solo, secondo i contadini tra le mura del castello si aggiravano strane ombre, forse spaventosi fantasmi di epoche lontane. Forse per proteggere, secondo i locali, a trovatura, il prezioso tesoro. Tuttavia nessuno è mai riuscito, nel corso dei secoli, a trovare l’ambito forziere o alcun documento in merito, nemmeno spulciando le tante leggende popolari di Gela.
STAGIONI
IL
DELLE
MITO
INIZIA
Autunno
Inverno
Primavera
Estate
Il mito delle stagioni nasce proprio qui in Sicilia, ed in particolare a Enna presso il lago di pergusa
I protaginisti di questa leggenda sono:
Quando Persefone, figlia di Demetra, Dea della natura e di Zeus, re degli Dei, era ancora piccola venne portata dalla mamma a vivere in Sicilia e lì crebbe in mezzo ai campi, ai boschi, in mezzo alla natura. All'età di 17 anni Persefone è diventata ormai una ragazza bellissima e un giorno come tanti, andò a raccogliere dei fiori e lei era felice.
All'improvviso la terra si squarciò, e ne uscì Ade, Dio degli Inferi, appena vide la bella Persefone, se ne immamorò e decise di rapirla e portarla nel suo oscuro regno con la sua carrozza e il suo temibile cavallo infernale.
Demetra girò tutta l'intera isola della Sicilia per cercare la figlia e girò addirittura tutto il mondo. Demetra era la dea dell'agricoltura e in questo viaggio trascura la cura dei campi, la vegetazione e i raccolti iniziano a morire. Un giorno, incontra Ermes che le racconta di aver visto sua figlia Persefone nel mondo dei morti, lei è diventata la moglie di Ade, a questo punto Demetra si precipita verso il cancello degli inferi per riavere sua figlia.
Persefone si è ambientata abbastanza in fretta, pure il temibile Cerbero, il cane infernale a tre teste, si è affezionata a lei. Anche Ade sembra divertirsi finchè il suo fidato corvo non arriva per consegnare un messaggio.
Ade fa mangiare a Persefone chicchi di melograno. Ma Quando Demetra arriva, è ormai troppo tardi, chi mangia il cibo degli Inferi è costretto a rimanerci.
Demetra allora andò dal sovrano degli Dei, il potente Zeus, per chiedere aiuto.
Zeus convocò Ade per trovare una soluzione in ordine alle lamentele rappresentate da Demetra e sentite le due parti, Zeus sentenziò:
Nei mesi in cui Persefone è con il marito Ade negli Inferi, ovvero durante l'autunno e l'inverno, Demetra è molto triste, gli alberi perdono le foglie, e tutto diviene freddo e i raccolti muoiono.
Nei mesi in cui Persefone ritorna dalla madre, ovvero durante la primavera e l'estate Demetra è molto felice, gli alberi rifioriscono, la natura diviene rigogliosa e i fiori iniziano a sbocciare.
Persefone..
Ma il tempo avanza inesorable, e ben presto fu il 23 settembre, giorno del sostizio d'inverno, il giorno in cui, il freddo e crudele Ade, dio degli Inferi, potrà finalmente riabbracciare la sua consorte. Ed il ciclo continua...
GRAZIE PER L'ATTENZIONE
Ciancio Maria
Di Re Graziella
Saluti dal sottogruppo 3 infanzia
Di Silvestre Melinda
Drogo Silvia
Faraci Teresa
Foresta Maria Anna
Strazzeri Calogera Luana
Trufolo Viviana
Chi mangia il cibo degli inferi è condannato a restarci, tuttavia Persefone ha mangiato solo 6 chicchi di melograno, quindi per accontentare tutti, io Zeus, Re degli Dei, dispongo che la suddetta Persefone resterà sei mesi con suo consorte Ade, divenendo a tutti gli effetti Regina dell'Oltretomba, e gli altri 6 mesi tornerà in superfice dalla madre Demetra.
Zeus.
Per presa visione
Ade
Persefone
Demetra
IL GIUDICANTE
SENTENZA
Demetra sta venendo a riprendersi sua figlia
Persefone è la mia adorata figlia, lei deve stare con me o smetterò di occuparmi della natura e ogni cosa marcirà e i tuoi cari umani senza i frutti della terra moriranno!
Il numero 22 è associato alla follia.
https://sancataldoesancataldesi.altervista.org/la-rivalita-fra-san-cataldo-e-caltanissetta.html
Il mio dono per la Terra è prosperità del mare
Zeus
Re dei Dei, dio dei fenomeni atmosferici, padre di Persefone e fratello di Ade
Credo che sia da quella parte
Persefone è mia moglie e la mia amata Regina, deve stare con me, la sua casa ora sono gli Inferi
Demetra
Dea della natura, dei raccolti e delle messi
Persefone
Dea della Primavera e Regina degli Inferi, figlia di Demetra e Zeus, sposa di Ade
Ermes
Dio messaggero, figlio di Zeus
Questo è lo splendido lago di Pergusa, è chiamato anche lago di sangue
Il mio dono per la Terra è la fertilità
Ade
Dio degli inferi, fratello di Zeus e sposo di Persefone
Nella navata laterale sulla sinistra ci sono le tombe di Marianna Amico Roxas e di Monsignor Cataldo Naro
Il mio dono per la Terra è la saggezza e la protezione
Basilica santuario di Maria Santissima del Mazzaro finalmente completata