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La schiavitù nell'antica Grecia e a Roma

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Created on January 14, 2024

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la schiavitù nel mondo greco e romano

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3. Nell'antica Roma: - Fino al III sec. a.C. - Dalla seconda metà del III sec. a.C. al I sec. a.C. - Come venivano procurati gli schiavi - La vendita a Roma - La vendita di "pezzi singoli" e "in lotti" - Come venivano considerati gli schiavi (III-II sec. a.C.): Catone - Il ruolo degli schiavi - I gladiatori (una categoria particolare) - Diritti degli schiavi - Le punizioni - La manumissio - La prospettiva di Seneca

indice

1. Gli inizi della schiavitù

2. In Omero: - la descrizione - la fonte della schiavitù - il destino degli uomini e delle donne - il rapporto con i padroni - la condizione degli schiavi

3. Nell'antica Grecia: - VIII-VII sec. a.C. - L'origine degli schiavi - V-IV sec. a.C.: l'epoca classica - Le categorie di schiavi - Casi particolari - La posizione giuridica - Le punizioni e la liberazione

1 gli inizi della schiavitù

Nel mondo Greco e in quello Orientale, l’origine della schiavitù risale a tempi antichissimi. Con la decifrazione della “scrittura minoica lineare B” è stata accertata la presenza di schiavi già nel periodo che va dal 1450 al 1200 a.C., come emerge dalle tavolette rintracciate a Pilo e decifrate dagli studiosi inglesi Ventris e Chadwick.

2 in omero

La descrizione

Nell'Iliade e nell'Odissea (gli avvenimenti sono collocabili tra il XIII e l’VIII secolo a.C.) l'istituzione della schiavitù appare ben radicata: il numero degli schiavi è piuttosto limitato e probabilmente destinato solo alle case dei ricchi, solo Ulisse, la cui ricchezza era da considerarsi eccezionale, a possederne un centinalo, tra cui una cinquantina di schiave di palazzo ed una trentina di guardiani d’armenti.

La fonte della schiavitù

La fonte della schiavitù fu la violenza nelle sue varie manifestazioni: la guerra e le azioni di pirateria.Ettore, nell’Iliade, prevedeva con il cuore stretto dall’angoscia il triste destino incombente sulla amata Andromaca nel caso in cui Troia fosse stata espugnata. Secondo quanto si legge in Omero, alcuni prigionieri di guerra venivano riscattati, ma i più venivano venduti come schiavi in terre lontane, secondo le rotte di un commercio regolare che aveva i suoi specialisti nei Fenici. Lo stesso Ulisse narra orgogliosamente di aver spesso fatto man bassa di donne e bambini durante le sue spedizioni e lo stesso Eumeo è figlio di un re di un'isola dell'Egeo rapito e venduto dai pirati

Tu te ne andrai in Argo a tesser la tela per un padrone, ad attinger acqua alla fontana, con il cuore pieno di amarezza, sotto il peso di un crudele destino.

Il rapporto con i padroni

Il destino degli uomini e delle donne

Non esistevano però funzioni svolte esclusivamente dagli schiavi, infatti i medesimi lavori erano compiuti anche dai salariati e dagli stessi padroni. sono frequenti padroni e padrone, e re e regine che svolgono i lavori più umili, fianco a fianco con i loro schiavi (Nausicaa)

Gli uomini erano utilizzati per la coltivazione dei campi e la custodia degli armenti. Ma la schiavitù rurale non era molto frequente e dunque nelle guerre il numero degli uomini risparmiati era molto inferiore a quello delle donne. Le donne, infatti, erano addette in prevalenza ai lavori domestici: cucinavano i cibi e li servivano in tavola, preparavano il bagno e le camere da letto, avevano cura delle persone dei padroni, tessevano, filavano e aiutavano le padrone nelle varie attività femminili e di governo della casa, oltre a servire talvolta per il concubinaggio nel caso esse fossero giovani e graziose.

La condizione degli schiavi

Le relazioni tra padroni e schiavi erano improntate a maggiore umanità rispetto ai secoli successivi: il trattamento degli schiavi omerici è descritto come mite e generoso. Lo schiavo, entrato in casa, diventava quasi parte della famiglia con cui si creava un rapporto di affetto reciproco. A volte lo schiavo si creava una propria famiglia (Eumeo: acquista uno schiavo con i propri risparmi). Non tutti i padroni erano però umani e gli schiavi erano un proprietà del padrone, che aveva tutti i diritti (compreso quello di vita e di morte). Inoltre le giovani schiave diventavano il premio di un concorso sportivo o il dono di ospitalità e riappacificazione.

3 nell'antica grecia

VIII-VII secolo a.C.

Si verificano fatti che influenzano la vita economica e sociale:

  • la colonizzazione del litorale mediterraneo
  • l'introduzione della moneta negli scambi
  • lo sviluppo di alcune produzioni manifatturiere.

Aumenta la varietà dei bisogni da soddisfare e delle specializzazioni richieste sul mercato del lavoro, servono più schiavi sia per il servizio domestico sia per l'industria manifatturiera tessile, dunque l’organizzazione familiare non può più essere sufficiente.

I Greci ricorrono sempre di più al lavoro schiavistico. Ogni casa si trasforma in una sorta di laboratorio, in cui schiavi e schiave dedicavano i loro giorni e spesso le notti a filare, tessere e cucire.

L'origine degli schiavi

Greci: erano debitori insolventi; i bimbi rapiti o esposti e le giovinette vendute venivano generalmente avviati verso gli harem di Susa con le funzioni di eunuchi e di concubine.Sull'isola di Chio, secondo le fonti, in breve tempo si forma il più grande mercato di schiavi non greci. Origine straniera: erano la maggior parte ed erano Siriani, Traci, Sciti, Illiri, Lidi, Maltesi, Persiani, Arabi, Egiziani e Libici. I prezzi di acquisto variavano a seconda delle capacità ed della provenienza: i più cari erano con oltre 300 dracme gli schiavi siriani, considerati particolarmente forti di corpo e svegli di mente.

Le vendite degli schiavi erano annunciate pubblicamente da un araldo o per mezzo d’affissione, in tal modo gli eventuali possessori di diritti potevano opporsi.In ogni città esisteva un luogo apposito per le compravendite che, sembra, potevano svolgersi solo nel primo giorno di ogni mese. Le malattie gravi dello schiavo (tubercolosi e epilessia), dovevano essere dichiarate dal venditore, l’acquirente per verificare le condizioni dello schiavo, prima di pagarlo lo faceva correre e saltare e spesso lo palpeggiava attentamente.

In epoca classica (V-IV sec. a.C.)

Le categorie di schiavi:

Schiavi pubblici: erano simili a piccoli burocrati, ricevevano una piccola paga giornaliera, godevano di una notevole libertà di movimento. Erano acquistati a spese dello Stato e venivano impiegati in vari servizi pubblici: come attendenti degli alti funzionari, agenti di polizia per il mantenimento dell’ordine e l’arresto dei criminali, guardiani delle prigioni, gabellieri.

Nel periodo di massimo splendore ateniese si verifica il massimo sviluppo della schiavitù in Grecia. La schiavitù poteva capitare in sorte ad ogni individuo per i più svariati motivi:

  • nascita da genitori schiavi
  • cattura in guerra o in azioni di pirateria
  • esposizione di infanti
  • condanna e gravi rovesci economici.
In Attica la popolazione schiava si aggirava circa attorno ad un quarto della popolazione totale.

Schiavi dei templi: prestavano attività nei santuari. Un’istituzione singolare, ma abbastanza in uso era la prostituzione sacrale. Veniva praticata da giovanette solo nei templi cui appartenevano e in genere si svolgeva con una determinata ritualistica e durante feste tradizionali.Secondo Strabone, il tempio di Afrodite a Corinto contava un totale di mille cortigiane sacre.

Casi particolari:

Schiavi privati: erano i più numerosi ed erano destinati alle mansioni più variegate.Si dividevano in :

  • Douloi: gli schiavi lavoranti alle dipendenze dirette del padrone
  • Douloi misthophorountes: gli schiavi che vivevano separati dal padrone al quale versavano totalmente o parzialmente gli introiti delle attività esercitate:
- gli uomini: fabbri, mobilieri, pellettieri, filatori, tessitori, fornai, pescivendoli, cordai, barbieri, venditori di sesamo e di incenso, fruttivendoli, carrettieri, minatori e agricoltori- le donne: domestica, sarta, balia e suonatrice di kithara.

Le schiave più giovani e graziose: durante la giornata dovevano procurare svaghi ai padroni o agli amici dei padroni. In Atene tali funzioni ricevono uno sviluppo e persino un’organizzazione fuori del comune: “intrattenitrici” in pianta stabile nelle case dei più ricchi (per ravvivare ricevimenti e festini) "escort ante litteram" inviate da organizzazioni specializzate in occasione di feste presso le case dei ricchiSchiavi più specializzati: medici, pedagoghi, banchieri e architettiAd es. a uno schiavo del VI sec. a.C. di nome Demetrio veniva attribuita la costruzione del tempio di Artemide ad Efeso.

La posizione giuridica degli schiavi:

  • Gli schiavi non erano né individui né persone giuridiche e secondo Aristotele (Politica, 1253a-1253b), lo schiavo era un oggetto al pari di un bene mobile e non aveva alcun diritto.
  • In realtà, c'erano alcune salvaguardie: chi uccideva uno schiavo veniva sottoposto a procedimento penale; lo schiavo poteva rifugiarsi presso i templi, sotto la protezione della Divinità, ed ingiungere al padrone di venderlo; spesso era lo stesso padrone a permettergli di accumulare una piccola parte dei suoi guadagni, da utilizzare successivamente per il riscatto dello schiavo stesso. Però, non potendo lo schiavo effettuare il proprio riscatto, lui stesso o il padrone consegnavano ai sacerdoti di un tempio l’ammontare necessario all’affrancazione ed i sacerdoti comperavano lo schiavo per conto degli Dei del tempio, lasciandolo poi libero; alcuni riuscivano ad arricchirsi.

Poiché, dunque, la proprietà è una parte della casa e la capacità di acquistare è una parte dell’amministrazione della casa (infatti senza il necessario è impossibile vivere e vivere bene), come per le arti ben definite sarebbe necessario che vi fossero gli strumenti adatti, se si vuole che l’opera risulti compiuta, così esistono per la casa strumenti animati ed inanimati, come per il nocchiero la barra del timone è inanimata, l’ufficiale di rotta è animato (infatti il servitore serve per le arti in forma di strumento), così anche il possesso è uno strumento per la vita, e l’acquisto è il totale degli strumenti e lo schiavo è un bene animato ed ogni servo è come uno strumento per gli strumenti.

La liberazione:

Le punizioni:

  • A partire dal IV secolo a.C. le manumissioni diventano frequenti.
  • Esistevano due tipi di manumissio:
Collettiva: lo Stato liberava un gran numero di schiavi, in genere veniva praticata in caso di grave pericolo per assicurarsi la lealtà degli schiavi (nel 490 a.C. anno di Maratona)Individuale: il padrone liberava uno schiavo per premiarne, spesso con il testamento, la fedeltà e la laboriosità; normalmente il padrone faceva una dichiarazione in tribunale o sulla pubblica piazza.
  • Uno schiavo poteva essere sottoposto a condanne implicanti pene corporali anche per le più lievi mancanze;
  • Lo schiavo fuggitivo veniva trattato con crudeltà inaudita e spesso mutilato o marchiato a fuoco;
  • A causa delle evasioni molto frequenti nonostante le punizioni, sembra che esistessero dei “cacciatori di taglie” professionisti che lavoravano allo scopo di recuperarli.
  • In un processo la sua testimonianza poteva essere ottenuta con l’ausilio della tortura;

Sui mercati romani vengono riversate centinaia di migliaia di prigionieri e progressivamente tale fenomeno si espande sempre più fino ad arrivare a una proporzione approssimativa di uno schiavo ogni tre persone libere. Quindi nel I secolo a.C. (ultimi anni della Repubblica e primi dell’Impero) la schiavitù raggiunge in Roma uno sviluppo mai visto prima in passato.

3 nella roma antica

Fino al III sec. a.C.

Dalle fonti emerge un numero molto limitato di schiavi e rapporti quasi amichevoli tra padroni e servi: secondo la tradizione, il celebre Attilio Regolo (comandante durante la I Guerra Punica) possedeva un solo schiavo ed altri importanti personaggi sembra non ne possedessero affatto.

Dalla seconda metà del III sec. a.C. al I sec. a.C.

Roma inizia la sua espansione territoriale, dunque il numero degli schiavi che provengono dalle catture in guerra aumenta notevolmente ed anche i rapporti tra padroni e servi cambiano profondamente.

  • La pirateria: raggiunge un'organizzazione efficace.
Delo (per la sua posizione geografica) diventa il cuore del commercio: qui i pirati cilici creano un vasto deposito per le loro prede. Secondo Strabone (Geografia) gli arrivi e le partenze di schiavi sull’isola di Delo poteva raggiungere anche le diecimila unità al giorno.

Come venivano procurati gli schiavi

  • La guerra: moltissimi erano dei prigionieri di guerra.
Spesso i mangones, gli importatori all’ingrosso, avevano degli agenti che seguivano le legioni romane sui campi di battaglia per comprare direttamente i prigionieri, per poi condurli nei vari porti del Mediterraneo e del vicino Oriente e smerciarli al minuto in appositi mercati e in giorni prestabiliti.

La vendita a Roma:

I principali mercati erano in Campo Marzio, sulla Via Sacra e lungo la Via Tusculana, mentre la vendita delle schiave da concubinaggio avveniva solitamente nei pressi di un non identificato Tempio di Venere. I mercanti decantavano ad alta voce la merce cercando di valorizzarla al meglio, depilando gli schiavi e lucidandoli con olio d’oliva: per far fronte agli imbrogli le autorità impongono che ogni schiavo rechi appeso al collo un cartello con la descrizione dei dati anagrafici, delle qualità e dei difetti, mentre sempre più spesso i compratori solevano farsi accompagnare da un medico in qualità di consulente.

La vendita di "in lotti":

La vendita di "pezzi singoli":

Talvolta lo smercio degli schiavi veniva fatto in lotti: erano schiavi non specializzati, utilizzati nei lavori più duri e massacranti (nei campi e negli opifici): uomini e donne venivano comprati in blocco e avviati verso un duro destino. I servi rustici lavoravano negli immensi latifondi in migliaia, raggruppati in squadre poste sotto la sorveglianza di guardiani quasi sempre spietati e brutali: il trattamento riservato loro era veramente inumano e infatti da essi nascono quasi tutte le rivolte servili. Accanto ai rustici esistevano i servi urbani, quasi interamente addetti ai servizi domestici e a una serie di attività improduttive al servizio del lusso e della vanità dei padroni.

Se venduti "in pezzi signoli", il possesso di certe attitudini e specializzazioni facevano aumentare sensibilmente il prezzo: - per gli uomini: una buona cultura e conoscenze nel campo della medicina, della filosofia e delle lingue; - per le donne: canto, recitazione e danza, la giovinezza e certi attributi fisici. La nazionalità era spesso sinonimo di tali qualità ed influiva conseguentemente sui prezzi: le giovani palestinesi ad esempio, proverbiali per la loro bellezza e focosità, potevano essere valutate anche 10.000 sesterzi.

Come venivano considerati gli schiavi (III-II sec. a.C.):

  • cap. 58: Il companatico degli schiavi. Conserva la maggior quantità possibile di olive cadute al suolo; metti da parte inoltre quelle maturate sul ramo (da cui si potrà ricavare pochissimo olio); distribuiscile con parsimonia, perché durino il più a lungo possibile. Quando si saranno mangiate tutte le olive, darai della salamoia di pesce e aceto. A ciascuno schiavo darai un sestario (circa mezzo litro) d'olio al mese; infine 1 moggio (quasi 9 litri) di sale per ciascuno basta per un anno.
  • cap. 59: Una tunica di 3 piedi e mezzo, mantelletti ogni 2 anni. Ogniqualvolta consegnerai ad uno una tunica o un mantelletto, prima ritira il capo vecchio, perché se ne possano ricavare centoni (capi rappezzati). Ogni 2 anni bisogna dare un paio di buoni zoccoli.

Catone il Censore (234-149 a.C.) nel De agri cultura si esprime in questi termini:

  • cap. 2,2-4: [...] Quando gli schiavi erano ammalati, non si sarebbe dovuto dar loro tanto cibo.
  • cap. 2,7: ponga in vendita i buoi vecchi, il bestiame e le pecore malaticci, la lana, le pelli, il carro vecchio, gli attrezzi vecchi, lo schiavo vecchio, lo schiavo malato, e quant'altro ci sia di superfluo.
  • cap. 56: Il vitto degli schiavi. Quelli che dovranno lavorare (senza ceppi): durante l'inverno, 4 moggi (= 35 litri circa) di grano (al mese); per l'estate, 4 moggi e mezzo; per il fattore, la fattoressa, il soprastante, il pecoraio: 3 moggi; per gli schiavi in ceppi: per l'inverno, 4 libbre (=Kg. 1,3 circa) di pane (al giorno); 5 libbre da quando avranno incominciato a zappare la vigna a quando saranno maturati i fichi; da quel momento torna 4 libbre.

"Tene me ne fugia(m) et revoca me ad dom(i)num Viventium in ar(e)a Callisti" , cioè "Tienimi perchè non fugga e riportami al mio padrone Vivenzio nella tenuta di Callisto".

Il ruolo degli schiavi "domestici":

  • L'horarius: l’orologio di famiglia, colui che doveva annunciare le ore.
  • Inoltre: fabbri, barbieri, giardinieri, bagnini, medici, copisti, segretari, cassieri, suonatori, letterati e cantanti.

Il vero incremento nell’uso degli schiavi di lusso addetti ai servizi non produttivi si verifica tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero. In questo periodo nasce l’uso di chiedere informazioni di una persona con la frase “Quot pascit servos?” (Quanti schiavi mantiene?).

  • Servi particolarmente robusti: il corpo di guardia del padrone, che lo trasportava in lettiga attraverso la città preceduto da un collega detto anteambulator (fendeva la calca urlando per farsi spazio tra la folla);
  • Il nomenclator: conosceva i nomi di tutte le persone che potessero salutare il padrone; si poneva accanto alla lettiga del padrone e gli bisbigliava i nomi di tutti coloro che, specie in tempo di elezioni, era opportuno salutare con particolare calore.
  • Schiavi con torce: precedevano il padrone in uscita di notte, per rischiarargli il cammino.
  • A custodia dell’ingresso delle case patrizie: uno schiavo ricopriva contemporaneamente le funzioni del cane da guardia e del campanello;
  • Alle arti culinarie: un vero stuolo di servi tra sguatteri, cucinieri, impastatori di pane, cantinieri, cuochi, coppieri, valletti e maggiordomi;
  • Il triclinarchia: un maître della sala da pranzo, che sovrintendeva ai lectisterniatores, coloro cioè che adagiavano i banchettanti sui triclinii;
  • I flabelliferi: coloro che svolgevano funzioni di ventilatori e scacciamosche;

I gladiatori (una categoria particolare):

Con l'introduzione negli anfiteatri dell’uso delle scommesse, l’importanza dei gladiatori cresce ancora di più, ed alcuni padroni, detti lanisti, si specializzano in questo tipo di attività economica, trasferendosi con le loro troupes da una città all’altra e percependo lauti in gaggi dagli organizzatori di spettacoli. Gli schiavi gladiatori vedono migliorare le loro condizioni di vita: ricevevano infatti cure speciali, vitto ed alloggio di prima qualità, e cure mediche da esperti di primo livello.

Sino ai tempi di Augusto, qualsiasi schiavo poteva essere condannato dal padrone a battersi in veste di gladiatore: se mostrava di non voler affrontare l’avversario o la fiera che gli veniva opposta, lo si poteva pungolare con sbarre roventi.In breve tempo, però, i condannati vengono affiancati da schiavi specializzati nel mestiere di gladiatore e talvolta questa attività veniva intrapresa anche da individui liberi. Il gladiatore diventa quindi una specie di atleta, addestrato in scuole specializzate all’uso delle armi, ed alcuni di essi godono di una popolarità ed ammirazione paragonabile a quella degli odierni calciatori.

Diritti degli schiavi:

- beni propri, peculium, gli schiavi potevano avere dei beni propri, ma il padrone poteva in ogni momento confiscarli, però, gli schiavi intraprendenti, grazie a padroni generosi, potevano raggiungere possedere un peculium sufficiente per il riscatto. Secondo la legge il dominus aveva controllo completo sugli schiavi e poteva decidere a sua discrezione le punizioni. NB: nei latifondi gli schiavi erano considerati e trattati come semplici strumenti di lavoro e di produzione, senza alcun riguardo per i loro bisogni materiali (De agri cultura di Catone), quando vecchi o invalidi, se non li si poteva vendere, venivano abbandonati al loro destino, pare, trasportandoli sull’Isola Tiberina, dove venivano lasciati morire di fame.

Nel calendario romano, vi erano delle ricorrenze nelle quali le norme relative al lavoro ed alla condotta degli schiavi erano soppresse o mitigate:Saturnalia (17-23 dicembre ==> Natale+Carnevale) in onore di Saturno, dio dell'età dell'oro, quando gli uomini vivevano felici, nell'abbondanza di tutte le cose e in perfetta eguaglianza fra loro: si festeggiava con banchetti abbondanti e gli schiavi venivano festeggiati e trattati da pari a pari dai propri padroni. - matrimonio, connubium, non era ammesso tra schiavi, era sostituito da una semplice unione di fatto, il contubernium, che permetteva ai padroni di avere ricambio di manodopera schiava.

Le punizioni:

Alcune fonti raccontano che:- Giulio Cesare avesse sottoposto al martirio uno schiavo che aveva servito a tavola del pane scadente; - Catone punisse con la tortura le più piccole distrazioni dei suoi servi. Ovidio e Giovenale riferiscono le crudeltà e le sevizie inferte alle ancelle da alcune matrone romane, che tenevano a portata di mano degli acuminati stiletti con cui pungolavano le schiave pigre o distratte.

Gli schivi colpevoli di mancanze potevano essere rinchiusi incatenati negli ergastola, luoghi, talvolta sotterranei.Punizioni anche crudeli venivano assegnate per mancanze molto piccole: dalla fuga alla rivolta, al ferminento o all'uccsione del padrone. Si trattava di tortura, mutilazioni, squartamenti, frustate e feroci esecuzioni capitali: al collo del giustiziato, la cui agonia era solitamente lunghissima, veniva appeso un cartello che indicava la causa della condanna.

La liberazione (manumissio):

Manumissio testamento.Era già presupposta nelle XII Tavole, era la forma più frequente di manomissione, che avveniva con una disposizione testamentaria. - prevedeva l'uso di termini imperativi, come ad esempio «Stichus servus meus liber esto» (il mio servo Stico sia libero); - lo schiavo manomesso veniva nominato statuliber. Era possibile, insieme, istituire come erede lo stesso servo che stava per essere liberato, ma era necessario, anche qui, l'attribuzione di libertà esplicita. Solo con Giustiniano l'attribuzione della libertà divenne implicita nell'istituzione di erede.

Manumissio: atto con cui il padrone dichiarava libero lo schiavo.Manumissio vindicta. Il padrone (adsertor libertatis) conduceva lo schiavo di fronte a un pretore: - costui gli toccava leggermente il capo con una verga detta vindicta (vindictam imponere) e pronunciava la formula rituale; - poi un littore del magistrato toccava lo schiavo con una verga e pronunciava una formula che permetteva allo schiavo di acquisire la libertà. Con il passare dei secoli il rito divenne sempre più semplice, giungendo, nel diritto giustinianeo, a vedere la manumissio vindicta compiuta con una semplice dichiarazione di volontà di affrancare il servo resa dal suo padrone al magistrato.

La liberazione (manumissio):

Manumissiones praetoriae. Per epistulam.Era una comunicazione scritta del padrone in cui veniva dichiarata la volontà di manomettere lo schiavo Per mensam. Il padrone invitava lo schiavo ad unirsi al banchetto, con la manifesta intenzione di affrancarlo. In ecclesia. Consisteva consisteva in una dichiarazione resa davanti alle autorità ecclesiastiche. Queste potevano fare acquisire solo lo status libertatis e non lo status civitatis, dunque il liberto aveva cittadinanza latina e non romana. Ovvero potevano contrarre legalmente matrimonio con una Romana o un Romano (ius connubii), commerciare con i Romani con la garanzia di poter ricorrere al magistrato per la tutela dei propri atti negoziali (ius commercii).

Manumissio censu. Consiste nell'iscrizione dello schiavo come cittadino libero nelle liste del censimento. Nel diritto romano classico si può considerare una forma di manomissione di pari grado alla vindicta e alla testamento. I censori, quando facevano il censimento (ogni 5 anni e chiamato "lustrum"), potevano sentirsi dire dal padrone di casa: "Lo schiavo non è più tra le persone schiave ma è tra le persone libere", quindi procedevano con l'iscrizione dello schiavo nelle liste del censo e, di conseguenza, tra i cittadini Romani, detti civites Romani. Nel corso del tempo la pratica divenne sempre meno frequente, fino a quando, in età postclassica, divenne desueta.

fanciullezza, vi è trattenuto e, pur essendo ormai abile al servizio militare, glabro, con i peli rasati o estirpati alla radice, veglia tutta la notte, dividendola tra l'ubriachezza e la libidine del padrone, e fa da uomo in camera da letto e da servo durante il pranzo. 8 Un altro che ha il còmpito di giudicare i convitati, se ne sta in piedi, sventurato, e guarda quali persone dovranno essere chiamate il giorno dopo perché hanno saputo adulare e sono stati intemperanti nel mangiare o nei discorsi. Ci sono poi quelli che si occupano delle provviste: conoscono esattamente i gusti del padrone e sanno di quale vivanda lo stuzzichi il sapore, di quale gli piaccia l'aspetto, quale piatto insolito possa sollevarlo dalla nausea, quale gli ripugni quando è sazio, cosa desideri mangiare quel giorno. Il padrone, però non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Ma buon dio! quanti padroni ha tra costoro. 9 Ho visto stare davanti alla porta di Callisto il suo ex padrone e mentre gli altri entravano, veniva lasciato fuori proprio lui che gli aveva messo addosso un cartello di vendita e lo aveva presentato tra gli schiavi di scarto. Così quel servo che era stato messo tra i primi dieci in cui il banditore prova la voce, gli rese la pariglia: lo respinse a sua volta e non lo giudicò degno della sua casa. Il padrone vendette Callisto: ma Callisto come ha ripagato il suo padrone! 10 Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l'uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu. 11 Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso diloro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuoschiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. 12 "Ma io", ribatti, "non ho padrone." Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? 13 Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui. A questo punto tutta la schiera dei raffinati mi griderà: "Non c'è niente di più umiliante, niente di più vergognoso." Io, però potrei sorprendere proprio loro a baciare la mano di servi altrui. 14 E neppure vi rendete

Seneca, Ep. 47

1 Ho sentito con piacere da persone provenienti da Siracusa che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione. "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. 2 Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla piú grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disavvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo. 3 Ma a quegli schiavi infelici non è permesso neppure muovere le labbra per parlare: ogni bisbiglio è represso col bastone e non sfuggono alle percosse neppure i rumori casuali, la tosse, gli starnuti, il singhiozzo: interrompere il silenzio con una parola si sconta a caro prezzo; devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. 4 Così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura. 5 Inoltre, viene spesso ripetuto quel proverbio frutto della medesima arroganza: "Tanti nemici, quanti schiavi": loro non ci sono nemici, ce li rendiamo tali noi. Tralascio per ora maltrattamenti crudeli e disumani: abusiamo di loro quasi non fossero uomini, ma bestie. Quando ci mettiamo a tavola, uno deterge gli sputi, un altro, stando sotto il divano, raccoglie gli avanzi dei convitati ubriachi. 6 Uno scalca volatili costosi; muovendo la mano esperta con tratti sicuri attraverso il petto e le cosce, ne stacca piccoli pezzi; poveraccio: vive solo per trinciare il pollame come si conviene; ma è più sventurato chi insegna tutto questo per suo piacere di chi impara per necessità. 7 Un altro, addetto al vino, vestito da donna, lotta con l'età: non può uscire dalla

Seneca, Ep. 47

che fanno la visita di omaggio?" Chi dice questo, dimentica che non è poco per i padroni quella reverenza che basta a un dio. Se uno è rispettato, è anche amato: l'amore non può mescolarsi al timore. 19 Secondo me, perciò tu fai benissimo a non volere che i tuoi servi ti temano e a correggerli solo con le parole: con la frusta si puniscono le bestie. Non tutto ciò che ci colpisce, ci danneggia; ma l'abitudine al piacere induce all'ira: tutto quello che non è come desideriamo, provoca la nostra collera. 20 Ci comportiamo come i sovrani: anche loro, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come se fossero stati offesi, mentre l'eccezionalità della loro sorte li mette completamente al sicuro dal pericolo di una simile evenienza. Lo sanno bene, ma, lamentandosi, cercano l'occasione per fare del male; dicono di essere stati oltraggiati per poter oltraggiare. 21 Non voglio trattenerti più a lungo; non hai bisogno di esortazioni. La rettitudine ha, tra gli altri, questovantaggio: piace a se stessa ed è salda. La malvagità è incostante e cambia spesso, e non in meglio, ma in direzione diversa. Stammi bene.

conto di come i nostri antenati abbiano voluto eliminare ogni motivo di astio verso i padroni e di oltraggio verso gli schiavi? Chiamarono padre di famiglia il padrone e domestici gli schiavi, appellativo che è rimasto nei mimi; stabilirono un giorno festivo, non perché i padroni mangiassero con i servi solo in quello, ma almeno in quello; concessero loro di occupare posti di responsabilità nell'ambito familiare, di amministrare la giustizia, e considerarono la casa un piccolo stato. 15 "E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?" Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, ilmestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c'è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà. 16 Non devi, caro Lucilio, cercare gli amici solo nel foro o nel senato: se farai attenzione, li troverai anche in casa. Spesso un buon materiale rimane inservibile senza un abile artefice: prova a farne esperienza. Se uno al momento di comprare un cavallo non lo esamina, ma guarda la sella e le briglie, è stupido; così è ancora più stupido chi giudica un uomo dall'abbigliamento e dalla condizione sociale, che ci sta addosso come un vestito. 17 "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo dellalussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Perciò codesti schizzinosi non ti devono distogliere dall'essere cordiale con i tuoi servi senza sentirti superbamente superiore: più che temerti, ti rispettino. 18 Qualcuno ora dirà che io incito gli schiavi alla rivolta e che voglio abbattere l'autorità dei padroni, perché hodetto "il padrone lo rispettino più che temerlo". "Proprio così?" chiederanno. "Lo rispettino come i clienti, come le persone

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