Le Donne
come ce le racconta la letteratura latina...
Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent
Rea Silvia e La "Lupa"
Tito Livio
Per quanto riguarda le figuri femminili, durante la Monarchia e nei primi anni della Repubblica, di loro sappiamo molto poco. Nelle opere di questo periodo non si parla delle loro condizioni di vita.Il primo intelletuale a dirci qualcosa sulle donne è lo storico Tito Livio nella sua opera "Ab Urbe Condita". La prima donna della letteratura latina arrivata fino a noi è dunque Rea Silvia, la madre dei gemelli Romolo e Remo, leggendari fondatori di Roma. Secondo la leggenda, i due avrebbero origine divina essendo i figli del dio della guerra Marte. Tito Livio invece non è sicuro al riguardo e sostiene che la vestale, dopo essere stata violentata, abbia dato la colpa a Marte: "Poichè un dio autore della colpa era più onorevole, definisce Marte padre della stirpe incerta" ( "Quia deus auctor culpae honestior erat, Martem incertae stirpis patrem nuncupat" ).Lo storico procede poi a sfatare un altro mito, a sfamare i due gemelli non sarebbe stata una lupa bensì una prostituta: "C'è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva" (" Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent ").
Il Ratto delle Sabine
un doppio modo di guardare alle donne
I fondatori di Roma dunque sarebbero stati i figli di una sacerdotessa bugiarda e per di più allevati da una prostituta. Cionostante il loro valore e il fato li hanno voluti grandi. Già da questa prima testimonianza in merito alle donne possiamo facilmente individuare una prospettiva che le vede bugiarde e disoneste. Non a caso Rea Silvia, da vestale, verrà punita nonostante sia stata vittima di violenza. Le vestali, sacerdotesse presso il santuario di Vesta, dea del focolare domestico, dovevano infatti restare vergini per tutta la durata del proprio servizio (30 anni). Se una di loro veniva meno al proprio voto, questa veniva murata viva in una cella. Proprio questa fu la sorte che toccò Rea Silvia. Tuttavia, se un condannato a morte passava vicino ad una vestale che aveva tenuto fede al proprio voto, egli veniva graziato. In un altro passo dell'opera di Tito Livio, viene raccontato invece, il Ratto delle Sabine: dopo il rapimento, Romolo gira tra le donne per rassicurarle e saranno poi loro stesse a mettere pace tra i due popoli, evitando il massacro. Questi fatti contraddittori ci dimostrano che i primi Romani consideravano le donne capaci di grandi virtù ma anche di grande disonestà, talvolta sulla base di superficiali pregiudizi come la castità, l'innocenza...
Schiave, Prostitute o Spose Bambine
In questo periodo storico, i pater familias avevano il potere di vita e di morte (ius vitae ac necis) sulle proprie figlie, diritto che in caso di morte del padre passava al fratello o al parente maschio che se ne prendeva cura. Questo potere veniva anche chiamato "mancipium" e proprio da questo termine viene la parola e-mancipazione, intesa come liberazione da una condizione di subordinazione. In età repubblicana invece, i neonati venivano posti ai piedi del padre che poteva decidere se sollevarli e prenderli tra le braccia o abbandonarli. Se si abbandonava il primo figlio o la prima figlia, si era soggetti a confisca di metà del patrimonio. Purtroppo però era molto comune, una volta allevata la prima figlia, abbandonare le successive che venivano venduta come schiave o avviata alla prostituzione. Quelle che restavano in casa venivano avviate al matrimonio a partire dai 10 anni, anche se talvolta iniziavano a conoscere i propri mariti a soli 7 anni.
Plauto
In un brano tratto dal "Miles Gloriosus", il commediografo Plauto descrive le 4 principali figure femminili durante l'Età Repubblicana: la matrona, di condizione libera, la concubina, la serva e infine la liberta (una schiava liberata). Quest'utilma però godeva di pochissime libertà e come le altre, era sempre assoggettata a qualche uomo. Finalmente però, tra la fine del II secolo e l'inizio del I a.C., nelle famiglie più ricche iniziano i primi cambiamenti. Le donne diventano più disinibite e partecipi alla vita mondana e culturale. Infatti viene introdotto il contratto di matrimonio: le donne possono gestire la propria dote e addirittura divorziare in alcuni casi.
Lucrezio
"L'animo conscio si angustia per il rimorso di una vita trascorsa nell'inerzia e perduta nelle orge, o perché lei ha lanciato, lasciandone in dubbio il senso, una parola, che confitta nel cuore appasionato divampa come fuoco, o perché gli sembra che troppo lei occhieggi o che il suo sguardo sia attratto da un altro, e nel suo volto vede le tracce di un sorriso"
Come conseguenza di questo nuovo modo di guardare alla donna che è partecipe attiva della vita mondana, il poeta Lucrezio, nel IV libro della sua opera "De Rerum Natura" mette in guardia gli uomini dalle "seduttrici" e invita tutti a cercare l'amore e non la soddisfazione carnale:
"Conscius ipse animus se forte remorde desidiose agere aetatem lustrisque perire, aut quot in ambiguo verbum iaculata reliquit, quod cupido adfixum cordi vivescit ut ignis, aut nimium iactare oculos aliumve tueri quod putat in voltuque videt vestigia risus".
Ti volli bene allora, non tanto quanto il popolo ne vuole ad un amante, ma come il padre stima i figli e i generi.
Catullo & Orazio
Come "sedruttrice" potrebbe essere descritta anche Clodia, la donna cantata dal poeta Catullo col nome di Lesbia. Il loro amore viene descritto in modo molto schietto tanto che Catullo arriva a paragonarlo alla pazzia. Non è solo attrazione o gelosia poiché il poeta sostiene nel carmen 72 di averla amata "Non come il popolo ama un amante, ma come il padre stima i figli e i generi" ( "Non tantum ut volgus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos" ). Clodia rifiuta però di limitarsi per questo amore tanto che Catullo poi inizierà a deriderla nei suoi testi accecato dalla rabbia e dalla gelosia di vederla, libera, con altri uomini. Le donne ormai stavano rompendo tutti quei vincoli di assoggettamento voluti dagli uomini e ce lo dimostra anche Orazio che nel carmen I, 13 manifesta la sua sofferenza nel vedere Lidia frequentare altri uomini. Il giovane che si avventa bramoso sul corpo di Lidia rappresenta per Orazio l'avvilimento della passione amorosa che si riduce solo a lussuria occasionale e temporanea. Probabilmente anche al rendersi conto di non avere più pieno controllo sulla propria amata:
"Puer furens impressit memorem dente labris notam. Non, si me satis audias, speres perpetuum dulcia barbare laedentem oscula".
"Che il ragazzo eccitato, abbia impresso con i denti sulle tue labbra un segno profondo. Non dovresti sperare, se mi ascoltassi abbastanza, che durerà per semppre uno che rozzamente offende i dolci baci"
Amore libero
A darci conferma di questo cambiamento in positivo è Ovidio nella sua "Ars Amatoria". Nel terzo libro infatti si rivolge alle donne invitandole a godere liberamente dell'amore, senza timore di perdere la propria virtù nel farlo. Questa visione giocosa dell'amore è incredibilmente innovativa e arguta, e pone, almeno sentimentalmente, le donne sullo stesso piano degli uomini.
A criticare i nuovi modi di amare non è solo Orazio ma anche una poetessa, Sulpicia di cui ci restano solo 6 elegie in cui canta del suo amore per un ragazzo di rango inferiore al suo ma di ciò non si vergogna poiché moralmente, sono alla pari. Nel frattempo le donne acquistano sempre più sicurezza e iniziano a diventare figure importanti anche nella scena politica. Un esempio è Sempronia, coinvolta nella congiura di Catilina di cui ci parla il poeta Sallustio nel suo "Bellum Catilinae" raccontando di tutte le sue nefandezze ma anche aennando alla sua scaltrezza anche cultura.
"Seguite l’esempio delle dee, voi donne mortali,
e non negate le vostre gioie al desiderio degli uomini.
Anche se vi ingannano, che ci perdete? Vi resta tutto: anche se vi prendono in mille, niente va perso. (...)E tuttavia qualche donna dice al suo uomo:
“Non si può”. (...) Con queste parole non voglio prostituirvi, ma solo impedire
che temiate inutilmente dei danni che i vostri doni non possono
comportare".
La seduzione come mezzo per il potere
Donne interessanti, e sempre più potenti entrano sulla scena durante l'Impero: personaggi come Messalina, Agrippina e Poppea che catturano l'attenzione di un altro storico, Tacito, stavolta però non sono personaggi secondari, ma protagoniste che organizzano colpi di stato, sono artefici di inganni e dotate di grande intelligenza e determinazione. Messalina, moglie di Claudio, complottò contro di lui per rovesciarlo; Agrippina, seconda moglie dello stesso imperatore, fu la causa della sua morte; mentre Poppea, divenne moglie di Nerone. Di lei Tacito ci dice nel XIII libro degli "Annales" che "ebbe ogni altra dote fuorché l'onestà" ( "cuncta alia fuere praeter honestum animum" ). Si trattava di una donna bellissima e con un ingegno formidabile ed è proprio quella sua determinazione, vista in una donna, ad infastidire Tacito: "Rivolgeva la sua passione verso colui dal quale fosse certa di poter ottenere dei vantaggi ( "Unde utilitas ostenderetur, illuc ilibidinem transferebat" ).
Le donne della classe dirigente e anche le schiave come Atte, potente amante di Nerone, utilizzavano la seduzione come mezzo per ottenere quel potere che le leggi e la società creata dagli uomini gli avevano sempre negato. In questo modo vincevano stando al loro gioco. Tuttavia le loro vittorie erano precarie e infatti le loro morti furono misere. Poppea ad esempio trovò la morte "in uno sfogo d'ira di Nerone, poiché colpita, gravida, da un calcio del marito" ( "Mariti iracundia, a quo gravida ictu calcis adflicta est" ). Ciononostante alcune erano più fortunate come ci racconta l'autore del "Satyricon", Petronio, parlandoci della moglie di Trimalcione, Fortunata appunto, poiché "misura le monete a palate" (gestisce infatti le finanze della casa) e tiene il marito in pugno in quanto egli crede a tutto ciò che lei dice.
Giovenale
La narrazione di Petronio è realistica e rappresenta infatti la realtà sociale dell'epoca: le donne hanno assunto una certa importanza, soprattutto nella gestione delle finanze. Tale "riscatto" femminile scatenò le proteste del poeta Giovanale che nella sua "Satira VI" condanna gli aspetti dell'emancipazione femminile criticandone la lussuria e l' "ossessione" a detta sua, per le cure di bellezza. Purtroppo non visse abbastanza per vedere una donna, Giulia Domna, madre di Caracalla, avere le sorti dell'Impero tra le proprie mani:
"Intolerabilius nihil est quam femina dives.
Interea foeda aspectu ridendaque multo
pane tumet facies aut pinguia Poppaeana
spirat et hinc miseri viscantur labra mariti.
Ad moechum lota venunt cute. Quando videri
vult formosa domi? Moechis foliata parantur,
his emitur quidquid graciles huc mittitis Indi".
"Nulla è insopportabile quanto una milionaria. Ripugnante a vedersi, ridicola, la faccia spalmata e gonfia di mollica, puzza delle untuose pomate di Poppea alle quali s'invischiano le labbra del povero marito. Ma per andare dall'amante si lava la pelle; Chi vuole sembrare bella a casa sua? I profumi servono per l'amante, per loro manda a comprare le essenze spediteci dai gracili Indiani".
Conclusione...
Le donne, da personaggi secondari, emarginate socialmente e all'interno delle famiglie; sempre più lentamente sono emerse e attraverso i giochi d'amore e l'astuzia si sono guadagnate il palcoscenico dell'Impero, facendosi strada tra ingiustizie, sangue e sofferenze. Protagoniste finalmente della scena politica, la loro intelligenza e flessibilità ha infastidito gli uomini più ridigi e affascinato quelli più sovversivi. Hanno dovuto stare a lungo sotto il giogo del volere maschile, rispondere alle loro esigenze e ai loro capricci e limitare la propria libertà per farli contenti. Ancora oggi cerchiamo di scrollarci di dosso il fango di cui questi uomini ci hanno coperto per secoli, a guidarci è la nostra determinazione nel dimostrare che siamo alla pari. Che sia la povera Rea Silvia, violentata e poi punita, la regina Didone che non riusciva a vivere senza l'uomo amato, la seducente Lesbia, la scaltra Pompea, l'intelligente Sempronia o Fortunata... Queste donne, esistenti e non, accusate di essere maligne, superficiali, si sono fatte strada per riemergere emancipate da una società che le voleva sottomesse e assoggettate. Grazie alla letteratura latina abbiamo seguito la loro marcia secolare, che tutt'oggi portiamo avanti, verso tempi migliori.
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Le Donne
come ce le racconta la letteratura latina...
Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent
Rea Silvia e La "Lupa"
Tito Livio
Per quanto riguarda le figuri femminili, durante la Monarchia e nei primi anni della Repubblica, di loro sappiamo molto poco. Nelle opere di questo periodo non si parla delle loro condizioni di vita.Il primo intelletuale a dirci qualcosa sulle donne è lo storico Tito Livio nella sua opera "Ab Urbe Condita". La prima donna della letteratura latina arrivata fino a noi è dunque Rea Silvia, la madre dei gemelli Romolo e Remo, leggendari fondatori di Roma. Secondo la leggenda, i due avrebbero origine divina essendo i figli del dio della guerra Marte. Tito Livio invece non è sicuro al riguardo e sostiene che la vestale, dopo essere stata violentata, abbia dato la colpa a Marte: "Poichè un dio autore della colpa era più onorevole, definisce Marte padre della stirpe incerta" ( "Quia deus auctor culpae honestior erat, Martem incertae stirpis patrem nuncupat" ).Lo storico procede poi a sfatare un altro mito, a sfamare i due gemelli non sarebbe stata una lupa bensì una prostituta: "C'è anche chi crede che questa Larenzia i pastori la chiamassero lupa perché si prostituiva" (" Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent ").
Il Ratto delle Sabine
un doppio modo di guardare alle donne
I fondatori di Roma dunque sarebbero stati i figli di una sacerdotessa bugiarda e per di più allevati da una prostituta. Cionostante il loro valore e il fato li hanno voluti grandi. Già da questa prima testimonianza in merito alle donne possiamo facilmente individuare una prospettiva che le vede bugiarde e disoneste. Non a caso Rea Silvia, da vestale, verrà punita nonostante sia stata vittima di violenza. Le vestali, sacerdotesse presso il santuario di Vesta, dea del focolare domestico, dovevano infatti restare vergini per tutta la durata del proprio servizio (30 anni). Se una di loro veniva meno al proprio voto, questa veniva murata viva in una cella. Proprio questa fu la sorte che toccò Rea Silvia. Tuttavia, se un condannato a morte passava vicino ad una vestale che aveva tenuto fede al proprio voto, egli veniva graziato. In un altro passo dell'opera di Tito Livio, viene raccontato invece, il Ratto delle Sabine: dopo il rapimento, Romolo gira tra le donne per rassicurarle e saranno poi loro stesse a mettere pace tra i due popoli, evitando il massacro. Questi fatti contraddittori ci dimostrano che i primi Romani consideravano le donne capaci di grandi virtù ma anche di grande disonestà, talvolta sulla base di superficiali pregiudizi come la castità, l'innocenza...
Schiave, Prostitute o Spose Bambine
In questo periodo storico, i pater familias avevano il potere di vita e di morte (ius vitae ac necis) sulle proprie figlie, diritto che in caso di morte del padre passava al fratello o al parente maschio che se ne prendeva cura. Questo potere veniva anche chiamato "mancipium" e proprio da questo termine viene la parola e-mancipazione, intesa come liberazione da una condizione di subordinazione. In età repubblicana invece, i neonati venivano posti ai piedi del padre che poteva decidere se sollevarli e prenderli tra le braccia o abbandonarli. Se si abbandonava il primo figlio o la prima figlia, si era soggetti a confisca di metà del patrimonio. Purtroppo però era molto comune, una volta allevata la prima figlia, abbandonare le successive che venivano venduta come schiave o avviata alla prostituzione. Quelle che restavano in casa venivano avviate al matrimonio a partire dai 10 anni, anche se talvolta iniziavano a conoscere i propri mariti a soli 7 anni.
Plauto
In un brano tratto dal "Miles Gloriosus", il commediografo Plauto descrive le 4 principali figure femminili durante l'Età Repubblicana: la matrona, di condizione libera, la concubina, la serva e infine la liberta (una schiava liberata). Quest'utilma però godeva di pochissime libertà e come le altre, era sempre assoggettata a qualche uomo. Finalmente però, tra la fine del II secolo e l'inizio del I a.C., nelle famiglie più ricche iniziano i primi cambiamenti. Le donne diventano più disinibite e partecipi alla vita mondana e culturale. Infatti viene introdotto il contratto di matrimonio: le donne possono gestire la propria dote e addirittura divorziare in alcuni casi.
Lucrezio
"L'animo conscio si angustia per il rimorso di una vita trascorsa nell'inerzia e perduta nelle orge, o perché lei ha lanciato, lasciandone in dubbio il senso, una parola, che confitta nel cuore appasionato divampa come fuoco, o perché gli sembra che troppo lei occhieggi o che il suo sguardo sia attratto da un altro, e nel suo volto vede le tracce di un sorriso"
Come conseguenza di questo nuovo modo di guardare alla donna che è partecipe attiva della vita mondana, il poeta Lucrezio, nel IV libro della sua opera "De Rerum Natura" mette in guardia gli uomini dalle "seduttrici" e invita tutti a cercare l'amore e non la soddisfazione carnale:
"Conscius ipse animus se forte remorde desidiose agere aetatem lustrisque perire, aut quot in ambiguo verbum iaculata reliquit, quod cupido adfixum cordi vivescit ut ignis, aut nimium iactare oculos aliumve tueri quod putat in voltuque videt vestigia risus".
Ti volli bene allora, non tanto quanto il popolo ne vuole ad un amante, ma come il padre stima i figli e i generi.
Catullo & Orazio
Come "sedruttrice" potrebbe essere descritta anche Clodia, la donna cantata dal poeta Catullo col nome di Lesbia. Il loro amore viene descritto in modo molto schietto tanto che Catullo arriva a paragonarlo alla pazzia. Non è solo attrazione o gelosia poiché il poeta sostiene nel carmen 72 di averla amata "Non come il popolo ama un amante, ma come il padre stima i figli e i generi" ( "Non tantum ut volgus amicam, sed pater ut gnatos diligit et generos" ). Clodia rifiuta però di limitarsi per questo amore tanto che Catullo poi inizierà a deriderla nei suoi testi accecato dalla rabbia e dalla gelosia di vederla, libera, con altri uomini. Le donne ormai stavano rompendo tutti quei vincoli di assoggettamento voluti dagli uomini e ce lo dimostra anche Orazio che nel carmen I, 13 manifesta la sua sofferenza nel vedere Lidia frequentare altri uomini. Il giovane che si avventa bramoso sul corpo di Lidia rappresenta per Orazio l'avvilimento della passione amorosa che si riduce solo a lussuria occasionale e temporanea. Probabilmente anche al rendersi conto di non avere più pieno controllo sulla propria amata:
"Puer furens impressit memorem dente labris notam. Non, si me satis audias, speres perpetuum dulcia barbare laedentem oscula".
"Che il ragazzo eccitato, abbia impresso con i denti sulle tue labbra un segno profondo. Non dovresti sperare, se mi ascoltassi abbastanza, che durerà per semppre uno che rozzamente offende i dolci baci"
Amore libero
A darci conferma di questo cambiamento in positivo è Ovidio nella sua "Ars Amatoria". Nel terzo libro infatti si rivolge alle donne invitandole a godere liberamente dell'amore, senza timore di perdere la propria virtù nel farlo. Questa visione giocosa dell'amore è incredibilmente innovativa e arguta, e pone, almeno sentimentalmente, le donne sullo stesso piano degli uomini.
A criticare i nuovi modi di amare non è solo Orazio ma anche una poetessa, Sulpicia di cui ci restano solo 6 elegie in cui canta del suo amore per un ragazzo di rango inferiore al suo ma di ciò non si vergogna poiché moralmente, sono alla pari. Nel frattempo le donne acquistano sempre più sicurezza e iniziano a diventare figure importanti anche nella scena politica. Un esempio è Sempronia, coinvolta nella congiura di Catilina di cui ci parla il poeta Sallustio nel suo "Bellum Catilinae" raccontando di tutte le sue nefandezze ma anche aennando alla sua scaltrezza anche cultura.
"Seguite l’esempio delle dee, voi donne mortali, e non negate le vostre gioie al desiderio degli uomini. Anche se vi ingannano, che ci perdete? Vi resta tutto: anche se vi prendono in mille, niente va perso. (...)E tuttavia qualche donna dice al suo uomo: “Non si può”. (...) Con queste parole non voglio prostituirvi, ma solo impedire che temiate inutilmente dei danni che i vostri doni non possono comportare".
La seduzione come mezzo per il potere
Donne interessanti, e sempre più potenti entrano sulla scena durante l'Impero: personaggi come Messalina, Agrippina e Poppea che catturano l'attenzione di un altro storico, Tacito, stavolta però non sono personaggi secondari, ma protagoniste che organizzano colpi di stato, sono artefici di inganni e dotate di grande intelligenza e determinazione. Messalina, moglie di Claudio, complottò contro di lui per rovesciarlo; Agrippina, seconda moglie dello stesso imperatore, fu la causa della sua morte; mentre Poppea, divenne moglie di Nerone. Di lei Tacito ci dice nel XIII libro degli "Annales" che "ebbe ogni altra dote fuorché l'onestà" ( "cuncta alia fuere praeter honestum animum" ). Si trattava di una donna bellissima e con un ingegno formidabile ed è proprio quella sua determinazione, vista in una donna, ad infastidire Tacito: "Rivolgeva la sua passione verso colui dal quale fosse certa di poter ottenere dei vantaggi ( "Unde utilitas ostenderetur, illuc ilibidinem transferebat" ).
Le donne della classe dirigente e anche le schiave come Atte, potente amante di Nerone, utilizzavano la seduzione come mezzo per ottenere quel potere che le leggi e la società creata dagli uomini gli avevano sempre negato. In questo modo vincevano stando al loro gioco. Tuttavia le loro vittorie erano precarie e infatti le loro morti furono misere. Poppea ad esempio trovò la morte "in uno sfogo d'ira di Nerone, poiché colpita, gravida, da un calcio del marito" ( "Mariti iracundia, a quo gravida ictu calcis adflicta est" ). Ciononostante alcune erano più fortunate come ci racconta l'autore del "Satyricon", Petronio, parlandoci della moglie di Trimalcione, Fortunata appunto, poiché "misura le monete a palate" (gestisce infatti le finanze della casa) e tiene il marito in pugno in quanto egli crede a tutto ciò che lei dice.
Giovenale
La narrazione di Petronio è realistica e rappresenta infatti la realtà sociale dell'epoca: le donne hanno assunto una certa importanza, soprattutto nella gestione delle finanze. Tale "riscatto" femminile scatenò le proteste del poeta Giovanale che nella sua "Satira VI" condanna gli aspetti dell'emancipazione femminile criticandone la lussuria e l' "ossessione" a detta sua, per le cure di bellezza. Purtroppo non visse abbastanza per vedere una donna, Giulia Domna, madre di Caracalla, avere le sorti dell'Impero tra le proprie mani:
"Intolerabilius nihil est quam femina dives. Interea foeda aspectu ridendaque multo pane tumet facies aut pinguia Poppaeana spirat et hinc miseri viscantur labra mariti. Ad moechum lota venunt cute. Quando videri vult formosa domi? Moechis foliata parantur, his emitur quidquid graciles huc mittitis Indi".
"Nulla è insopportabile quanto una milionaria. Ripugnante a vedersi, ridicola, la faccia spalmata e gonfia di mollica, puzza delle untuose pomate di Poppea alle quali s'invischiano le labbra del povero marito. Ma per andare dall'amante si lava la pelle; Chi vuole sembrare bella a casa sua? I profumi servono per l'amante, per loro manda a comprare le essenze spediteci dai gracili Indiani".
Conclusione...
Le donne, da personaggi secondari, emarginate socialmente e all'interno delle famiglie; sempre più lentamente sono emerse e attraverso i giochi d'amore e l'astuzia si sono guadagnate il palcoscenico dell'Impero, facendosi strada tra ingiustizie, sangue e sofferenze. Protagoniste finalmente della scena politica, la loro intelligenza e flessibilità ha infastidito gli uomini più ridigi e affascinato quelli più sovversivi. Hanno dovuto stare a lungo sotto il giogo del volere maschile, rispondere alle loro esigenze e ai loro capricci e limitare la propria libertà per farli contenti. Ancora oggi cerchiamo di scrollarci di dosso il fango di cui questi uomini ci hanno coperto per secoli, a guidarci è la nostra determinazione nel dimostrare che siamo alla pari. Che sia la povera Rea Silvia, violentata e poi punita, la regina Didone che non riusciva a vivere senza l'uomo amato, la seducente Lesbia, la scaltra Pompea, l'intelligente Sempronia o Fortunata... Queste donne, esistenti e non, accusate di essere maligne, superficiali, si sono fatte strada per riemergere emancipate da una società che le voleva sottomesse e assoggettate. Grazie alla letteratura latina abbiamo seguito la loro marcia secolare, che tutt'oggi portiamo avanti, verso tempi migliori.